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IL SANTO DEL GIORNO 08/04/2017 Santa Giulia Billiart, Vergin



Leggere la vita di santa Giulia, sembra di leggere la vita di altre sante o beate fondatrici anch’esse di Congregazioni religiose, tanto gli episodi salienti sono quasi uguali. Nacque il 12 luglio 1751 da una famiglia agiata a Cuvilly (Francia), sedici anni dopo, la miseria colpì la famiglia e quindi Giulia fu costretta a lavorare anche con lavori manuali pesanti. 
A ventidue anni, fu colpita dalla paralisi alle gambe, pur in quelle condizioni, sotto la guida del suo parroco, si dedicò alle pratiche di pietà e all’insegnamento del catechismo ai bambini. Costretta alla fuga, durante la Rivoluzione Francese, perché accusata di nascondere dei sacerdoti restii alle nuove norme civili, si diresse ad Amiens, dove incontrò padre Varin, superiore dei Padri della Fede, il quale la convinse a fondare un’organizzazione dedita all’educazione cristiana delle fanciulle. 
Cominciò nel 1803 la vita in comune con alcune compagne, pronunciando i voti nel 1804, anno in cui avvenne la miracolosa guarigione delle sue gambe. Superiora nel 1805, allargò la sua opera fondando scuole dappertutto in Francia e Belgio, nel 1809 il vescovo di Amiens, dando credito a voci calunniose su di lei, ordinò che lasciasse la sua Casa, ma tutta la Comunità la seguì e si istallarono a Namur in Belgio, sotto la protezione del locale vescovo; nel frattempo cambiarono il nome in "Suore di Nostra Signora di Namur”. 
Pur essendo d’istruzione limitata, seppe diffondere le sue fondazioni in Belgio, formando anche schiere di maestre. Fervente devota al Sacro Cuore ebbe anche il dono di estasi e miracoli, morì a Namur l’8 aprile 1816. Beatificata da s. Pio X il 13 maggio 1906 e dopo il riconoscimento di due miracoli avvenuti uno in Belgio e l’altro in Brasile è stata canonizzata il 22 giugno 1969 da papa Paolo VI.

Incontro dell’Arcivescovo S.E. Mons. Henryk Hoser, Inviato Speciale della Santa Sede per Medjugorje, con i giornalisti. Medjugorje,


           «Signore e Signori, buongiorno.

           All’inizio devo dare qualche spiegazione e qualche giustificazione. Il quadro della mia missione è stato definito dalla Santa Sede: si tratta, come abbiamo appena sentito, di esaminare lo stato della pastorale dei pellegrini a Medjugorje. Questa è la mia prima visita a Medjugorje: sono arrivato senza conoscere la situazione sul posto, ma sapendo al contempo che si trattava di un luogo di pellegrinaggio a livello internazionale. Mi servo della lingua francese, perché essa è stata per molto tempo, e rimane ancora, una lingua diplomatica.

         Senza dubbio voi attendete di sapere da me le mie impressioni, le mie conclusioni. La prima cosa che vorrei sottolineare è il fatto essenziale che, in passato, Medjugorje non era conosciuta nel mondo. Era una piccola località sperduta da qualche parte tra le montagne, come il nome stesso — Medjugorje — indica. Ora Medjugorje è conosciuta nel mondo intero, e bisogna anche sapere che vi si recano pellegrini provenienti da ottanta paesi del mondo. Dal punto di vista dell’importanza di questo luogo di pellegrinaggio, esso può essere paragonato ad altri posti. Ad esempio, se a Medjugorje vengono due milioni e mezzo di pellegrini all’anno, a Lourdes ne vanno sei milioni, ma Lourdes esiste da più di centocinquanta anni. Medjugorje ha solo trentasei anni d’anzianità. E’ tempo di fare un primo bilancio, una prima valutazione, che è molto importante per lo sviluppo futuro di questo luogo.  

         Allora, perché tanta gente viene qui? Da un lato, chi viene ha senza dubbio sentito parlare di quelle che vengono chiamate "le apparizioni di Medjugorje”, che hanno avuto luogo per la prima volta nel 1981. D’altra parte, coloro che vengono qui scoprono qualcosa di eccezionale. La prima cosa è l’ambiente, l’atmosfera, che è di pace e pacificazione, come pure di pace interiore, di pacificazione del cuore. Essi scoprono pure un grande spazio di spiritualità profonda. Riscoprono, o scoprono per la prima volta nella loro vita, cosa sia il senso del sacro. A Medjugorje essi incontrano sia tempi sacri che spazi sacri. "Sacro” significa riservato in modo particolare alla divinità. 

           Comunemente si dice che Medjugorje è un luogo di culto mariano, ed è vero. Ma, se andiamo in profondità, vediamo che a Medjugorje il culto è essenzialmente cristocentrico, perché ha al centro la celebrazione dell’Eucaristia, la trasmissione della Parola di Dio e l’adorazione del Santissimo Sacramento, durante la quale si scopre che esso è la presenza reale di Gesù Cristo, nella sua divinità ed umanità. Alcuni scoprono la recita del Rosario, che in fondo è una preghiera di meditazione sui misteri della nostra fede. Infine, facendo la Via Crucis, essi entrano nel mistero pasquale, ossia nel mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo. Termino questo panorama con un accento più marcato riguardo al Sacramento del Perdono, la Confessione personale e personalizzata. 

           Dal punto di vista religioso, Medjugorje è un terreno molto fertile. In questi anni sono state enumerate seicentodieci vocazioni religiose e sacerdotali d’ispirazione medjugorjana: le più numerose sono in Italia, negli Stati Uniti ed in Germania. Tenendo presente l’attuale crisi di vocazioni, soprattutto in paesi di antica cristianità come l’Europa occidentale, questo fatto ci pare qualcosa di nuovo e, a volte, sconvolgente. 

           Considerando il numero di Comunioni distribuite — perché è quella l’unica possibilità di contare i pellegrini, anche se naturalmente con un certo margine d’errore — possiamo dire che, negli anni passati, dal 1986 al 2016, sono stati distribuiti trentasette milioni di Comunioni. Il numero di pellegrini è però più grande, perché non tutti accedono alla Comunione.  

          Nella valutazione della situazione di Medjugorje, vanno distinti tre ambiti. 

           Il primo ambito è la parrocchia, che esiste da molto tempo. Essa serve i parrocchiani che sono qui, che abitano qui sul posto ed il cui numero, nei dieci anni passati, è aumentato di un migliaio di unità o forse anche di più. Questa parrocchia — che ha la sua storia e che, negli anni trenta del secolo scorso, ha costruito la croce che sovrasta Medjugorje — è stata il terreno in cui è stato accolto l’odierno fenomeno di Medjugorje. In questa storia parrocchiale s’iscrive anche quella particolare e personale di quelli che vengono chiamati "veggenti”. 

           Un secondo circolo, un secondo ambito, sono i pellegrini, che, come ho appena detto, arrivano anche alla cifra di 2.500.000 all’anno. Questo numero tende ad aumentare, e questa è evidentemente una sfida enorme per i pastori che servono questo luogo. Tale fenomeno ha inoltre causato il potenziamento delle attuali strutture, che devono chiaramente rispondere alle necessità dei pellegrini: esse comprendono questa sala, la Cappella dell’Adorazione e lo spazio per la celebrazione di Messe all’aperto. Si tratta, dunque, di alcuni elementi che sono giustamente stati aggiunti in considerazione dell’arrivo dei pellegrini. D’altra parte, abbiamo anche visto lo sviluppo della cittadina: ci sono sempre più alberghi, ristoranti, esercizi commerciali, cosa che mi fa già pensare ad una piccola Lourdes. Non è risaputo il fatto che Lourdes è la seconda città per numero di alberghi in Francia dopo Parigi. Potrebbe essere questo anche il futuro di Medjugorje in rapporto a Sarajevo. Dunque, la popolazione aumenta, e quindi aumenta pure la capacità di accoglienza dei pellegrini.

           Abbiamo però anche un terzo ambito: a Medjugorje si sono insediate delle comunità, delle associazioni, delle opere sociali e caritative che vengono sommariamente stimate in una trentina. Ve ne sono alcune che si sono stabilite qui perché ispirate a Medjugorje o perché hanno qui le proprie radici, ma ve ne sono anche altre che sono venute da altri paesi: che sono cioè state create altrove, ma poi si sono stabilite qui per vivere questa atmosfera e questo fenomeno di Medjugorje.

           Qui evidentemente vi sono anche delle creazioni originali, e vorrei menzionare soprattutto l’opera caritativa creata dai padri francescani: il "Villaggio della Madre”. Vale la pena di visitarlo, se vi interessa, perché è costruito con l’idea di accompagnare le vite delle persone, e in special modo quelle difficoltose, in tutti i loro stadi: gli orfani, i giovani, in difficoltà, le persone dipendenti dalla droga, dall’alcool o da altri condizionamenti dello stesso tipo, i disabili. Anche questa è un’espressione di quella carità attiva intimamente legata alla fede cristiana. Ma vi è anche un’altra opera molto importante, anch’essa creata dai padri francescani, chiamata "Domus Pacis”, ossia una casa per ritiri in silenzio. Si stima che già vi siano passati 1.200 gruppi, per un totale di più di 42.000 partecipanti. Questo genere di ritiri e di seminari trasforma le persone dall’interno.

           Anche i seminari sono un’altra invenzione pastorale della parrocchia di Medjugorje. Sono annuali, ossia vengono tenuti una volta l’anno. Da ventitré anni esiste già un seminario aperto a tutti; da ventuno anni vi è un seminario destinato unicamente ai sacerdoti ed alla loro formazione; da diciassette anni ci sono seminari riservati alle coppie, e da quattro è iniziato un nuovo tipo di seminario, rivolto a medici e paramedici. L’anno scorso è stato inoltre organizzato, per la prima volta, un seminario a favore della vita umana. Ce n’è, infine, anche uno per disabili. Questo panorama mostra l’intensità della vita cristiana qui a Medjugorje, che rappresenta in certo modo un modello che potrebbe essere seguito anche altrove.

         L’offerta dei Santuari nel mondo di oggi è di tale portata che Papa Francesco ha trasferito la problematica dei Santuari dalla Congregazione per il Clero alla Congregazione per la Nuova Evangelizzazione. La gente qui riceve ciò che non ha nel luogo in cui vive. In molti dei nostri paesi di antica cristianità la Confessione individuale non esiste più. In molti paesi non c’è l’Adorazione del Santissimo Sacramento. In molti paesi non si conosce più la Via Crucis ed il Rosario non viene recitato. Nella Bretagna francese, una volta mi è stato detto che l’ultima Via Crucis era stata pregata trenta anni prima. Un tale inaridimento dell’ambito spirituale e del sacro porta, evidentemente, a una crisi di fede generalizzata.

           Qui la gente arriva alla sorgente, sazia la sua sete del sacro: la sua sete di Dio, di preghiera, che viene riscoperta come contatto diretto con Dio. Direi che la gente qui sente la presenza del divino anche per mezzo della Santa Vergine Maria. 

           A Medjugorje viene accentuato il titolo mariano di "Regina della pace”. Direi che questa non è una novità, perché nel mondo intero vi sono chiese dedicate alla Regina della pace. Se però noi guardiamo il contesto mondiale della nostra vita di oggi, vediamo ciò che Papa Francesco definisce "la terza guerra mondiale a pezzi”, ossia in frammenti e sotto le forme più crudeli e che causano più ferite, ovvero le guerre civili. Voi, che abitate nei Balcani, avete vissuto una guerra civile non molto tempo fa. Io ho vissuto il genocidio in Ruanda. Tutto quello che ora vedete accadere in Siria, nel Vicino Oriente, è la distruzione dei paesi di più antica cristianità, anche facendo ricorso alle armi chimiche: questo è il paesaggio che vediamo oggi dinanzi a noi. Quanti conflitti politici in ciascun paese! Dunque, il ricorso a nostra Signora della Pace è, a mio avviso, essenziale. Qui il ruolo specifico di Medjugorje è estremamente importante.

        Voi, cari amici, dovreste essere i portatori della Buona Novella: dite al mondo che a Medjugorje si ritrova la luce. Perché abbiamo bisogno di punti di forte luce, in un mondo che sta cadendo nell’oscurità. Io vi suggerisco, inoltre, di iscrivervi ai seminari che si svolgono qui, non so a quale, per scoprire quello che ancora non conoscete. Grazie!»

 

Domande e risposte

Danuta Liese, Polonia: «Sarebbe possibile che un sacerdote della Polonia venisse posto stabilmente a servizio dei pellegrini in questa parrocchia? Intendo non solo temporaneamente, come ospite, ma in modo permanente?».

«Penso spetti al Provinciale concordare con le Province polacche l’invio di un sacerdote fisso, come già ve ne sono altri qui».

Sanja Pehar, Radio MIR Medjugorje: «Eccellenza, per l’esperienza che ha avuto in questi giorni, dove vede Medjugorje all’interno della nuova evangelizzazione, che sappiamo la Chiesa sottolinea oggi così fortemente?».

«Io credo che Medjugorje già si trovi nella linea della nuova evangelizzazione, lo provano le cifre che ho appena citato. La dinamica crescente della presenza dei pellegrini qui sta a significare che anche le loro necessità sono in aumento».

Ivica Đuzel, HRT: «Ho trovato in rete un dato secondo cui lei avrebbe già parlato con i veggenti. Che impressione le hanno lasciato?».

«E’ vero che un contatto con i "veggenti” era iscritto nella mia missione, ma non un incontro molto approfondito, poiché questa è materia di competenza della Commissione dottrinale presieduta dal Card. Ruini. I "veggenti” sono andati in Vaticano appunto per presentare la loro storia, queste esperienze, eccetera. Con i "veggenti” che ho visto, ho avuto l’impressione di un contatto normale, molto diretto. Non dobbiamo dimenticare che non sono più ragazzi e ragazze: alcune di loro sono già nonne! Per approcciarsi al loro ruolo, bisogna anche tener presente che sono immersi in una normale vita familiare e professionale. Devono provvedere alla vita dei loro figli, e sono quindi vicini alle preoccupazioni di tutti noi. Alcuni sono malati, altri cercano di provvedere alla loro vita, eccetera. Hanno quindi, direi, una vita normale e, stando a ciò che dicono, hanno avuto il privilegio di queste "apparizioni”, che hanno interiorizzato. Non è mio compito pronunciarmi sulla veridicità o non veridicità delle "apparizioni”. La Chiesa non si è ancora pronunciata.

Ivan Ugrin, Slobodna Dalmacija: «Arcivescovo Hoser, penso che il fatto che lei oggi sia qui con noi sia per noi tutti un grande onore. Una volta, in un messaggio, la Madonna ha detto di essere venuta qui per continuare l’opera iniziata a Fatima…».

«Lei può leggere la storia delle apparizioni riconosciute in successione. Potrei citare, ad esempio, quelle di La Salette, avvenute a metà del XVII secolo, o quelle a Rue du Bac; quelle di Lourdes, di Fatima, di Banneux in Belgio, nell’anno della ascesa al potere di Hitler. O anche quelle di Guadalupe nell’America del Sud, in occasione della colonizzazione degli Indiani d’America. Tutte queste apparizioni hanno un denominatore comune, ossia il fatto che la Santa Vergine invita alla conversione, ad abbandonare la vita di peccato. In esse ella mostra anche le sfide di ogni epoca. Vorrei terminare questa risposta citando le apparizioni di Kibeho. Ho vissuto io stesso ventuno anni in Ruanda ed ho partecipato alla Commissione medica sulle apparizioni, cominciate un anno dopo rispetto a quelle di Medjugorje. Là la Santa Vergine aveva già mostrato lo spettro del genocidio, che si sarebbe poi verificato dodici anni dopo. Anche quello era un avvertimento. Il messaggio è simile a quello che viene riferito qui a Medjugorje: un invito alla conversione, alla pace. Le apparizioni di Kibeho sono state riconosciute dalla Chiesa. Io direi perciò che si tratta di due località "sorelle”, sia per contesto storico che per vicinanza temporale, visto che tra le due vi è soltanto un anno di differenza. All’inizio, anche là ci sono stati evidentemente molti dubbi sulla veridicità dei veggenti e sul fatto che potessero anche inventare delle storie: alcuni di loro sono stati poi esclusi dal numero dei veggenti riconosciuti. Perciò vi invito alla pazienza, perché chiaramente più il problema è complesso, più necessita di tempo per giungere a conclusioni davvero valide».

Paolo Brosio, Mediaset Mondadori: «Mons. Hoser, io la ringrazio per quello che lei ha detto per questo luogo, che mi ha ridato la vita. Quando ho visto la sua foto sul Podbrdo, sotto la statua della Madonna, sono scoppiato a piangere dalla gioia. Ho cercato di divulgare questo in tutta Italia e, dalle prime sue interviste, ho capito cosa pensava di questo luogo benedetto. Le chiedo: da indiscrezioni trapelate in Italia, si sa che il Card. Ruini, dopo tre anni e mezzo, avrebbe terminato la Commissione Internazionale d’Inchiesta stabilendo la veridicità dei primi anni di queste apparizioni a Medjugorje. Io le chiedo: cosa pensa lei di queste conclusioni e, se lei ha letto il Dossier della Commissione Internazionale d’Inchiesta, cosa ne pensa?».

«Purtroppo io non ho letto il materiale di detta Commissione, perché non è stato pubblicato. Può essere che, dopo il mio ritorno in Vaticano, io possa avervi accesso o almeno parlare col Card. Ruini ma, per adesso, non posso dire nulla. La mia missione non consiste soltanto nell’interrogare le persone che lavorano qui, che sono responsabili o meno della situazione, ma anche nel visitare i luoghi di pellegrinaggio. Ed è precisamente questo il motivo per cui ho affrontato il non semplice cammino che porta alla statua della Santa Vergine. Si tratta di un luogo che merita la presenza di tutti, per il fatto stesso che là vi sia una statua della Santa Vergine. Lassù ho incontrato un gruppo di pellegrini polacchi ed ho rivolto loro qualche parola sul culto mariano. La stampa però poi ha cominciato subito a dire che io avevo condotto lassù un gruppo di pellegrini: non è vero».

Darko Pavičić, Večernji list: «Reverendissimo Arcivescovo, ogni volta che lei ha parlato degli eventi di Medjugorje ha fatto riferimento ad "apparizioni” e non a "presunte apparizioni”. Lei crede che qui si tratti davvero di apparizioni? Di cosa ha parlato con Ratko Perić, il Vescovo di Mostar, che non ci crede e le contesta? Grazie molte».

«Evidentemente io sospendo il mio giudizio, perché non conosco tutti i dettagli e non conosco il gigantesco lavoro fatto dalla Commissione Ruini. Se parlo di "apparizioni”, lo faccio per il semplice motivo che qui si utilizza questa espressione. Io lo dico "tra virgolette” solo che, mentre parlo, le virgolette non si possono vedere. Attendo come voi il verdetto finale di detta Commissione, e soprattutto quello del Papa, che si pronuncerà».

Ivan Pavković, Al Jazeera: «Cosa pensa davvero il Papa su Medjugorje: sulle apparizioni e su questi frutti di cui lei parla?».

«Come si dice, è una bella domanda! Io però evidentemente non so cosa ne pensi il Papa, lui non me l’ha mai detto. Dunque anche qui bisogna attendere, perché evidentemente il Papa prende in considerazione tutto il materiale riguardante le ricerche ed il lavoro svolto. Io credo, però, che anche il fatto che Medjugorje sia un luogo così importante nella prospettiva della nuova evangelizzazione avrà in qualche modo il suo peso nel giudizio finale. Non ho detto nel giudizio "ultimo”, ma "finale”».

Ines Grbić, Laudato TV: «In una dichiarazione da lei fatta nell’imminenza del suo arrivo a Medjugorje, ha detto che qui dovrà svolgere la sua missione in condizioni del tutto diverse ed in modo differente. Mi interesserebbe sapere quali siano queste "condizioni” e quale sia questo "modo”, che sono differenti dal lavoro da lei svolto finora. Lei ha anche detto che queste "apparizioni mariane” sono significativamente differenti dalle precedenti. Cos’è che in esse è specificatamente diverso?».

«Lei avrà certamente notato, Signora, la specificità di queste "apparizioni”, che direi hanno un nuovo formato rispetto a quelle del passato. Anzitutto la durata di quelle che vengono chiamale le "apparizioni di Medjugorje”, che già stanno per superare i trentasei anni. I "veggenti” di Medjugorje, per usare un’espressione che cantiamo nel Prefazio della Messa, sono "Sine fine dicentes…”, anche se è vero che, nell’agiografia di certi santi, è presente questo fenomeno, per cui essi hanno avuto apparizioni per tutta la vita. Una seconda specificità è il numero delle apparizioni: c’è chi ha contato circa quarantasettemila apparizioni individuali. Tenendo presente il fatto che ci sono sei veggenti che hanno frequenti apparizioni personali da trentasei anni, forse un tale numero potrebbe essere anche attendibile, non so. Inoltre, si tratta di "apparizioni” non legate al luogo. A Lourdes la Madonna appariva sempre nella grotta, a Fatima sopra un albero. Ma qui, stando ai veggenti, "l’apparizione” segue la persona, per cui ne hanno in casa, in viaggio, o in chiesa, eccetera. Queste sono specificità che fanno difficoltà in rapporto alla pronuncia di un giudizio».

08/04/2017 fonte: Medjugorje .hr

Sacerdote irakeno: La messa delle Palme a Karamles, nella chiesa devastata dall’Isis



Don Paolo racconta con "entusiasmo” e "commozione” la prima celebrazione eucaristica "da tre anni” nella chiesa di Mar Addai. La cittadina della piana di Ninive è stata a lungo nelle mani dello Stato islamico, che ha devastato il luogo di culto. Previste decine di pullman e mezzi privati da Erbil per partecipare alla funzione. In programma la diretta Facebook dell’evento.

 

       
Erbil (AsiaNews) - "Celebreremo la Domenica delle Palme a Karamles, una delle cittadine della piana di Ninive” occupate a lungo e devastate dallo Stato islamico (SI). La funzione si terrà "nella chiesa di Mar Addai, che abbiamo ripulito in questi giorni” (nelle foto) e "sarà trasmessa in diretta su Facebook”. È quanto racconta ad AsiaNews don Paolo Thabit Mekko, 41enne sacerdote caldeo di Mosul, che non nasconde il proprio "entusiasmo, ma anche un po’ di commozione” a pochi giorni dalla prima celebrazione nella cittadina cristiana da tre anni a questa parte. "Sarà una festa della comunità - aggiunge - che torna a riunirsi proprio alla vigilia della Pasqua. Una vera e propria risurrezione, ma anche la prima Pasqua di liberazione” da Daesh [acronimo arabo per lo SI, ex Isis].

"Dovrei concelebrare assieme al parroco di Karamles”  racconta il sacerdote caldeo. Da Erbil, prosegue, "è prevista la partenza di almeno 10 pullman, per un numero complessivo di circa 400 persone”. Si tratta di cittadini "originari proprio di Karamles, che vivono ancora oggi nei centri di accoglienza e nelle case prese in affitto” nella capitale del Kurdistan irakeno. A questi si dovrebbero aggiungere "decine di auto private e di persone che si sposteranno con mezzi propri”.

Don Paolo è responsabile del campo profughi "Occhi di Erbil”, alla periferia della capitale del Kurdistan irakeno, dove nel tempo hanno trovato rifugio centinaia di migliaia di cristiani (insieme a musulmani e yazidi) in seguito all’ascesa dello SI. La struttura ospita ancora oggi 140 famiglie, circa 700 persone in tutto, con 46 mini-appartamenti e un’area per la raccolta e la distribuzione di aiuti. A questo si sono aggiunti un asilo nido per i più piccoli, oltre che una scuola materna e una secondaria. Molti di questi profughi arrivano proprio da Karamles.

"In queste ultime settimane - afferma don Paolo - molti abitanti si recano ogni giorno nella cittadina per sistemare le loro case, per cercare di rendere di nuovo abitabile l’area, anche se al momento non è possibile prevedere una data per il rientro”. A Karamles, aggiunge, "la situazione è ancora difficile. Abbiamo circa 800 case, di cui 200 sono bruciate, poi altre 90 sono andate completamente distrutte; altre centinaia sono danneggiate a vario titolo. La distruzione è dappertutto, anche se in modo e per gradi diversi”.

Per quanto concerne la sicurezza, invece, si può affermare che ora l’area è tranquilla. "L’esercito irakeno è andato via - conferma il sacerdote caldeo - e vi sono alcuni elementi appartenenti alle milizie cristiane che restano a guardia e garantiscono la sicurezza del villaggio”. Persone, perlopiù volontari armati, che "presidiano gli ingressi” a tutela di quanti stanno ricostruendo le proprie abitazioni. Al contempo vi è un rischio, seppur minimo, di mine inesplose piantate nel terreno in periferia e per questo "bisogna essere cauti e fare attenzione”.

La chiesa di Mar Addai è situata nella parte nord della cittadina ed è il luogo di culto più grande e moderno della zona; la costruzione dell’edificio è iniziata nel 1937 e, dopo alcuni ritardi, è stata inaugurata nel 1963. "Sarà davvero una bella festa - sottolinea don Paolo - e un’emozione forte anche a livello personale. Sono tre anni che non celebro messa su quell’altare in cui sono stato ordinato”.

E anche per il villaggio stesso sarà una occasione di rinascita, come spiegherà il sacerdote durante l’omelia. "Come Cristo, anche il nostro villaggio è stato umiliato. Tuttavia, Egli sarà in mezzo a noi, Cristo sarà fra noi in questo villaggio. Dopo tanta sofferenza sarà una messa con un sapore davvero speciale. La celebrazione eucaristica sarà preceduta da una processione per le vie del villaggio, con canti e preghiere tradizionali che vengono recitati una volta all’anno proprio in questa occasione”.

A Karamles vi era inoltre l’abitudine per la Pasqua di benedire le case, i giardini, le vigne. Quest’anno, anticipa don Paolo, "riprenderemo questa antica tradizione e benediremo il villaggio con i rami dei nostri ulivi”. Fra i rifugiati ancora oggi ospitati nei centri di accoglienza e nelle case di Ankawa, sobborgo cristiano di Erbil, si vive un clima di "ansia e trepidazione” in vista della festa. "Quanto ho proposto loro - rivela il sacerdote - il proposito di celebrare la messa delle Palme nella chiesa del villaggio tutti hanno risposto con entusiasmo e partecipazione. Sarà una occasione di gioia, non di tristezza e grande sarà la festa. Stiamo inoltre valutando se effettuare altre celebrazioni della Settimana Santa al villaggio, ma finora non vi sono conferme ufficiali”.

La comunità cristiana del nord dell’Iraq vive un momento di rinnovata speranza, perché vede all’orizzonte spiragli positivi. "Ieri sono stato nella chiesa di Karamles - conclude don Paolo - con una camionetta dei pompieri, per ripulire con gli idranti le parti dell’edificio bruciate dai jihadisti (clicca qui per il filmato). Il fumo ha lasciato segni su molte parti della struttura, alcuni dei quali li abbiamo mantenuti per ricordare la tragedia vissuta. Come la croce di marmo sull’altare, bruciata”.

La mesa della Domenica delle Palme, preceduta dalla processione, inizierà fra le 9.30 e le 10 del mattino ora locale. Al termine gli abitanti si ritroveranno all’esterno dell’edificio per un momento conviviale e di festa. Ciascuna famiglia porterà con sé cibi preparati in precedenza e bevante, che verranno condivisi fra tutta la comunità.

08/04/2017 fonte: Asia News

Umbria: legge sull'omofobia, una sconfitta per tutti

di Marco Guerra

In Umbria passa la prima legge regionale italiana sull’omofobia. Un antipasto locale di quello che potrebbe essere la Scalfarotto, ferma in Senato per i dubbi sollevati persino dalla stessa maggioranza di governo. Il testo votato dal Consiglio regionale umbro lunedì sera prevede una serie di misure volte ad imporre il pensiero unico in ambito lavorativo, scolastico e sanitario. Dall’insegnamento della teoria gender nelle scuole alla promozione di eventi tesi a far conoscere il mondo gay; dall’istituzione di un osservatorio regionale che assurgerà a supremo tribunale dell’inquisizione ad iniziative tese all’inserimento lavorativo dei cittadini lgbt.  Fuori e dentro l’Aula Consiliare uno dei più strenui oppositori di questa legge è stato il consigliere dell’opposizione Sergio De Vincenzi (Lista Ricci presidente). La Nuova Bq lo ha intervistato per capire come nasce una legge liberticida. 

Consigliere De Vincenzi, lei che è stato il più strenuo oppositore della legge 15 bis come si sente all’indomani della sua approvazione? 

Una grande delusione perché la ritengo una sconfitta dell’uomo, che non è l’uomo "della famiglia” o "l’omosessuale” ma l’umanità nella sua interezza. La mia non è stata una partita contro qualcuno, chi ha voluto strumentalizzare gli omossessuali e le famiglie mettendoli l’uno contro l’altro ha fatto solo un gioco al massacro. Ne usciamo tutti più deboli. 

Perché? Si può spiegare meglio?

"Beh, ne escono perdenti anche gli omosessuali perché questa è una legge che ne attesta una diversità a fronte di una sempre riaffermata normalità e uguaglianza  di ogni essere umano che prescinde dall’orientamento sessuale. Dall’altra parte resta poi il fatto che ogni persona nasce all’interno di una famiglia, quindi le famiglie non sono in contrapposizione a questa realtà ma ne sono parte integrante, per questo non possono essere escluse o, peggio ancora, poste come soggetto passivo di un’azione legislativa tesa alla loro rieducazione. Presto o tardi pagheremo un prezzo che ancora non ci è dato conoscerlo. 

Dice che non si vedranno subito gli effetti di questo provvedimento?

Chi ha approvato queste legge ha avuto il coraggio di dire che in realtà non cambierà niente perché una legge regionale che non prevede le sanzioni della Scalfarotto. Ma quando viene messo nero su bianco il concetto di identità di genere, che è inconsistente e variabile nel tempo in quanto introduce una visione dell’uomo non attinente con la realtà, non è possibile prevederne gli esiti a medio e lungo termine.

Con alcuni emendamenti approvati sono stati limitati i danni? 

L’articolo 1 ora prevede che la legge non si applichi nella normale manifestazione delle libertà di parola e di pensiero, poi per quanto riguarda l’articolo 3 sull’istruzione non si avalla più l’indottrinamento diretto suoi giovani ma si parla di corsi rivolti a genitori e insegnati di scuole di ogni ordine e grado. 

Ma come nasce l’esigenza di una legge così liberticida?

E’ quello che ci siamo chiesti un po’ tutti, anche perché in Italia i dati dicono che non esiste un’emergenza omofobia. Le segnalazioni raccolte dall’Unar ogni anno sono nell’ordine di pochissime decine di casi, la maggior parte dei quali non sono veri e propri atti di discriminazione ma di insulti che, per carità, vanno comunque stigmatizzati. Ad ogni modo la legge è stata ferma per due anni, poi c’è stata un’improvvisa accelerazione tanto che è stata portata in aula senza coperture finanziarie. Il procedimento è stato forzato contro ogni logica e contro ogni volontà di procedere ad un confronto più approfondito tra le parti.

C’è stata qualche manina esterna che ha spinto per l’approvazione? Non sono mancate le pressioni delle associazioni lgbt…

La spinta delle associazioni lgbt è stata evidente. Solinas, il relatore della legge, rispondendo ad una mia richiesta di spiegazioni riguardo ad alcuni aspetti del provvedimento, si è rivolto verso alcuni esponenti del movimento gay che seguivano i lavori dell’aula ed ha ammesso che quei punti di cui discutevamo sono stati "loro” a volerli inserire. Anche in altre occasioni la maggioranza ha riconosciuto che la legge è stata fatta sotto dettatura.  Ma queste associazioni sono una minoranza delle minoranza,  perché molti omosessuali non si riconoscono in queste rivendicazioni.

La legge ha comunque suscitato molti contrasti tra e nelle forze politiche…

È stata una partita a favore di una frangia minima di elettori del Pd ed stata una partita all’interno dei sedicenti cattolici. Molti hanno parlato di legge di civiltà e hanno tirato in ballo il Papa per giustificare il loro voto favorevole, io ho ricordato loro che il Santo Padre ha sempre tuonato contro il gender. Anche i Cinque Stelle alla fine si sono esposti votando a favore e dimostrando la loro vera sensibilità riguardo i temi antropologici. 

Forza Italia si è astenuta e se non fosse stato per lei forse si sarebbe sfaldato anche il resto del fronte dell’opposizione (Lega e Fratelli d’Italia) che ha votato contro…

Io sono stato me stesso, mi hanno detto "tu stai facendo un figurone, hai lottato come un leone", ma per me non era una partita politica, questa battaglia l’ho fatta nel rispetto di quello in cui credo e in difesa dell’umano, non dovevo guadagnare dei voti.

Quello che è successo in Umbria può riproporsi a livello nazionale sulla Scalfarotto che prevede pene fino sei anni di detenzione?

Questo rischio c’è, ormai diversi enti locali hanno già legiferato in tal senso. Il problema è che vogliono introdurre il reato di pensiero. Io non sono più libero di dire quello che penso fuori dall’ambito politico e religioso, ad esempio potrebbe diventare discriminatorio dire ai propri figli che la relazione eterosessuale è in grado di generare la vita mentre quella omosessuale è biologicamente sterile.

Sembra quasi che la politica non accetti più di confrontarsi su questi argomenti e vieti per legge qualsiasi posizione non in linea con il pensiero unico…

Il rischio dell’imposizione del pensiero unico è reale. Con questa legge dell’Umbria si apre poi una battaglia surreale sul percepito. Perché la legge non definisce le fattispecie della discriminazione ma afferma il principio della percezione della discriminazione slegata dal fatto reale accaduto. 

Non sarà più possibile organizzare un convegno contro il gender in Umbria?

Questo non lo so, in teoria esiste sempre articolo 21 della Costituzione sulla libertà di espressione a cui è agganciata la legge ma il non aver definito le fattispecie lascia un margine molto ampio di difficile previsione. 

Come proseguirà il suo impegno per la libertà di espressione?

Siamo tutti chiamati alla responsabilità, famiglie, genitori, insegnati e gli stessi omosessuali, la maggior parte dei quali condivide una visione dell’identità sessuata che non è completamente slegata dal dato biologico. Insomma la battaglia non è persa ma non può essere portata avanti solo all’interno del palazzo. 

In ambito politico c’è un vuoto di rappresentanza dei cattolici? 

C’è un problema di cultura, non sappiamo più cos’è l’uomo. Norberto Bobbio diceva che il tema della vita non poteva essere lasciato solo alla Chiesa. Affermare un concetto indefinito di identità di genere è una sconfitta per tutti.

08/04/2017 Fonte: La nuova bussola quotidiana

Chiesa indiana: Lo yoga non serve a raggiungere il divino

Nirmala Carvalho

Il Sinodo dei vescovi di rito orientale diffonde una circolare tra i sacerdoti. Lo yoga è "una pratica utile e benefica per il corpo e la mente, ma non va confusa con la spiritualità”. Nelle scuole indiane il suo insegnamento è obbligatorio, ma spesso viene usato per "imporre lo stile di vita indù”.

 
Mumbai (AsiaNews) – "Lo yoga non è il mezzo per raggiungere il contatto con il divino, sebbene esso possa contribuire alla salute fisica e mentale”. Lo afferma la Chiesa siro-malabarese, uno dei tre riti della Chiesa cattolica indiana, in una circolare distribuita ai sacerdoti a gennaio. Nel documento il Sinodo dei vescovi di rito orientale riconosce l’importante ruolo che lo yoga occupa nella cultura indiana, ma afferma anche che esso "deve essere considerato come un esercizio fisico, una postura per concentrarsi o meditare”. Al contrario, sottolineano i vescovi, "l’esperienza della divinità non avviene tramite una particolare postura”.

Ad AsiaNews p. Paul Thelakat, ex portavoce del Sinodo, afferma: "Lo yoga indiano è un metodo accettabile e utile per la concentrazione, la meditazione e il benessere olistico del corpo e della mente. I vescovi non considerano lo yoga come una via mistica o esoterica per la vita spirituale”.

Lo yoga è una pratica di rilassamento mentale e fisico nato in India e diffuso in tutto il mondo. Esso viene abbinato ad esercizi fisici e tecniche di respirazione. Secondo la religione indù, esso è anche un percorso di ricerca spirituale tramite il quale si sperimenta il contatto con la divinità.

In India il suo insegnamento è obbligatorio nelle scuole e ogni anno, nella Giornata internazionale dello yoga (che ricorre il 21 giugno), tutto il sistema educativo si blocca per lasciare spazio a programmi, eventi e iniziative dedicate. Da tempo attivisti e intellettuali indiani affermano che l’obbligo di osservare la festa nelle scuole, costringendo gli studenti a cantare sonetti e mantra sacri indù, limita la libertà di culto delle minoranze e rappresenta una mancanza di "sensibilità” nei confronti degli alunni cristiani e musulmani.

La scorsa settimana in Tamil Nadu un pastore pentecostale è stato arrestato perché aveva criticato "l’insegnamento obbligatorio dello yoga per promuovere in modo forzato lo stile di vita indù”. Egli però aveva anche evidenziato le proprietà benefiche per la mente e per il corpo di tale pratica.

Nella circolare il card. George Alencherry, a capo del Sinodo, chiarisce la posizione della Chiesa sul tema: "Il Dio in cui crediamo è un Dio personale. Dio non è qualcuno che può essere raggiunto tramite una particolare posizione del corpo. Non è corretto pensare che l’esperienza di Dio e l’incontro personale con il Signore siano possibili attraverso lo yoga”. Inoltre il Sinodo invita i sacerdoti a "non unirsi a gruppi di preghiera e movimenti spirituali che sono contro la fede cattolica e non riconoscono gli insegnamenti ufficiali della Chiesa”.

P. Paul Thelakat aggiunge che il Sinodo "non accetta lo yoga come una scala trascendentale verso il divino. La Chiesa cattolica insegna che il modo per raggiungere la divinità è l’autopurificazione e l’unione con Dio nell’ascetismo e nella preghiera”. In quanto sacerdote cattolico, che pratica lo yoga da anni, egli ritiene che il Sinodo faccia bene "a puntualizzare l’insegnamento della Chiesa sulla spiritualità, che non ha niente a che vedere con le pratiche magiche”.

08/04/2017 fonte: Asia News

IL SANTO DEL GIORNO 08/02/2017 Santa Giuseppina Bakhita Vergine



Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro il 1° 2000 fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

"La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un subborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei... Vivevo pienamente felice…

Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, "Se gridi, sei morta, avanti seguici!””.

Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: "Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.

Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami.  Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

"Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”. Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora "osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice.

Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). "Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale  "mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera”.

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita.

Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. "Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo "Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di  Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: "Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di "cioccolato”,  che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947),  sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto.

Aveva detto: "Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

La Chiesa la ricorda l'8 febbraio mentre nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 9 febbraio.
 


Una rosa unisce Civitavecchia a Medjugorje
di Riccardo Caniato
La grotta dei Gregori a Civitavecchia

Il 2 febbraio, festa della Candelora e della Purificazione della Madonna e della Presentazione di Gesù al tempio, dedicata e cara per queste ragioni a tutti i Consacrati, si celebra anche l’anniversario dell’evento straordinario della lacrimazione della Madonnina a Pantano di Civitavecchia, che pianse sangue nel 1995.

La famiglia Gregori, proprietaria della statua della Vergine, rivive questo momento partecipando alla processione con la Messa notturna che dal centro della città si snoda in preghiera fino alla loro parrocchia di Sant’Agostino – oggi santuario della Madonna delle Lacrime che custodisce il sacro simulacro – e aprendo nella giornata del 2 il giardino di casa a tutti coloro, pellegrini o semplici curiosi, che desiderino raccogliersi presso la grotta dove si è verificato questo fatto scientificamente inspiegabile.

In questa grotticella di pietra, fin dal 1995, dal momento in cui la Madonnina insanguinata fu data in custodia alla Chiesa, nella persona dell’allora vescovo Girolamo Grillo, che la intronò successivamente nella chiesetta sunnominata, si venera una copia identica che fu fatta dono alla famiglia dal cardinale polacco Andrzej Maria Deskur a nome del Papa al tempo regnante, Giovanni Paolo II, oggi santo.

Ebbene questa seconda Madonnina si contraddistinse subito per un altro fenomeno di carattere straordinario, dal momento che in alcune festività della Chiesa o in presenza di persone che si raccolgono in preghiera trasuda un olio che, analizzato, è risultato composto da una miriade di essenze naturali diverse, ma che produce un particolare e intenso profumo di rose, con coinvolgimento della natura circostante: dell’edera, delle rocce della grotta, ma talvolta anche degli alberi circostanti.

Perché il profumo di rose? Perché a Civitavecchia, come non tutti, ma molti ormai cominciano a sapere, la Madonna è anche apparsa, proprio alla famiglia Gregori e, in particolare a Jessica e a suo papà Fabio, presentandosi come Madre e Regina della Chiesa e della Famiglia e, con sguardo alla Rosa Mistica, come «Madonna delle Rose». Negli anni 1995 e 1996, comunicando oltre novanta messaggi, ha messo in guardia dalla crisi di fede che avrebbe minato l’unità della Chiesa e della Famiglia cristiana, con conseguenze potenziali molto gravi per l’umanità che incorre nel rischio di una nuova guerra mondiale con interessamento di armamenti nucleari. Ma di questo ho scritto altre volte.

Ciò che mi preme raccontare ora è che a Fabio Gregori la Vergine stessa ha spiegato che la rosa è il «fiore di Cristo»: rosso è il sangue versato sulla Croce, mentre i petali raccolti attorno al nucleo rappresentano la Chiesa, il popolo di Dio stretti intorno a Gesù Salvatore, sempre presente nell’Eucaristia e negli altri Sacramenti, ma pronti ad aprirsi a 360° per portare a tutti la nuova Alleanza.

Di questo profumo di rose sono stato testimone più volte con mia moglie e i miei figli. Ma anche di questo segno ricevuto, di cui ringrazio il Signore, ho raccontato altrove.

Ciò che mi colpisce ora è che proprio lo scorso 2 febbraio, in un altro luogo di apparizioni, mediaticamente più noto, la Madonna sembrerebbe aver voluto dare, con il suo stile delicato, una traccia certa della sua venuta e presenza – parole sue – a Civitavecchia.

Nel messaggio mensile a Mirjana Dragi?evi?-Soldo, una dei sei veggenti di Medjugorje, la Madonna, l’altro giorno ha, infatti, detto così: «Cari figli, voi che cercate ogni giorno della vostra vita di offrirvi a mio Figlio, voi che cercate di vivere con Lui, voi che pregate e vi sacrificate, voi siete la speranza in questo mondo inquieto, voi siete i raggi della luce di mio Figlio, il Vangelo vivo, voi siete i miei cari apostoli dell’amore. Mio Figlio è con voi, Lui è con coloro che pensano a Lui, coloro che pregano, ma allo stesso modo Lui, con pazienza, aspetta coloro che non lo conoscono. Perciò voi, apostoli del mio amore, pregate con cuore, mostrate con le opere l’amore di mio Figlio. Questa è l’unica speranza per voi, questa è l’unica via verso la vita eterna. Io come Madre sono qui con voi. Le vostre preghiere rivolte a me sono le più belle rose d’amore per me: non posso non essere lì dove sento il profumo delle rose. La speranza c’è. Vi ringrazio».

«Non posso non essere lì dove sento il profumo delle rose». Questa frase mi suggerisce alcune riflessioni in ordine sparso: 1. A Medjugorje la Madonna ha rivelato che Lei è sempre presente dove c’è Cristo, quindi, davanti a ogni Tabernacolo, ma anche dove si invoca e si prega suo Figlio con la fede e con il cuore...; 2. La Madonna non può non essere dove sente il profumo di rose, perché il profumo di rose è il profumo indicatore della presenza di Cristo;  3. Di tanti santi mistici – il caso più eclatante è quello di padre Pio – si dice che emanino un profumo di rose, esattamente come la seconda statua della Madonna di Civitavecchia custodita in casa dai Gregori... 4. Ma se la rosa è, come è stato spiegato a Fabio e ora viene confermato da Mirjana, il fiore che simboleggia Cristo, ecco che anche i santi, la Madonnina di Civitavecchia e il giardino e la casa dei Gregori (che rappresentano tutte le case e le famiglie cristiane) divengono segni della presenza oggettiva di Cristo, e pertanto di sua Madre, fra noi. Del resto non è forse Vangelo che «là dove due o più sono riuniti nel mio nome...»?

Non so quanti lo ricordano: ma entrambe le statue della Madonna di Civitavecchia provengono da Medjugorje e raffigurano la Regina della Pace, così come Ella si è presentata in Erzegovina. Questa trama misteriosa che lega questi due luoghi visitati dal Divino trova a mio giudizio in questo messaggio un altro punto di contatto. E suona come l’ennesimo richiamo a quanti lasciano cadere questi partecipi appelli materni o si perdono in disquisizioni che non centrano il cuore di queste grandi iniziative di Maria nel nostro tempo, come Lei stessa ha evidenziato, con dolore, nel messaggio dato a Civitavecchia il 26 agosto 1995: «Figli cari piango perché vi sto parlando in ogni parte del mondo, dandovi segni straordinari, ma voi non mi ascoltate. Mi sto presentando a voi in ogni forma, ma voi non mi accettate con vero amore nei vostri cuori».

In ogni sua apparizione la Madonna ha un progetto preciso per quel luogo, per quelle persone a cui si rivolge in quel dato contesto e in quel dato tempo, ma in definitiva è sempre Lei, la stessa persona che, inviata dall’Alto, si accolla la fatica di venirci a ridestare dal sonno quando non dall’odio in cui ci trasciniamo. E, seppure con accenti diversi, il fine è sempre lo stesso: ricordarci che siamo figli del Padre celeste e, incoraggiandoci a chiedere perdono per tutte le mancanze, ripartire con buoni propositi, camminando nella presenza trinitaria di Dio verso la sua, nostra Casa.

A questo stile di vita appartengono gli «apostoli dell’amore» da Lei formati, di cui la Madonna parla nel messaggio a Mirjana. Questo ritratto di uomini e donne che con pazienza si rendono speranza e luce in un mondo inquieto e sempre più oscuro calza perfettamente per descrivere la bontà e l’atteggiamento accogliente e aperto che la famiglia di Pantano ha mostrato e mostra verso quanti bussano alla sua porta. E poco importa se tanti che hanno bussato, l’hanno denigrata, maltrattata, usata, tradita, non creduta... La sua speranza e il suo profumo non sono di questo mondo.

08/02/2017 fonte: La nuova bussola quotidiana

Sanremo violenta l'innocenza dei bambini

di Benedetta Frigerio

Cosa c’entra la musica italiana con una sfilata di gente che si è comprata i figli affittando gli uteri da cui sono stati strappati? E cosa ci fa sul palco dell’Ariston Diletta Leotta, la giornalista diventata famosa non tanto per le sue performance professionali ma piuttosto per quelle pornografiche girate in rete a sua insaputa? E perché lanciare una campagna contro il bullismo, anziché concentrarsi sugli astri nascenti della canzone? Ma soprattutto come motivare il lancio di un film che giustifica il divorzio e l’egoismo degli adulti? Propaganda, propaganda, propaganda. Non serve la dietrologia, e c'è poco da essere fissati con il gender, per riconoscere che la riposta può essere solo questa. Perché ormai ciò che importa al palcoscenico della musica nostrana è tutto tranne che la musica, appunto. 

E’ evidente da qualche anno ormai che il Festival di Sanremo funge da acceleratore al potere che, mirando a fare dell'uomo una sua marionetta, culla l’edonismo istintivo e ribelle dal limite e dalla dipendenza dal suo Creatore. Ad accorgersi, alla vigilia di questa edizione, e ad opporsi ad un'asticella ormai superata da tempo, sono state le Sentinelle in Piedi (Sip) che sabato prossimo alle 15 veglieranno in protesta (in Corso Imperatrice), data la partecipazione in chiave promozionale di Ricky Martin (vive con un uomo che si illude di poter "sposare”, con dei bambini pagati profumatamente e strappati dal seno e dall’utero materni e ha annunciato di volerne altri così). 

Ma ad aggiungersi alle star arcobaleno ci sarà anche il cantante Tiziano Ferro, che si è messo a promuove lo sfruttamento dei grembi femminili usando la tattica vittimista della discriminazione di chi non permette a un uomo come lui di farsi un figlio da solo (se la prenda con la natura, piuttosto). Insomma, dai nastrini arcobaleno dell’edizione 2016, sventolati da vip e cantanti prima dell’approvazione della legge sulle "unioni civili”, si passa allo spot delle adozioni e compravendite umane Lgbt. Poco importa se la pratica dell’utero in affitto sia illegale in Italia e quindi la sua pubblicizzazione punita dalla legge 40/2004 (reclusione fino a due anni e multa fino a 1 milione di euro), perché al potere individualista e omosessualista, che ha comprato anche i media, tutto è permesso.

Ricordando che l’anno scorso avevano sfilato sul palcoscenico anche Nicole Kidman ed Elton John (altre due icone dell'utero in affitto), oltre che Thomas Neuwirth, uomo vestito da donna che si definisce trans facendosi chiamare Concita Wirst, le Sip hanno quindi giustamente domandato se voi "chiamereste in casa vostra un trafficante di esseri umani? Fareste accomodare sul divano una persona che ha stipulato un contratto per comprare un bambino? Sareste disposti a pagare per farvi un caffè con un uomo che ha commesso un reato e non solo non è pentito, ma si prepara a rifarlo?”. Non è mancata la risposta del padrone di casa Carlo Conti (affiancato da Maria De Filippi reduce dal nuovo format Lgbt di Uomini e Donne) che ha risposto alle Sip che  il loro è "un refrain già sentito l'anno scorso con gli strali contro Elton John e Nicole Kidman. Ma il palco dell'Ariston è per tutti”. 

Per tutti sì, meno che per quelli che non hanno voce giustamente o che non la sanno ancora usare. Come i neonati prodotti in laboratorio da sperma e ovociti di uomini e donne che magari non conosceranno mai e cresciuti dentro grembi a cui verranno violentemente sottratti. O come i figli del divorzio i cui dolori sono minimizzati dal film di Antonio Albanese "Mamma o Papà?”, che verrà presentato a Sanremo per raccontare come normale la vicenda di due genitori in lotta per non ottenere l’affido dei bambini e così farsi i fatti loro. Perché, diciamocelo, anche la campagna per il bullismo, che mira a normalizzare le pulsioni omoerotiche, a tutto servirà ma non a difendere i piccoli indifesi. Ed è proprio qui che crolla l’illusione dell’autosufficienza, che si trasformarla in schiavitù aprendo scenari disumani. Quelli che presto ci ritroveremo a canticchiare senza accorgercene con Gigi D’Alessio che descriverà dolcemente l'inferno di un uomo senza limiti, riassumendo perfettamente la propaganda in atto: "Adesso un fiore nasce pure senza sole. Un figlio può arrivare anche senza fare l’amore. Chi è pronto per morire non ha la croce al muro. Che c’è una porta aperta sopra il mare per chi da guerre cerca di fuggire”.

Tutto questo ovviamente avverrà, come fa notare il Popolo della Famiglia (sarà presente a Sanremo con un presidio dalle 19 alle 21 di giovedì e venerdì in via Escoffier) con "16 milioni di euro presi dai soldi delle famiglie italiane”. Eppure tutto tace perché è più comodo accettare supinamente di contribuire di tasca propria a questa carneficina dell’innocenza. "E’ accettabile tutto questo?”, domandano le Sip. Bisogna chiederselo, perché un giorno ce ne sarà chiesto conto: "Un giorno questi bambini ci chiederanno dove eravamo mentre loro, piccini, venivano strappati alla mamma e trattati come un oggetto. Quindi chiediamo agli italiani: sarete pronti a rispondere a questa domanda?”

 08/02/2017 fonte: La nuova bussola quotidiana

Papa: la Quaresima tempo di conversione, invita ad ascoltare con assiduità la Parola di Dio
VATICANO

Nel Messaggio per la Quaresima 2017, Francesco commentando la parabola dell'uomo ricco e del povero Lazzaro afferma che quest’ultimo "ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore”. "Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi.

 
Città del Vaticano  – La Quaresima, "tempo favorevole per rinnovarsi nell'incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo”, sia un vero cammino di conversione, "per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi”. E’ l’invito espresso da papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2017, reso pubblico oggi.

"La Quaresima – scrive il Papa - è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l'elemosina. Alla base di tutto c'è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità”. In proposito, il documento concentra l’attenzione sulla parabola dell'uomo ricco e del povero Lazzaro. Dei due personaggi, evidenzia Francesco, è il povero che viene descritto più dettagliatamente: "si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l'uomo degradato e umiliato”. Ma se ne conosce il nome.

Il riccco, invece, è solo "il ricco”: di lui si dice che indossa abiti "di un lusso esagerato” e che "ogni giorno si dava a lauti banchetti”. "In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l'amore per il denaro, la vanità e la superbia”. "La parabola ci mostra poi che la cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l'apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell'esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62). Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L'uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l'uomo corrotto dall'amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell'attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione”.

Lazzaro, invece, "ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all'altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto. La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore. La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell'uomo ricco”.

"Il Vangelo del ricco e del povero Lazzaro ci aiuta a prepararci bene alla Pasqua che si avvicina. La liturgia del Mercoledì delle Ceneri ci invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai». Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell'aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7)”.

"Solo tra i tormenti dell'aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po' di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell'aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene. La parabola si protrae e così presenta un messaggio per tutti i cristiani. Infatti il ricco, che ha dei fratelli ancora in vita, chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per ammonirli; ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro» (v. 29). E di fronte all'obiezione del ricco, aggiunge: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31). In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello”.

La Quaresima, conclude il messaggio, "è il tempo favorevole per rinnovarsi nell'incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo. Il Signore - che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto ha vinto gli inganni del Tentatore - ci indica il cammino da seguire. Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi. Incoraggio tutti i fedeli ad esprimere questo rinnovamento spirituale anche partecipando alle Campagne di Quaresima che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per far crescere la cultura dell'incontro nell'unica famiglia umana. Preghiamo gli uni per gli altri affinché, partecipi della vittoria di Cristo, sappiamo aprire le nostre porte al debole e al povero. Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua”.
08/02/2017 fonte: Asia News

Il racconto. «Stavo già per essere abortito... Invece sono qui grazie a un film»

Lucia Bellaspiga
«Una verità che purtroppo un giorno mi è sbattuta sulla faccia». Oggi Luca accoglie 70 persone fragili, tra cui 32 donne che volevano abortire: «Sono nati 32 bambini»
«Stavo già per essere abortito... Invece sono qui grazie a un film»
Se sua madre quella sera non fosse andata al cinema, o se in cartellone ci fosse stato un qualsiasi altro film, Luca Mattei oggi non sarebbe vivo. E nessuno (eccetto forse lei) lo piangerebbe morto: non sarebbe neanche nato. Venuto al mondo per il rotto della cuffia, Luca era già pronto in rampa di lancio per essere abortito, uno dei 100mila desaparecidos che ogni anno in Italia spariscono in silenzio. La storia è sempre quella: un uomo che volta le spalle, una donna sola, la maternità vista come un peso impossibile, l’illegalità di chi per legge (la 194) dovrebbe garantirle ogni supporto e invece emette un frettoloso certificato di morte. «Mio padre se ne andò di casa appena seppe che mia madre mi aspettava – racconta Luca, nato in Piemonte 35 anni fa –, così io crebbi senza di lui e a 7/8 anni cominciai a sentirne forte la mancanza. Notavo che con mia sorella maggiore, che lo aveva avuto in casa fino a 5 anni, per lo meno aveva un rapporto, con me nulla, il che mi rendeva un bambino molto triste, anche se mia madre invece mi ricolmava di attenzioni.

Con l’adolescenza la mancanza del padre fece crescere in me una rabbia ingestibile, che scaricavo contro l’innocente mia madre, non le parlavo, ero aggressivo. Il motivo era che non sapevo più chi fossi io, senza quel punto di riferimento...». A preservarlo da droga e alcol sono stati lo sport e il desiderio di non veder piangere sua madre: «Giocavo a calcio e questo mi ha salvato, sfogavo tutto lì, e poi vedevo l’estrema sofferenza con cui mia mamma discuteva con mia sorella quando lei difendeva in lacrime quel padre che tanto le mancava, e io non volevo aggiungere strazio a strazio».

Finché un giorno di 20 anni fa lei non seppe più trattenere quella verità covata a lungo: «Fosse stato per tuo padre tu oggi non saresti qui!», gli sbatté in faccia in un momento di disperazione. Parole capaci di mordere il cuore. Che Luca ormai perdona ma che allora rischiarono di ucciderlo. «Sbagliò, non puoi scaricare su un ragazzino un rancore trattenuto per anni, ma oggi che vivo accanto ai bisognosi ho imparato a guardare tutto con gli occhi della misericordia e la comprendo. Certo fu atroce... ». Quel giorno Luca apprese tutto d’un fiato che «nemmeno per un secondo ero stato desiderato», di tutto era frutto fuorché dell’amore: nato da un rapporto occasionale e distratto, quando i genitori si stavano già lasciando, era pure figlio di un errore, «il preservativo si è rotto, così sei nato», gli disse la madre. Poi il rifiuto del padre, «abortiscilo, cara mia, tanto io me ne vado».

Per paradosso azzerare quel bambino per cancellare ogni traccia di un amore mutato in odio diventava l’unico punto di accordo tra i due. Se non che la sera prima di abortire (è il 1980) Anna entra in un cinema. «Adoro questa cosa», si illumina il giovane a questo punto del racconto. Proiettavano un film che in Italia s’intitolava Luca bambino mio e nell’originale spagnolo Il Cristo nell’oceano, la storia di un bimbo che perde entrambi i genitori e vive con uno zio alcolista. «Un giorno nel mare trova un crocifisso portato dalle onde e lo nasconde in cantina – riassume Luca – e questo Cristo gli parla di amore, gli fa scoprire che la vita è bella. È lì che mia madre ha avuto l’intuizione: se un bambino può essere felice senza genitori, io che almeno una mamma l’avrei avuta perché non potevo nascere? È uscita da quel cinema determinata a salvarmi e a chiamarmi come lui».

Luca è nato la Domenica delle Palme ed è stato la resurrezione di Anna. Dieci anni fa ha cercato quel film e se lo è divorato scena per scena, ma da solo, «mi vergognavo di vederlo con lei e mostrarle i miei sentimenti... ». A dissipare pian piano quella rabbia che dentro lo divorava sono stato i suoi amici, i disabili, quelli con cui oggi vive in una struttura in cui accoglie settanta persone: «Grazie a mia madre, che pure agnostica aveva uno spiccato senso del sociale, ho iniziato a frequentarli a 16 anni e sono cresciuto alla loro scuola, non mi stancherò mai di dirlo – spiega –. Mi direte: cos’hai da imparare da un disabile? Sei tu che lo lavi, che lo vesti...

Mi hanno insegnato uno sguardo di stupore sulla vita. Io a 16 anni già non mi meravigliavo più di niente, invece li osservavo e loro erano felici con poco. Quanto erano fortunati!». Se fino a quel momento la consapevolezza di essere un aborto sopravvissuto gli scorreva sottopelle, adesso tutto cambiava: «Finché ero centrato su me stesso la mia vita non mi piaceva e che io fossi nato oppure no mi pareva ininfluente, ma con gli amici ho trovato il sale nella mia vita e ho capito che esserci, al mondo, o non esserci non sarebbe stata la stessa cosa. Ho un debito con loro, mi hanno donato lo stupore senza bisogno di stupefacenti ». In dieci anni nella sua struttura sono passate anche 32 donne incinte, soprattutto ex schiave prostitute, convinte di dover abortire. Invece sono nati 32 bambini.

08/02/2017 fonte Avvenire

IL SANTO DEL GIORNO 02/11/2016 Commemorazione dei fedeli defunti


La commemorazione dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario, nel secolo IX, poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei santi che erano già in cielo. E’ solo con l’abate benedettino sant’Odilone di Cluny che questa data del 2 novembre fu dedicata alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, per i quali già sant’Agostino lodava la consuetudine di pregare anche al di fuori dei loro anniversari, proprio perché non fossero trascurati quelli senza suffragio. La Chiesa è stata sempre particolarmente fedele al ricordo dei defunti. Nella professione di fede del cristiano noi affermiamo: "Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi…”. Per "comunione dei santi” la Chiesa intende l’insieme e la vita d’assieme di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio. In questa vita d’assieme la Chiesa vede e vuole il fluire della grazia, lo scambio dell’aiuto reciproco, l’unità della fede, la realizzazione dell’amore. Dalla comunione dei santi nasce l’interscambio di aiuto reciproco tra i credenti in cammino sulla terra i i credenti viventi nell’aldilà, sia nel Purgatorio che nel Paradiso. La Chiesa, inoltre, in nome della stessa figliolanza  di Dio e, quindi, fratellanza in Gesù Cristo, favorisce questi rapporti e stabilisce anche dei momenti forti durante l’anno liturgico e nei riti religiosi quotidiani.
Il 2 Novembre è il giorno che la Chiesa dedica alla commemorazione dei defunti, che dal popolo viene chiamato semplicemente anche "festa dei defunti”. Ma anche nella messa quotidiana, sempre riserva un piccolo spazio, detto "memento, Domine…”, che vuol dire "ricordati, Signore…” e propone preghiere universali di suffragio alle anime di tutti i defunti in Purgatorio. La Chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i  morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per questo possiamo dire che l’amore materno della Chiesa è più forte della morte. La Chiesa, inoltre, sa che "non entrerà in essa nulla di impuro”.
Nessuno può entrare nella visione e nel godimento di Dio, se al momento della morte, non ha raggiunto la perfezione nell’amore. Per particolari pratiche, inoltre, come le preghiere e le buone opere, la Chiesa offre lo splendido dono delle indulgenze, parziali o plenarie, che possono essere offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Una indulgenza parziale o plenaria offre alla persona interessata una parziale o plenaria riduzione delle pene, dovute ai suoi peccati, che sono già stati perdonati. Tale riduzione può essere fruita anche dai defunti, i quali possono essere liberati dalle loro pene parzialmente o totalmente. La commemorazione dei defunti ebbe origine in Francia all’inizio del decimo secolo.
Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone.
Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la "festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. Da allora quel giorno rappresenta per tutti una sosta nella vita per ricordare con una certa nostalgia il passato, vissuto con i nostri cari che il tempo e la morte han portato via, il bene che coloro che ci hanno preceduti sulla terra hanno lasciato all’umanità, e il loro contributo all’aumento della fede, della speranza, della carità e della grazia nella chiesa. Il 2 Novembre, poi, ci riporta alla realtà delle cose richiamando la nostra attenzione sulla caducità della vita. Questo pensiero richiama il fluire del tempo intorno a noi e in noi.
Ci accorgiamo facilmente della trasformazione e del cambiamento del mondo a noi circostante: vediamo con indifferenza il passaggio delle cose e delle persone quando queste scivolano lentamente davanti a noi o non fanno rumore o non portano dolori e dispiaceri. Ogni passaggio, ogni spostamento comporta l’impiego del tempo, dice la dinamica della fisica.  Che non è come quello del martello o di un qualsiasi strumento: dopo l’uso può essere ancora utilizzato. Il tempo no. Il tempo va via per sempre. Non ritornerà mai più. Resta il frutto maturato in quel tempo: quel che abbiamo seminiamo in quel tempo produce frutto. Se si è seminato vento si raccoglierà tempesta, recita il proverbio antico.
Quel che viviamo è altro, non quello di prima. Con maggiore indifferenza non notiamo il fluire del tempo in noi. Il nostro "io” si erge in noi come persona fuori dal mondo e, quindi, estranea al mutare delle cose e al susseguirsi delle stagioni.
Il nostro "io” è l’essere pensante che fa vivere e muovere le cose, che gioca con il giorno e con la notte e spinge le lancette dell’orologio e dona emozioni nella gioia e nel dolore. Questo dicono alcuni filosofi che hanno il culto dell’Idea e che per questo si chiamano idealisti. Ma poi l’io aggiorna le idee e si adegua ai nuovi pensieri e scopre il fluire del tempo in sé. L’io eterno entra nel tempo, si fa per dire, e avverte il suo logorio.
Il presente appare provvisorio, tanto provvisorio da non contare, da "non essere” in sé: conclusione o epilogo di ieri, anticipo o prologo del domani. Tutta passa. Giorno dopo giorno il tempo va via. Passo dopo passo il cammino si affatica sempre più. Atto dopo atto il logorio delle forze fisiche che invecchiano  si fa sempre più sentire. Passano le gioie e passano pure i dolori. Poi passeremo anche noi; e finiranno su questa terra anche i nostri giorni. Il richiamo alla realtà della nostra morte ci invita, pure, a dare importanza alle cose essenziali, ai valori perenni e universali, che elevano lo spirito e resistono al tempo. "Accumulate un tesoro nel cielo, dove né tignuola e né ladro possono arrivare”, consiglia Gesù Cristo ai suoi discepoli.
Se tutto passa, l’amore di Dio resta. Il pensiero ritorna a noi. La certezza della morte deve farci riflettere, affinché possiamo essere pronti all’incontro con essa senza alcuna paura. Sarebbe un grande errore dire: "Mi darò a Dio quando sarò vecchio”, ed aspettare di cambiare i nostri cuori al momento della morte. Così come nessuno diventa all’improvviso cattivo, allo stesso modo nessuno diventa in un attimo buono.
E ricorda che la morte può arrivare senza alcun preannunzio, improvvisamente. Si dice che la morte sia spaventosa: ma non è tanto la morte in sé a terrorizzarci, quanto piuttosto l’atto del morire ed il giudizio susseguente di dannazione o di salvezza eterna.
E’, infatti, il terrore di un attimo e non dell’eternità a spaventarci. Dunque sorgono molte domande: come sarà quel momento? Quanto durerà? Chi mi assisterà? Sarò solo? Dove sarò? In casa, per strada, al lavoro, mentre prego o sono distratto in altre faccende? Quando mi sorprenderà? Il pensiero di trovarsi soli, faccia a faccia con la morte, vittima ed esecutore, può produrre disagio e paura mentre si è in vita. Eppure per i veri cristiani non dovrebbe essere così.
La vita è un cammino che comporta il passaggio da una condizione all’altra, si passa dall’infanzia alla fanciullezza, dalla fanciullezza alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia e dalla vecchiaia all’eternità attraverso la morte. Per questo, vista nella luce di Dio la morte diventa o dovrebbe diventare un dolce incontro, non un precipitare nel nulla, ma il contemporaneo chiudersi e aprirsi di una porta: la terra e il cielo si incontrano su quella porta. Del resto il pensiero della morte ritorna ogni volta che ci rivolgiamo alla Madonna con la preghiera del Rosario: "Santa Maria, madre di Dio prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”. Si è detto che la morte sia la prova più dura della vita, ma non è vero.
E’ l’unica cosa che tutti sanno di dovere affrontare! Il giovane e il vecchio centenario, l’intelligente e l’idiota, il santo ed il peccatore, il papa e l’ateo. Come passiamo dall’infanzia alla giovinezza, dalla giovinezza alla maturità e poi alla vecchiaia, così si passa dalla vita alla morte. Vista nella luce di Dio la morte diventa un dolce incontro, non un tramonto, ma una bellissima alba annunciatrice della vita eterna con Dio insieme agli angeli e ai santi che ci hanno preceduto in terra.

Il Papa cambia sui migranti: accoglienza sì, ma regolata. E sulle donne prete: non se ne parla

di Lorenzo Bertocchi

«Sull’ordinazione delle donne l’ultima parola, chiara, è stata quella di San Giovanni Paolo II, e questa rimane». Così ha risposto Papa Francesco alla domanda sulla possibilità di ordinare donne prete che gli è stata posta nella consueta conferenza stampa sull'aereo di ritorno dal viaggio apostolico in Svezia. E sull'accoglienza dei migranti ha parlato di prudenza per una autentica integrazione.

La seconda giornata in terra scandinava, dopo quella interamente dedicata alla Commemorazione comune di cattolici e luterani a 500 anni della Riforma, si era aperta con la S. Messa celebrata dal Papa allo stadio di Malmo (clicca qui per l'omelia), dove, tra l'altro, Francesco ha ricordato che «i Santi ottengono dei cambiamenti grazie alla mitezza del cuore». 

NO AL SACERDOZIO FEMMINILE

Alla domanda se fosse realistico pensare all'ordinazione delle donne prete nella Chiesa Cattolica, Papa Francesco ha risosto chiaramente: «Sulle donne prete l'ultima parola è chiara e l'ha data Giovanni Paolo II e questa rimane. Leggiamo bene la dichiarazione di Wojtyla». Il riferimento è alla posizione espressa da san Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis del 1994. «...Al fine di togliere ogni dubbio», si legge in quella Lettera, «su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».

«Per sempre mai donne prete?», ha insistito il giornalista rivolgendosi a Francesco. «Se rilegge bene la dichiarazione di san Giovanni Paolo II», ha risposto, «va in questa linea». Poi ha ribadito un concetto a lui molto caro, ossia che non esiste la Chiesa senza la dimensione femminile, una dimensione che va intesa guardando a Maria. «Le donne - ha detto papa Francesco» possono fare tante cose meglio degli uomini e anche nel campo dogmatico. Per chiarire: nella ecclesiologia cattolica ci sono due dimensioni: una petrina (degli apostoli Pietro e del collegio, che è la pastorale dei vescovi) e una mariana (la dimensione femminile della Chiesa). E questo l'ho detto qui più di una volta: chi è più importante nella teologia e nella mistica della Chiesa il giorno di pentecoste, gli apostoli o Maria? È Maria. La Chiesa è donna. È "la" Chiesa non "il" Chiesa. La Chiesa sposa Gesù Cristo. È il mistero dello sposalizio.

MIGRANTI: ACCOGLIERE CON PRUDENZA PER INTEGRARE 

Con riferimento alla situazione della Svezia, ma non solo, il Papa ha risposto a una domanda del giornalista Elin Swedenmark sul tema dei rifugiati e della paura dell'accoglienza. «Si deve distinguere», ha detto il Papa, «tra migrante e rifugiato. Il migrante dev’essere trattato con certe regole perché migrare è un diritto ma è un diritto molto regolato. Invece, essere rifugiato viene da una situazione di guerra, di angoscia, di fame, di una situazione terribile e lo status di rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro. (…) Non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché non solo a un rifugiato lo si deve ricevere, ma lo si deve integrare. (…) Non è umano chiudere le porte, chiudere il cuore. Alla lunga questo si paga politicamente. Come anche si può pagare politicamente una imprudenza nei calcoli, nel ricevere di più di quelli che si possono integrare. (...) Se un immigrato non è integrato si ghettizza e una cultura che non si sviluppa in un rapporto entra in conflitto con un'altra cultura e questo è pericoloso. (...) Io credo che il più cattivo consigliere per i Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura, e il miglior consigliere sia la prudenza».

LA SECOLARIZZAZIONE: L'UOMO CHE SI SENTE DIO

«...Nella secolarizzazione io credo che prima o poi si arriva al peccato contro il Dio creatore. L’uomo sufficiente… Non è un problema di laicità perché ci vuole una sana laicità, che è l’autonomia delle cose, l’autonomia sana delle cose, l’autonomia sana delle scienze, del pensiero, della politica, ci vuole una sana laicità. No, un’altra cosa è un laicismo come quello che ci ha lasciato in eredità l’illuminismo. Ma io credo che [nella secolarizzazione, nda] sono queste due cose: un po’ la sufficienza dell’uomo creatore di cultura ma che va oltre i limiti e si sente Dio, e anche una debolezza nell’evangelizzazione, diventa tiepida e i cristiani sono tiepidi». 

L'INCONTRO CON IL PRESIDENTE MADURO

«...il Presidente del Venezuela ha chiesto un colloquio e un appuntamento (…) Quando un Presidente chiede, lo si riceve, per di più era a Roma, in scalo. L’ho ascoltato mezz’ora, io gli ho fatto qualche domanda e ho sentito il suo parere. E’ sempre buono sentire tutte le anime. Il dialogo è l’unica strada per tutti i conflitti, eh? Per tutti i conflitti! O si dialoga o si grida. Io col cuore ce la metto tutta sul dialogo e credo che si debba andare su quella strada. Non so come finirà, non so perché è molto complesso, ma la gente che è nel dialogo è gente di statura politica importante: Zapatero, che è stato due volte presidente del governo della Spagna, e quell’altro, Restrepo, hanno chiesto alla Santa Sede di essere presenti nel dialogo, ambedue le parti. E la Santa Sede ha designato il nunzio in Argentina, mons. Tscherrig, al tavolo del negoziato. Ma il dialogo che favorisce il negoziato è l’unica strada per uscire dai conflitti, non ce n’è un’altra… Se il Medio Oriente facesse questo, quante vite sarebbero state risparmiate!»

02/11/2016 fonte:La nuova bussola quotidiana

Fuggito dall'Isis, ucciso dagli sciiti Morte di un cristiano

di Giorgio Bernardelli

Veniva dalla città di Qaraqosh. Ovvero proprio da uno dei centri cristiani della Piana di Ninive appena liberati dall'Isis nell'offensiva che l'esercito iracheno e i peshmerga curdi stanno portando avanti per la riconquista di Mosul.

Anche Nazar Elias Al-Qas-Musa, siro-cattolico di 47 anni, sposato e padre di cinque figli, l'aveva lasciata nell'estate di due anni fa, quando i jihadisti erano arrivati a Qaraqosh imponendo ai cristiani locali la scelta tra partire in fretta lasciando tutto dietro di sé oppure morire. Solo che lui - a differenza della maggioranza degli altri esuli della Piana di Ninive - non aveva preso la direzione nord-est, verso Erbil e la regione del Kurdistan. Con la sua famiglia aveva scelto di trasferirsi a sud, nell'area irachena a maggioranza sciita: era andato a Bassora, la grande città portuale che è anche il centro dell'industria petrolifera irachena; e qui aveva provato a ricostruirsi una vita aprendo un piccolo negozio di alimentari. Non aveva però fatto i conti con gli altri fondamentalisti, quelli sciiti, che l'altra sera l'hanno ucciso a sangue freddo sulla pubblica via. La sua colpa? Tra gli articoli che vendeva c'erano anche gli alcolici.

Nazar Elias è diventato così la prima vittima della legge che vieta la vendita, l'importazione e la produzione di alcolici in Iraq, fatta approvare sabato scorso con un colpo di mano al Parlamento di Baghdad. Una mossa sponsorizzata dai movimenti sciiti radicali proprio nel momento in cui il Paese vive il delicatissimo momento della campagna per la liberazione di Mosul. A dire il vero la contestata legge prevederebbe come pena multe fino a 25 milioni di dinari iracheni (circa 20 mila euro); ma oggi a Bassora c'è chi non va troppo per il sottile sull'argomento. «Sembra che per qualcuno la radice della crisi irachena sia proprio l'alcol, evidentemente la gente si ubriaca e proclama lo Stato islamico - commenta con amara ironia dall'Iraq padre Rebwar Basa, il sacerdote caldeo che appena pochi giorni fa alla Giornata della Bussola ha raccontato le sofferenze dei cristiani iracheni -. Viva la liberazione della Piana di Ninive... Ma intanto qui muoiono la libertà e i diritti umani».

Non è evidentemente un'esagerazione: dietro alla campagna contro la vendita dell'alcol c'è infatti lo stesso obiettivo portato avanti dall'Isis e cioè una divisione settaria dell'Iraq, dove non ci sia più posto per i cristiani e per le altre minoranze. Non ci vuole infatti molto a capire chi - in un Paese dove i fedeli musulmani è vietato bere alcolici - si arrischi a produrre, importare e vendere vino, birra o liquori. E va notato che la concomitanza con la campagna di Mosul non è affatto casuale: nella grande partita sul dopo-Isis nel nord dell'Iraq le forze sciite irachene provano a ricompattarsi dopo la rivolta che qualche mese fa aveva portato al clamoroso assalto al parlamento guidato dal movimento di Moqtada al Sadr, in aperta rivolta contro il governo guidato da premier Haider al Abadi, anch'egli sciita. E non c'è niente di meglio di una prova di forza sui simboli per serrare le fila; specie in un momento in cui c'è da far pesare la propria forza contro le mire dei curdi e dei sunniti sul futuro di Mosul.

Così la morte a Bassora del cristiano scappato da Qaraqosh rischia di essere solo l'inizio: «L’omicidio di Nazar Elias - denunciavano ieri fonti del patriarcato caldeo parlando con AsiaNews, che per prima in Italia ha rilanciato la notizia - non è il solo caso di violenza avvenuto nelle ultime ore nel Paese a causa della legge anti-alcol. Anche a Karrada, quartiere della capitale Baghdad, anonimi assalitori hanno fatto esplodere un negozio in cui si vendeva alcol».

Diventa allora importante la battaglia che in parlamento il deputato cristiano Yonadam Kanna sta portando avanti per riaprire la questione, ricordando come la Costituzione irachena riconosca «piena libertà e diritti per le minoranze». E spiegando che questa legge è inaccettabile esattamente come quella di qualche mese fa, che prevedeva che i figli di una coppia in cui uno dei due genitori è musulmano, diventino essi stessi musulmani. Dietro, infatti, c'è la stessa idea di un Iraq teocratico che negherebbe ogni diritto alle minoranze.

Contro la legge anti-alcol si è schierato anche il presidente iracheno, che nella complessa alchimia istituzionale di ciò che resta di questo Paese è il curdo Fuad Masum. Del resto la regione autonoma del Kurdistan ha già dichiarato che non applicherà il provvedimento. Ma la preoccupazione resta, perché è evidente che in gioco c'è molto di più rispetto alla questione degli alcolici in sé. E fa pensare che la notizia dell'uccisione del siro-cattolico Nazar Elias si intrecci con le immagini dell'esercito iracheno che a Qaraqosh riapre la chiesa dell'Immacolata Concezione, spogliata e oltraggiata dalle milizie dell'Isis. Getta un'ombra sulle speranze di queste ore. E rende ancora più urgente il ripetuto appello rivolto in questi giorni dal patriarca caldeo Sako agli iracheni ma anche alla coalizione internazionale: il bene degli iracheni prevalga davvero sugli appetiti di chi - nella macabra giostra di questo Paese da troppo tempo senza pace - sta già preparando il prossimo scontro.
02/11/2016 fonte: La nuova bussola quotidiana

I santi? Non sono una piccola casta di eletti… Spunti di meditazione per le liturgie del 1° e del 2 novembre



Oggi contempliamo il mistero della comunione dei santi del cielo e della terra e di tutti i defunti. Noi non siamo soli, ma siamo avvolti da una grande nuvola di testimoni: con loro formiamo il Corpo di Cristo, con loro siamo figli di Dio, con loro siamo fatti santi dello Spirito Santo. Gioia in cielo, esulti la terra!

In Paradiso innumerevoli santi e tutti i defunti intercedono per noi presso il Signore, ci accompagnano nel nostro cammino verso il Regno, ci spingono a tenere fisso lo sguardo su Gesù il Signore, che verrà nella gloria in mezzo ai suoi santi.

La liturgia di questi due giorni ci invita a condividere il gioia celeste dei santi, a gustarne la gioia. I santi non sono una piccola casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i defunti battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio.

Disponiamoci a celebrare questi due giorni confessandoci bisognosi della misericordia di Dio, andando a Messa e meditando questi brani del Catechismo della Chiesa Cattolica:

957 La comunione con i santi «Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d’esempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall’esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio» 517:

«Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro Re e Maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli»518.

958 La comunione con i defunti. «La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con una grande pietà la memoria dei defunti e, poiché "santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” (2Mac 12,46), ha offerto per loro anche i suoi suffragi»519. La nostra preghiera per loro può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore.

959 Nell’unica famiglia di Dio. «Tutti noi che siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia, mentre comunichiamo tra di noi nella mutua carità e nell’unica lode della Trinità Santissima, corrispondiamo all’intima vocazione della Chiesa» 520.

In sintesi

960 La Chiesa è «comunione dei santi»: questa espressione designa primariamente le «cose sante» (sancta), e innanzi tutto l’Eucaristia con la quale « viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo»521.

961 Questo termine designa anche la comunione delle «persone sante» (sancti) nel Cristo che è «morto per tutti», in modo che quanto ognuno fa o soffre in e per Cristo porta frutto per tutti.

962 «Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere»

02/11/2016 fonte: Zenit

«La Provvidenza ha "invertito" le scosse»

di Andrea Zambrano

La statua di San Benedetto a Norcia

Sismologo e benedettino, per Padre Martino Siciliani questi sono giorni di prova. La Basilica di Norcia a lui tanto cara è crollata durante la scossa delle 7.40 di domenica, ma nel frattempo, il suo essere esperto di terremoti lo costringe a frenare l’emotività e a guardare i freddi numeri: gli unici che possano dare un qualche riferimento a quanto sta accadendo in Umbria e Marche in questi giorni.

Ieri Padre Martino, direttore dell’Osservatorio di sismologia Padre Bina di Perugia, è stato a Norcia per verificare uno scantinato, ma non lo hanno fatto entrare nella zona rossa. 

Padre Martino…uno scantinato? Perché?

Perché per eventi sismici di questo tipo gli scantinati in effetti sono quelli che rimangono integri. Volevo studiare perché. E’ importante saperlo, anche per logiche di protezione, ma non mi hanno fatto entrare perché Norcia ormai è tutta zona rossa.

Intanto intorno era tutto crollato. 

E’ stato un evento inaspettato e molto forte, in effetti. 

I sismologi come lei continuano a ripetere che sotto terra c’è un accumulo di energia impressionante…

E’ vero. 

Tale da provocare sismi così forti a ripetizione?

Sì, la quantità delle scosse cosiddette di assestamento sta diventando esasperante. In poche ore ce ne sono state oltre 20 sopra i 4 gradi ogni dieci minuti.

Lo chiedono tutti: ce ne saranno altre?

Può succedere di tutto, possono esserci repliche anche intense e anche dopo le 24 ore. In questi giorni bisogna essere molto prudenti in queste zone. 

Fino a dove?

Direi che Perugia e Foligno possono stare tranquille. 

E’ giusto evacuare le zone epicentrali?

Sì, è conveniente e vedo che la protezione civile si sta già attrezzando a farlo. Gli edifici sono troppo precari.

Che tipo di attività sismologica è questa?

Questo è uno dei terremoti più forti avvenuti in Umbria dall’anno mille. Anche il terremoto del 1703 a Norcia è stato meno intenso.

Potrebbero arrivare terremoti più forti, anche oltre il 7° grado? 

In linea di massima non è ipotizzabile nel senso che potrebbe essere questo il massimo che la crosta terrestre possa esprimere come restituzione di energia elastica, però sui terremoti non si può dire mai l’ultima parola.

Anche l’apertura della terra è impressionante…

Questa è meno inquietante di quanto si possa pensare. E’ normale che per terremoti così violenti ci siano delle spaccature che riguardano la superficie crostate, ma si tratta di spaccature poco profonde che riguardano la faglia, non la superficie sismo-tettonica, ne sono solo l’espressione superficiale.

Ha sentito i suoi confratelli di Norcia? 

Non ancora, sono molto impegnati in queste ore. Hanno dovuto abbandonare la loro struttura e ora sono al sicuro.

Come sismologo benedettino è molto partecipe?

Si, sto vivendo il tutto con una forma di depressione, l’aver visto un monastero per me molto amato che conosco da quando ero ragazzo e poi sapere i miei confratelli che venivano a studiare da noi a Perugia in così gravi difficoltà, mi fa stare male. Loro sono choccati com’è giusto che sia. Ma li conosco, so che aiuteranno concretamente, sono in 16 e sono giovani. Possiamo contare su di loro per la ricostruzione.

Che  riflessione le provoca il fatto che siano venute giù le chiese, ma non ci sia stata neanche una vittima?

E’ sicuramente un fatto provvidenziale di cui ringraziare. E’ un fatto misterioso a livello di fede, ma ha uno sviluppo scientifico.

Che cosa vuol dire?

Il Signore protegge il Creato, ma lo lascia esprimersi, l’evitare qualche danno dipende anche, ma non solo, dalla collaborazione dell’uomo col Creatore. Però qualche volta il Signore interviene per farci soffrire meno e invitarci a guardare a lui per il pericolo scampato. 

E lo sviluppo scientifico?

Ciò che è avvenuto domenica è provvidenziale, ma è il risultato di un’attività sismica iniziata con la prima scossa di Ussita. La prima scossa delle 19 e quella delle 21.18 non sono state altro che scosse anticipatrici del più grande evento di domenica. 

Quindi non sono state le prime e quella di domenica la terza?

No, sono state quelle che in gergo chiamiamo foreshock, cioè scosse anticipatrici di intensità molto forte, che però hanno portato alla scossa "madre” di domenica, dove nel frattempo la popolazione era stata per tempo avvertita del rischio. 

E’ per questo che non ci sono stati morti?

Sì, le due scosse del 26 ottobre hanno portato la popolazione ad allertarsi. E’ questa la provvidenzialità. 

In effetti i sismologi sostengono il contrario.

Anche io ero stato tratto in inganno. Dopo il secondo evento ho visto un’attività spasmodica di scosse, non solo di repliche, ma pensavo che fosse la restituzione di energia di quell’evento originario, in realtà era la preparazione di quest’ultimo evento.

Ma perché non ve ne siete accorti?

Perché non si riesce a distinguere le due cose, se si fosse trattato di un’altra faglia ce ne saremmo accorti invece il distretto sismico era lo stesso, pertanto era impossibile distinguere tra assestamento o avvisaglia. 

Siamo in grado di capire quanta energia ancora dovrà essere sprigionata? 

No, sappiamo soltanto che c’è un’intensissima attività sismica, la quale fa supporre che potrebbero esserci ancora altre scosse.

IL SANTO DEL GIORNO 31/8/2016 San Giuseppe D'Arimatea




I pochi riferimenti storici si desumono dai quattro Evangelisti allorquando narrano la deposizione e la sepoltura di Gesú. Originario di Arimatea, di condizione assai agiata, era un discepolo di Gesú, ma come Nicodemo non aveva dimostrato la propria fede per paura dei Giudei, fino al periodo della Passione. Tuttavia durante il processo di Gesú, partecipando alle sedute del sinedrio, per il senso di giustizia che l'animava e per l'aspettativa del regno di Dio, aveva osato dissentire dai suoi colleghi non approvando le risoluzioni e gli atti di quell'assemblea. Anzi maggior coraggio dimostrò dopo la morte del Maestro, quando arditamente, come si esprime Marco, si presentò a Pilato per ottenere la sua salma e darle degna sepoltura, impedendo così che fosse gettata in una fossa comune, con quella dei due ladroni. Nel pietoso intento, Giuseppe trovò collaborazione, oltre che nelle pie donne, anche in Nicodemo, accorso portando con sé aromi (mirra ed aloè). Giuseppe, secondo quando detto in Mt. 27,59, aveva comprato una bianca sindone. I due coraggiosi discepoli, preso il corpo di Gesú, lo avvolsero in bende profumate e lo deposero nel sepolcro nuovo, scavato nella roccia, che Giuseppe si era fatto costruire nelle vicinanze del Calvario. Era il tramonto quando Giuseppe "rotolata una grande pietra alla porta del sepolcro andò via".
La storia ha qui termine, ma il personaggio non fu trascurato dalla leggenda ed in primo luogo dagli anonimi autori degli apocrifi. Nello pseudo-Vangelo di Pietro (sec. II) la narrazione non si distacca da quella del Vangelo; l'unica differenza sta nel fatto che Giuseppe chiese a Pilato il corpo di Cristo ancora prima della Crocifissione. Ricchi di nuovi fantastici racconti sono inveci gli Atti di Pilato o Vangelo di Nicodemo (sec. V), in cui si narra che i Giudei rimproverarono a Nicodemo e a Giuseppe il loro comportamento in favore di Gesú e che proprio per questo, Giuseppe venne imprigionato, ma, miracolosamente liberato, fu ritrovato poi ad Arimatea. Riportato a Gerusalemme narrò la prodigiosa liberazione. Ancora piú singolare è una narrazione denominata Vindicia Salvatoris (sec. IV?), che ebbe poi larghissima diffusione in Inghilterra ed Aquitania. Anzi, a questo opuscoletto si è voluto dare un intento polemico contro Roma, giacchè il Vangelo sarebbe stato diffuso in quelle zone non da missionari romani, ma da discepoli di Gesú. Il racconto si dilunga nel descrivere l'impresa di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano, che partì da Bordeaux con un grande esercito per recarsi in Palestina a vendicare la morte di Gesú, voluta ingiustamente dai Giudei. Occupata la città, trovò Giuseppe in una torre dove era stato rinchiuso dai Giudei perché morisse di fame e di stenti; egli era invece sopravvissuto per nutrimento celeste. Già Gregorio di Tours faceva menzione di questa prigionia di Giuseppe. Altre leggende di origine orientale riferiscono che Giuseppe fu il fondatore della Chiesa di Lydda, la cui cattedrale fu consacrata da s Pietro.
Ma nell'ambiente francese ed inglese dei secc. XI-XIII la leggenda si colorì di nuovi particolari inserendosi e confondendosi nel ciclo del Santo Graal e del re Artù. Secondo una di queste narrazioni Giuseppe, prima di seppellire Gesú, ne lavò accuratamente il corpo tutto cosparso di sangue, preoccupandosi di conservare quest'acqua e sangue in un vaso, il cui contenuto fu poi diviso fra Giuseppe e Nicodemo. Il prezioso recipiente si tramandò da Giuseppe ai suoi figli e cosí per varie generazioni fino a quando venne in possesso del patriarca di Gerusalemme. Questi nel 1257, temendo cadesse in mano degli infedeli, su consiglio dei suffraganei, lo consegnò ad Enrico III d'Inghilterra, perchè lo tutelasse.
Altre leggende, pur collegandosi alla precedente, riferiscono che Giuseppe, con il prezioso reliquiario, peregrinò accompagnato da vari cavalieri per evangelizzare la Francia (alcuni racconti dicono che sarebbe sbarcato a Marsiglia con Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria), la Spagna (dove sarebbe andato con s. Giacomo, che lo avrebbe creato vescovo!), il Portogallo ed infine l'Inghilterra. Quivi il vaso (il Santo Graal) andò smarrito e solo un cavaliere senza macchia e senza paura l'avrebbe ritrovato. Questa leggenda del Santo Graal fa parte del ciclo di Lancillotto e specialmente della 'Estoire du Graal', che non è altro che una versione in prosa del poema di Roberto di Boron.
Forse questa diffusione della leggenda in Francia si collega anche alla narrazione riguardante le ossa di Giuseppe. Un racconto del sec. IX riferisce che il patriarca Fortunato di Gerusalemme per non essere catturato dai pagani, fuggí in Occidente al tempo di Carlo Magno portando con sé le ossa di Giuseppe d'Arimatea; nel suo peregrinare si fermò per ultimo nel monastero di Moyenmoutier, di cui divenne abate. Le reliquie del santo furono poi trafugate dai canonici.
Il culto più antico sembra però stabilito in Oriente. In alcuni calendari georgiani del sec. X la festa è menzionata il 30, 31 agosto o anche la terza domenica dopo Pasqua. Per i Greci invece la commemorazione era il 31 luglio. In Occidente fu particolarmente venerato a Glastonbury in Inghilterra, ove, secondo una tradizione, avrebbe fondato il primo oratorio. Nel Martirologio Romano fu inserito al 17 marzo dal Baronio. Al compilatore degli Annali l'inserimento fu suggerito dalla venerazione che i canonici della basilica vaticana davano ad un braccio del santo, proprio il 17 marzo. Al tempo del Baronio la più antica documentazione della reliquia era uno scritto del 1454. Tuttavia nessun martirologio occidentale prima di tale data faceva menzione di culto a s. Giuseppe d'Arimatea.


Terremoto. Mons. Pompili: “Dio non è il capro espiatorio”

Ad Amatrice, il vescovo di Rieti celebra i funerali di 29 vittime. E proclama: "Non ti abbandoneremo, uomo dell’Appennino”


 Funerali terremoto Amatrice
Un funerale voluto dal popolo dopo tante polemiche. Per desiderio dei residenti e del sindaco, le esequie di una parte delle vittime del terremoto nell’Appennino centrale sono stati celebrati ad Amatrice e non a Rieti, come precedentemente stabilito dalla prefettura.

Sotto una pioggia che ha reso ancor più malinconico lo scenario, intorno alle sei di sera, presso la tensostruttura adibita per l’occasione, sono giunte le bare di 29 vittime. Solo una piccola parte, dunque, delle 291 totali.

Accanto all’altare, la statua di una Madonna rimasta indenne dalle scosse sismiche e posta in cima ad un mucchio di macerie: il simbolo della misericordia di Dio, più forte della stessa morte umana, anche la più crudele ed improvvisa.

Mentre il primo dei funerali, celebrato ad Ascoli sabato scorso, aveva coinvolto le vittime della provincia marchigiana, oggi è stata la volta della provincia più colpita, quella reatina. Molte delle famiglie hanno però preferito optare per le esequie private o di celebrarle nei paesi di origine.

A concelebrare con monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, i vescovi emeriti della diocesi sabina, e monsignor Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, giunto in rappresentanza di papa Francesco.

Presente alla cerimonia funebre anche un vescovo ortodosso, in ragione della presenza tra le vittime di immigrati moldavi e rumeni. Qua e là, dispersi tra la folla, i volti delle massime cariche dello Stato: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il presidente della Camera, Laura Boldrini, il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il grido di dolore di una donna irrompe allorché monsignor Pompili pronuncia il nome di sua figlia tredicenne, una dei minorenni deceduti nel sisma, assieme a due fratellini di tre anni e tre mesi, di cui spiccano le due piccole bare bianche. Tutti e 291 i morti di Amatrice e dintorni sono stati ricordati in ordine alfabetico dal vescovo, compresi quanti hanno già ricevuto le esequie e chi ancora le deve ricevere.

Al momento dell’omelia, monsignor Pompili ha menzionato la prima lettura, tratta dal libro delle Lamentazioni, che descrivendo la distruzione di Gerusalemme, che sembra quasi evocare "la devastazione di Amatrice e di Accumoli. Sembra di risentire i sopravvissuti: un rumore assordante, pietre che precipitano come pioggia, una marea asfissiante di polvere. Poi le urla. Quindi il buio”.

Pompili ha poi raccomandato non cercare in Dio un "capro espiatorio” ma, al contrario, di "guardare in quell’unica direzione come possibile salvezza”. Non è infatti il terremoto che uccide, ha detto il presule, ma "uccidono le opere dell’uomo”.

"I paesaggi che vediamo e che ci stupiscono per la loro bellezza sono dovuti alla sequenza dei terremoti”. Senza i terremoti del passato, ha aggiunto, non sarebbe possibile ammirare l’ecosistema appenninico attuale, né vi sarebbero gli uomini che attualmente lo abitano, né altre forme di vita.

L’invito è quindi quello ad ascoltare Gesù che dice: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò”. Parole che sono "un balsamo sulle ferite fisiche, psicologiche e spirituali di tantissimi”, sebbene "non basteranno giorni, ci vorranno anni”.

La mitezza che Gesù stesso evoca è "una ‘forza’ distante sia dalla muscolare ingenuità di chi promette tutto all’istante, sia dall’inerzia rassegnata di chi già si volge altrove. La mitezza dice, invece, di un coinvolgimento tenero e tenace, di un abbraccio forte e discreto, di un impegno a breve, medio e lungo periodo”.

Lontana dalla "querelle politica” o dallo "sciacallaggio di varia natura”, la popolazione locale è chiamata a "far rivivere una bellezza di cui siamo custodi. Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta. Abitiamo una terra verde, terra di pastori. Dobbiamo inventarci una forma nuova di presenza che salvaguardi la forza amorevole e tenace del pastore”.

In conclusione il vescovo ha pronunciato in messaggio in forma poetica: "Di Geremia, il profeta, rimbomba la voce: ‘Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più’. Non ti abbandoneremo uomo dell’Appennino: l’ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra. Dell’alba ancor ti stupirai”.

A fine celebrazione hanno preso la parola i sindaci di Accumoli, Stefano Petrucci, e di Amatrice, Sergio Pirozzi, che hanno rincuorato i loro concittadini, incoraggiandoli a diventare parte attiva nella ricostruzione. "Dopo la morte c’è la resurrezione – ha detto Pirozzi, visibilmente emozionato – siamo pronti a fare la nostra parte. Nei momenti di emergenza, l’Italia è una grandissima nazione”. Il commovente abbraccio tra il sindaco e il vescovo ha segnato la fine della cerimonia.
31/8/2016 : fonte ZENIT

“Madre Teresa volle amare Gesù come nessuno lo aveva mai amato prima”

A pochi giorni dalla canonizzazione, il postulatore Brian Kolodiejchuk illustra le virtù della futura santa, di cui c’è ancora molto da scoprire e da imparare



Tutto il mondo l’ha conosciuta e l’ha amata: ora Madre Teresa di Calcutta diventerà Santa per volere di papa Francesco, che la canonizzerà il prossimo 4 settembre, durante una cerimonia in piazza San Pietro alla quale si prevede la partecipazione di migliaia di fedeli. Postulatore della causa di canonizzazione è padre Brian Kolodiejchuk, M.C., autore di numerose pubblicazioni sulla fondatrice delle Missionarie della Carità. La più recente è "A Call to Mercy: Hearts to Love, Hands to Serve (Una chiamata alla Misericordia: un cuore per amare, mani per servire)”, un libro di immagini pubblicato questo mese. Il volume, progettato in concomitanza con il Giubileo della Misericordia, raccoglie le più belle frasi e i messaggi di Madre Teresa che mostrano "una pratica e concreta espressione di come la misericordia incontri la sofferenza”, come spiega padre Kolodiejchuk nell’intervista rilasciata a ZENIT.

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Madre Teresa è stata molto conosciuta e amata dal mondo intero. Secondo lei, cosa bisogna ancora conoscere o imparare da lei?

Madre Teresa è generalmente riconosciuta come un’icona di amore e compassione per i più poveri, i più deboli, coloro che vivono nelle ‘periferie’ dell’umana esistenza. Lei è amata e ammirata come una icona universale della misericordia, una persona realmente straordinaria. Ciononostante, io non penso che lei sia molto nota alle generazioni più giovani; molti bambini, adolescenti e adulti hanno una conoscenza scarsa o addirittura nulla della sua vita e del suo messaggio.

Anche tutti quelli che comunque conoscono Madre Teresa, non hanno nient’altro che qualche informazione generale sulla sua vita e sulle sue opere. Lo si può constatare dalle reazioni ai libri che ho pubblicato nel corso degli ultimi anni. Ogni libro rivela qualcosa di nuovo su Madre Teresa e questo ha "sorpreso” in qualche modo i lettori; ad esempio Vieni, sii la mia luce, che rivelava la sua oscurità interiore in unione con i poveri che ha servito; Dove c’è amore, c’è Dio, sulla sua profonda saggezza e semplicità su importanti temi spirituali come la fede, l’amore, la fiducia. E ora Una chiamata alla misericordia, che mostra il suo "amore in azione”, attraverso la pratica delle opere corporali e spirituali di misericordia. Questo libro rivela chiaramente la sua preferenza per i più poveri e bisognosi.

Penso che molte persone abbiano ancora quindi tanto da imparare su Madre Teresa. Lei è stata un profeta del nostro tempo e il suo messaggio è ancora essenziale e attuale per il mondo di oggi. Perché lei ci ha reso consapevoli della presenza dei poveri, della dignità di ogni persona, del valore della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, della chiamata di tutti alla vera missione sulla terra, cioè amare ed essere amati, amare fino a soffrire, per essere santi.

La fonte dell’energia e dello zelo di Madre Teresa non erano un’idea, né un concetto: erano una persona – Gesù – che lei voleva amare, come Lui non era mai stato amato prima. Lei ha reso testimonianza al mondo che l’insegnamento di Gesù era vero; lei lo ha vissuto e lo ha tradotto in pratica. La sua ferma fede nelle parole di Gesù del Vangelo di Matteo, "l’avete fatto a me”, rende gli altri consapevoli della presenza di Gesù nei più poveri dei poveri, o come lei diceva, nelle "sofferenti sembianze dei più poveri tra i poveri”. Era una realtà che lei ha portato nella casa di molti.

C’è quindi ancora molto da imparare da Madre Teresa e su Madre Teresa: la sua fede, la sua vita interiore, il suo carattere, le sue relazioni – a partire dalla relazione con Dio, fino alla relazione con la sua famiglia, con le sue consorelle, con i suoi più stretti collaboratori e, soprattutto, con i poveri. Ci sono anche molte cose interessanti su di lei che affascineranno i lettori, ad esempio, il suo senso comune, la sua notevole energia, il suo senso dello umorismo e certe sue "particolari pratiche”, come quella di cambiare mobili nella sua casa. Il mio più importante progetto editoriale sarà un’approfondita biografia, che spero porterà agli estimatori di Madre Teresa – e in generale ai lettori – un ritratto esauriente di quel che lei era davvero.

Il titolo di questo nuovo libro, Una chiamata alla misericordia, sottolinea ovviamente il Giubileo che stiamo vivendo. A suo avviso, cosa ha da dire Madre Teresa alla Chiesa sulla misericordia?

Il messaggio di Madre Teresa sulla misericordia non consiste in una sofisticata dissertazione teologica e nemmeno lo è questo libro. È piuttosto un’espressione pratica e molto concreta di come la "misericordia” raggiunga la "sofferenza”. Mostra un metodo in cui tutti ci possiamo identificare: quando siamo al minimo delle nostre possibilità, è allora che abbiamo più bisogno della misericordia di Dio ed è allora che lo sperimentiamo nel modo più tangibile, sia in modo diretto o tramite intermediari, come lo era effettivamente Madre Teresa. Una chiamata alla misericordia dimostra come Madre Teresa abbia riconosciuto se stessa bisognosa della misericordia di Dio, di come si sia aperta a Lui e anche di come l’abbia estesa agli altri. Perciò, attraverso il suo esempio, lei si rivela una vera "maestra” nella pratica della misericordia, nell’essere misericordiosi.

Madre Teresa ci insegna che essere misericordiosi, avere cura dei nostri fratelli e sorelle poveri, aiutarli nei loro bisogni – materiali o spirituali – non è un’opzione; è un comandamento, un obbligo per ognuno di noi. Avere cura gli uni degli altri significa mettere in azione la misericordia. Non si tratta soltanto di una scelta quanto di un dovere, poiché la futura santa Teresa di Calcutta ci insegna: "I poveri sono la speranza dell’umanità, i poveri sono, per me e per te, la speranza di andare in paradiso, per il giudizio finale che tutti riceveremo. ‘Ero affamato e mi avete dato da mangiare, nudo e mi avete vestito’”.

Madre Teresa ci insegna che, nel momento in cui ci arrendiamo completamente a Dio, Lui ci usa per diffondere la misericordia, per toccare i cuori. E poi Gesù ha il sopravvento e compire "miracoli”, come ha fatto per mezzo della vita di Madre Teresa, toccando letteralmente milioni di vite, conferendo loro significato, aiutando tante persone a rendersi conto di essere amate e capaci di amore.

Madre Teresa ci insegna che la misericordia guarisce anche chi la dona, il quale è più benedetto di colui che la riceve. L’intera vita di Madre Teresa ci insegna che la misericordia – concreta, efficiente, tenera, mite, gentile, gioiosa – per i nostri fratelli e sorelle è una fonte di vita che trae origine dalla misericordia di Dio e dalla profonda convinzione del bisogno di misericordia da parte di ognuno di noi. La misericordia in azione, come vediamo nella vita di Madre Teresa, ci mostra che, se una persona è misericordiosa, Gesù entra nelle sue azioni e moltiplica le grazie date e ricevute. Madre Teresa, come è dimostrato in questo libro, ha toccato milioni di vite e ha realizzato molto più di quello che può fare una persona normale, facendo leva esclusivamente sulle risorse umane. Una volta che ci si focalizza su Gesù e sulla sua misericordia, nulla è impossibile per chi Lo ama.

A settembre sarà scritta la pagina finale del suo processo di beatificazione e di canonizzazione. Ci può dare alcuni spunti riguardo a come la causa si è svolta? Si potrebbe presumere che, dal momento che la sua santità era universalmente riconosciuta ben prima della sua morte, la strada del processo sia stata sempre in discesa. Vi sono stati ostacoli nelle cause di beatificazione e canonizzazione?

La fame di santità di Madre Teresa era già parecchio diffusa ed acclamata durante la sua vita. Molti dicevano: "Se non è una santa lei, allora chi può esserlo?”. Al momento della discussione sulla sua beatificazione, altri dicevano: "Concludiamo tutto in fretta”. Tutto ciò conferma la reputazione di santità di cui Madre Teresa godeva in tutto il mondo ed è quello che spinse papa Giovanni Paolo II a bypassare la convenzione dei cinque anni da attendere prima che una causa inizi.

Questa eccezione non ha però reso superfluo il processo. I requisiti del processo canonico sono stati pienamente adempiuti in modo scrupoloso, in ogni fase. Ciò ha richiesto un enorme lavoro, poiché Madre Teresa era una figura di fama mondiale, quindi sono stati raccolti documenti e testimonianze da un ampio numero di fonti.

La fase diocesana è quindi iniziata nel luglio 1999 e si è conclusa nell’agosto 2001. Le circa 35mila pagine raccolte sono state mandate a Roma in un formato di 81 volumi di 400-450 pagine ciascuno. Lo studio della sua vita, delle virtù e della fama di santità – ovvero la Positio, di 5000 pagine – è stato effettuato in modo meticoloso, seppure in un tempo relativamente rapido (entro la Pasqua 2002), in modo che uno dei teologi che vi ha studiato, ha sottolineato che aver svolto un tale lavoro in un tempo così breve è stato già di suo un miracolo. La condotta di vita cristiana da parte di Madre Teresa è stata confermata essere eroica da un decreto di papa Giovanni Paolo II, nel dicembre 2002. Il miracolo attribuito all’intercessione di Madre Teresa, che è stato studiato dalla Congregazione per le Cause dei Santi, è stato accettato ufficialmente dal Santo Padre, lo stesso giorno della conferma delle virtù eroiche (un’eccezione precedentemente operata per papa Giovanni XXIII).

Potremmo dire che il processo è stato al tempo stesso semplice e pieno di sfide: semplice perché chi vi è stato coinvolto, ha collaborato generosamente, riguardando Madre Teresa; pieno di sfide perché la raccolta delle informazioni richieste è stato effettuato davvero in ogni angolo del pianeta. Devo dire che, specie durante i mesi di lavoro sulla Positio, io e il mio team abbiamo avuto la palpabile consapevolezza dell’azione di Dio, della Sua grazia che operava con noi e per noi, grazie alla preghiera di molti, in particolare delle nostre Sorelle contemplative che hanno tutte "preso in affidamento” ogni membro del team.

31/8/2016: Fonte ZENIT


Ma la cena eucaristica non è un pic-nic

di Rino Cammilleri

Pensate, ai tempi del giansenismo per fare la comunione ci voleva un permesso speciale del proprio direttore spirituale. Palesemente influenzato dal luteranesimo, tale movimento (che dilagò all’interno del cattolicesimo nel XVII secolo ma il cui contagio arrivò fino ai primi decenni del XIX) partiva dal presupposto dell’indegnità umana ad accostarsi ai sacramenti. Alla fine, poiché, a ben pensarci, è difficile che uno si ritenga degno, il risultato è lo scoraggiamento. E il conseguente allontanamento. 

Troppo difficile, grazie lo stesso. Il giansenismo colpì duro soprattutto in Francia, dove i cattolici vivevano a stretto contatto con i calvinisti ugonotti e le guerre di religione avevano lasciato il segno. Proprio al culmine dell’eresia (perché questo era), il Sacro Cuore di Gesù apparve a santa Marguerite Alacoque, a ricordare l’umanità di Cristo e la sua misericordia. Fieri avversari del giansenismo furono i soliti gesuiti, l’esercito personale del Papa. Ci volle, come sempre nella storia del cristianesimo, parecchio tempo prima che la Chiesa ri-centrasse le cose. Infatti, il timone serve a impedire che la barca sbandi di qua o di là. Nessuno è degno («Domine, non sum dignus…»), ma la misericordia divina supplisce all’indegnità («…sed tamen dic verbum…»). 

I più anziani tra noi forse ricorderanno quando, per poter fare la comunione, bisognava essere digiuni dalla sera prima. E solo alla fine degli anni Cinquanta si cominciò a ridurre il limite fino a portarlo a un’ora. Qui è rimasto, anche perché di meno sarebbe ridicolo e tanto varrebbe abolirlo. A che serve questo, pur minimo, limite? Appunto a ricordare, almeno simbolicamente, l’”indegnità”: è il Corpo di Cristo quello che vai a ingoiare, vera carne e vero sangue di Dio. Il catechismo invece non ha mai modificato niente in materia: puoi comunicarti solo se sei «in grazia di Dio», cioè se sei stato assolto dal confessore. In casi eccezionali puoi confessarti anche dopo, ma che sia alla svelta, in base alla tua coscienza (sempre che questa sia «ben formata», cioè cristianamente edotta e istruita, sennò diventa arbitrio). 

Queste sono le regole, e non si dà comunità senza regole: anche in un villaggio di santi i semafori sono necessari. Tutto ciò si impose alla mia mente quando alla tivù vidi le prime grandi messe negli stadi, con molti sacerdoti sguinzagliati tra gli spalti a distribuire la comunione a chiunque tendesse le labbra (poi le mani). Mi chiedevo: saranno tutti confessati? O, subito dopo, in migliaia affolleranno i confessionali? Boh. Veniamo all’oggi. Non è vero che le chiese sono vuote: io, anche in giro per l’Italia, e anche d’estate, le vedo sempre affollate. E, all’ora della comunione, tutti, dico tutti, si mettono in fila per comunicarsi. Infatti, in molte chiese occorrono i "ministri straordinari” per darla, sennò non la finiamo più. 

La domanda è la stessa di prima: saranno tutti «in grazia di Dio»? Ma scaccio il pensiero: chi sono io per giudicare? Poi, però, leggo lettere accorate di lettori (non solo a me, ma anche, per esempio, al sito cattolico Aleteia.org), che chiedono consiglio su, che so, loro parenti divorziati e risposati che si comunicano tranquillamente, e se viene obiettato loro qualcosa, ti rispondono giudicando, eccome, te: non hai misericordia, non sei un buon cattolico, sei privo di amore per il prossimo eccetera. Allora, ecco che si insinua il dubbio sulla famosa domanda di prima. Papa Francesco ha chiarito che cosa si intende per «coscienza ben formata». Ma quanti di quelli che, in massa, vanno a fare la comunione ce l’hanno? 

Una mia collega insegnante, buddista, ogni tanto, a seconda dell’estro, si presentava alla messa domenicale e si comunicava. Perché? Si vergognava di restar seduta mentre tutti gli altri si mettevano in fila. Ora, la strategia globale della "misericordia” è ben fondata nel Vangelo. Sì, nella parabola in cui il re invita gli amici al pranzo di nozze e tutti si defilano perché hanno altro da fare (Lc 14,21): «Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: "Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi". Il servo disse: "Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto". Il padrone allora disse al servo: "Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia».

Matteo (22, 9) aggiunge: «Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali». Ma ecco l’ultima parte della parabola, quella più difficile da digerire (infatti, viene silenziata nelle omelie): «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: "Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?". Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: "Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti"». Giansenismo? No, «coscienza ben formata». 

31/8/2016: fonte La nuova bussola quotidiana

Enigma Benedetto e la necessità di chiarezza

di Riccardo Cascioli

In principio fu la promessa di restare «nascosto al mondo», di «salire sul monte», di continuare a servire la Chiesa ritirandosi nella preghiera e nella meditazione, «in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze». Nel febbraio 2013 Benedetto XVI aveva accompagnato così la sua rinuncia al pontificato, che aveva colto tutti di sorpresa. E per un bel po’ effettivamente è stato così, a parte la puntuale risposta nel settembre 2013 al matematico Piergiorgio Odifreddi che aveva criticato il suo libro su Gesù. 

Ma ormai pare proprio che il "papa emerito” Benedetto XVI ci abbia ripensato. E da un po’ di mesi stiamo assistendo a un crescendo di interventi che sta raggiungendo il culmine in questi giorni. Ieri è infatti uscita una biografia di Ratzinger con allegata una intervista concessa all’autore, Elio Guerriero, e anticipata nei giorni scorsi da Repubblica. E il 9 settembre uscirà un libro-intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald, lo stesso del precedente libro-intervista (Luce del mondo) uscito nel 2010 in pieno pontificato. Questa volta il titolo è "Benedetto XVI, Ultime conversazioni”. Che poi siano davvero le ultime a questo punto è lecito dubitarne, ma soprattutto è lecito chiedersi il perché di questo improvviso attivismo.

Non c’è bisogno di essere dietrologi o complottisti per osservare che i conti non tornano. I fatti sono chiari: era stato annunciato il silenzio definitivo, sta avvenendo il contrario. Lecito chiedersi quali ragioni abbiano spinto Benedetto XVI a venir meno al suo impegno. Non solo, improvvisamente ha cominciato a parlare anche il suo fido segretario, quel monsignor Georg Ganswein che si definisce fedele al Papa emerito «fino alla morte» ma che è anche Prefetto della casa Pontificia. E mentre Benedetto XVI è attentissimo a usare solo parole positive nel confronti del suo successore, monsignor Ganswein da una parte si lancia in azzardate tesi sul "pontificato allargato", dall'altra non manca di mettere bene in evidenza i punti deboli di Papa Francesco.

Ma al fatto in sé si deve aggiungere anche il contenuto di alcuni interventi, come quello dell’intervista appena pubblicata da Repubblica. Tornando sulle ragioni della rinuncia, e riproponendo il tema della stanchezza, Benedetto XVI aggiunge: «In particolare era già stata fissata la data della Giornata Mondiale della Gioventù che doveva svolgersi nell’estate del 2013 a Rio de Janeiro in Brasile. Ora, a questo riguardo, io avevo due convinzioni ben precise. Dopo l’esperienza del viaggio in Messico e a Cuba, non mi sentivo più in grado di compiere un viaggio così impegnativo. Inoltre, con l’impostazione data da Giovanni Paolo II a queste giornate, la presenza fisica del Papa era indispensabile. Non si poteva pensare a un collegamento televisivo o ad altre forme garantite dalla tecnologia. Anche questa era una circostanza per la quale la rinuncia era per me un dovere». 

Con tutto il rispetto si fa veramente fatica a credere che il motivo della rinuncia – una decisione che lo stesso Benedetto XVI definì allora "grave” e "nuova” -  possa essere stata l’impossibilità di partecipare alla GMG di Rio, quando l’interruzione del suo Pontificato ha significato, ad esempio, lasciare a metà l’enciclica sulla fede che doveva terminare la trilogia dopo quelle sulla carità (Caritas in Veritate) e sulla speranza (Spe salvi).

Non sappiamo ancora cosa ci sarà nel prossimo libro-intervista, anche se probabilmente in linea con le ultime uscite non c’è da aspettarsi rivelazioni clamorose. Ma il fatto è che già le affermazioni poco credibili fatte a proposito della rinuncia, da una parte alimentano voci e pettegolezzi sui reali motivi della decisione, dall’altra aumentano le preoccupazioni di chi vede per la Chiesa la pericolosità di una situazione del genere, a partire dalla possibilità stessa che si possa parlare di un "papa emerito”.  Di queste preoccupazioni si è fatto recentemente interprete il cardinale tedesco Walter Brandmüller, grande amico di Ratzinger ma fortemente critico sia della decisione della rinuncia sia soprattutto del "dopo”. Brandmüller ritiene infatti «necessaria e urgente una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato Papa, perché la decisione di istituire un papato emerito – lasciandolo peraltro indefinito – sta creando una situazione pericolosa per la Chiesa al punto da poter portare a uno scisma. 

Da qualsiasi parte si prenda la questione, resta il fatto che in tempi di grave confusione per la Chiesa, si aggiungono purtroppo – aldilà delle intenzioni - altri motivi di confusione. Non è certo di questo che oggi abbiamo tutti bisogno. Per questo c’è solo da augurarsi che si chiarisca presto almeno il motivo di questi strani interventi.

31/8/2016: fonte La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 18/05/2016 Sant' Antusa di Costantinopoli Vergine, principessa imperiale

Figlia dell’imperatore d’Oriente Costantino V Copronimo e dell’imperatrice Irene, alla nascita le fu dato il nome di Antusa in omaggio alla santa omonima dell’Onoriade, venerata il 27 luglio, fondatrice di monasteri maschili e femminili, che perseguitata a causa dell’iconoclastia, aveva poi vaticinato il felice esito della difficile gravidanza gemellare dell’imperatrice. 
La principessa Antusa nacque verso il 750 a Costantinopoli e rimase ben presto orfana della madre, rimanendo insieme al fratello gemello Leone, alla corte dell’empio padre. 
Costantino V Copronimo (718-775), imperatore d’Oriente dal 741 al 755, figlio di Leone III l’Isaurico, sin dall’inizio del suo regno, ripristinò il prestigio imperiale, riconquistando lo Stato dall’usurpatore Artavasde, combatté gli Arabi e salvò Costantinopoli la capitale, attaccata dai Bulgari, vincendoli nel 755 ad Anchialo; riportò anche successi sugli Slavi. 
In Occidente le cose non andarono bene, perse nel 751, ad opera dei Longobardi, l’esarcato di Ravenna; l’intervento poi di re Pipino e di Carlo Magno, fecero tramontare i suoi progetti di riconquista della Penisola Italiana, inoltre i dissidi religiosi con il Papato provocarono la rottura con Roma. 
Se all’interno dell’Impero, la sua politica amministrativa fruttò una reale prosperità alla monarchia, d’altra parte la questione dell’iconoclastia, turbò profondamente il suo regno. 
Il Concilio di Hieria del 754, condannò il culto delle immagini e l’imperatore ne pose in atto i deliberati con un rigore, che dopo la congiura del 765, ebbe carattere di persecuzione. 
I monaci più degli altri furono colpiti e ciò valse a Costantino V da parte degli avversari, insultanti soprannomi (Copronimo, da kópros, sterco; staffiere). 
Antusa non condivise le posizioni del padre e rinunziando al matrimonio, dedicò la sua vita al servizio di Cristo; quando nel 775 Costantino V morì e gli successe l’altro figlio e fratello di Antusa con il nome di Leone IV, la principessa distribuì le sue ricchezze ai poveri, restaurando chiese, edificando monasteri e riscattando schiavi. 
Quando anche Leone IV morì nel 780, sua moglie Irene, diventò reggente per il figlio minore Costantino VI e offrì alla cognata Antusa di associarsi a lei nel governo dell’Impero. 
Ma Antusa ormai era tutta di Dio e preferì rifiutare, continuando nelle sue pratiche di carità, occupandosi soprattutto delle vedove e degli orfani, provvedendo alla loro educazione a sue spese, finché nel 784 ricevette l’abito monacale dal patriarca san Tarasio, nel monastero della Concordia di Costantinopoli, dove trascorse gli ultimi suoi anni, svolgendo anche i servizi più umili e assistendo con amore le consorelle. 
Morì a quasi 52 anni nell’801; la tradizione orientale la considera anche come martire, ma questo titolo non è riconosciuto dal Martirologio latino; è celebrata sia in Oriente che in Occidente, il 18 aprile.

Regina Caeli. Papa Francesco: a Lesbo ho visto tanto dolore
"Ho visto tanto dolore”. Al Regina Caeli in Piazza San Pietro, Papa Francesco ha parlato con commozione della sua visita di ieri tra i profughi accolti sull’isola greca di Lesbo, condivisa con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I e l’arcivescovo ortodosso di Atene, Ieronymos. Il Papa ha anche espresso solidarietà per le vittime del sisma in Ecuador e per quello avvenuto in Giappone qualche giorno fa e ha invocato attenzione per i lavoratori precari dei call center. Il servizio di Alessandro De Carolis:



 
Una notte non basta a far sedimentare ciò che mente e cuore hanno assorbito di una giornata di emozioni potenti, che poche volte capita nella vita.
"Ho visto tanto dolore”
La prima cosa che Papa Francesco condivide con la folla dopo la preghiera del Regina Caeli, è l’esperienza vissuta a Lesbo tra profughi di tutte le età, tra gente che lo ha accolto e toccato con meraviglia e commozione, come la personificazione del fatto che non tutti i grandi del mondo, nei loro confronti, sono concentrati su come fare per tenerli il più possibile a distanza, ma che c’è chi è capace di farsi vicino, condividere il loro dramma, portare aiuto:
"Abbiamo visitato uno dei campi dei rifugiati: provenivano dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Siria, dall’Africa, da tanti Paesi… Abbiamo salutato circa 300 di questi profughi, uno ad uno. Tutti e tre: il Patriarca Bartolomeo, l’arcivescovo Ieronymos ed io. Tanti di loro erano bambini; alcuni di loro – di questi bambini – hanno assistito alla morte dei genitori e dei compagni; alcuni di loro morti annegati in mare. Ho vito tanto dolore!”
"Quell’uomo piangeva tanto”
Di quel mare di disperazione, Francesco coglie un frammento, una storia di ordinario orrore per chi ha messo in gioco ogni sicurezza pur di lasciare l’inferno che gli è scoppiato attorno:
"Voglio raccontare un caso particolare di un uomo giovane, non ha 40 anni. Lo ho incontrato ieri con i suoi due figli. Lui è musulmano e mi ha raccontato che era sposato con una ragazza cristiana, si amavano e si rispettavano a vicenda; ma purtroppo questa ragazza è stata sgozzata dai terroristi, perché non ha voluto negare Cristo ed abbandonare la sua fede. E’ una martire! E quell’uomo piangeva tanto…”
Preghiera per Ecuador e Giappone
La piazza resta muta, attonita, mentre il Papa passa a esprimere solidarietà agli ecuadoriani della parte settentrionale del Paese – anch’essi vittime di una tragedia, un terremoto violentissimo che ha fatto un’ottantina di morti e centinaia di feriti – così come ai giapponesi di Kumamoto, colpiti dal sisma giovedì scorso. "L’aiuto di Dio e dei fratelli – è la preghiera di Francesco – dia loro forza e sostegno”. Forza che la fede, aveva detto nella riflessione prima del Regina Caeli, trova sempre in Gesù, il Pastore buono celebrato dalla quarta domenica di Pasqua, che nel Vangelo assicura: Io do la vita per le mie pecore "e nessuno le strapperà dalla mia mano”:
"Queste parole ci aiutano a comprendere che nessuno può dirsi seguace di Gesù, se non presta ascolto alla sua voce. E questo "ascoltare” non va inteso in modo superficiale, ma coinvolgente, al punto da rendere possibile una vera conoscenza reciproca, dalla quale può venire una sequela generosa, espressa nelle parole «ed esse mi seguono» (v. 27). Si tratta di un ascolto non solo dell’orecchio, ma un ascolto del cuore!”
Nessuno ci strappa da Gesù
Queste parole, afferma Francesco, "ci comunicano un senso di assoluta sicurezza e di immensa tenerezza. La nostra vita è pienamente al sicuro nelle mani di Gesù e del Padre”:
"Per questo non abbiamo più paura: la nostra vita è ormai salvata dalla perdizione. Niente e nessuno potrà strapparci dalle mani di Gesù, perché niente e nessuno può vincere il suo amore. L’amore di Gesù è invincibile! Il maligno, il grande nemico di Dio e delle sue creature, tenta in molti modi di strapparci la vita eterna. Ma il maligno non può nulla se non siamo noi ad aprirgli le porte della nostra anima, seguendo le sue lusinghe ingannatrici”.
Lavoro, prima la dignità
Durante i saluti finali, il Papa ha ricordato la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni invitando ragazzi e ragazze in Piazza a chiedersi se il Signore non stia chiamandoli a "consacrare la vita al suo servizio”, nel sacerdozio o nella vita religiosa. E accorato è anche l’ultimo appello di Francesco, quando esprime vicinanza "alle tante famiglie preoccupate – dice – per il problema del lavoro”:
"Penso in particolare alla situazione precaria dei lavoratori italiani dei call center: auspico che su tutto prevalga sempre la dignità della persona umana e non gli interessi particolari”.

18/05/2016 fonte Radio Vaticana

Papa, famiglie siriane. S. Egidio: è possibile cambiare vita
Per le tre famiglie siriane portate ieri a Roma dal Papa ed accolte dalla Comunità di Sant’Egidio è già iniziata una nuova vita e un percorso di inclusione e integrazione. Le  tre coppie di profughi e i loro bambini hanno espresso gratitudine al Pontefiche e hanno vissuto momenti di grande emozione alla cena di accoglienza a Santa Maria in Trastevere. Marco Guerra ne ha parlato con Daniela Pompei, responsabile del servizio ai migranti della Comunità di Sant'Egidio:



 
R. – E’ stato un clima molto caldo, molto accogliente. Gli altri profughi, già ospiti nella casa di accoglienza, hanno preparato una cena siriana e questo ha già dato loro la dimensione di entrare in una famiglia: c’erano i felafel, c’erano dolci siriani preparati dalla prima famiglia che è arrivata – anch’essa siriana – con la bambina… Erano un po’ stanchi e anche un po’ storditi, ma contentissimi! Non se lo aspettavano… Molti ci hanno detto: "Siamo rimasti senza parole!”. Le parole che ripetevano continuamente erano: "grazie”, "grazie”, "grazie al Papa”, "grazie al Papa di questo”, "noi non pensavo, effettivamente”… Uno dei capi famiglia ci ha detto: "Questa accoglienza – io ero un po’ timoroso dell’arrivo, perché non sapevo cosa avrei trovato – mi ha fatto dimenticare tutto quello che ho passato in Siria!”.
D. – Che impressione hanno avuto del Papa? Il Santo Padre ha toccato i loro cuori?
R. – Effettivamente, questo abbraccio del Pontefice ha cambiato la loro vita. Loro sapevano che il Papa sarebbe arrivato a Lesbo, sapevano anche il significato di questa visita: andare a vedere loro, andare a vedere i profughi. E quando hanno anche intuito che sarebbero tornati con il Papa, ovviamente le parole – come dicevo prima – che ripetevano e che hanno ripetuto continuamente sono state: "Grazie! Grazie!”. Una delle famiglie ha detto al Papa: "Preghi per noi” e il Papa ha risposto loro: "Pregate voi per me!”.
D. – Sappiamo che queste famiglie sono di religione musulmana. Con quali modalità sono state scelte?
R. – Non sono state scelte per il discorso religioso, ma semplicemente perché c’era una situazione – determinata dalla loro stessa condizione – di vulnerabilità. Anzitutto, perché sono famiglie e il fatto di essere già famiglia in fuga è di per sé una condizione di vulnerabilità e poi perché tutte queste famiglie venivano da un Paese che vive una guerra che dura da più di cinque anni. Una di queste famiglie, in particolare, viene da una zona che è controllata da Daesh, le altre due famiglie vengono da zone vicino a Damasco, dalla zona di confine in cui c’erano i combattimenti e sono stati costretti a fuggire. Questo è molto significativo, perché sono persone che non avevano intenzione di lasciare la Siria: hanno aspettato cinque anni prima di lasciare la Siria!
D. – Queste famiglie avevano una vita normalissima nel loro Paese d’origine, che è stata sconvolta dalla guerra. Nei loro occhi c’è tutto il dramma del conflitto siriano…
R. – Erano persone normalissime. Nella coppia più giovane, la moglie è un ingegnere agronomo, anche il marito è un ingegnere: era una coppia normalissima e aveva già un percorso di vita abbastanza segnato in maniera positiva. Anche le altre due famiglie sono normalissime. Una signora è sarta e lavorava come sarta, l’altra lavorava come parrucchiera; uno dei due mariti faceva piccolo commercio e l’altro faceva l’agricoltore… Quindi, sono famiglie che avevano una loro vita, una vita dignitosa. Due di queste famiglie ci hanno detto che hanno bombardato la loro casa e che non potevano più vivere lì. Hanno conosciuto anche la violenza dello Stato islamico. Una delle donne ci ha raccontato che è stata costretta a portare il Burqa totale, un’altra invece ci ha raccontato che se gli uomini portavano i jeans venivano ripresi…
D. – I bimbi dell’asilo per stranieri della vostra Comunità erano presenti alla cerimonia di accoglienza. Si tratterà quindi di un soggiorno in comunità, che prevede un percorso di accoglienza e di inclusione?
R. – Sì, certo. Prevede un percorso di accoglienza e di integrazione immediatamente: già questa mattina alcune delle famiglie stavano venendo qui, nella nostra scuola di lingua e cultura italiana, per iscriversi, per iniziare subito il percorso di integrazione. Effettivamente, questo è necessario: essere accompagnati, essere accolti, ma iniziare subito il percorso di integrazione. Hanno tutto il desiderio di farlo. Pur essendo stanchissimi – felici, ma stanchissimi – sia le donne che gli uomini mi hanno chiesto se potevano venire a iscriversi alla scuola di lingua. La mattina a Lesbo ci hanno chiesto come funzionava il sistema scolastico per l’iscrizione dei bambini: tutte domande di integrazione, con il desiderio di cominciare una nuova vita.
D. – L’impegno di Sant’Egidio rappresenta un esempio virtuoso di come possono essere attivati i corridoi umanitari. Questa esperienza con i profughi siriani sarà ripetuta?
R. – Sì, certo sarà ripetuta. Noi abbiamo già attivo un protocollo di intesa con il governo italiano, con il Ministero degli esteri e il Ministero degli Interni, per far arrivare in Italia mille persone dal Libano, dal Marocco e dall’Etiopia. Questo protocollo noi lo abbiamo sottoscritto insieme alla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e con la Tavola Valdese: è un progetto ecumenico. Allo stato attuale, sono già arrivati in Italia 100 siriani. Fra qualche giorno, arriveranno i prossimi 100 dal Libano, sempre siriani… Noi abbiamo tutte le intenzioni di continuare e anche di dimostrare che è possibile far entrare delle persone in sicurezza – non affrontando cioè quei terribili viaggi che portano la morte – e questa sicurezza è garantita anche ai cittadini europei, perché queste persone – prima di arrivare in Italia – vengono controllate più volte dalle autorità italiane, dalle autorità – per esempio, in questo caso, libanesi – e poi vengono ricontrollate quando arrivano in Italia. Quindi, è anche una forma di sicurezza per gli europei e garantisce un inserimento pensato e sicuro. Quello che noi vogliamo dire è che è possibile: è possibile anche un’altra vita.

18/05/2016 fonte Radio Vaticana

Comunione ai divorziati risposati, preti e vescovi in corsa per arrivare primi

di Riccardo Cascioli


«Da "artigianato locale” a prassi della Chiesa». Così il settimanale della diocesi di Bergamo, Sant’Alessandro, con una sintesi efficace brinda alla comunione ai divorziati risposati. Finalmente «alla luce del sole», esulta monsignor Alberto Carrara, il parroco che ha firmato l’articolo. Alla luce del sole in realtà sta venendo tutta quella parte di Chiesa che in questi anni se ne è fregata altamente delle indicazioni pastorali oltre che dottrinali stabilite dal magistero. Come abbiamo già scritto alcuni giorni fa, non sorprende dopo decenni di magistero parallelo insegnato in seminari e università pontificie. Forse un po’ sorprende la velocità con cui escono fuori coloro che ormai si sentono profeti della "nuova Chiesa”, che la vivevano già tanto tempo prima dell’attuale pontificato. 

E meno male che sabato, tornando dall’isola di Lesbo, rispondendo alla domanda di un giornalista papa Francesco se l’è presa con i media che hanno ridotto l’evento dei sinodi a un referendum sulla comunione ai divorziati risposati. Il Papa dovrebbe guardare piuttosto a preti e vescovi impegnati in una gara a chi rivela per primo di aver già dato la comunione ai divorziati risposati e a chi ne ha date di più. Come se si stessero disputando il Gran Premio della Misericordia. Non solo la diocesi di Bergamo; all’indomani della pubblicazione dell’esortazione apostolica era stato don Giovanni Cereti, sacerdote genovese trapiantato a Roma, in una intervista al Quotidiano Nazionale ad affermare orgoglioso che lui lo fa già da 40 anni. Don Cereti è l’autore di un vecchio libro sessantottino su "Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva”, ristampato per l’occasione alla vigilia del doppio Sinodo, facendo la fortuna dei sostenitori della "Comunione per tutti”.  

E ancora: nelle Filippine è addirittura la Conferenza episcopale a correre: «La Misericordia non può aspettare», afferma in una lettera a tutti fedeli dell’arcipelago il presidente della Conferenza episcopale Socrates Villegas. Seguiranno direttive concrete da parte dei vescovi però intanto «già fin d'ora vescovi e preti devono aprire braccia accoglienti a coloro che si sono tenuti fuori dalla Chiesa per un sentimento di colpa e di vergogna. Il laicato deve fare lo stesso». 

E casomai più che con i giornalisti in generale, il Papa dovrebbe prendersela con quelli che qualcuno ha chiamato "i turiferari”, e anche con i suoi collaboratori più stretti che da due anni impongono ai giornalisti il tema della comunione ai divorziati risposati. E lo hanno fatto anche all’indomani della pubblicazione dell’esortazione apostolica, per essere sicuri che il messaggio passasse chiaramente (leggere qui per una selezione degli interventi al proposito). È proprio così scandaloso sospettare che alla fin fine i due anni e mezzo di dibattito sulla famiglia servissero proprio a promuovere tale prassi?

Non sorprende perciò che lo stesso monsignor Carrara citato all’inizio si sia stupito del rumore provocato dal suo articolo. E nella replica, tra le altre cose, racconta i suoi colloqui con coppie di divorziati risposati, che vale la pena riprendere perché spiega meglio di qualsiasi altro discorso il valore che certo clero dà ai sacramenti: 

«Molte volte ho incontrato persone che erano passate a nuovo matrimonio. Con loro facevo un discorso pressappoco così. "Il tuo matrimonio, il primo, quello che è fallito, è indissolubile. Questo è scritto nel vangelo. Non ce l’hai fatta a viverlo fino in fondo: vivere come una sola carne non è cosa facile, lo so perché me lo ripetono anche quelli che non si separano, e vivere così per tutta la vita è difficile”.
"Ma è stato lui a andarsene via con la segretaria…”, mi rispondevano; "Ma vivere insieme era diventato un inferno”, "Saremmo stati costretti a fingere per tutta la vita”… Ascoltavo. Spesso ritornavano lacrime.
Continuavo: Tu protesti perché la Chiesa ti esclude dai sacramenti. Permetti che anche la Chiesa abbia qualche difficoltà a decidere, con quel vangelo in mano? Vedi tu. Puoi anche vivere la tua fede senza confessarti e fare la comunione, sei cristiano, sei cristiana a tutti gli effetti.
"Scusa, però, perché allora insistete tanto sull’eucarestia?”. Ascoltavo. Non riuscivo a rispondere perché quell’obiezione, in fondo, la facevo anch’io a me stesso, alla Chiesa di cui, in quel momento, ero visto come rappresentante in qualche modo ufficiale. Mi sentivo come sdoppiato, insieme accusatore e accusato.
Continuavo: "Ma, secondo me, puoi anche decidere di accostarti ai sacramenti. Ti do l’assoluzione. Non significa però che il problema è risolto. Resta sospeso. Soltanto, in coscienza, da prete, mi pare di non poterti dire che sei condannato per tutta la vita. Tu ti assumi la responsabilità di chiedere l’assoluzione, io di dartela. E aspettiamo con fiducia”.
Dopo aver dato quell’assoluzione mi sentivo sempre assolutamente tranquillo. Ho sempre pensato che, se andrò all’inferno, non sarà certo per quelle assoluzioni. Sarò forse pretenzioso ma mi sembra che la Chiesa, alla fine, mi ha dato ragione».

Ma questo è ancora niente. Perché ora si apre anche la caccia ai preti che invece non ritengono di dare la comunione a chi convive o si è risposato dopo un primo matrimonio. Il format è già collaudato: il prete fa un discorso generale, alla singola coppia o ad un gruppo, qualcuno comincia a lamentarsi delle idee retrograde e senza misericordia del parroco, c’è sempre un giornalista pronto a raccogliere gli sfoghi dei "discriminati” dal prete, e il caso è bello che montato. Segue linciaggio mediatico del prete e - in molti casi - la presa di distanza del proprio vescovo. 

Il format è già diventato operativo ancor prima dell’esortazione apostolica: a suo tempo riportammo il caso del sacerdote di Cameri, diocesi di Novara, ma più recentemente a farne le spese è stato il parroco di Montemurlo, nella diocesi di Pistoia. Padre Maurizio Vismara, brianzolo e religioso betharramita, si è visto dedicare una pagina dal quotidiano locale Il Tirreno perché a una riunione di genitori con bambini che si preparano alla Prima comunione, ha detto che non avrebbe potuto dare la comunione a coloro che erano in situazioni irregolari. Uno dei presenti ha creato il caso su cui il giornale è andato ovviamente a nozze. Ma è solo un assaggio. Nei prossimi mesi ne vedremo delle belle. E magari anche l’annuncio ufficiale del prossimo obiettivo: il celibato dei sacerdoti. Forse che anche questo non potrà essere definito un ideale, ma un giogo troppo pesante per tanti preti comuni?

18/05/2016 fonte  la nuova bussola quotidiana

Centesimus Annus, non c'è umanesimo senza Dio

di Stefano Fontana

Giovanni Paolo II in visita agli impianti di Rosignano

Il prossimo 1 maggio l’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II compirà 25 anni. Ieri e oggi si tiene presso la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, guidata dal Vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, un convegno internazionale commemorativo dell’evento. La stampa ne ha parlato soprattutto per alcuni ospiti invitati, come il candidato democratico alle primarie americane Bernie Sanders, i leader politici del socialismo sudamericano Rafael Correa, presidente dell’Ecuador e Evo Morales, presidente della Bolivia. 

Può essere utile ricordare il significato e l’importanza della Centesimus annus.

L’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II non è stata certo un documento sociale invertebrato e di semplice apertura ad ogni tipo di collaborazione in vista di un generico umanesimo. E’ stata, invece, la riproposizione del corpus della Dottrina sociale della Chiesa, in tutta la sua valenza dottrinale e pratica, dopo il crollo del comunismo, nella speranza che un ripensamento globale dell’intera questione sociale fosse messo all’ordine del giorno anche dal mondo occidentale. 

L’enciclica è molto incentrata sull’uomo, via della Chiesa, ma visto nella "integralità della sua vocazione”, ossia dentro il progetto di Dio a cui egli è finalizzato, in quanto la Chiesa "riceve il senso dell’uomo dalla divina rivelazione” (55). L’apparente "umanesimo” dell’enciclica è in realtà teocentrico: il mondo ha bisogno non tanto di riforme materiali quanto di rimettere Dio al centro della propria costruzione, "l’antropologia cristiana è in realtà un capitolo della teologia” (55).

Anche il giudizio sul crollo del comunismo va in questo senso. Quel sistema è venuto meno per un errore antropologico (13), ossia per una errata visione della persona umana, ma nello stesso tempo si tratta anche e soprattutto di un errore teologico, perché quella ideologia voleva "sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell’uomo” (24). 

Ogni interpretazione della Centesimus annus nel senso di semplice dialogo o imprecisata collaborazione sociale con i soggetti che operano nella società mondiale, oppure di pastoralismo, come un proiettarsi d’impulso sui bisogni con interventi lenitivi ritenuti l’unico orizzonte della presenza della Chiesa, oppure di sottovalutazione delle nuove ideologie che in questi 25 anni hanno sostituito quelle classiche, sarebbe un grave errore.

La Chiesa ha una parola propria da dire sulle questioni sociali e rivendica, come aveva fatto la Rerum novarum, un suo ruolo pubblico, un suo "statuto di cittadinanza” (5) che non può consistere solo nell’aprire tavoli di confronto o accompagnare chi è in difficoltà, ma che ha una pretesa di essenzialità e non solo di opportunità: non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo, afferma Giovanni Paolo II riprendendo Leone XIII (5).

Dentro la Centesimus annus c’è l’idea che la costruzione della società dipende da Cristo Creatore ed è ordinata a Cristo Salvatore (5). La questione sociale non si potrebbe nemmeno comprendere nei suoi esatti termini negando il peccato originale (25) e la storia della salvezza. La Centesimus annus contiene una teologia della storia, l’ultima, fino a questo momento, donataci dal magistero sociale pontificio. In essa trovano spazio i giudizi sui tragici avvenimenti del secolo breve, sul misterium iniquitatis presente nella vicenda umana, sul ruolo delle nazioni - discorso in seguito dimenticato -, sulla cultura e sull’inclinazione verso il nichilismo delle nostre società. Che nel 1991 si proclamavano "vincenti” ma che invece covavano e covano potenti germi di dissoluzione, soprattutto nella lotta alla vita e alla famiglia. La Centesimus annus chiedeva una assunzione di responsabilità di fronte al bene e al male (13).

Non di rado oggi i cattolici convivono con questi germi di dissoluzione, ritengono difforme dallo stile del tempo opporvisi, scambiano ecologismi e pacifismi per la vera ecologia umana (38) e per la vera pace che il mondo irride, votano e sostengono i partiti che li perseguitano e li perseguiteranno, appoggiano progetti di welfare che distruggono la società civile e la famiglia (48), tralasciano di lottare per la libertà di educazione e sembra che il principale dei loro doveri sociali e politici sia di difendere la democrazia, al punto di dare più credito alla fedeltà alle istituzioni democratiche e ai loro procedimenti piuttosto che alla propria coscienza educata da Dio.

Non era certo questa la proposta dalla Centesimus annus. La democrazia viene fortemente criticata nei suoi presupposti relativisti (46), viene ribadita la contrarietà del cristianesimo alla libertà senza verità e del bene comune si dà una interpretazione non solo orizzontale ma verticale (47). Si rifiuta l’ideologia pauperista parlando dei veri poveri e collocando il profitto al suo giusto posto (34): si dà un senso cristiano all’imprenditorialità (32); del consumismo non si offrono solo slogans moralistici ma una interpretazione ben strutturata in dialogo con le scienze sociali (36). Nulla si concede alle interpretazioni materialistiche e funzionalistiche: "il primo e più importante lavoro si compie nel cuore dell’uomo” (51), se l’uomo è alienato non è colpa dei meccanismi sociali – che pure sono da correggere - ma della mancanza di Dio (40) – senza del quale non si possono correggere nemmeno i meccanismi sociali. La dignità della persona non dipende dal riconoscimento delle istituzioni statali o dai dettati costituzionali, ma dall’atteggiamento cha l’uomo assume davanti al mistero più grande, il mistero di Dio (24). E poiché è "nella risposta all’appello di Dio” che l’uomo diventa consapevole della sua dignità (13), l’ateismo è la prima causa da cui deriva l’errata concezione della persona umana (13). 

La Centesimus annus è un’enciclica sociale per una Chiesa consapevole, capace di testimonianza anche eroica, impegnata nella lotta tra il bene e il male, missionaria ed evangelizzatrice del sociale, impegnata per la salvezza di Dio che riguarda anche l’ordine temporale.
18/04/2016 fonte: La nuova bussola quotidiana


IL SANTO DEL GIORNO 11/03/2016 Sant' Eulogio di Cordoba Sacerdote e martire



Sant’Eulogio non è che il più importante fra la folta schiera dei "Martiri di Cordoba”. Numerosissimi cristiani, infatti, testimoniarono la loro fede in Cristo con il supremo sacrificio dell’effusione del loro sangue presso Cordoba, importante città spagnola dell’Andalusia. Strappata ai Visigoti dagli Arabi nel 771, la città raggiunse il suo apogeo culturale nel X secolo, prima di essere riconquistata nel 1236 dal celebre sovrano San Ferdinando III di Castiglia.
Bisogna constatare, ad onor del vero, che i musulmani non si mostrarono sempre feroci persecutori dei cristiani, ai quali solitamente si limitavano ad imporre di non testimoniare pubblicamente la loro fede cristiana e soprattutto di versare periodicamente un cospicuo tributo: se ciò da un punto di vista puramente politico portava a provocare uno spirito d’indipendenza e di autonomia da parte della popolazione indigena, quest’ultima in quanto cristiana non poteva certo tollerare una sorta di ibernazione religiosa. Nacquero così sporadiche reazioni alla dominazione dei mori, che venivano facilmente soffocate con altrettanto sporadiche persecuzioni.
Fu proprio in tale contesto che si collocò il martirio di Eulogio, sacerdote, vescovo eletto di Toledo. Non potendo a qualunque costo accettare o tollerare la passività dei cristiani, egli scrisse e predicò apertamente contro il Corano. Imprigionato una prima volta, venne rilasciato dopo che egli aveva confortato e rianomato i suoi compagni di prigionia con un’efficace "Esortazione ai martiri”. Nominato vescovo di Toledo, non poté neppure essere consacrato e prendere possesso della sua sede: l’11 marzo 859 venne infatti decapitato, in esaudimento del suo grande desiderio.


Papa approva nuove norme per la gestione dei beni delle Cause di Beatificazione



Papa Francesco ha approvato, ad experimentum per tre anni, le nuove "Norme sull’amministrazione dei beni delle Cause di beatificazione e canonizzazione”, abrogando quelle precedentemente approvate da San Giovanni Paolo II nel 1983.
Più trasparenza, maggiore coinvolgimento di promotori e vescovi
Il Rescritto - che riporta le nuove norme - ricorda che le Cause di beatificazione e canonizzazione per la loro complessità richiedono molto lavoro e comportano spese. Si intende adesso rendere ancora più trasparente, chiara e funzionale la gestione di tali beni. I promotori delle Cause e i vescovi diocesani competenti saranno maggiormente coinvolti.
Vigilanza su contenimento spese
Per quanto riguarda la fase romana, la Sede Apostolica, data la natura peculiare di bene pubblico delle Cause, ne sostiene i costi, a cui i promotori partecipano tramite un contributo, e vigila perché gli onorari e le spese siano contenuti e tali da non ostacolarne il proseguimento.
Contabilità regolarmente aggiornata
Il promotore costituisce un fondo di beni per le spese della Causa, proveniente da offerte sia di persone fisiche sia di persone giuridiche, che viene considerato, a motivo della sua natura particolare, "fondo di Causa pia”. L’amministratore del fondo deve rispettare scrupolosamente l’intenzione degli offerenti, tenere una contabilità regolarmente aggiornata, redigere annualmente i bilanci da presentare al promotore per la dovuta approvazione, inviare al postulatore copia dei bilanci.
Interventi disciplinari in caso di abusi
Qualora il promotore intenda utilizzare anche una sola parte dei beni per scopi diversi dalla Causa dovrà ottenere l’autorizzazione della Congregazione delle Cause dei Santi. Il promotore, ricevuto il bilancio, dopo averlo approvato tempestivamente, ne invia copia all’autorità competente perla vigilanza. In caso di inadempienze o di abusi di natura amministrativo-finanziaria da parte di quanti partecipano allo svolgimento della Causa, il Dicastero interviene disciplinarmente.
Cessazione del fondo
Celebrata la beatificazione o la canonizzazione, l’amministratore del fondo rende conto dell’amministrazione complessiva dei beni per la debita approvazione. Dopo la canonizzazione la Congregazione delle Cause dei Santi, a nome della Sede Apostolica, dispone dell’eventuale rimanenza del fondo, tenendo presenti le richieste di utilizzo da parte del promotore. Adempiuto quanto prescritto, il fondo della Causa e la Postulazione cessano di esistere.
Fondo di solidarietà
Presso la Congregazione delle Cause dei Santi è costituito un "Fondo di Solidarietà” che viene alimentato con offerte libere dei promotori o di qualsiasi altra fonte. Nei casi in cui vi sia reale difficoltà a sostenere i costi di una Causa in fase romana, il promotore può chiedere un contributo alla Congregazione delle Cause dei Santi per il tramite dell’ordinario competente. Questi, prima di inviare l’eventuale richiesta, verifichi la posizione economico-finanziaria del fondo e l’impossibilità di alimentarlo con il reperimento di ulteriori sussidi. La Congregazione delle Cause dei Santi valuterà caso per caso.

11/03/2016 fonte: radio vaticana

Brasile: ucciso francescano. Aveva partecipato al Sinodo sulla famiglia



È stato ucciso ieri mattina a Petrópolis, nello Stato di Rio di Janeiro, il padre francescano Antonio Moser. La sua morte è avvenuta durante un tentativo di rapina sulla strada statale Washington Luiz, all’altezza di Duque de Caxias (RJ). Nato a Gaspar (Stato di Santa Catarina) 75 anni fa – riferisce l’agenzia Fides - fra Moser, dell'Ordine dei Frati Minori (ofm), era direttore della casa editrice Vozes e aveva preso parte all'ultimo Sinodo dei Vescovi sulla famiglia come collaboratore del segretario speciale.
Una vita fruttuosa, al servizio della Chiesa
Nel comunicato della Conferenza Episcopale Brasiliana (Cnbb), firmato dal segretario generale, mons. Leonardo Steiner, si ricorda che "la vita di fra Antonio Moser era ricca e fruttuosa”. Ricordando l’impegno del religioso all’interno della Cnbb, mons. Steiner cita il suo apporto "nella preparazione di testi e nella riflessione teologica, soprattutto in teologia morale”. Dal suo canto, il vescovo di Petrópolis, mons. Gregório Paixão Neto, ha espresso profondo dolore e costernazione per il terribile crimine, invitando alla preghiera la parrocchia di Santa Clara, dove padre Moser era stato parroco negli ultimi anni.
Nel 2015, presente al Sinodo sulla famiglia
Da ricordare che nel 2015 fra Antonio Moser è stato l’unico teologo brasiliano scelto dal Papa per partecipare al Sinodo generale ordinario dei vescovi sulla famiglia. Il 12 e 13 dicembre scorsi, aveva celebrato nella sua città natale, Gaspar, i 50 anni di sacerdozio. Aveva scritto molti libri e offerto un grande contributo alla Chiesa locale. Dopo i funerali, oggi nella Cattedrale di Petrópolis, fra Moser verrà sepolto presso il mausoleo dei Frati Francescani nel cimitero comunale.

11/03/2016 fonte: Radio Vaticana

L'utero in affitto è moralmente un'aberrazione

di Michele Paolini Paoletti

L'approvazione del Ddl Renzi-Boschi sulle unioni civili e la notizia del figlio avuto dal compagno di Nicky Vendola con l'utero in affitto, che l'ex governatore della Puglia ora vorrebbe adottare, ha riportato la tematica della maternità surrogata nell'ambito della stretta attualità. Ma per quale motivo la gestazione in affitto è moralmente sbagliata? Esiste un criterio laico e razionale che vada al di là dell'emotività del momento per discernere l'intrinseco errore che si cela dietro questa pratica? La Bussola ospita l'intervento di Michele Paolini Paoletti, dell'Università di Macerata. 

«Al di là di vaghi richiami ai desideri individuali, all’autodeterminazione e all’amore e al dono di sé "che tutto vincono”, si fatica a trovare in Italia una seria riflessione laica sulla maternità surrogata. Con "laica” intendo una riflessione che possa prescindere dall’assunzione delle verità di fede in quanto verità di fede, cioè una riflessione capace di coinvolgere e magari persuadere anche chi non crede in quelle verità. 

E dunque: è moralmente accettabile la maternità surrogata? Per non generare confusione, bisogna distinguere due situazioni: la maternità surrogata "pagata” e quella "gratuita” o "donata”. 

Vediamo il primo caso. Quando io pago una persona per qualcosa, come già spiegava più di due secoli fa Adam Smith, io non sto semplicemente comprando un bene o un servizio da quella persona. Sto comprando il suo tempo. Quando compro un orologio, sto comprando il tempo che un artigiano ha impiegato per realizzare il mio orologio – e anche il tempo che egli ha impiegato per imparare a costruire un buon orologio. Quando compro un chilo di carne, sto comprando il tempo di colui che ha macellato la carne, ma anche il tempo di chi ha allevato gli animali. Il tempo misura il valore di qualcosa ben prima del suo valore di mercato. In tempi di capitalismo finanziario, abbiamo dimenticato questa banale verità. 

Ad ogni modo, non tutto può essere quantificato in termini di tempo. Se il valore del rapporto con una persona consistesse soltanto nel tempo trascorso assieme (o nel tempo "libero” cui rinunciamo per stare con lei), allora i rapporti meno duraturi sarebbero per definizione di minore valore. Ma chiedete agli Apostoli quale valore ebbe per loro passare pochissimi anni o mesi con Gesù, rispetto a tanti altri rapporti… Di alcuni si racconta che bastò uno sguardo, o una semplice parola, per cambiare tutto. Inoltre, se il valore della vita di un figlio fosse quantificabile in termini di tempo, allora un figlio che vive fino ad ottant’anni avrebbe maggiore valore di un figlio che, purtroppo, muore in tenera età. Nessun genitore assennato penserebbe mai una cosa del genere. Insomma, ci sono cose il cui valore non è quantificabile in termini temporali, cose che non hanno prezzo – e probabilmente sono le stesse cose che più ci avvicinano all’eternità.

Quando una madre rinuncia al proprio figlio per darlo ad una coppia che paga per esso, non vi è alcun prezzo che possa esprimere il valore di ciò che quella madre perde – che quella madre se ne renda conto o meno. Non i nove mesi della gravidanza, non il tempo strappato ad altre occupazioni, non il tempo che non potrà trascorrere con il proprio figlio… Nessuna misura di tempo può quantificare il valore perduto. E ogni prezzo pagato sarà pur sempre troppo basso. Per questo crediamo che ci siano "beni” che non possono divenire "merci”: non già perché la maggioranza delle persone, se potesse, non si presterebbe alla loro mercificazione, ma perché tali "beni”, oggettivamente, non possono diventare "merci”, non potendo avere alcun prezzo. 

Chi ha davvero lottato perché il tempo del lavoro di un operaio non fosse rubato dal capitalista, perché il prodotto, i mezzi e la natura stessa dell’atto di produzione trovassero riconosciuta la loro dignità a prescindere dal mercato e dai suoi interessi, dovrebbe ora alzare le barricate contro queste gravissime pretese di mercificazione. E invece…

Ma veniamo al secondo caso, quello della maternità surrogata "gratuita”. È moralmente accettabile che una donna, liberamente e senza compensi o rimborsi, e anzi ritenendo in buona fede che il suo sia un grandissimo gesto di amore, si offra come madre surrogata per realizzare il desiderio di genitorialità di una coppia (eterosessuale o omosessuale)? Cosa potrebbe esservi di sbagliato nell’esaudire gratuitamente un desiderio e nel garantire così un diritto – come avviene nel civilissimo Regno Unito? Di più: che differenza vi sarebbe con una qualsiasi adozione?

All’ultima domanda si può rispondere con quanto notato intelligentemente da Serena Sileoni (Il Foglio, 2 marzo 2016): "l’adozione non è un istituto che primariamente soddisfa il desiderio di genitorialità, ma che guarda a un minore in stato di abbandono”; "nell’adozione, è già al mondo un fanciullo in difficoltà, una prospettiva completamente diversa da quella di un adulto che desidera far nascere un bambino”. In un’adozione il bambino è accolto come il centro dell’intero processo: tutto ruota attorno al suo diritto di avere un padre e una madre e di vivere in modo soddisfacente. Viceversa, il motore propulsore di una maternità surrogata è il desiderio di una coppia di avere un figlio. Dispiace dirlo, ma in questa prospettiva sia il figlio che la madre surrogata sono primariamente dei mezzi per soddisfare tale desiderio.

Pertanto, ciò che viene meno in una maternità surrogata è la condizione necessaria di ogni diritto e di ogni libertà in una democrazia liberale: il fatto che l’umanità propria e quella degli altri, per dirla con Kant, siano trattate come fini, e mai siano trattate come mezzi. In effetti, i miei diritti contano qualcosa solo se la mia natura e la mia esistenza non sono dei mezzi. Viceversa, ogni diritto può essere piegato al volere di chi mi usa per i propri scopi. Per inciso: qui non si tratta della semplice libertà di fare ciò che si vuole purché non si sia di ostacolo ad altri. Anche in uno Stato totalitario si potrebbe godere di una simile libertà: se lo Stato riuscisse a determinare ciò che voglio (con la propaganda e la persuasione), esso potrebbe garantirmi tale libertà e i diritti che ne conseguono. Tuttavia, non si tratterebbe affatto di una democrazia liberale, poiché io sarei trattato come un mezzo per soddisfare i bisogni dello Stato e di chi lo governa. 

La natura della madre surrogata (il suo essere donna) e la natura del figlio (il suo essere un umano) sono piegate al progetto di soddisfazione di un desiderio. Certamente, lo stesso tipo di operazione potrebbe avvenire nelle intenzioni di chi compie un atto riproduttivo naturale: il figlio e/o la madre potrebbero essere usati solo per soddisfare un forte desiderio di genitorialità. Nondimeno, lo Stato non è chiamato a legiferare sulle intenzioni, ma sugli atti. E la maternità surrogata è un atto che esprime, in maniera inequivocabile, una visione aberrante dell’umanità. 

Ancora una volta dispiace dirlo, ma conta poco, in termini di giustificazione morale, che una donna si presti felicemente a questo progetto. E conta poco che qualcuno avverta fortemente il desiderio (pur buono) di essere padre o madre. La strada per l’inferno può essere lastricata di ottime intenzioni. 

E nessuno intende negare che il figlio di una madre surrogata sarà amato dalla coppia che lo ha voluto. Certamente, è facile amare ciò che si vuole, il frutto realizzato del proprio desiderio. Ben più difficile è amare ed accogliere chi non si vuole, chi contrasta (volutamente o meno) con le nostre attese ed i nostri desideri, eppure si impone come una presenza unica ed irreducibile nelle nostre vite. 

Sarebbe una bella sfida se ci si riuscisse ad amare così. Nonostante tutto. Persino nonostante il fatto che tu, amore mio, non sarai mai capace di realizzare il mio vibrante desiderio di genitorialità». 

11/03/2016 fonte: La nuova bussola quotidiana

 

«Avevo fatto 1.200 aborti, un giorno guardai la gambina nel forcipe e tutto cambiò»




«Come puoi riparare alla morte di 1.200 bambini? Non puoi». Mentre la politica americana si divide sul finanziamento pubblico al colosso delle cliniche dell’aborto Planned Parenthood, accusato da una inchiesta giornalistica indipendente di commercio di organi umani, il dottor Anthony Levatino, autore nella sua "prima vita” professionale di ben 1.200 interruzioni di gravidanza, ha voluto raccontare in un video il modo in cui all’interno di quelle cliniche «si uccidono» i bambini, descrivendo per filo e per segno e senza eufemismi le procedure.
IMMAGINI ASETTICHE. Il video, che colpisce nel segno nonostante non contenga scene sanguinolente ma è solo disegni illustrativi, è stato diffuso su internet dall’organizzazione pro-life Live Action, anche in vista dell’imminente discussione presso la Corte suprema in merito alle leggi restrittive dell’aborto recentemente introdotte in Texas. L’obiettivo del filmato non è quello di colpire sentimentalmente gli spettatori, e infatti la scelta di corredarlo con immagini "asettiche” fa emergere con la massima chiarezza la barbarie della pratica abortiva.
LA PROCEDURA. Già nel 2012 Levatino rese una testimonianza davanti al Congresso di Washington in cui spiegò ai rappresentanti del popolo americano quanto dolore provino i bambini vittime dell’aborto. Adesso, con questo video e soprattutto in una intervista con la leader di Live Action Lila Rose, ha deciso di raccontare anche di sé. Levatino iniziò a praticare aborti nel 1977, lavorando in alcune cliniche private prima ancora di laurearsi in medicina. «Strappi le braccia e le gambe del bambino e le metti in una sacca sul tavolo», spiega nel video.

 LA ROUTINE. Col passare degli anni l’aborto per il giovane medico americano diventò semplice routine. Da ginecologo professionista arriverà a compierne addirittura 1.200, fra cui un centinaio anche oltre il terzo mese di gravidanza. A scalfire questa ripetizione indifferente fu a un certo punto il dramma dell’impossibilità di concepire un figlio. Dopo aver provato a percorrere ogni via possibile, Levatino e la moglie fecero domanda per l’adozione, finché un giorno il ginecologo venne a sapere che una ragazza di 15 anni arrivata ormai sul punto di partorire «voleva dare in adozione la bambina». Furono i servizi sociali a contattare Levatino: «Risposi: "Oh certo che la voglio”. Il mese dopo mia moglie era incinta».
L’INCIDENTE. I due figli crescevano e l’uomo riprese la sua "routine”, animato dall’intenzione di «mettere via un po’ di soldi». Ma pochi giorni prima del suo compleanno la piccola Heather, dopo una giornata splendida passata con gli amici, venne investita da un’auto: «Morì nelle nostre braccia in ambulanza», ricorda Levatino. Distrutto dal dolore, il medico si prese una pausa. Ma appena ricominciò la sua attività «guardai la gambina nel forcipe e rimasi colpito». Levatino sul momento non poté fermarsi, poiché l’aborto, una volta iniziato, deve essere terminato, ma quel giorno «per la prima vota nella mia carriera vidi le parti del corpo del bambino ammucchiate. Non vedevo il medico meraviglioso che aiutava le donne a risolvere il loro problema, non vedevo il fantastico diritto di scelta, non vedevo gli 800 dollari. L’unica cosa che vedevo era il figlio o la figlia di qualcuno». Nella mente del medico prese forma l’immagine della donna che si avvicinava a lui dicendogli: «Tieni 100 dollari e uccidi mio figlio».
LA DECISIONE. «Sapevo perché stavo male», ricorda Levatino, ma «provai a continuare e feci altri due aborti». Dopo quell’esperienza però non poteva più mettere a tacere la sua coscienza, l’orrore era diventato troppo forte. «Dissi ai miei colleghi che non avrei più fatto gli aborti al secondo trimestre». E non ci vorrà molto tempo perché il ginecologo decida di smettere del tutto. «Quando finalmente capisci che uccidere un bambino è sbagliato, non importa quanto è grande il bambino, è sempre lo stesso», spiega. Secondo Levatino è stato il sacrificio di sua figlia a spingerlo a coinvolgersi in prima persona nella causa pro life, provando a salvare vite anziché a sopprimerle, anche «per guarire e per trovare perdono».

11/03/2016 fonte: Tempi.it




IL SANTO DEL GIORNO 23/01/2016 Sant' Ildefonso (Idelfonso) da Toledo Vescovo

Molto devoto a Maria, su cui scrisse un celebre trattato, e significativo esponente della Spagna del suo tempo, Ildefonso era discendente di una potente famiglia romana. Anche sotto i Visigoti avrebbe potuto far carriera, ma si fece monaco e divenne diacono. Fu eletto abate del monastero dei Santi Cosma e Damiano, nei pressi di Toledo. Quando il vescovo morì, nel 657, l'uomo di lettere e preghiera, cinquantenne, divenne anche uomo di governo ecclesiale nella diocesi della capitale del regno visigoto. Si districò tra difficili questioni interne e tenne testa alle pretese del re Recesvinto, che si era mosso personalmente per convincerlo a lasciare il cenobio e accettare l'elezione. Ha lasciato libri di liturgia e l'opera «De viris illustribus», una sorta di continuazione dell'enciclopedia di sant'Isidoro di Siviglia (di cui secondo la tradizione sarebbe stato allievo). Il 15 agosto del 660 la vergine gli apparve nel presbiterio della cattedrale, lodandolo e consegnandogli una preziosa veste. Morì a Toledo, di cui è patrono, nel 667.

Congresso eucaristico a Cebu. Piero Marini: Vangelo del dialogo in Asia

Un’occasione per rilanciare l’evangelizzazione in Asia attraverso il dialogo e l’esperienza di comunione: è ciò che intende essere il 51.mo Congresso Eucaristico Internazionale, in programma a Cebu, nelle Filippine, da questa domenica al 31 gennaio. E’ quanto afferma ai nostri microfoni mons. Piero Marini, presidente del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali. Il tema scelto per questo Congresso, che segue quello di Dublino del 2012, è "Cristo in voi, speranza della gloria”, tratto dalla lettera di San Paolo ai Colossesi. All’evento sono attesi 10mila partecipanti e 8.500 delegati da 71 Paesi. Tra relatori principali al Congresso figurano i cardinali Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, Timothy Dolan , arcivescovo di New York, John Onaiyekan, arcivescovo di Abuja in Nigeria, Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay. A rappresentare il Santo Padre ci sarà il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon (Myanmar). Sul tema di questo Congresso ascoltiamo mons. Piero Marini al microfono di Sergio Centofante

 
R. – Il tema della speranza è il tema centrale di questo Congresso Eucaristico in un continente, fatto soprattutto da giovani, in cui la speranza è un elemento necessario per guardare al futuro.
D. – Il Congresso si tiene nelle Filippine, l’unico Paese asiatico, insieme con Timor Est, a maggioranza cattolica…
R. – Sì, le Filippine sono un’eccezione nell’Asia, che è il continente in cui Cristo è nato, e purtroppo bisogna dire che è il continente in cui il Cristo oggi è ancora meno conosciuto. I cattolici nelle Filippine sono circa 100 milioni, l’80% è cattolico. E quindi le Filippine sono un po’, per noi cattolici, il punto di partenza per l’evangelizzazione dell’Asia. E difatti Cebu è proprio nel cuore delle Filippine. Sappiamo che l’evangelizzazione dell’Asia ha avuto varie fasi: la prima è quella dei missionari assiri – i cosiddetti "caldei” – che sono partiti proprio dalla regione da cui è partito Abramo. La prima evangelizzazione è stata la loro. Si pensi che, verso l’anno 1000, alcune fonti riferiscono che questa Chiesa caldea - che ha raggiunto perfino la Mongolia, l’Indonesia e l’India - aveva più fedeli che non la Chiesa di Roma e Costantinopoli messe insieme. Ma poi, a causa anche dell’uso della lingua siriaca e a causa della mancata inculturazione, questa evangelizzazione nel tempo si è perduta. È stata poi ripresa dai Francescani nel 1200-1300 e poi dai Gesuiti. Nel 1800 poi tante congregazioni hanno continuato questa evangelizzazione delle Filippine. Sappiamo che le Filippine sono state evangelizzate dagli spagnoli, i quali sono arrivati nel 1521 proprio a Cebu: ecco perché si celebra il Congresso Eucaristico a Cebu. Le Filippine sono quindi un esempio in tutta l’Asia di una Chiesa che ha vissuto l’inculturazione, perché questo è il grosso programma che da 30 anni viene portato avanti da tutte le Conferenze episcopali dell’Asia, le quali hanno posto il dialogo come fondamento dell’evangelizzazione. Dialogo perché si tratta di un continente ricco di culture. E – naturalmente – se la fede o se la liturgia non vengono inculturate, poi passano senza lasciare il segno.
D. – In Asia ci sono ancora tanti cristiani che stanno soffrendo…
R. – Sì e uno dei motivi fondamentali di ciò è che ancora oggi – purtroppo – persiste in Asia la visione della Chiesa cattolica come di una Chiesa legata all’Occidente. E quindi questo è un grande ostacolo per l’evangelizzazione. Di qui la necessità di una inculturazione della fede, di dialogare con le altre religioni. L’importante del Congresso Eucaristico è far vedere come l’Eucarestia sia un luogo di riconciliazione e un motivo di pace, in cui tutti si ritrovano figli dello stesso Dio e fratelli tra di loro.
D. – Quali sono i frutti di questi Congressi Eucaristici?
R. – Prima di tutto bisogna sottolineare che i Congressi Eucaristici hanno accompagnato la storia della Chiesa, a partire dalla fine del 1800. Il primo Congresso Eucaristico è stato quello di Lille, in Francia, nel 1881. Allora erano Congressi Eucaristici che sottolineavano soprattutto la visibilità: volevano sottolineare la presenza dei cattolici in un ambiente, come quello dell’800, pieno di governi che erano contro la Chiesa cattolica, e la necessità dei cristiani di farsi vedere: tutta l’attenzione era posta sulla processione eucaristica, quasi un prendere possesso di nuovo delle città. Poi i Congressi eucaristici sono diventati delle occasioni, quando Pio X ha anticipato l’età per ricevere l’Eucarestia, di migliaia di Prime Comunioni da parte dei giovani. Sotto Pio XI c’è stato soprattutto l’aspetto missionario, perché i Congressi eucaristici hanno varcato l’Europa, sono andati in America ecc. Quindi è sempre stato un movimento che ha accompagnato e ha sottolineato la storia della Chiesa, fino al 1960, quando si è celebrato il Congresso di Monaco di Baviera che ha segnato una svolta, sottolineando l’importanza della celebrazione della Eucarestia più che di altri elementi, come quello della processione eucaristica o quello dell’adorazione fuori dalla Messa che fino ad allora avevano sottolineato di più le finalità dei Congressi eucaristici. Quelli che vanno a Cebu, vanno a dare una testimonianza della Chiesa universale a questa Chiesa particolare di Cebu, ma vanno anche a ricevere. A Cebu si troverà una popolazione molto povera: non è una grande metropoli del Primo Mondo. Ma i filippini sono persone che hanno una grande fede, un grande amore per la vita e per la gioia. Io vado volentieri perché i filippini hanno dato una testimonianza in tutto il mondo, e la stanno dando ancora, di lavoro e di fedeltà. Questa è dunque anche un’occasione per ringraziare tutti i filippini sparsi nel mondo per la loro testimonianza di fede e unità alla Chiesa cattolica.

23/01/2016 fonte: Radio Vaticana
 

Le meraviglie della fede sulla porta della Misericordia

di Margherita Del Castillo

La porta della Misericordia della Cattedrale di Udine si è aperta lo scorso 13 dicembre per celebrare l’inizio dell’Anno Santo. É un portale prezioso, quello della Redenzione, così chiamato perché nella lunetta sono rappresentati temi fondanti la dottrina cristiana, seppur accostati in maniera inusuale. Sopra una mensola un’Adorazione dei Magi sta a significare l’Incarnazione; distribuite sulla superficie sono le scene della Crocifissione, della Resurrezione dal sepolcro e l’Agnus Dei, ovvero il Cristo Salvatore dell’umanità. 

I rilievi, incorniciati da una cuspide affiancata da pinnacoli, sono della prima metà del XIV secolo e sono opera di un anonimo scultore tedesco. Come lo sono quelli del portale che si apre sul lato nord dell’edificio, poco più tardo, dedicato all’Incoronazione della Vergine rappresentata al centro del timpano, sotto un grande padiglione sorretto da angeli. Nell’architrave si susseguono senza soluzione di continuità episodi della vita di Gesù Bambino.

Il Duomo ha origini più antiche. Il patriarca Bertoldo di Andechs lo fece erigere a metà del XIII secolo, intitolandolo a Sant’Odorico, al posto di una chiesa già esistente dedicata a San Girolamo. L’originale impianto cistercense della costruzione fu successivamente modificato, ampliato e impreziosito da campagne decorative. Fino a che, nel 1335, la Cattedrale venne nuovamente riconsacrata a Santa Maria Maggiore. 

Nel corso del XIV secolo, in seguito ai danni provocati da un terremoto, la facciata fu restaurata e ne fu modificato l’aspetto. Il rosone centrale venne inscritto in un quadrato, profondamente strombato e collegato ai due rosoni laterali da una finta loggia a dodici archi trilobati. Sotto furono aperte due lunghe finestre.  L’interno, a croce latina, è suddiviso da pilastri in tre navate. Su quelle laterali si aprono, per ciascun lato, quattro cappelle comunicanti tra loro. Lo stile barocco che caratterizza lo spazio risale agli interventi di inizio Settecento, affidati all’architetto Domenico Rossi.  A quest’epoca risale l’ultima consacrazione del Tempio, da allora in poi intitolato all’Annunziata.

Ad accrescere la bellezza e la preziosità dei diversi ambienti contribuì anche Gianbattista Tiepolo che nel 1726 per la Cappella del Sacramento dipinse degli affreschi monocromi con il Sacrificio di Isacco e l’Apparizione dell’Angelo ad Abramo. Al celeberrimo maestro si devono anche le due pale d’altare delle cappelle dei Santi Ermagora e Fortunato, protomartiri e patroni del patriarcato aquilense e della Trinità, dove sono raffigurati i rispettivi omonimi soggetti.

Il nucleo più antico, trecentesco, del Duomo è costituito dalla Cappella di San Nicolò e dal Battistero, dove sono visibili affreschi di Vitale da Bologna con storie della vita del Santo ed episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, e dalla Cappella del Corpo di Cristo dove sono esposti tre dipinti su tavola quattrocenteschi che raccontano la vita del Beato Bertrando, figura ecclesiastica e politica di grande importanza per la città, che riposa in un sepolcro custodito all’interno del Duomo.

23/01/2016 fonte: La nuova bussola quotidiana

 

Presto Santo ‘el Cura Brochero’, pioniere di tutti i preti di strada

Oggi la promulgazione del decreto riguardante il miracolo ad una bimba argentina. La postulatrice Silvia Correali: "Un giorno di grande allegria per tutta l’Argentina e per la Chiesa”



Tra i sei miracoli di cui Papa Francesco ha autorizzato ieri la promulgazione del decreto, c’è anche quello avvenuto per intercessione del beato argentino Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero, meglio conosciuto come ‘el Cura Brochero’. Nato il 16 marzo 1840 e morto in odore di santità il 26 gennaio 1914. Di lui Papa Francesco oggi direbbe che era un "pastore con l’odore delle pecore”, sempre a cavallo di una mula per diffondere il  Vangelo e occuparsi dei bisognosi della sua regione.

E’ stato proclamato beato il 14 settembre 2013, in una celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Amato alla quale presero parte circa 200mila persone che gridavano il suo nome. Per l’occasione Papa Francesco donò una campana e fissò il 16 marzo come festa liturgica del Beato.

La promulgazione del decreto "significa che verso la fine di febbraio o i primi giorni di marzo si terrà un Concistoro per decidere la festa e il luogo della cerimonia della canonizzazione del Beato Brochero”, spiega a ZENIT Silvia Correale, postulatrice della causa.

"E’ un giorno di grande allegria per tutta l’Argentina e la sua Chiesa – prosegue – perché viene riconosciuta ufficialmente una vita che già si sapeva fosse quella di un santo”. E il fatto che l’attestazione del miracolo sia avvenuta così rapidamente dalla beatificazione "mostra un disegno della provvidenza di Dio”.

Il team medico ha confermato la validità della cura e guarigione senza alcuna spiegazione scientifica di una bambina, Camila Brusotti,che era stata picchiata brutalmente dalla madre e dal patrigno al punto da provocarle un attacco di cuore e un ictus nell’emisfero destro del cervello, che rendeva impossibile il recupero della mobilità del corpo.

"E’ stata una grazia che il Signore ha permesso succedesse in una diocesi di una periferia dell’Argentina – racconta Correali – perché la preghiera fu innalzata a Dio da tutto il popolo, coinvolgendo parrocchie, villaggi, partirono catene di preghiere su internet e via dicendo. E il miracolo alla fine avvenne”.

La prognosi medica era quella che la bimba sarebbe rimasta in stato vegetativo; invece Camila ha pienamente recuperato le sue capacità, i medici le hanno detto che la sua riabilitazione ha raggiunto ottimi livelli, anche dal punto di vista cognitivo, tanto da permetterle di tornare a scuola.

In una lettera inviata al presidente della Conferenza Episcopale argentina, in occasione della cerimonia di beatificazione di padre José Gabriel. Papa Francesco scriveva: "Che il «Cura Brochero» sia finalmente tra i beati è una gioia e una benedizione molto grande per gli argentini e i devoti di questo pastore che odorava di pecora, che si fece povero tra i poveri, che lottò sempre per stare vicino a Dio e alla gente, che fece e continua a fare tanto bene come carezza di Dio al nostro popolo sofferente”.

"Mi piace – aggiungeva il Pontefice –  immaginare oggi Brochero parroco sulla sua mula dalla frangetta bianca (malacara), mentre percorreva i lunghi sentieri aridi e desolati dei 200 chilometri quadrati della sua parrocchia, cercando casa per casa i vostri bisnonni e trisnonni, per chiedere loro se avevano bisogno di qualcosa e per invitarli a fare gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Conobbe ogni angolo della sua parrocchia. Non rimase in sacrestia a pettinare pecore”.

"Il Cura Brochero era una visita di Gesù stesso a ogni famiglia”, disse ancora il Papa, egli "incentrò la sua azione pastorale sulla preghiera” e sulla "attualità del Vangelo”. Cosa che fece di lui "un pioniere nell’uscire verso le periferie geografiche ed esistenziali per portare a tutti l’amore, la misericordia di Dio”.

23/01/2016 fonte: Zenit
 

Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione''.





Papa benedice i social
Papa Francesco riceve in udienza il Tribunale della Rota Romana, in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario, e incentra la sua riflessione sulla famiglia. Parole nette che rispondono senza se e senza ma al dibattito sulle unioni civili. Tanto che Matteo Renzi rischia di farsi esplodere il Pd nelle mani.

L'Italia (e la politica) si spacca sul ddl Cirinnà. Dal parlamento alla piazza il passo è breve. Domani, al fianco delle associazioni Lgbt, manifesteranno i grillini, i politici di Possibile e diversi esponenti del Pd, a cominciare da Sinistradem. Il 30 sarà la volta del Family Day che vedrà in piazza diversi esponenti del centro-destra, a partire dal ministro Gian Luca Galletti. Decisione, questa, sulla quale Renzi taglia corto: "Non vedo alcun problema". Ma sulle unioni civili non è disposto a fare alcun passo indietro. "Io penso che questa legge ci voglia, la stragrande maggioranza degli italiani sono convinti che è arrivato il momento di chiudere questa battaglia ideologica", spiega pur sapendo che il problema politico resta, a partire dalla stepchild adoption. "È un tema molto delicato, dobbiamo avere un principio di riferimento, una stella polare: l'interesse del bambino - continua ai microfoni di Rtl 102,5 - ciò che importa è il diritto del bambino a crescere nell'ambiente considerato più giusto". Su questo tema, però, c'è una discussione molto forte. E i mal di pancia sono bipartisan. "Il parlamento voterà, vedremo se troverà una soluzione alternativa, ma spero che si faccia la legge in un tono civile - conclude Renzi - evitiamo che sia uno scontro".

Lo scontro più forte si consuma proprio all'interno del Partito democratico. Sebbene un emendamento a prima firma Giuseppe Lumia riduca al minimo qualsiasi rimando alle sezioni del codice civile che disciplinano il matrimonio, il vero punto di caduta tra le posizioni dei catto-dem e dei laici è l'articolo 5 del ddl. Da qui la proposta di disporre che il giudice "verifichi e indaghi" dopo che la richiesta di stepchild adoption è stata inoltrata al Tribunale dei minori da parte dell'unione civile di persone dello stesso sesso. I poteri di indagine fanno riferimento all'articolo 57 della legge sulle adozioni del 1983 che prevede, tra l'altro, che l'adozione "realizza il preminente interesse del minore". Si profila ugualmente il rischio per il Pd di affrontare l'aula del Senato senza rete, senza una sintesi. Dei nove emendamenti depositati dall'ala cattolica del Pd restano infatti i due sulla trasformazione della stepchild adoption in "affido rafforzato" e sul "divieto della pratica di surrogazione di maternità". Rispetto a quanto annunciato non si prevede, né per chi realizza la maternità surrogata né per chi la organizza, alcun inasprimento delle pene.

23/01/2016 fonte: Il giornale.it

IL SANTO DEL GIORNO 10/12/2015 Beata Vergine Maria di Loreto




Iniziamo questa scheda riportando una riflessione di papa Giovanni Paolo II, riferendosi alla Santa Casa di Loreto: "Quello Lauretano è un Santuario mirabile. In esso è inscritta la trentennale esperienza di condivisione, che Gesù fece con Maria e Giuseppe. Attraverso questo mistero umano e divino, nella casa di Nazaret è come inscritta la storia di tutti gli uomini, poiché ogni uomo è legato ad una ‘casa’, dove nasce, lavora, riposa, incontra gli altri e la storia di ogni uomo, è segnata in modo particolare da una casa: la casa della sua infanzia, dei suoi primi passi nella vita. 
Ed è eloquente ed importante per tutti che quest’Uomo unico e singolare, che è il Figlio unigenito di Dio, abbia pure voluto legare la sua storia ad una casa, quella di Nazaret, che secondo il racconto evangelico, ospitò Gesù di Nazaret lungo l’intero arco della sua infanzia, adolescenza e giovinezza, cioè della sua misteriosa maturazione umana… La casa del Figlio dell’uomo è dunque la casa universale di tutti i figli adottivi di Dio. La storia di ogni uomo, in un certo senso, passa attraverso quella casa…”. 
A partire da papa Clemente V che con una bolla del 18 luglio 1310 confermò indirettamente l’autenticità della Santa Casa, i papi nei secoli successivi confermarono nuovamente la loro devozione alla Vergine Lauretana, specie in drammatiche circostanze. 
Ma le origini dell’antica e devota tradizione della traslazione della Casa dalla Palestina a Loreto, risalgono al 1296, quando in una visione, ne era stata indicata l’esistenza e l’autenticità ad un eremita, fra’ Paolo della Selva e da lui riferita alle Autorità. 
Ciò ci è narrato da una cronaca del 1465, redatta da Pier Giorgio di Tolomei, detto il Teramano, che a sua volta l’aveva desunta da una vecchia ‘tabula’ consumata, risalente al 1300. Si riportano alcuni passi più significativi, che poi sono stati tramandati nelle narrazioni, più o meno arricchite nei secoli successivi; "L’alma chiesa di santa Maria di Loreto fu camera della casa della gloriosissima Madre del nostro Signore Gesù Cristo… La quale casa fu in una città della Galilea, chiamata Nazaret. 
E in detta casa nacque la Vergine Maria, qui fu allevata e poi dall’Angelo Gabriele salutata; e finalmente nella stessa camera nutrì Gesù Cristo suo figliuolo… Quindi gli apostoli e discepoli consacrarono quella camera in chiesa, ivi celebrando i divini misteri… 
Ma dopo che quel popolo di Galilea e di Nazaret abbandonò la fede in Cristo e accettò la fede di Maometto, allora gli Angeli levarono dal suo posto la predetta chiesa e la trasportarono nella Schiavonia, posandola presso un castello chiamato Fiume (1291). 
Ma lì non fu affatto onorata come si conveniva alla Vergine… Perciò da quel luogo la tolsero nuovamente gli Angeli e la portarono attraverso il mare, nel territorio di Recanati (1294) e la posero in una selva di cui era padrona una gentildonna chiamata Loreta; da qui prese il nome la chiesa: ‘Santa Maria di Loreta…”. 
Per il gran numero di gente, purtroppo succedevano anche ladrocini e violenze, per cui continua il racconto, gli Angeli la spostarono altre due volte, sempre per gli stessi motivi, depositandola alla fine sul colle, nella notte del 9-10 dicembre 1294, dove si trova attualmente. 
"Allora accorse tutto il popolo di Recanati a vedere la detta chiesa, che stava sopra la terra senza alcun fondamento. Per la qual cosa, il popolo considerando così gran miracolo e temendo che detta chiesa non venisse a rovina, la fecero circondare da un altro ben grosso muro e di buonissimo fondamento, come ancor oggi chiaramente si vede”. 
Questo il racconto del 1465; che si fonda sull’aspetto storico dell’epoca, quando i rapporti culturali e religiosi delle comunità insediate sulle due sponde dell’Adriatico, erano intensi, per l’attraversamento delle navi veneziane e poi di quelle di Ancona e dell’attuale Dubrovnik, che trasportavano i pellegrini ai Luoghi Santi della Palestina. 
Sullo sfondo vi è la conquista della Terra Santa da parte dei mamelucchi e poi la lenta penetrazione degli ottomani nella penisola balcanica, dopo la caduta di Costantinopoli. 
Da questi eventi scaturirono le Crociate, per liberare i popoli ed i paesi dall’occupazione araba e secondo la tradizione, gli Angeli intervennero per mettere in salvo la casa della Vergine, già trasformata in chiesa sin dai tempi apostolici. 
Da allora moltitudini di fedeli si sono recati in pellegrinaggio al grandioso santuario, che racchiude la Santa Casa, iniziato a costruire nel 1468 da papa Paolo II, in breve diventò ed è, secondo una felice definizione di papa Giovanni Paolo II, "cuore mariano della cristianità”. 
Fin dall’inizio del Trecento fu già meta di pellegrinaggio, anche per quanti prendendo la strada costiera, erano diretti a S. Michele al Gargano oppure in Terrasanta; il flusso nei secoli XV e XVI diventò enorme, fino ad indurre nel 1520 papa Leone X ad equiparare il voto dei pellegrini del Santuario di Loreto a quello di Gerusalemme, che già man mano Loreto aveva sostituito nelle punte dei grandi pellegrinaggi penitenziali, che vedevano Roma, Santiago di Compostella, Gerusalemme. 
Il prodigio eclatante della traslazione della Santa Casa attirò anche, a partire dal secolo XV, la peregrinazione di re e regine, principi, cardinali e papi, che lasciarono doni o ex voto per grazie ricevute; a loro si aggiunsero nei tempi successivi, condottieri, poeti, scrittori, inventori, fondatori di Ordini religiosi, filosofi, artisti, futuri santi e beati. 
Grandi architetti furono chiamati a progettare e realizzare le opere edili, che costituiscono il grandioso complesso del santuario, che sorto come chiesa dalle linee goticheggianti, su progetti degli architetti Marino di Marco Cedrino e Giuliano da Maiano; venne poi per necessità di difesa dai pirati, che infierivano sui centri costieri, munita di un cammino di ronda e di stanze per i soldati, ad opera di Baccio Pontelli; ma non fu sufficiente, perché papa Leone X (1475-1521) fece erigere una cinta fortificata intorno al complesso, che divenne in pratica un vero e proprio castello. 
Nel frattempo intorno al Santuario, sempre più frequentato dai pellegrini, sorse un borgo che fu chiamato Villa Santa Maria e che in seguito nel 1586 papa Sisto V promosse a sede vescovile. 
L’interno del Santuario ebbe varie trasformazioni a cui lavorarono insigni artisti, come Giuliano da Sangallo che innalzò la solenne cupola, Giorgio Marini, il Bramante, il Sansovino, Antonio da Sangallo il Giovane, Luigi Vanvitelli. 
Per la facciata nel 1571 lavorò Giovanni Boccalini da Carpi e nel 1587 Giovan Battista Chioldi. Come pittori portarono la loro arte, per citarne alcuni, Melozzo da Forlì, Luca Signorelli, Lorenzo Lotto, Cristofaro Pomarancio, ecc. 
L’interno attuale del Santuario è a croce latina a tre navate, ospita sotto la grande cupola la Santa Casa, letteralmente coperta da un rivestimento marmoreo, arricchito da statue e bassorilievi raffiguranti sibille e profeti e narranti otto storie della vita di Maria, oltre a rilievi bronzei narranti alcuni episodi della vita di Gesù. 
Un incendio nel 1921, sviluppatosi all’interno della Santa Casa, la danneggiò gravemente, distruggendo anche la venerata immagine lignea della Madonna, attualmente sostituita da una copia, riccamente vestita e con il volto nero dell’originale, scurito dal fumo delle lampade. 
La raccolta religiosità dell’interno, ben specifica e fa immaginare la semplice vita di Maria, di Gesù e di Giuseppe, nella Palestina di allora, tutto invita alla preghiera ed al raccoglimento. Trent’anni dopo la costruzione della chiesa, incominciò quella del Palazzo Apostolico, che occupa uno dei lati della piazza della Chiesa e in cui sono conservati capolavori d’arte di ogni genere, compresi gli arazzi, porcellane e tavolette votive, costituenti il tesoro della Santa Casa, donato nei secoli da tanti devoti. 
Oltre 50 papi si sono recati in pellegrinaggio a Loreto e sempre è stata grande la loro devozione; alla Vergine si rivolsero i papi Pio II e Paolo II per guarire miracolosamente dalle loro gravi malattie; papa Benedetto XV (1914-1922) in considerazione della traslazione della sua Casa, dalla Palestina a Fiume e poi a Loreto, la proclamò patrona degli aviatori. 
Loreto è considerata la Lourdes italiana e tanti pellegrinaggi di malati vengono organizzati ogni anno, con cerimonie collettive come quelle di Lourdes; aggiungo una mia piccola esperienza personale, in ambedue i luoghi sacri a Maria, ho sentito improvvisamente la necessità di piangere, come se avvertissi la spiritualità nei due ambienti permeati della sua presenza. 
Innumerevoli sono i luoghi pii, chiese, ospedali o di assistenza, come pure delle Congregazioni religiose, intitolati al nome della Vergine di Loreto, il suo nome cambiato in Loredana è fra i più diffusi fra le donne; infine come non ricordare le "Litanie Lauretane” che dal XII secolo sono divenute una vera e propria orazione alla Vergine, incentrata sui titoli che in ogni tempo le sono stati tributati, anche con riferimenti biblici. Le "Litanie Lauretane” sostituirono nella cristianità, quelle denominate ‘veneziane’ (in uso nella basilica di S. Marco e originarie di Aquileia) e quelle ‘deprecatorie’ (ossia di supplica, originarie della Germania). 
La celebrazione liturgica nella Chiesa Cattolica è al 10 dicembre, in ricordo della data dell’arrivo della Santa Casa a Loreto.


Francesco a Santa Marta: lasciamoci accarezzare dalla misericordia di Dio
di Alessandro Gisotti

Dio è innamorato della nostra piccolezza, la sua misericordia non ha fine. E’ quanto affermato da Papa Francesco alla Messa mattutina a Casa Santa Marta, alla quale hanno preso parte anche i cardinali del Consiglio dei Nove
"Il Signore è misericordioso e grande nell’amore”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia mattutina muovendo dalla prima Lettura – tratta dal libro di Isaia – laddove in un monologo del Signore si comprende che Dio ha scelto il suo popolo "non perché fosse grande o potente”, ma "perché era il più piccolo di tutti, il più miserabile di tutti”.
Dio si innamora della nostra piccolezza
Dio, prosegue, "si è innamorato di questa miseria, si è innamorato proprio di questa piccolezza”. E in questo monologo di Dio col suo popolo, ribadisce, "si vede questo amore”, un "amore tenero, un amore come quello del papà o della mamma, quando” parla con il bambino che "la notte si sveglia spaventato da un sogno”. E lo rassicura: "Io ti tengo per la destra, stai tranquillo, non temere”:
"Tutti noi conosciamo le carezze dei papà e delle mamme, quando i bambini sono inquieti per lo spavento: ‘Non temere, io sono qui; Io sono innamorato della tua piccolezza; mi sono innamorato della tua piccolezza, del tuo niente’. Anche: ‘Non temere i tuoi peccati, Io ti voglio tanto bene; Io sono qui per perdonarti’. Questa è la misericordia di Dio”.
Il Signore prende su di sé le nostre debolezze
Francesco rammenta, quindi, un Santo che faceva molte penitenze, ma il Signore gli chiedeva sempre di più fino a quando gli disse che non aveva più niente da donargli e Dio gli rispose: "Dammi i tuoi peccati”:
"Il Signore ha voglia di prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, le nostre stanchezze. Gesù quante volte faceva sentire questo e poi: ‘Venite a me, tutti voi che siete affaticati, stanchi e io vi darò ristoro. Io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra, non temere piccolino, non temere. Io ti darò forza. Dammi tutto ed Io ti perdonerò, ti darò pace”. 
La misericordia di Dio ci faccia più misericordiosi con gli altri
Queste, riprende, "sono le carezze di Dio, queste sono le carezze del nostro Padre, quando si esprime con la sua misericordia”:
"Noi che siamo tanto nervosi, quando una cosa non va bene, strepitiamo, siamo impazienti… Invece Lui: ‘Ma, stai tranquillo, ne hai fatta una grossa, sì, ma stai tranquillo; non temere, Io ti perdono. Dammela’. Questo è quello che significa quando abbiamo ripetuto nel Salmo: ‘Il Signore è misericordioso e grande nell’amore’. Noi siamo piccoli. Lui ci ha dato tutto. Ci chiede soltanto le nostre miserie, le nostre piccolezze, i nostri peccati, per abbracciarci, per accarezzarci”.
"Chiediamo al Signore – ha concluso Francesco – di risvegliare in ognuno di noi e in tutto il popolo la fede in questa paternità, in questa misericordia, nel suo cuore. E che questa fede nella sua paternità e la sua misericordia ci faccia un po’ più misericordiosi nel confronto degli altri”.

10/12/2015 fonte: Radio Vaticana

Quelli che in Vaticano la corruzione non la combattevano

di Ettore Gotti Tedeschi

La Basilica di San Pietro
 
In una riforma auspicata, Papa Francesco, rischia di ottenere "successo”: avere una Chiesa povera. La percezione che questa riforma sia perseguita ed avrà successo, la si deduce dai recenti avvenimenti: l’enfasi provocata su Vatileaks II, cioè sulla fuga e pubblicazione di documenti, vari riferimenti alla corruzione in Vaticano, l’elenco delle 15 malattie della curia (13° e 15° soprattutto). Si direbbe che quasi si auspichi una diffidenza verso l’utilità ed opportunità di dare l’otto per mille alla Chiesa, di fare elemosine o donazioni e indirettamente si incoraggi le istituzioni preposte a rivedere le stesse modalità di attribuzione dell’otto per mille alla Chiesa cattolica. 

Papa Francesco ha anche chiamato come testimone il suo predecessore, riconoscendo pubblicamente, durante il viaggio di ritorno dall’Africa, che Benedetto XVI combatteva la corruzione e voleva una Chiesa esemplare anche nelle attività più temporali. Se progredisse nella indagine comprenderebbe perché ciò gli è stato impedito scoprendo anche casi di falsificazione di fatti e casi di persecuzione proprio nei confronti di chi operava per combattere detta corruzione. Questi temi riferiti alle finanze vaticane, oggi, sono all’ordine del giorno, ma sono trattati e persino direi incoraggiati "mediaticamente”, al fine di incuriosire ed inquietare il mondo cattolico. Che si pone però una domanda: finalmente si fa luce su queste vicende o queste vicende emergono ancora perché non si è provveduto ad attuare quello che Benedetto XVI aveva disposto?  

Riferendoci a questi casi specifici, il mondo cattolico molto probabilmente non ha ben capito i motivi e gli strumenti usati per impedire che fosse realizzata la trasparenza voluta da papa Benedetto e del conseguente "lamento” di oggi di papa Francesco. Lui non sa cosa successe nel mondo finanziario per contrastare le attività di riciclaggio e finanziamento al terrorismo dopo l’attentato alle Torri gemelle del 11 settembre 2001. Né sa, conseguentemente, cosa venne richiesto alle istituzioni finanziarie della Santa Sede. Certo non ha ben capito come Benedetto XVI ottemperò opportunamente e esemplarmente a detti obblighi, né è informato di perché e come queste sue decisioni vennero modificate e da  parte di chi. Pertanto, il mondo cattolico neppure sogna di domandarsi se, per caso, i responsabili siano ancora operativi, perché se lo fossero, capirebbe meglio i fatti che oggi indignano il Papa. Ma capirebbe anche perché si sta rafforzando il convincimento, presso i nemici della nostra santa Chiesa, sulla sua "indegnità” ad essere Autorità Morale e la necessità di ridimensionarne il ruolo, il prestigio e l’8 x1000.  

Quando nel 2012 si modifica la legge antiriciclaggio firmata con il motu proprio da Benedetto  XVI, proprio in quel momento scoppia mediaticamente e misteriosamente Vatileaks I (con l’uscita di documenti riservati ), che distoglie l’attenzione dai fatti riportati sopra di modifica della Legge . Osservando ora gli avvenimenti definiti Vatileaks II, ci si domanda ancora una volta perché anche questi nuovi documenti riservati siano usciti. La "lezione” del gennaio 2012 (Vatileaks I) non era bastata? No, non era bastata perché non si volle mai conoscere tutte le spiegazioni della "lezione” . Così non si rimediò ai "difetti” per realizzare un sistema virtuoso e corretto in questa materia ed ora papa Francesco sta riconoscendone, con sdegno, le conseguenze . 

Certo, ci sarà chi spiegherà al Papa che non sarebbe stato opportuno e utile alla Chiesa adottare queste norme perché avrebbe altrimenti perso sovranità . Ci sarà chi spiegherà al Papa che la solita "persecuzione” laicista aveva imposto alla Santa Sede l’adozione di queste norme per controllarla e ridurne l’autonomia. Ci sarà chi spiegherà al Papa che ora le norme sono state migliorate e perfezionate. Ma se il Papa, che manifestamente sta soffrendo per il degrado morale diffuso, dovesse credere, senza indagare, a queste spiegazioni , dobbiamo attenderci (con soddisfazione di scrittori e giornalisti) altre Vatileaks III, IV e così via… Il Papa soffre la difficoltà a far pulizia per por fine alla "corruzione”, al malaffare ecc. Ma osservando ciò che ha fatto, in proposito, negli ultimi due anni e mezzo, mi sono convinto che non gli abbiano mai fatto capire bene come farla. 

 10/12/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

Il card. Sarah: "Niente Inter- comunione tra cattolici e non cattolici. E' necessario essere cattolici".
di Matteo Orlando

 «L’intercomunione non è consentita tra cattolici e non cattolici. È necessario confessare la fede cattolica. Un non-cattolico non può ricevere la comunione. Questo è molto, molto chiaro. Non è una questione che riguarda la libertà di coscienza». Risponde così il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione del Culto Divino, a coloro che hanno visto un’apertura all’intercomunione tra cattolici e luterani in una risposta data da Papa Francesco ad una luterana durante la sua recente visita alla comunità luterana di Roma. «Noi diamo la comunione ai cattolici», dare la comunione a tutti è «una sciocchezza», dice il Cardinale africano.

«Non c’è intercomunione tra anglicani e cattolici, tra cattolici e protestanti. Se vanno a messa insieme, il cattolico può andare alla comunione ma il luterano o l’anglicano no». Senza un’unione nella fede e nella dottrina, aprire le porte all’intercomunione «sarebbe promuovere la profanazione». «Noi non possiamo farlo. Non è che dobbiamo parlare con il Signore per sapere se possiamo fare la Comunione. Noi dobbiamo sapere se siamo in accordo con le regole della Chiesa. La nostra coscienza deve essere illuminata dalle regole della Chiesa che dice che, per comunicarsi, abbiamo bisogno di essere in stato di grazia, senza peccato, e avere fede nell’Eucaristia. Non è un desiderio o un dialogo personale con Gesù che determina se possiamo ricevere la comunione nella Chiesa cattolica. Una persona non può decidere se è in grado di ricevere la Comunione. Deve essere cattolica, in stato di grazia, correttamente sposata [se coniugata]». L’intercomunione non permette l’unità perchè «il Signore ci aiuta ad essere uno se lo riceviamo in modo corretto altrimenti noi mangeremo la nostra condanna, come dice san Paolo (1 Corinzi 11,27-29). Non riusciamo a diventare una cosa sola se si partecipa alla comunione con il peccato, con disprezzo per il Corpo di Cristo».

10/12/2015 fonte: Il Timone

Attacchi a Chiesa e famiglia: le profezie di Maria

di Riccardo Caniato



La statua della Madonna di Civitavecchia che lacrima sangue

«È ormai di dominio pubblico, ma non per questo noto a tutti che, a Pantano di Civitavecchia, alle lacrimazioni di sangue e alle trasudazioni d’olio di due statue identiche raffiguranti la Madonna si sono accompagnate apparizioni e messaggi della Vergine. Il dato è stato confermato sia da Jessica – la figlia dei Gregori, proprietari delle due sacre immagini –, in una dichiarazione scritta per il dossier pubblicato dalla rivista diocesana di Civitavecchia dal titolo "Non dimenticare il gemito di tua madre” (2005), sia da suo padre Fabio, sia da allora vescovo Girolamo Grillo nello stesso documento. Il vescovo ha poi confermato queste dichiarazioni dando alle stampe un suo memoriale. E io stesso ho dedicato un capitolo all’argomento nel mio libro La Madonna di Civitavecchia. Lacrime e messaggi».

Parla padre Flavio Ubodi, teologo cappuccino, vicepresidente della Commissione diocesana che si è espressa favorevolmente sulla lacrimazione definita «scientificamente inspiegabile» della Madonnina di Civitavecchia, verificatasi nel 1995 per tredici volte, di fronte a testimoni diversi, tra il 2 e il 6 febbraio, e un’ultima volta il 15 marzo nelle mani dell’ordinario diocesano. L’ho contattato a seguito dei tragici fatti di Parigi, nella convinzione che la Madonna, apparendo vent’anni fa presso la famiglia Gregori a Pantano di Civitavecchia, ultima propaggine della diocesi metropolitana di Roma, abbia predetto la crisi della Chiesa, della famiglia e del mondo, che veramente oggi sembrerebbero trovarsi sull’orlo di un baratro. Come ipotizzato ieri in queste stesse pagine (leggi qui) – posto per vero che abbiamo una Madre nel Cielo, creatura viva, protagonista nell’economia della salvezza, che in ogni epoca storica, con instancabile premura, fa leva sulla coscienza dei suoi figli perché facciano ciascuno buon uso della libertà che gli è stata data da Dio…–, se fosse stato accolto a tempo debito il richiamo alla conversione che il Cielo ha rivolto allora alle porte di Roma, forse si sarebbe evitato tanto spargimento di sangue, non solamente in Europa ma in tutto il mondo, e già avrebbe potuto trionfare il Cuore Immacolato di Maria, come promesso ai pastorelli di Fatima e ribadito in molteplici messaggi anche nella casa dei Gregori.

Nell’ora presente, invece, l’umanità non sembrerebbe disposta a comprendere che l’odio presente nel mondo ha riempito gli spazi che l’umanità ha tolto al Creatore, che è Dio d’amore, e ancora rimanda o addirittura si rifiuta di adottare quei correttivi del cuore che soli potranno favorire la vera pace. Per questo penso sia importante fermarsi a riflettere su quanto la Madonna ha voluto dirci a Pantano. «È da precisare», interviene padre Flavio, «che si tratta di messaggi che non hanno carattere di obbligatorietà di fede come la Scrittura o il magistero della Chiesa». Sono comunque «messaggi che ci riguardano tutti e che si stanno realizzando puntualmente». La Madonna, già nel 1995, aveva messo in guardia da un piano diabolico che prevedeva: «Attacco e distruzione della famiglia; grande apostasia; scandali dentro la Chiesa; gravi mancanze fra le stesse schiere gerarchiche, da cui un forte richiamo ai vescovi per la loro unità intorno al papa Giovanni Paolo II, indicato come modello e suo dono per i tempi presenti. Pericolo per la nostra nazione, con il rischio concreto di una Terza guerra mondiale tra Occidente e Oriente». Ho chiesto al mio interlocutore di commentare punto per punto queste affermazioni, in stretta relazione con i messaggi della Madonna, per la parte che il vescovo Grillo aveva dato permesso a padre Ubodi di pubblicare nel suo libro-documento.

Padre Flavio, che cosa intende per «attacco e distruzione della famiglia»?

«Un feroce attacco di Satana nei confronti della famiglia si nota come sottofondo in tutta la vicenda di Civitavecchia. In un messaggio del 16.7.1995 alle ore 6.00, la Madonna svela: "Satana vuole distruggere le famiglie”. Distruggere la famiglia significa distruggere la cellula fondamentale della società, quindi infettarla come un cancro per portarla alla dissoluzione. Questa preoccupazione della Madre di Dio si è andata chiarendo sempre di più negli anni con la disgregazione delle famiglie ancora in atto: divorzi, separazioni, unioni di fatto, matrimoni omosessuali, poligamia… L’aggressione nei confronti della famiglia si è manifestata anche all’interno della Chiesa con la discussione sulla "Comunione ai divorziati risposati”, dividendo addirittura un Sinodo in due schieramenti. Il rischio è che si potrebbe arrivare a negare l’indissolubilità del sacramento del Matrimonio con tutto ciò che comporta a livello dottrinale e magisteriale. I messaggi, che a Pantano non a caso sono stati consegnati a una famiglia, avevano anticipato questo terremoto e invitato a costruire la famiglia nel rispetto dei valori cristiani e a coltivare l’amore, la fedeltà, l’indissolubilità e l’unità. La Vergine si è presentata qui, fra l’altro, come "Madre e Regina della famiglia” e sono tantissime le coppie che ritrovano unità pregando la Madonna di Civitavecchia».

È vero che nella Chiesa contemporanea si starebbe facendo strada l’apostasia?

«Di "grande apostasia” si parla in un messaggio dell’8.9.1995. E noi stiamo vivendo questa terribile realtà. Sembra che l’apostasia riguardasse anche una parte dei segreti di Fatima. Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa, successiva ai messaggi dati ai Gregori, rilevò: "La cultura europea dà l’impressione di una apostasia silenziosa da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse” (n. 9). All’interno della Chiesa si respira una perdita di fede e la messa in discussione di molte verità dogmatiche. Tutto ciò è causato anche da una preoccupante infiltrazione della massoneria e del comunismo ateo. Per quanto dubiti che possa essere preoccupato per il bene della Chiesa, il giornalista Gianluigi Nuzzi, l’eco di Vatileaks, ha scritto che già ai tempi di Papa Luciani all’interno della Curia romana c’era una lobby massonica con centoventuno iscritti, traendone le conclusioni: c’è una schiera di "cardinali, vescovi, presbiteri che non seguono le parole del Vangelo ma rispondono al giuramento della fratellanza massonica”. Mi auguro che tutto ciò non sia vero, ma qualora lo fosse, si tratterebbe di una situazione di una gravità incalcolabile. In ogni caso si registrano nello studio e nella pratica della teologia tendenze non cattoliche nella valutazione degli elementi fondamentali della fede: il Credo, il Padre nostro, il Decalogo, i Sacramenti».

Queste sue valutazioni, pur dolorose, spiegano tuttavia i tanti scandali emersi negli ultimi anni da dentro la Chiesa…

«In un messaggio del 30.7.1995 la Madonna dice: "Satana si sta impadronendo di tutta l’umanità, e ora sta cercando di distruggere la Chiesa di Dio tramite molti sacerdoti. Non permettetelo! Aiutate il Santo Padre”. La preoccupazione della Vergine si è rivelata vera, infatti abbiamo assistito a una serie sconcertante di scandali che nessuno avrebbe potuto immaginare ai tempi degli eventi di Civitavecchia. Si cominciò con la triste vicenda del vescovo Milingo, si proseguì con i preti pedofili, fino ad arrivare agli scandali di oggi. Ai tempi dei messaggi di Civitavecchia nessuno avrebbe potuto pensare a quanto successivamente ebbe a dire il cardinale Ratzinger, e ribadito da papa Francesco in questi giorni, che dentro la Chiesa c’è molta sporcizia. La Madonna lo aveva anticipato, ma chi vi aveva prestato attenzione?».

È vero che la Madonna ha esplicitamente richiamato i vescovi per il loro ministero e per la loro testimonianza, chiedendo di ritrovare unità attorno al Papa, con riferimento a Giovanni Paolo II?

«Si è fatto notare che la diocesi Civitavecchia è suffraganea di Roma: questo ci fa dire che la Vergine si è manifestata nel cuore pulsante della Chiesa. E, in un messaggio del 19.9.1995, Ella si rivolge ai vescovi dicendo: "Vescovi, il vostro compito è di continuare la crescita della Chiesa di Dio… Tornate ad essere un solo cuore pieno di vera fede e di umiltà con il mio figlio Giovanni Paolo II, il dono più grande che il Mio Cuore Immacolato abbia ottenuto dal Cuore di Gesù”. Il messaggio indica che c’è divisione all’interno della gerarchia della Chiesa e non c’è sintonia e unione con il Papa. Nello stesso tempo la Madonna ha indicato in san Giovanni Paolo II il suo più grande dono per questo nostro tempo. Se si prende sul serio questa rivelazione di Colei che a Civitavecchia, si è presentata anche nei titoli di "Madre e Regina della Chiesa” possiamo comprendere quanto la vita e il magistero di questo santo Papa possano essere di riferimento per la Chiesa non solo di oggi, ma anche futura».

Restando al presente così delicato: la Madonna ha mai fatto riferimento all’Italia?

«A tale proposito la Vergine ha ammonito: "La vostra nazione è in pericolo… Consacratevi tutti a me, al mio Cuore Immacolato, e io proteggerò la vostra nazione» (messaggio del 19.9.1995). La Madonna parla di nazione, quindi con attenzione rivolta più al popolo che al Paese. La nostra nazione dal 1995 a oggi ha vissuto momenti molto difficili, ma penso che momenti ancora più difficili dovranno venire. La società italiana è oggi pervasa a diversi livelli da persone e correnti di pensiero fra loro anche molto eterogenee, ma unite nell’intento di distruggere le nostre radici cristiane, i valori di democrazia acquisiti con fatica, le tradizioni, la cultura. È "l’umanesimo cristiano” che è messo in crisi, cioè è la visione occidentale dell’uomo che viene aggredita e distrutta. La difesa di una nazione si attua, soprattutto, difendendo i valori che la caratterizzano, la cultura e una visione dell’uomo e dell’universo. Oggi persino alcuni vescovi sembrano aver perso questa consapevolezza o di avervi abdicato, pronti a rinunciare alle proprie tradizioni (anche al Vangelo?) in nome di una non ben precisa forma di "fratellanza”, "accoglienza”, "amicizia” coi cosiddetti lontani e diversi. Ma che cosa avremo da offrire di nostro se rinunciamo a essere ciò che siamo? Che dialogo possiamo imbastire senza un’identità precisa che ci dia contenuto? E siamo sicuri che ci possa essere fratellanza o amicizia autentiche con chi ci chiede di abiurare le nostre radici, ciò che noi siamo?».

Forse non a caso in un messaggio si paventa il rischio di una terza guerra mondiale tra Oriente e Occidente, con coinvolgimento di armi nucleari…

«Qui è fondamentale il messaggio dato alle ore 9.00 del 19.5.1995: "L’umanità sta per incombere in una tragedia molto brutta che si sta avvicinando. Non si sta accorgendo che sta per entrare in una guerra mondiale che può essere fermata”. Temo che anche questo messaggio si stia realizzando. In questi giorni diversi capi di Stato hanno dichiarato che siamo in guerra. Lo sta ripetendo di frequente il Presidente francese, dopo i drammatici attentati di Parigi, ma anche il Pontefice parla da tempo di "terza guerra mondiale combattuta a pezzetti”. Si parla di possibili attacchi chimici e batteriologici. I messaggi fanno capire che si tratta di "guerra nucleare” che potrebbe avere conseguenze incalcolabili. Tuttavia la Madonna come si è visto non chiudeva le porte alla speranza: "La guerra può essere fermata”».

Sarebbe importante sapere come…

«Anche il Cielo ha le sue "armi”. La Vergine, per fermare la guerra, ha indicato l’amore, le preghiere, il Rosario in particolare, l’umiltà, la conversione autentica, la consacrazione al suo Cuore Immacolato. Ma soprattutto una grande confidenza con Gesù, che si stabilisce nella Comunione e nell’Adorazione Eucaristica, e nella Confessione frequente. Il mondo come osservava papa Benedetto XVI ha imboccato la deriva del relativismo: non esiste nulla che abbia carattere di assolutezza e di immutabilità; tutto è "relativo” al tempo, ai luoghi, alle persone nelle concrete situazioni in cui vivono. Con questa visione crolla la fede nella verità eterna e immutabile contenuta nella Scrittura e nel magistero della Chiesa. Ma si ha anche un "relativismo etico”, cioè il comportamento pratico non tiene più in alcun conto princìpi e norme morali fondate sulla legge naturale e sulla legge divina. Il relativismo nega ogni validità alla morale naturale-razionale e a ogni norma etica di origine e di natura religiosa. Con queste convinzioni l’umanità poggia i piedi su sabbie mobili pronte a inghiottirla nel nulla. Si cercano sicurezze nel potere e nel denaro che portano a conflitti mondiali. Oggi, oltre che una guerra per il potere e per l’accaparramento dei beni della terra, stiamo affrontando anche una guerra culturale e di religione. Sempre più osservatori, anche laici, hanno preso atto che l’Occidente sta subendo passivamente un’invasione e un’imposizione della cultura islamica. Passivamente, perché l’Occidente, nonostante sia sconvolto da questo grande cambiamento epocale, rinuncia a riaffermare la ricchezza della propria cultura cristiana e della propria tradizione, perché le ha rinnegate, come bene dimostra lo Statuto stesso dell’Unione Europea, con l’esclusione voluta di ogni riferimento alle radici cristiane, per cui si era speso in prima persona Giovanni Paolo II. A riprova che in Europa, e anche in Italia, si annida un mondo massonico e satanista che gode dell’aggressione alla Chiesa da qualunque parte venga».

È vero che questi messaggi sarebbero stati collegati dalla Vergine al messaggio di Fatima?

«La Madonna nel messaggio del 19.9.1995 dice: "Le tenebre di satana stanno oscurando ormai tutto il mondo e stanno oscurando anche la Chiesa di Dio. Preparatevi a vivere quanto io avevo svelato alle mie piccole figlie di Fatima” (cfr. n. 28). Poi viene comunicato a Jessica il Terzo segreto di Fatima che tiene gelosamente segreto».

Quali analogie ha riscontrato tra le mariofanie di Civitavecchia e di Fatima?

«Ogni manifestazione mariana ha modalità proprie e particolari. Le apparizioni di Civitavecchia hanno avuto anch’esse una certa preparazione con il manifestarsi di vari segni e anche con apparizioni di angeli. Ma è soprattutto il contenuto che coincide in gran parte con Fatima: l’invito alla conversione e alla consacrazione al Cuore Immacolato di Maria; la recita del Rosario come arma per sconfiggere l’avversario di Dio; le tenebre di Satana che stanno oscurano il mondo e la Chiesa, con il rischio di una guerra nucleare; la consegna a Jessica del Terzo segreto; il riferimento all’apostasia e la riconferma incoraggiante che il Cuore Immacolato di Maria trionferà».

Ci ricorda che cosa ha detto papa Benedetto XVI in proposito del Terzo segreto, in particolare durante il suo pellegrinaggio alla Cova d’Iria nel 2010?

«Ha detto che il messaggio di Fatima non è ancora concluso e che, quindi, dobbiamo attendere il suo compimento. Le parole suonano così: "Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”».

Che cosa ha chiesto la Madonna per scongiurare questa situazione dentro e fuori la Chiesa?

In un messaggio del 25.8.1995, alle ore 18.00, la Madonna dice: "Il mio volere è che vi consacriate al mio Cuore Immacolato per potervi condurre tutti a Gesù… Convertitevi, siate umili di cuore, caritatevoli, tornate ad essere il vero popolo di Dio…”. Anche nel messaggio del 26.8.1995, alle ore 18.30 si ripete: "Consacratevi al mio Cuore Immacolato”; e ancora: "Pregate e non stancatevi mai di pregare. Amatevi, perché l’amore in Cristo mio Figlio è la vostra chiave per entrare in quella porta piccola che conduce al Regno di Dio”».

Qual è stata la risposta dentro la Chiesa?

«All’interno della Chiesa ci sono state personalità di primaria importanza che hanno creduto agli eventi di Civitavecchia, come Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta, Natuzza di Paravati, padre Amorth e tanti altri. Purtroppo ci sono state, e ci sono ancora, anche delle negazioni e delle aggressioni. D’altronde se è vero ciò che scrive Nuzzi, che all’interno della Curia romana c’è una lobby massonica, questa, essendo satanista nei suoi vertici, odia la Madonna e cerca di negare le sue apparizioni e i suoi messaggi. E si servirà dei suoi adepti più qualificati per combattere la Madre di Dio. Anche oggi si ha l’impressione che un potere superiore massonico ordini l’oscuramento degli eventi di Civitavecchia e impedisca la devozione alla Madonnina che ha lacrimato sangue».

Quali sono state le tappe principali del discernimento, e a che punto siamo adesso?

«Mi limito a dire che la Commissione teologica, di cui ho fatto parte, ha preso in esame solo l’evento delle lacrimazioni di sangue, tutto il resto, compresi i messaggi, doveva essere analizzato, ma mons. Grillo giudicò sufficiente il lavoro svolto, e le cose sono rimaste sospese. Monsignor Grillo ha, in seguito, mostrato il suo orientamento di vescovo con la pubblicazione del diario, in cui dichiara di aver avuto conferma per via ordinaria e straordinaria di tutti i fatti collegati alla mariofania di Civitavecchia, comprese le apparizioni e i messaggi».

È troppo tardi ormai per rispondere all’appello della Madonna? Che cosa possiamo fare?

«La Madonna dice in un messaggio del 30.7.1995: "Il mio mantello ora è aperto a tutti voi, tutto pieno di grazie, per mettevi tutti vicino al mio Cuore Immacolato. (Esso) si sta per chiudere, poi il mio Figlio Gesù sferrerà la sua giustizia divina”. Sono convinto che la Mamma celeste terrà aperto il suo mantello fino all’ultimo istante».

Prima ha accennato che la Madonna, ha annunciato a Civitavecchia, come a Fatima, il trionfo del suo Cuore Immacolato…

«Abbiamo un primo accenno in un messaggio del 15.3.1995, alle ore 18.00: "La strada sarà lunga, tortuosa, sofferente, ma poi splenderà la luce del Signore”. In un messaggio del 4.9.1995 si legge: "Questo è il tempo della grande prova. Pregate, pregate, pregate! Verrà il tempo della vera pace, della gioia, dell’Amore, della fratellanza, della santità e della vittoria dell’Amore divino”. In maniera ancora più esplicita nel messaggio del 19.9.1995 la Madonna dice: "Dopo i dolorosi anni di tenebra di satana, ora sono imminenti gli anni del trionfo del mio Cuore Immacolato”. Si ha la sensazione che dopo un periodo di grande prova il Bene e la Verità alla fine trionferanno».

Siamo certi che i messaggi siano realmente datati 1995 e 1996. Lei era testimone di queste apparizioni all’epoca?

«È certo che i messaggi, che possiamo definire "pubblici”, sono stati dati in un ciclo di apparizioni che hanno inizio il 2 luglio 1995 e termine il 17 maggio 1996. Ai tempi delle apparizioni e dei messaggi io frequentavo la famiglia Gregori, come incaricato del vescovo, ma non ho mai avuto esperienza diretta del momento delle apparizioni. Gli eventi mi sono stati narrati e i messaggi consegnati via via per iscritto da Fabio Gregori. È documentato che sono di quel preciso periodo».

Chi sono i destinatari delle apparizioni?

«I destinatari sono prima di tutto i protagonisti delle apparizioni, cioè i componenti della famiglia Gregori, ma riguardano anche il vescovo Girolamo Grillo, la Chiesa, la nazione e l’umanità tutta. Sinteticamente si può dire che la Madonna: avverte l’umanità che sta andando verso una guerra mondiale dal sapore apocalittico; avverte la Chiesa che al suo interno si sta consumando una grave apostasia; avverte le famiglie che sono oggetto di aggressioni diabolica che ha come obiettivo la loro disgregazione».

Quanti sono in tutto i messaggi oggetto di rivelazione pubblica?

«Oltre novanta».

È vero che anche Anna Maria Gregori è stata depositaria di alcuni messaggi?

«Fa parte della famiglia. A Civitavecchia la Madonna si rivolge non a un singolo soggetto, ma a tutta la famiglia, sia pure a ciascuno in modo particolare. Anna Maria ha avuto talvolta dei sogni e delle locuzioni a conferma del contenuto delle apparizioni».

Come venivano trasmessi i messaggi?

«La Madonna ha comunicato oralmente i suoi messaggi nelle apparizioni, che subito dopo venivano trascritti da Fabio o da Jessica».

Il vescovo ne era a conoscenza?

«I Gregori tenevano costantemente aggiornato il vescovo e gli fornivano con estrema sollecitudine copia autenticata di ogni nuovo messaggio che veniva loro dato. Si conservano le ricevute firmate da mons. Grillo».

È vero che monsignor Grillo emise poi un Decreto perché sia costruito un più ampio Santuario mariano presso la parrocchia di Pantano, ove si custodisce la statua della Madonna che ha pianto sangue? E mi pare che il vescovo abbia dato ulteriore solennità a questa sua decisione, celebrando sul luogo una Santa Messa e depositando simbolicamente la prima pietra…

«Lo confermo. Il vescovo mons. Girolamo Grillo, nel decimo anniversario delle lacrimazioni, e precisamente il 15 marzo 2005, ha emanato un Decreto che recita testualmente: "Visti i Canoni 1230; 1232 e 1234 del CIC; al fine di offrire ai fedeli che si recano a ‘Pantano’ per pregare la Madonnina ed assicurare loro una maggiore assistenza spirituale, incrementando opportunamente la vita liturgica soprattutto con la celebrazione dell’Eucaristia e della Penitenza, come pure coltivando una sana forma di pietà popolare: DECRETIAMO che sia ivi edificato un apposito Santuario a Statuto Diocesano, dedicato alla Madonna, anche per meglio accogliere i numerosi pellegrini provenienti da ogni parte”. C’è quindi un Decreto ufficiale del vescovo con Prot. N. 32/2005 per la costruzione di un Santuario. Questo atto indica implicitamente un ufficiale riconoscimento della Chiesa dell’evento delle lacrimazioni. Bisogna chiedersi come mai non sia stato ancora dato seguito a queste disposizioni. Speriamo che ciò avvenga presto, perché il Decreto è sempre valido».

È vero che l’effigie della Madonna delle lacrime ha ricevuto in dono una corona direttamente da papa Giovanni Paolo II? Che significato ha il gesto dell’incoronazione?

«La Statua che ha lacrimato sangue è stata oggetto di due incoronazioni. La prima incoronazione è stata fatta da Giovanni Paolo II in persona. Ne è testimonianza l’importantissimo documento reso pubblico da mons. Girolamo Grillo e datato 8 ottobre 2000. In questo documento, sottoposto direttamente al Santo Padre, si dice testualmente: "La sera dell’11 giugno 1995… abbiamo pregato insieme dinanzi alla stessa effigie della Madonna, che Ella ha benedetta, mettendole, sul capo, dopo averla baciata, una piccola corona d’oro e nelle mani la coroncina d’oro del Rosario che la statuina tuttora porta con sé”. Quest’affermazione porta il sigillo del Papa perché Egli vi ha apposto la sua firma. È un atto importantissimo perché è il successore di Pietro, in tutta la sua autorità, che riconosce che quella statua è stata oggetto di evento soprannaturale e "baciandola” l’ha ritenuta degna di venerazione. La seconda incoronazione è avvenuta per  opera del nuovo vescovo diocesano Mons. Luigi Marrucci. Il giorno 26 aprile 2014, nel grande tendone accanto al Santuario della Madonna in località Pantano a Civitavecchia, si è svolta una solenne Liturgia eucaristica presieduta dal vescovo diocesano e concelebrata da altri due vescovi, mons. Girolamo Grillo e mons. Giovanni Marra, e da diversi sacerdoti. Erano presenti molti fedeli nonostante la cerimonia non fosse stata sufficientemente propagandata. In questa liturgia il vescovo ha proceduto a una nuova incoronazione, con una nuova corona, della stessa statuina che aveva lacrimato sangue e già oggetto di attenzione da parte di Giovanni Paolo II. Al termine della cerimonia la Madonnina è stata esposta alla venerazione dei fedeli concedendo ai soli sacerdoti di baciarla, come a prolungare il bacio datole da Papa Wojtyla. Io ero personalmente presente a questo evento e ho preso parte alla solenne concelebrazione. Queste due incoronazioni possono essere considerate come un marchio di autenticità dato sia dalla Chiesa universale che dalla Chiesa locale agli eventi di Civitavecchia e l’autorizzazione alla venerazione della Madonnina. Potrebbero sembrare gesti fatti in maniera dimessa, ma questo è il modo della Madonna di "farsi la strada”».

Che significato dà alle lacrime di sangue della Madonna in relazione alla crisi di fede e di credibilità che attraversa la Chiesa e al dilagare dell’odio e della guerra nel mondo?

«Una mamma piange per ragioni serie, se poi piange sangue vuol dire che abbiamo toccato il fondo e che il sangue versato da Gesù per la redenzione del mondo risulta vano per molti».

Come uomo e come teologo incaricato delle indagini, quando ha maturato la convinzione che questo evento fosse attendibile?

«La convinzione è maturata progressivamente, analizzando a fondo gli eventi, le testimonianze di vari testimoni, l’assenza assoluta di ogni frode. Eppoi la serietà e la serena forza d’animo dei Gregori, nonostante le aggressioni inspiegabili che sono venute da ogni parte; la loro obbedienza alla Chiesa singolarmente e come famiglia. Infine, l’assenza di errori teologici ed etici nei messaggi, e tante altre costatazioni fatte di persona».

Ha fatto riferimento ad aggressioni inspiegabili? Si riferiva alla famiglia o all’evento in sé stesso?

«A entrambi. Mi permette una precisazione importante: non mi risulta che nella storia millenaria delle apparizioni e dei messaggi mariani ci sia stata tanta avversione e tanto accanimento come in questo caso: avversione di una parte della Magistratura che si scatenò contro la famiglia in mille modi fino a porre agli "arresti domiciliari” la Madonnina (allora si disse che quella Magistratura era massonica); avversione da parte di alcune associazioni (Codacons e Telefono antiplagio); avversione di una parte di alcuni uomini di Chiesa (non solo nei confronti della famiglia, ma anche del vescovo, mons. Grillo, e perfino delle convinzioni profonde e favorevoli manifestate da Giovanni Paolo II). Alla Magistratura di Civitavecchia sono arrivate lettere irricevibili da parte di singoli individui, di sacerdoti, di testimoni di Geova, di chiese sataniche… Una cosa impressionante! Personalmente sono giunto alla conclusione che a Satana l’evento dava realmente molto fastidio e che ha cercato di distruggerlo in ogni modo. E purtroppo le aggressioni non sono ancora finite…».

10/12/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 04/11/2015 San Carlo Borromeo Vescovo




Nella storia civile e anche in quella della Chiesa troviamo vari personaggi cui i posteri hanno decretato il titolo di Magno. Non li enumero qui perché sono facili da ricordare e poi non sono moltissimi. Al santo che vi presento, San Carlo Borromeo, non è stato dato il titolo di Grande, ma secondo me lo meriterebbe, almeno nell’ambito della storia ecclesiastica. È un personaggio centrale del 1500, una delle figure più eminenti, la cui opera, specialmente per Milano, ha superato la forza dell’oblio.
Carlo nacque ad Arona, sul Lago Maggiore, nel 1538, in una nobile e ricca famiglia. Il padre, Gilberto, era noto per la profonda religiosità e per la sua generosità verso i poveri. Anche la madre, Margherita, era piissima: purtroppo morì quando Carlo aveva solo nove anni. Questo influsso dei genitori rimarrà fondamentale nella sua educazione.
A 12 anni, Carlo fu nominato commendatario di un’abbazia benedettina di Arona, che fruttava una rendita di 2000 scudi.
Una cifra considerevole. Nonostante l’età, però, il ragazzo aveva già le idee chiare.
Infatti, appena ricevuta l’investitura, corse dal padre per dirgli che aveva deciso di spendere quei soldi in aiuto dei poveri. Non c’è male per un dodicenne. I suoi pari di oggi sono anni luce lontano da lui.
Arrivati i 14 anni si recò a studiare prima a Milano poi a Pavia, portando con sé solo un piccola somma di denaro. Ma a lui questa condizione di strettezza economica (relativamente al suo rango) non pesava più di tanto. Nella condizione di studente rivelò ben presto i suoi numerosi talenti: grande intelligenza, carattere tenace e riflessivo, era portato all’essenziale, a non perdersi cioè in tante banalità ed esperienze superficiali, non infrequenti a quell’età. Nel 1559, diventò dottore "in utroque jure” ed aveva solo 21 anni.
A Roma, intanto, alla fine dello stesso anno ci fu il cambio di guardia in Vaticano. Era stato eletto un nuovo Papa, Pio IV, nella persona di Gianangelo de’ Medici, suo zio materno. Questo fatto impresse una svolta alla sua vita. Fu infatti chiamato dallo stesso Papa nella Città Eterna insieme al fratello Federico.

Carriera ecclesiastica a Roma

Nel caso di Pio IV ci troviamo davanti ad un raro caso di nepotismo positivo per la Chiesa. Il Papa promosse immediatamente i due nipoti: Federico (1561) ebbe la carica di capitano generale della Chiesa, Carlo non ancora ventiduenne, fu nominato cardinale con un incarico che oggi potremmo chiamare di Segretario di Stato. Poco dopo gli affidò anche l’amministrazione della diocesi di Milano con l’obbligo di restare però... a Roma. E questa non era l’unica carica. Ne ebbe parecchie altre con l’inevitabile cumulo anche dei rispettivi benefici economici. Gli storici dicono che l’accordo tra Papa e nipote fu sempre perfetto. Carlo nonostante le cariche rimaneva sempre un uomo di cultura.
Al tal fine fondò un’accademia a carattere umanistico-letterario, composta da amici, chiamata Notti Vaticane. Si era anche comprato un fastoso palazzo con servitù a seguito, in cui organizzava fastosi e festosi ricevimenti. Erano i tempi: il tutto non per vanità ma perché lo riteneva opportuno per la carica che ricopriva e per la fama e decoro della famiglia da cui proveniva.

L’evento decisivo

L’improvvisa morte del fratello Federico (1562) gli fece cambiare radicalmente vita. La interpretò come un segno da parte di Dio per riformare la propria vita ancor più in senso evangelico. Così cambiò radicalmente: addio ai festosi ricevimenti, addio ai divertimenti anche moralmente leciti, addio alle Notti Vaticane che divennero un cenacolo di cultura religiosa. Ridusse il proprio tenore di vita, intensificando la penitenza, i digiuni e le rinunce. Riprese inoltre, con più impegno, la propria formazione teologica e pastorale. Era pur sempre vescovo di una diocesi anche se non esercitava direttamente.
Il Papa vide perplesso la trasformazione in senso ascetico del prezioso nipote (che qualche volta chiamava "il mio occhio destro”). Scosse la testa: il tutto gli sembrava esagerato. Giunse persino a sgridarlo (addebitando l’eccessivo zelo ascetico ai consigli dei suoi direttori spirituali e all’influsso di personaggi contemporanei del calibro di Ignazio di Loyola, Gaetano da Thiene, Filippo Neri: guarda caso tutti Santi dichiarati tali dalla Chiesa). Il Papa lo scoraggiò, lo rimproverò, ma lo lasciò fare, e alla fine lo... imitò.
Ma il più grande merito di Carlo Borromeo fu che convinse il Papa a riconvocare il Concilio di Trento sospeso nel 1555. Se questo lavorò tanto e bene e se finì gloriosamente e proficuamente per la Chiesa (1563) il grande merito fu di Carlo. Egli ne fu la mente organizzatrice e l’ispiratore.
Nel luglio 1563, fu ordinato sacerdote e poco tempo dopo vescovo. Voleva fare il pastore di anime nella sua diocesi di Milano e ne aspettava l’occasione.
Il Concilio era finito ma bisognava assicurarsi che anche il successore di Pio IV avesse l’intenzione di continuare la riforma che ne era scaturita. Carlo credeva nell’azione dello Spirito Santo nella direzione della Chiesa, ma, nello stesso tempo, faceva umanamente quello che lui stesso pensava utile. Al vecchio e ammalato zio infatti suggerì i nomi dei nuovi cardinali del futuro conclave: doveva promuovere solo quelli favorevoli alla riforma della Chiesa voluta dal Concilio di Trento. Fatto questo gli chiese di poter presiedere, come legato papale, il consiglio provinciale che si teneva a Milano (la sua diocesi) per attuare le disposizioni conciliari. Lo zio Papa acconsentì. E Carlo partì. Ma poco tempo dopo dovette in tutta fretta fare ritorno a Roma (in compagnia di Filippo Neri) perché il Papa era ormai alla fine. Pio IV infatti morì tra le sue braccia il 9 dicembre 1565.
Morto un Papa, se ne fa un altro, così dice il proverbio. E così fu. Il 7 gennaio 1566, il Nostro avrebbe potuto farsi eleggere Papa con facilità, la sua "lobby” infatti era fortissima. Ed inoltre, era degnissimo. Ma lo Spirito Santo e lui non vollero. Fu eletto il Card. Michele Ghislieri, domenicano, favorevole all’attuazione del Concilio di Trento. E Carlo fu uno dei suoi "sponsor”.

Un pastore "di ferro” che dà la sua vita

Nell’aprile del 1566, raggiunse Milano, dove iniziò subito la grande opera di riforma secondo il Concilio di Trento. Fu un organizzatore geniale e un lavoratore instancabile tanto che Filippo Neri esclamò: "Ma quest’uomo è di ferro”.
Organizzò la sua diocesi in 12 circoscrizioni, curò la revisione della vita della parrocchia obbligando i parroci a tenere i registri di archivio, con le varie attività e associazioni parrocchiali. Si impegnò molto nella formazione del clero creando il seminario maggiore e minore. Fu soprattutto instancabile nel visitare le popolazioni affidate alla sua cura pastorale e spirituale, iniziando la sua prima visita nel 1566 subito dopo l’arrivo a Milano.
La sua visita in una parrocchia era preparata spiritualmente con la preghiera e con la predicazione che doveva portare ai sacramenti. Il vescovo all’inizio faceva una riunione con i notabili del paese ai quali chiedeva tra l’altro: "Come si comportano in chiesa i parrocchiani? Ci sono eretici, usurai, concubini, banditi o criminali? Ci sono seminatori di discordia, parrocchiani che non osservano la Quaresima?... I padri di famiglia educano bene i propri figli? Non c’è lusso esagerato nel vestire da parte degli uomini e delle donne? Se ci sono delle istituzioni di beneficenza e di aiuto sociale, sono ben amministrate?”. E altre domande simili. Come si vede concrete.
Tutto bene quindi nella sua opera di riforma? Non proprio. Incontrò difficoltà e talvolta anche ostilità. Come nel caso dell’attentato che subì il 26 ottobre 1569 ad opera di quattro frati dell’Ordine degli Umiliati. Uno di questi gli sparò mentre era in preghiera nella sua cappella privata. Motivo? Il Borromeo voleva riformare quell’ordine religioso ormai decaduto. Ma le riforme proposte furono viste dagli Umiliati come umiliazioni. La pallottola gli forò il rocchetto, ma lui rimase illeso miracolosamente ed il popolo lo interpretò come un segno dall’alto della bontà delle sue riforme. E gli Umiliati, di nome, furono umiliati anche di fatto e per sempre con la loro cancellazione definitiva.
Ma lo spessore della sua personalità di pastore e del suo amore più grande che "dona la vita per i suoi amici”, la mostrò in occasione della peste del 1576. Assente dalla città perché in visita pastorale, rientrò subito, mentre il governatore spagnolo e il gran cancelliere fuggivano via.
Fece subito testamento sapendo che la peste non aveva riguardo per nessuno, nemmeno per l’alto clero: organizzò l’opera di assistenza, visitò personalmente e coraggiosamente i colpiti dal terribile morbo, aiutò tutti instancabilmente fino al punto da meritarsi un rimprovero dal Papa di Roma.
Nonostante tutta l’attività pastorale, il Borromeo fece quattro viaggi a Roma e quattro a Torino. Era molto devoto della sacra Sindone. Fu proprio nel 1578 che i duchi di Savoia la portarono a Torino perché al vescovo di Milano, che aveva chiesto di venerarla personalmente, fosse risparmiato il difficile e pericoloso attraversamento delle Alpi (motivo ufficiale), ma anche per difenderla dalle brame dei Francesi (motivo politico). L’esposizione della reliquia fatta a Torino nel 1978 fu per ricordare questo suo arrivo nella città.
A causa della sua attività pastorale senza sosta, dei frequenti viaggi, delle continue penitenze, la sua salute peggiorò rapidamente. La morte lo colse preparatissimo il 3 novembre del 1584, ed il suo culto si diffuse rapidamente fino alla canonizzazione fatta nel 1610 da Paolo V.
Carlo Borromeo moriva fisicamente ma la sua eredità, fatta di santità personale e di azione instancabile per la Chiesa era più viva che mai, e sarebbe continuata nei secoli. Fino ad oggi.


rancesco: come Dio farsi servi umili, non funzionari


"Lo stile di Dio che ci salva servendoci e annientandosi ci insegna che anche noi possiamo vincere con Lui, se scegliamo l’amore servizievole e umile che rimane vittorioso per l’eternità”. Ruota intorno a questo pensiero l’omelia pronunciata dal Papa nella Messa celebrata questa mattina nella Basilica di S. Pietro a suffragio dei vescovi e dei cardinali defunti nell’ultimo anno. ”Ci basti Dio”, è stato l’auspicio conclusivo del Pontefice, ”per essere liberi dalle cose effimere”, per esser "figli amati” e non "funzionari”. 
 di Gabriella Ceraso:



Ricordare i cardinali e vescovi deceduti nell’ultimo anno significa pregare perché trovino in Dio la gioia piena nella comunione dei Santi, ma anche rinnovare la scelta che è stata la loro vocazione di ministri, cioè farsi "servi” umili e fino al sacrificio di sé come Dio ha fatto per primo:
"Chi serve e dona, sembra un perdente agli occhi del mondo. In realtà, proprio perdendo la vita, la ritrova. Perché una vita che si spossessa di sé, perdendosi nell’amore, imita Cristo: vince la morte e dà vita al mondo. Chi serve, salva. Al contrario, chi non vive per servire, non serve per vivere”.
Come Gesù amiamo con umilità e concretezza
Il Vangelo ci ricorda questo: "Dio ha tanto amato il mondo" che per salvarci ci ha raggiunto là dove eravamo andati a finire, "nella morte”. L’ha presa su di sé "con tutte le sue contraddizioni", dice il Papa, e ora noi "guardando a Lui e credendo in Lui veniamo salvati". E questo che Francesco chiama "stile di Dio che ci salva servendoci e annientandosi”, non dunque una vittoria trionfante, ma umilissima basata sulla forza dell’amore, "ha molto da insegnarci ":
"Nella Pasqua di Gesù vediamo insieme la morte e il rimedio alla morte, e questo è possibile per il grande amore con cui Dio ci ha amati, per l’amore umile che si abbassa, per il servizio che sa assumere la condizione del servo. Così Gesù non solo ha tolto il male, ma l’ha trasformato in bene. Non ha cambiato le cose a parole, ma con i fatti; non in apparenza, ma nella sostanza; non in superficie, ma alla radice. Ha fatto della croce un ponte verso la vita. Anche noi possiamo vincere con Lui, se scegliamo l’amore servizievole e umile, che rimane vittorioso per l’eternità. È un amore che non grida e non si impone, ma sa attendere con fiducia e pazienza”.
Lo stile dell’amore di Dio è anche, spiega Francesco, di amare "fino alla fine” il mondo, mentre noi, osserva, siamo portati ad "amare ciò di cui sentiamo il bisogno e che desideriamo”.
Non funzionari, ma figli amati
E allora anche questa Messa diventa occasione per chiedere al Padre di rivolgere il nostro pensiero alle "cose di lassù”, a Dio, al prossimo", più che "ai nostri bisogni". Che "sia sufficiente alla nostra vita la Pasqua del Signore", è l’auspicio finale del Papa," per essere liberi dagli affanni delle cose effimere che passano e svaniscono nel nulla”:
"Che ci basti Lui, in cui ci sono vita, salvezza, risurrezione e gioia. Allora saremo servi secondo il suo cuore: non funzionari che prestano servizio, ma figli amati che donano la vita per il mondo”.

04/11/2015 fonte: Radio Vaticana

Per il giudice dei minori la Cirinnà è già legge Via libera alle adozione anche per le coppie gay


di Tommaso Scandroglio

Non serve aspettare il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili per avere la stepchild adoption. Ci hanno già pensato i giudici. Infatti, il Tribunale per i minorenni di Roma ha permesso ad una lei di una coppia lesbica di adottare la figlia della sua compagna. Esattamente quanto previsto dall’art. 5 del ddl Cirinnà. Questa è la seconda volta che un Tribunale legittima un’adozione gay (la prima volta accadde nell’agosto del 2014) e per opera del medesimo giudice, la dottoressa Melita Cavallo. 

La coppia aveva avuto la bambina tramite fecondazione artificiale di tipo eterologo, pratica svolta in una clinica estera. La minore era poi nata qui in Italia e risultava ovviamente figlia della sola madre biologica. La coppia allora ha iniziato nell’agosto del 2014 un iter giuridico per chiedere che la compagna non mamma potesse adottare Irene (nome di fantasia). Il Tribunale chiese un parere tecnico al servizio Gil adozioni. Parere che in un passaggio così recita: «La piccola Irene vive in un ambiente solido e affettivamente confortante in grado di garantire una crescita armonica adeguata alla sua età. La bambina frequenta oltre ai parenti anche i tanti amici della coppia, la maggior parte dei quali sono famiglie eterosessuali. Le due donne sono in grado di riflettere sulle scelte educative per Irene, di discuterle e di condividerle nell’ottica di costruire per lei un percorso di vita che non le crei difficoltà, ma le fornisca strumenti adeguati a conoscere la sua storia e a farla sentire serena e in equilibrio con se stessa. La tematica delle origini ed il modo di raccontarla alla bambina è un argomento da affrontare con gradualità e le due donne hanno deciso di farsi sostenere da specialisti». 

Il passaggio è davvero un autogol. Infatti, dichiarare che in futuro verrà interpellato uno specialista, crediamo uno psicologo, per spiegare a Irene il perché ha due mamme e non una mamma e un papà è ammettere che l’omogenitorialità non è condizione naturale e sana, ma è una situazione patologica che può solo ledere il benessere psicologico della minore. Viene poi chiesta una seconda relazione, questa volta ad un Consulente tecnico di ufficio (Ctu). La musica non cambia: «La aspirante madre appare dotata di un funzionamento psicologico equilibrato e adatto, frutto di un pensiero integro e di un consistente contenimento razionale che conferisce alla donna una sostanziale stabilità nel comportamento e nelle espressioni affettive e pulsionali, in una personalità sensibile e emotivamente disponibile. L’adeguatezza genitoriale presuppone la presenza necessaria di funzioni e responsabilità specifiche che non dipendono dall’essere madre-padre, donna-uomo, o addirittura dalla presenza o dal sesso del co-genitore. Nel caso in oggetto l’esame delle competenze genitoriali è positivo e il giudizio clinico è assolutamente favorevole». 

In buona sostanza, per il Ctu i genitori possono essere sostituiti da chiunque, basta che sia dotato di «funzioni e responsabilità specifiche». Quindi vanno bene una tata, una nonna, uno zio, una suora in un orfanotrofio, un educatore dell’oratorio, un pedagogista, tutte figure adatte a diventare "co-genitori”. Perché l’importante è avere un «pensiero integro» e «un consistente contenimento razionale», mica essere papà e mamma. La diversità sessuale a questo punto è aspetto marginale come il fatto che i genitori siano due. E così il giudice Melita Cavallo ha sentenziato che «La compagna della madre biologica può adottare la bambina». Eccovi servita la Cirinnà prima che il Parlamento legiferi. Altro caso di sentenza contra legem e di intromissione in una sfera di competenza, quella legislativa, che non spetta al potere giudicante.

La dottoressa Cavallo ha tentato di legittimare l’adozione gay puntellandosi all’art. 44 comma 1 lettera d) in combinato con il comma 3 della legge sulle adozioni, medesimo puntello usato anche nell’agosto dell’anno scorso. Questa lettera disciplina un caso particolare di adozione che risulta essere una eccezione rispetto alla disciplina generale prevista dalla legge. Il minore, cioè, può essere adottato anche da un convivente, ma solo nel caso in cui «vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo». Nel caso presente la minore non necessita di affidamento preadottivo perché la madre biologica può validamente prendersi cura di lei. Quindi non sussiste la condizione prevista per la legge per l’adozione. Ma ammesso e non concesso che la minore possa essere adottata dalla convivente della madre, quello che fa problema è la diversità di sesso. Il giudice Cavallo sorvola con leggiadria su questo punto: «Nessuna limitazione è prevista espressamente, o può derivarsi in via interpretativa, con riferimento all’orientamento sessuale dell’adottante o del genitore dell’adottato, qualora tra essi vi sia un rapporto di convivenza». 

É vero che nella legge sull’adozione non c’è un divieto espresso in merito al dovere di disparità sessuale degli adottanti, ma proprio perché appariva scontato che l’adottato abbia necessità di avere una figura maschile e femminile dedicate alla sua educazione (l’adozione da parte di single è eccezionale ed è comunque cosa diversa per il minore crescere in una coppia omosessuale rispetto a crescere con uno zio), così come non c’è un divieto esplicito che l’adottante sia un animale. Quindi c’è un divieto implicito in merito all’omogenitorialità facilmente desumibile da tutto l’impianto della legge sull’adozione che vuole riprodurre il più possibile l’ambiente familiare. 

E l’unica famiglia è quella dell’art. 29 della Costituzione composta da un uomo e una donna. Ad oggi poi le convivenze omo non sono riconosciute per legge e quindi l’orientamento sessuale del convivente non ha ricevuto ruolo legittimante in capo alla possibilità di adottare. Infine, se davvero già nel nostro ordinamento è presente la possibilità che un gay adotti il figlio dell’altro compagno, perché accapigliarsi così tanto per introdurre la stepchild adoption nella Cirinnà? Ciò a dimostrazione che alla stato attuale tale possibilità non esiste secondo le nostre leggi e serve una norma apposita per introdurre tale facoltà.

 04/11/2015 fonte:La nuova bussola quotidiana

Divulgazione notizie e documenti riservati: due arresti in Vaticano



Nel quadro di indagini di polizia giudiziaria svolte dalla Gendarmeria vaticana ed avviate da alcuni mesi a proposito di sottrazione e divulgazione di notizie e documenti riservati, sabato e domenica scorsi sono state convocate due persone per essere interrogate sulla base degli elementi raccolti e delle evidenze raggiunte. Lo riferisce un comunicato della Sala Stampa vaticana.
Si tratta di un ecclesiastico, mons. Lucio Angel Vallejo Balda, e della dott.ssa Francesca Chaouqui, che in passato erano stati rispettivamente segretario e membro della COSEA (Commissione referente di Studio e indirizzo sull’organizzazione delle Strutture Economico-Amministrative della Santa Sede, istituita dal Papa nel luglio 2013 e successivamente sciolta dopo il compimento del suo mandato). In seguito alle risultanze degli interrogatori queste due persone sono state trattenute in stato di arresto in vista del proseguimento delle indagini.
Nella giornata odierna l’Ufficio del promotore di Giustizia, nelle persone del prof. avv. Gian Piero Milano, promotore di Giustizia, e prof. avv. Roberto Zannotti, promotore di Giustizia aggiunto, ha convalidato l’arresto dei predetti, provvedendo a rimettere in stato di libertà la dott.ssa Chaouqui, nei confronti della quale non sono più state ravvisate esigenze cautelari, anche a motivo della sua collaborazione alle indagini. La posizione di Mons. Vallejo Balda rimane al vaglio dell’Ufficio del Promotore di Giustizia.
Si deve ricordare che la divulgazione di notizie e documenti riservati è un reato previsto dalla Legge n. IX dello Stato della Città del Vaticano (13 luglio 2013) art. 10 (art. 116 bis c.p.).
Quanto ai libri annunciati per i prossimi giorni - sottolinea il comunicato - va detto chiaramente che anche questa volta, come già in passato, sono frutto di un grave tradimento della fiducia accordata dal Papa e, per quanto riguarda gli autori, di una operazione per trarre vantaggio da un atto gravemente illecito di consegna di documentazione riservata, operazione i cui risvolti giuridici ed eventualmente penali sono oggetto di riflessione da parte dell’Ufficio del Promotore in vista di eventuali ulteriori provvedimenti, ricorrendo, se del caso, alla cooperazione internazionale.
Pubblicazioni di questo genere - conclude la Sala Stampa - non concorrono in alcun modo a stabilire chiarezza e verità, ma piuttosto a generare confusione e interpretazioni parziali e tendenziose. Bisogna assolutamente evitare l’equivoco di pensare che ciò sia un modo per aiutare la missione del Papa.

04/11/2015 fonte: Radio Vaticana

Dolore del Papa per la tragedia nella discoteca di Bucarest



È "profondo dolore” quello che Papa Francesco esprime in un telegramma, a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, per la tragedia avvenuta in Romania, la notte di venerdì scorso in una discoteca di Bucarest.
Un incendio causato da uno spettacolo di fuochi pirotecnici ha causato la morte di 30 giovani e il ferimento di altre 180 persone. Francesco assicura, si legge nel messaggio, "la sua spirituale vicinanza ai familiari delle vittime, alle autorità governative e all'intera nazione”, affidando "alla misericordia del Signore quanti sono deceduti in così drammatici eventi”.

04/11/2015 fonte : Radio Vaticana

IL SANTO DEL GIORNO 14/10/2015 San Callisto papa I




A Roma sono famose le Catacombe di San Callisto, lungo la via Appia. Tra i molti cimiteri sotterranei dell'Urbe, quelle di San Callisto sono le Catacombe più note e più frequentate, celebri soprattutto per la cosiddetta " Cripta dei Papi ".
Ma tra i moltissimi Martiri e i Pontefici deposti ivi questo sepolcreto, inutilmente si cercherebbe il corpo del Santo dal quale le Catacombe lungo la via Appia hanno preso il nome, e che è segnato oggi sul Calendario universale della Chiesa, onorato come " Martire ".
La sorte di questo Santo, Pontefice agli inizi del III secolo, è stata veramente strana. Egli ebbe, ai suoi tempi, molti avversari tra i cristiani dissidenti di Roma, e proprio da uno scritto del capo di questi cristiani separati, cioè di un Antipapa, abbiamo quasi tutte le notizie sul conto di San Callisto. Sono, naturalmente, notizie che tendono a farlo apparire riprovevole e quasi odioso.
San Callisto viene detto, per esempio, " uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l'errore ". Vi si legge che, prima di diventare Papa, era stato schiavo, frodatore di un padrone troppo ingenuo, finanziere improvvisato e bancarottiere più o meno fraudolento. Fuggito in Portogallo, venne arrestato e ricondotto a Roma, dove subì una condanna ai lavori forzati, nelle miniere della Sardegna. Tornato a Roma in occasione di un'amnistia, venne inviato ad Anzio perché - sempre secondo il racconto tendenzioso del suo avversario - il Papa non volle averlo d'intorno. Ma la lunga permanenza ad Anzio dovette riscattare l'antico schiavo dai suoi difetti, se mai ne ebbe, perché un altro Papa, Zeffirino, lo richiamò a Roma, affidando alla sua intraprendenza la cura dei cimiteri della Chiesa. Fu allora che Callisto iniziò lo scavo dei grande sepolcreto lungo la via Appia che doveva portare il suo nome.
Alla morte di Zeffirino, Callisto passò dalla cura dei morti a quella dei vivi, essendo eletto Papa egli stesso. E fu proprio allora, come Papa, che il reduce dalle miniere della Sardegna e dall'" esilio " di Anzio, si attirò le recriminazioni di certi cristiani troppo ligi alla tradizione, troppo rigidi nella morale, troppo retrivi alle novità.
Fu accusato di eresia, nella formulazione del mistero della Trinità, che invece Callisto sosteneva secondo la tradizione ortodossa, confermata poi dai concili. Venne incolpato, inoltre, di scarso zelo mentre, in tempi di rilassatezza, istituì il digiuno delle Quattro Tempora.
Gli fu rimproverato soprattutto il " lassismo ", cioè la scarsa severità disciplinare. Accoglieva infatti nella Chiesa i peccatori pentiti e . cristiani che debolmente avevano difeso la loro fede in tempo di pericolo.
Ma qualsiasi ombra gravasse sulla vita di San Callisto, venne riscattata alla sua morte, che fu morte di Martire, nel 222. Gettato in un pozzo di Trastevere, forse in una sommossa popolare, il suo corpo venne deposto di là dal fiume, lungo la via Aurelia, lontano dalle Catacombe da lui aperte lungo la via Appia, che di San Callisto conservano il nome ma non le reliquie.



Sinodo. Parroco invitato dal Papa: famiglie ritrovino calore

Altra sfida da raccogliere per la Chiesa è il rapporto famiglia-lavoro. Se ne discute al Sinodo in Vaticano dove viene evidenziata la duplice problematica rappresentata da un lato dalla piaga della disoccupazione e dall’altro dal "troppo lavoro” che spesso minaccia la vita familiare. Ne parla al microfono del nostro inviato Paolo Ondarza, don Roberto Rosa, parroco di San Giacomo Apostolo a Trieste, nominato personalmente dal Papa tra i Padri sinodali:



R. – É stata una cosa imprevista, iniziata con una lettera che io ho inviato al Papa nei primi giorni di agosto su alcune questioni pastorali. Gli ho scritto senza neppure pensare che l’avrebbe letta. Qualche giorno dopo mi è giunta una telefonata diretta di Papa Francesco, il quale aveva la mia lettera in mano e assieme abbiamo parlato di alcuni problemi pastorali, della famiglia. Poi ci siamo salutati. Qualche giorno dopo, mi è arrivata la nomina, inaspettata, di partecipare come padre sinodale a questo Sinodo sulla famiglia.
D. – Qui al Sinodo, quindi, porta i problemi concreti vissuti dalla gente che frequenta la sua parrocchia e che lei sperimenta ogni giorno…
R. – È quello che io posso portare; l’esperienza di una vita quotidiana accanto alle persone, alle famiglie, soprattutto portando quella che è la bellezza dell’amore umano vissuto nella famiglia, ma anche quelli che sono i problemi delle famiglie di oggi.
D. – Quali sono i problemi delle famiglie, oggi, che lei ritiene più urgenti?
R. – Prima di tutto, quello del lavoro. Molte volte manca un lavoro continuativo per cui la famiglia soffre di questa mancanza, perché quando manca il lavoro, manca il pane e quindi la dignità. Poi, dall’altra parte invece, c’è anche un assolutizzare il lavoro, quando entrambi i genitori lavorano per stare meglio dal punto di vista economico, per avere di più, però poi trascurano quella che è l’intimità della vita famigliare, come lo stare a tavola insieme, non c’è tempo... I figli – lo vedo in parrocchia – risentono di questa assenza dei genitori dovuta tante volte al lavoro. Tante famiglie giovani vedono che i loro genitori sono stanchi, parlano poco…
D. – Rimane poco tempo, poca energia da dedicare alla famiglia?
R. – Poca energia da dedicare alla famiglia, per cui i giovani hanno l’impressione che la famiglia sia qualcosa che stanchi. Quando, poi, la famiglia diventa un albergo, non ci si parla, non ci si vuole bene, non ci perdona, non ci si accoglie, c’è veramente il rischio anche di arrivare qualche volta alla separazione.
D. – Turni, spesso anche scomodi, a cui sempre più frequentemente vengono sottoposti molti lavori. Ad esempio, il lavoro domenicale: penso agli esercizi commerciali o addirittura al lavoro notturno. Anche queste sono cose che vanno a incidere sull’equilibrio della famiglia, sulla serenità, sulla condivisione in famiglia...
R. – Si pensi per esempio all’impossibilità, qualche volta, di celebrare la festa in famiglia anche dal punto di vista cristiano: si è lì, come se fosse un giorno come tutti gli altri, perché magari la mamma lavora in un supermercato, il papà è impegnato da un’altra parte, i figli non riescono nemmeno a venire in chiesa, non possono muoversi. Qualche volta, c’è la fortuna di avere i nonni anche e soprattutto per la trasmissione della fede.
D. – Lo stato delle cose oggi porta anche ad un confronto tra generazioni lontane, i nonni e i nipoti proprio per questo motivo, dettato dal lavoro, dall’impossibilità dei genitori a seguire come prima, come una volta, i propri figli…
R. – Certamente. È una fortuna avere i nonni che aiutano a legare la famiglia, a tenerla unita. Molte volte sono loro che portano i ragazzi in parrocchia, a scuola, che li seguono, sempre in contatto con i genitori. Per cui, in questo momento sono figure che vanno valorizzate.
D. – Tornando al tema del lavoro, il Sinodo che prospettive può offrire? La Chiesa può aiutare nello stabilire un rapporto equilibrato con la dimensione del lavoro?
R. – Penso di sì. Ma direi che la Chiesa, soprattutto, dovrebbe proporre a quelli che sono imprenditori cattolici, impegnati nell’area del commercio, nei supermercati per fare un esempio, a fare una scelta coraggiosa: vivere la domenica e farla vivere anche ai loro dipendenti. Va riscoperto il valore del lavoro, che chiaramente è uno strumento per portare avanti la propria famiglia – "ora et labora", noi siamo stati creati da Dio anche per lavorare – però, il fine ultimo della nostra vita non è il lavoro, è la festa. Direi che il Signore ci ha creati per la domenica. È lì che c’è il senso di tutto il lavoro.
D. – C’è un cammino da percorrere che è controcorrente rispetto a quello che la società a volte impone con i suoi ritmi e con le sue regole?
R. – Certo, il Vangelo va sempre controcorrente, è sempre una grande novità che rende più bella la vita degli uomini, del mondo, della Chiesa. Quindi riscoprire il Vangelo della vita, di una vita piena!
14/10/15 Fonte: Zenit

Udienza generale: il Papa chiede perdono per gli scandali. Ampia sintesi



All’udienza generale di oggi in Piazza San Pietro la catechesi del Papa, dedicata ai bambini, è partita dalla frase di Gesù: "E’ inevitabile che vengano scandali, ma guai all'uomo a causa del quale viene lo scandalo”.
"La parola di Gesù è forte oggi” – ha detto il Pontefice - "Gesù è realista”. E ha aggiunto:  "Io vorrei, prima di iniziare la catechesi, in nome della Chiesa, chiedervi perdono per gli scandali che in questi ultimi tempi sono caduti sia a Roma che in Vaticano, vi chiedo perdono”.
Papa Francesco ha quindi parlato delle "promesse che facciamo ai bambini. Non parlo tanto delle promesse che facciamo qua e là, durante la giornata, per farli contenti o per farli stare buoni (magari con qualche innocente trucchetto: ma ti do una caramelle, queste promesse…), per invogliarli ad impegnarsi nella scuola o per dissuaderli da qualche capriccio. Parlo di altre promesse, delle promesse  più importanti, decisive per le loro attese nei confronti della vita, per la loro fiducia nei confronti degli esseri umani, per la loro capacità di concepire il nome di Dio come una benedizione. Sono promesse che noi facciamo loro”.
"Noi adulti siamo pronti a parlare dei bambini come di una promessa della vita. Tutti diciamo: i bambini sono una promessa della vita. E siamo anche facili a commuoverci, dicendo ai giovani che sono il nostro futuro, è vero. Ma mi domando, a volte, se siamo altrettanto seri con il loro futuro, con il futuro dei bambini e con il futuro dei giovani! Una domanda che dovremmo farci più spesso è questa: quanto siamo leali con le promesse che facciamo ai bambini, facendoli venire nel nostro mondo? Noi li facciamo venire al mondo e questa è una promessa, cosa promettiamo loro?”.
"Accoglienza e cura, vicinanza e attenzione, fiducia e speranza, sono altrettante promesse di base, che si possono riassumere in una sola: amore. Noi promettiamo amore, cioè amore che si esprime nell’accoglienza, nella cura, nella vicinanza, nell’attenzione, nella fiducia e la speranza, ma la grande promessa è amore. Questo è il modo più giusto di accogliere un essere umano che viene al mondo, e tutti noi lo impariamo, ancora prima di esserne coscienti. A me piace tanto quando vedo i papà e le mamme, quando passo fra voi, portarmi un bambino, una bambina piccolina (e chiedo): "Quanto tempo ha?” –"Tre settimane, quattro settimane… Ma, cerco che il Signore la benedica!”. Questo si chiama amore anche, eh? L’amore è la promessa che l’uomo e la donna fanno ad ogni figlio: fin da quando è concepito nel pensiero. I bambini vengono al mondo e si aspettano di avere conferma di questa promessa: lo aspettano in modo totale, fiducioso, indifeso. Basta guardarli: in tutte le etnie, in tutte le culture, in tutte le condizioni di vita! Quando accade il contrario, i bambini vengono feriti da uno "scandalo”, da uno scandalo insopportabile, tanto più grave, in quanto non hanno i mezzi per decifrarlo. Non possono capire cosa succede. Dio veglia su questa promessa, fin dal primo istante. Ricordate cosa dice Gesù? Gli Angeli dei bambini rispecchiano lo sguardo di Dio, e Dio non perde mai di vista i bambini (cfr Mt 18,10). Guai a coloro che tradiscono la loro fiducia, guai! Il loro fiducioso abbandono alla nostra promessa, che ci impegna fin dal primo istante, ci giudica”.
Il Papa ha proseguito: "E vorrei aggiungere un’altra cosa, con molto rispetto per tutti, ma anche con molta franchezza. La loro spontanea fiducia in Dio non dovrebbe mai essere ferita, soprattutto quando ciò avviene a motivo di una certa presunzione (più o meno inconscia) di sostituirci a Lui. Il tenero e misterioso rapporto di Dio con l’anima dei bambini non dovrebbe essere mai violato. E’ un rapporto reale, che Dio lo vuole e Dio lo custodisce. Il bambino è pronto fin dalla nascita per sentirsi amato da Dio, è pronto a questo. Non appena è in grado di sentire che viene amato per sé stesso, un figlio sente anche che c’è un Dio che ama i bambini”.
"I bambini, appena nati, incominciano a ricevere in dono, insieme col nutrimento e le cure, la conferma delle qualità spirituali dell’amore. Gli atti dell’amore passano attraverso il dono del nome personale, la condivisione del linguaggio, le intenzioni degli sguardi, le illuminazioni dei sorrisi. Imparano così che la bellezza del legame fra gli esseri umani punta alla nostra anima, cerca la nostra libertà, accetta la diversità dell’altro, lo riconosce e lo rispetta come interlocutore. Un secondo miracolo, una seconda promessa: noi – papà e mamma – ci doniamo a te, per donare te a te stesso! E questo è amore, che porta una scintilla di quello di Dio! Ma voi, papà e mamme, avete questa scintilla di Dio che date ai bambini, voi siete strumento dell’amore di Dio e questo è bello, bello, bello!”.
"Solo se guardiamo i bambini con gli occhi di Gesù, possiamo veramente capire in che senso, difendendo la famiglia, proteggiamo l’umanità! Il punto di vista dei bambini è il punto di vista del Figlio di Dio. La Chiesa stessa, nel Battesimo, ai bambini fa grandi promesse, con cui impegna i genitori e la comunità cristiana. La santa Madre di Gesù – per mezzo della quale il Figlio di Dio è arrivato a noi, amato e generato come un bambino – renda la Chiesa capace di seguire la via della sua maternità e della sua fede. E san Giuseppe – uomo giusto, che l’ha accolto e protetto, onorando coraggiosamente la benedizione e la promessa di Dio – ci renda tutti capaci e degni di ospitare Gesù in ogni bambino che Dio manda sulla terra. Grazie”.

 14/10/2015 fonte: Radio Vaticana

Inaugurata a Kinshasa una scuola secondaria dedicata a Papa Francesco





Una scuola secondaria dedicata a Papa Francesco è stata inaugurata nei giorni scorsi a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo. L’istituto è stato finanziato dalla Conferenza Episcopale italiana (Cei) con i fondi dell’8x1000 e dalla onlus Semi di Pace. L’edificio, completato dopo nove mesi di lavori, dotato di dodici aule, un laboratorio informatico e uffici, ospiterà fino a seicento studenti, tra i 10 e i 16 anni, della comunità di Mikondo, nel quartiere periferico e degradato della capitale Kinshasa. Le attività didattiche sono coordinate dalle suore missionarie Figlie della Passione di Gesù Cristo e Maria Addolorata.

Al taglio del nastro - informa L'Osservatore Romano - hanno preso parte, oltre alle autorità civili, il vescovo ausiliare di Kinshasa,  monsignor Timothée Bodika Mansiyai, in rappresentanza del cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, il vice presidente della onlus, Marino Sabatino e il responsabile del settore "sostegno a distanza”, Giancarlo Andreoli.

Secondo i responsabili di Semi di Pace, "andare a scuola è una normalità che è tale solo per i Paesi sviluppati. In questo angolo di Africa l’istruzione è un diritto per pochi. Accedervi vuol dire per i giovani crearsi un futuro lontano dalle strade pericolose della violenza, della prostituzione e della criminalità».

Aver dedicato l’istituto a Papa Francesco, aggiungono i responsabili dell’onlus, "significa condividerne il pensiero soprattutto quando afferma che "la Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria”.

14/10/2015 fonte: Zenit

Se un milione di bambini pregheranno insieme il Rosario, il mondo cambierà»



Il 18 ottobre, attraverso le 21 sedi nazionali di ACS presenti in quattro continenti, la fondazione pontificia esorta tutti i bambini ad unirsi in preghiera.
Campagna Rosario Bambini b
Un milione di bambini che recitano insieme il Rosario per l’unità e la pace. È l’invito che il 18 ottobre, ormai da dieci anni, Aiuto alla Chiesa che Soffre rivolge ai bambini di tutto il mondo.
L’iniziativa, chiamata "Un milione di Bambini in Preghiera”, è nata nel 2005 a Caracas in Venezuela. Mentre un gruppo di bambini pregava, alcune donne presenti hanno avvertito la presenza della Vergine. Una di loro si è ricordata allora della promessa di Padre Pio: «Se un milione di bambini pregheranno insieme il Rosario, il mondo cambierà».
Da allora ogni anno, il 18 ottobre, attraverso le 21 sedi nazionali di ACS presenti in quattro continenti, la fondazione pontificia esorta tutti i bambini ad unirsi in preghiera.
Da sempre Aiuto alla Chiesa che Soffre unisce al sostegno della pastorale della Chiesa in tutto il mondo e alla denuncia delle limitazioni alla libertà religiosa, iniziative legate alla preghiera. Come le due giornate mondiali di preghiera per la pace in Iraq promosse il 6 agosto 2014 e 2015, la settimana di preghiera per la Siria (settembre 2013) e le Novene per la pace nella repubblica Democratica del Congo (dicembre 2012) e nella Repubblica Centrafricana (dicembre 2013). ACS è inoltre fortemente impegnata alla promozione della preghiera del Rosario tra i bambini e per insegnare ai piccoli come recitarlo ha creato un apposito libricino, "Noi Bambini preghiamo il Rosario”, che dal 2009 ad oggi è stato tradotto in otto lingue e pubblicato in 600mila copie, diffuse da ACS in tutto il mondo.
"Un milione di Bambini in Preghiera” nasce dalla consapevolezza che, se affidata ai bimbi, la preghiera sia davvero capace di portare la pace. Specie la preghiera del Rosario, come ha scritto Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae: «Non si può recitare il Rosario senza sentirsi coinvolti in un preciso impegno di servizio alla pace».

 Per questo ACS invita genitori, insegnanti e quanti lavorano nelle scuole, negli asili, negli ospedali, negli orfanotrofi ed in qualunque luogo vi siano gruppi di bambini, ad esortare i piccoli a recitare il Rosario. Al tempo stesso ACS chiede a tutti di rivolgere un pensiero a tutti quei bambini a cui nessuno ha mai insegnato a pregare, donando loro la Bibbia del Fanciullo: il libro sul quale milioni di bambini in tutto il mondo hanno imparato a leggere, scrivere e pregare. È una Bibbia illustrata di ACS che dal 1979 ad oggi è stata stampata in 178 lingue diverse e in oltre 51 milioni di copie. È possibile donare collegandosi al sito acs-italia.org.
 14/10/2015 fonte Tempi .it

IL SANTO DEL GIORNO 19/09/2015 San Gennaro vescovo e martire




Fra i santi dell’antichità è certamente uno dei più venerati dai fedeli e se poi consideriamo che questi fedeli, sono primariamente napoletani, si può comprendere per la nota estemporaneità e focosa fede che li distingue, perché il suo culto, travalicando i secoli, sia giunto intatto fino a noi, accompagnato periodicamente dal misterioso prodigio della liquefazione del suo sangue, che tanto attira i napoletani.
Prima di tutto il suo nome diffuso in Campania e anche nel Sud Italia, risale al latino ‘Ianuarius’ derivato da ‘Ianus’ (Giano) il dio bifronte delle chiavi del cielo, dell’inizio dell’anno e del passaggio delle porte e delle case.
Il nome era in genere attribuito ai bambini nati nel mese di gennaio "Ianuarius”, undicesimo mese dell’anno secondo il calendario romano, ma il primo dopo la riforma del II secolo d.C.
Gennaro appartenne alla gens Ianuaria, perché Ianuarius che significa "consacrato al dio Ianus” non era il suo nome, che non ci è pervenuto, ma il gentilizio corrispondente al nostro cognome.
Vi sono ben sette antichi ‘Atti’, ‘Passio’, ‘Vitae’, che parlano di Gennaro, fra i più celebri gli "Atti Bolognesi” e gli "Atti Vaticani”. Da questi documenti si apprende che Gennaro nato a Napoli (?) nella seconda metà del III secolo, fu eletto vescovo di Benevento, dove svolse il suo apostolato, amato dalla comunità cristiana e rispettato anche dai pagani per la cura, che impiegava nelle opere di carità a tutti indistintamente; si era nel primo periodo dell’impero di Diocleziano (243-313), il quale permise ai cristiani di occupare anche posti di prestigio e una certa libertà di culto. 
Nella sua vecchiaia però, sotto la pressione del suo cesare Galerio (293), firmò ben tre editti contro i cristiani, provocando una delle più feroci persecuzioni, colpendo la Chiesa nei suoi membri e nei suoi averi per impedirle di soccorrere i poveri e spezzare così il favore popolare.
E in questo contesto s’inserisce la storia del martirio di Gennaro; egli conosceva il diacono Sosso (o Sossio) che guidava la comunità cristiana di Miseno, importante porto romano sulla costa occidentale del litorale flegreo; Sosso fu incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania, per le funzioni religiose che quotidianamente venivano celebrate nonostante i divieti.
In quel periodo il vescovo di Benevento Gennaro, accompagnato dal diacono Festo e dal lettore Desiderio, si trovavano a Pozzuoli in incognito, visto il gran numero di pagani che si recavano nella vicinissima Cuma ad ascoltare gli oracoli della Sibilla Cumana e aveva ricevuto di nascosto anche qualche visita del diacono di Miseno (località tutte vicinissime tra loro).
Gennaro saputo dell’arresto di Sosso, volle recarsi insieme ai suoi due compagni Festo e Desiderio a portargli il suo conforto in carcere e anche con alcuni scritti, per esortarlo insieme agli altri cristiani prigionieri a resistere nella fede.
Il giudice Dragonio informato della sua presenza e intromissione, fece arrestare anche loro tre, provocando le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio.
Anche questi tre furono arrestati e condannati insieme agli altri a morire nell’anfiteatro, ancora oggi esistente, per essere sbranati dagli orsi, in un pubblico spettacolo. Ma durante i preparativi il proconsole Dragonio, si accorse che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi, cambiò decisione e il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri cristiani nel Foro di Vulcano, presso la celebre Solfatara di Pozzuoli.
Si racconta che una donna di nome Eusebia riuscì a raccogliere in due ampolle (i cosiddetti lacrimatoi) parte del sangue del vescovo e conservarlo con molta venerazione; era usanza dei cristiani dell’epoca di cercare di raccogliere corpi o parte di corpi, abiti, ecc. per poter poi venerarli come reliquie dei loro martiri.
I cristiani di Pozzuoli, nottetempo seppellirono i corpi dei martiri nell’agro Marciano presso la Solfatara; si presume che s. Gennaro avesse sui 35 anni, come pure giovani, erano i suoi compagni di martirio. Oltre un secolo dopo, nel 431 (13 aprile) si trasportarono le reliquie del solo s. Gennaro da Pozzuoli nelle catacombe di Capodimonte a Napoli, dette poi "Catacombe di S. Gennaro”, per volontà dal vescovo di Napoli, s. Giovanni I e sistemate vicino a quelle di s. Agrippino vescovo. 
Le reliquie degli altri sei martiri, hanno una storia a parte per le loro traslazioni, ma in maggioranza ebbero culto e spostamento nelle loro zone di origine. 
Durante il trasporto delle reliquie di s. Gennaro a Napoli, la suddetta Eusebia o altra donna, alla quale le aveva affidate prima di morire, consegnò al vescovo le due ampolline contenenti il sangue del martire; a ricordo delle tappe della solenne traslazione vennero erette due cappelle: S. Gennariello al Vomero e San Gennaro ad Antignano.
Il culto per il santo vescovo si diffuse fortemente con il trascorrere del tempo, per cui fu necessario l’ampliamento della catacomba. Affreschi, iscrizioni, mosaici e dipinti, rinvenuti nel cimitero sotterraneo, dimostrano che il culto del martire era vivo sin dal V secolo, tanto è vero che molti cristiani volevano essere seppelliti accanto a lui e le loro tombe erano ornate di sue immagini.
Va notato che già nel V secolo il martire Gennaro era considerato ‘santo’ secondo l’antica usanza ecclesiastica, canonizzazione poi confermata da papa Sisto V nel 1586. La tomba divenne come già detto, meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti; nel 472 ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiedere la sua intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocarlo nei terremoti e nelle eruzioni, e mentre aumentava il culto per s. Gennaro, diminuiva man mano quello per s. Agrippino vescovo, fino allora patrono della città di Napoli; dal 472 s. Gennaro cominciò ad assumere il rango di patrono principale della città. 
Durante un’altra eruzione nel 512, fu lo stesso vescovo di Napoli, s. Stefano I, ad iniziare le preghiere propiziatorie; dopo fece costruire in suo onore, accanto alla basilica costantiniana di S. Restituta (prima cattedrale di Napoli), una chiesa detta Stefania, sulla quale verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo; riponendo nella cripta il cranio e la teca con le ampolle del sangue.
Questa provvidenziale decisione, preservò le suddette reliquie, dal furto operato dal longobardo Sicone, che durante l’assedio di Napoli dell’831, penetrò nelle catacombe, allora fuori della cinta muraria della città, asportando le altre ossa del santo che furono portate a Benevento, sede del ducato longobardo. 
Le ossa restarono in questa città fino al 1156, quando vennero traslate nel santuario di Montevergine (AV), dove rimasero per tre secoli, addirittura se ne perdettero le tracce, finché durante alcuni scavi effettuati nel 1480, casualmente furono ritrovate sotto l’altare maggiore, insieme a quelle di altri santi, ma ben individuate da una lamina di piombo con il nome.
Il 13 gennaio 1492, dopo interminabili discussioni e trattative con i monaci dell’abbazia verginiana, le ossa furono riportate a Napoli nel succorpo del Duomo ed unite al capo ed alle ampolle. Intanto le ossa del cranio erano state sistemate in un preziosissimo busto d’argento, opera di tre orafi provenzali, dono di Carlo II d’Angiò nel 1305, al Duomo di Napoli.
Successivamente nel 1646 il busto d’argento con il cranio e le ormai famose ampolline col sangue, furono poste nella nuova artistica Cappella del Tesoro, ricca di capolavori d’arte d’ogni genere. Le ampolle erano state incastonate in una teca preziosa fatta realizzare da Roberto d’Angiò, in un periodo imprecisato del suo lungo regno (1309-1343).
La teca assunse l’aspetto attuale nel XVII secolo, racchiuse fra due vetri circolari di circa dodici centimetri di diametro, vi sono le due ampolline, una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-brunastre sulle pareti; la liquefazione del sangue avviene solo in quella più grande.
Le altre reliquie poste in un’antica anfora, sono rimaste nella cripta del Duomo, su cui s’innalza l’abside e l’altare maggiore della grande Cattedrale. San Gennaro è conosciuto in tutto il mondo, grazie anche al culto esportato insieme ai tantissimi emigranti napoletani, suoi fedeli, non solo per i suoi prodigiosi interventi nel bloccare le calamità naturali, purtroppo ricorrenti che colpivano Napoli, come pestilenze, terremoti e le numerose eruzioni del vulcano Vesuvio, croce e vanto di tutto il Golfo di Napoli; ma anche per il famoso prodigio della liquefazione del sangue contenuto nelle antiche ampolle, completamente sigillate e custodite in una nicchia chiusa con porte d’argento, situata dietro l’altare principale, della già menzionata Cappella del Tesoro.
Il Tesoro è oggi custodito in un caveau di una banca, essendo ingente e preziosissimo, quale testimonianza dei doni fatti al santo patrono da sovrani, nobili e quanti altri abbiano ricevuto grazie per sua intercessione, o alla loro persona e famiglia o alla città stessa.
Le chiavi della nicchia, sono conservate dalla Deputazione del Tesoro di S. Gennaro, da secoli composta da nobili e illustri personaggi napoletani con a capo il sindaco della città. Il miracolo della liquefazione del sangue, che è opportuno dire non è un’esclusiva del santo vescovo, ma anche di altri santi e in altre città, ma che a Napoli ha assunto una valenza incredibile, secondo un antico documento, è avvenuto per la prima volta nel lontano 17 agosto 1389; non è escluso, perché non documentato, che sia avvenuto anche in precedenza.
Detto prodigio avviene da allora tre volte l’anno; nel primo sabato di maggio, in cui il busto ornato di preziosissimi paramenti vescovili e il reliquiario con la teca e le ampolle, vengono portati in processione, insieme ai busti d’argento dei numerosi santi compatroni di Napoli, anch’essi esposti nella suddetta Cappella del Tesoro, dal Duomo alla Basilica di S. Chiara, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli, e qui dopo le rituali preghiere, avviene la liquefazione del sangue raggrumito; la seconda avviene il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione, una volta avveniva nella Cappella del Tesoro, ma per il gran numero di fedeli, il busto e le reliquie sono oggi esposte sull’altare maggiore del Duomo, dove anche qui dopo ripetute preghiere, con la presenza del cardinale arcivescovo, autorità civili e fedeli, avviene il prodigio tra il tripudio generale.
Avvenuta la liquefazione la teca sorretta dall’arcivescovo, viene mostrata quasi capovolgendola ai fedeli e al bacio dei più vicini; il sangue rimane sciolto per tutta l’ottava successiva e i fedeli sono ammessi a vedere da vicini la teca e baciarla con un prelato che la muove per far constatare la liquidità, dopo gli otto giorni viene di nuovo riposta nella nicchia e chiusa a chiave. 
Una terza liquefazione avviene il 16 dicembre "festa del patrocinio di s. Gennaro”, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo. Il prodigio così puntuale, non è sempre avvenuto, esiste un diario dei Canonici del Duomo che riporta nei secoli, anche le volte che il sangue non si è sciolto, oppure con ore e giorni di ritardo, oppure a volte è stato trovato già liquefatto quando sono state aperte le porte argentee per prelevare le ampolle; il miracolo a volte è avvenuto al di fuori delle date solite, per eventi straordinari.
Il popolo napoletano nei secoli ha voluto vedere nella velocità del prodigio, un auspicio positivo per il futuro della città, mentre una sua assenza o un prolungato ritardo è visto come fatto negativo per possibili calamità da venire. La catechesi costante degli ultimi arcivescovi di Napoli, ha convinto la maggioranza dei fedeli, che anche la mancanza del prodigio o il ritardo vanno vissuti con serenità e intensificazione semmai di una vita più cristiana.
Del resto questo "miracolo ballerino”, imprevedibile, è stato oggetto di profondi studi scientifici, l’ultimo nel 1988, con i quali usando l’esame spettroscopico, non potendosi aprire le ampolline sigillate da tanti secoli, si è potuto stabilire la presenza nel liquido di emoglobina, dunque sangue.
La liquefazione del sangue è innegabile e spiegazioni scientifiche finora non se ne sono trovate, come tutte le ipotesi contrarie formulate nei secoli, non sono mai state provate. È singolare il fatto, che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra conservata nella chiesa di S. Gennaro, vicino alla Solfatara e che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventa più rossa.
Pur essendo venuti tanti papi a Napoli in devoto omaggio e personalmente baciarono la teca lasciando doni, la Chiesa è bene ricordarlo, non si è mai pronunciata ufficialmente sul miracolo di s. Gennaro.
Papa Paolo VI nel 1966, in un discorso ad un gruppo di pellegrini partenopei, richiamò chiaramente il prodigio: "…come questo sangue che ribolle ad ogni festa, così la fede del popolo di Napoli possa ribollire, rifiorire ed affermarsi”.


I vescovi Usa chiedono aiuto a papa Francesco «Dal Sinodo giunga un vero sostegno alle famiglie»

di Lorenzo Bertocchi

«Mettere Dio al centro del proprio matrimonio e della famiglia». Secondo monsignor Joseph Kurtz, presidente della Conferenza episcopale degli Usa., questo è il messaggio fondamentale che i due patroni dell’Incontro mondiale di Philadelphia, san Giovanni Paolo II e santa Gianna Beretta Molla consegnano lke famiglie di tutto il mondo. Siamo a pochi giorni dall'Incontro Mondiale delle Famiglie e La Nuova Bussola Quotidiana ha invontrato monsignor Joseph Kurtz per chiedergli quale potrà essere il frutto di questo incontro, anche in vista del prossimo Sinodo di ottobre. Questi meeting sono stati pensati e voluti da san Giovanni Paolo II, il "Papa della famiglia” come lo ha definito papa Francesco, e si susseguono ogni tre anni a partire dal 1994. Philadelphia segue l'incontro mondiale di Milano 2012 ed è il primo che si realizza negli Stati Uniti. Si intitola "L'amore è la nostra missione: la famiglia pienamente viva”. 

Eccellenza, nella lettera di benvenuto dell’VIII Incontro mondiale delle Famiglie l’arcivescovo di Philadelphia, Joseph Chaput, ha scritto che «la gloria di uomini e donne è la loro capacità di amare come Dio ama – e non esiste mezzo migliore per insegnare l’amore della famiglia». Se la famiglia è in crisi, lo è anche Chiesa?

«La famiglia è il mattone fondamentale per la costruzione della Chiesa e della società. Quando la famiglia soffre, il mondo soffre. Le famiglie sono chiamate a essere la scuola domestica dove impariamo con più forza a ricevere e dare amore, a vivere con gentilezza in comunità, e a prenderci cura degli altri così come di noi stessi. I genitori che vivono un vincolo permanente, fedele e fecondo rendono presente in modo sensibile l'amore di Dio ai loro figli e la Chiesa ha il grande obbligo di affiancare le famiglie e accompagnarle in questo viaggio. Noi vogliamo assicurare loro non solo sacramenti prontamente disponibili, ma di camminare con fiducia ascoltando la parola di Dio e mettendola in pratica. Sono grato a papa Francesco per aver convocato un Sinodo diviso in due parti per concentrarsi su alcune sfide che le famiglie devono affrontare oggi, e per l'Incontro mondiale delle Famiglie che assicura alla Chiesa uno spazio abituale per celebrare gli aspetti buoni e forti della famiglia, e un modo per continuare a esaminare come possiamo migliorare».

I santi patroni dell’Incontro mondiale delle Famiglie sono san Giovanni Paolo II e santa Gianna Beretta Molla. Due straordinarie figure. Qual è il messaggio più importante che i due santi offrono alle famiglie del mondo?

«Questi due santi offrono un semplice, ma potente messaggio alle famiglie: mettete Dio al centro della vostra vita famigliare; tenete Lui al centro del vostro matrimonio. Il secondo messaggio deriva dal primo: famiglie, voi siete necessarie; il mondo ha bisogno di voi, e la Chiesa ha bisogno di voi. La vostra testimonianza è vitale; il vostro amore, l'ospitalità, e il sacrificio sono necessari. San Giovanni Paolo II ha sottolineato con insistenza che la missione della famiglia è "diventa ciò che sei”. E santa Gianna Beretta Molla, una moglie e madre che ha messo il Signore al primo posto e ha coraggiosamente testimoniato la santità di ogni vita umana, ha vissuto questa missione. Che esempio eccellente ed eroico per tutti noi!»

A suo avviso, quali saranno le maggiori sfide per il bene della famiglia al prossimo Sinodo a ottobre?

«In primo luogo, le famiglie di oggi hanno bisogno di sperimentare la fiducia e la speranza che nutriamo per loro, e che è un loro di diritto. Ci sono molti messaggi negativi che dissuadono le persone dallo sposarsi, dal credere di poter non solo fare una famiglia, ma anche farla crescere bene, e dal credere che i bambini sono un dono da accogliere e amare. La mia speranza per il Sinodo del prossimo mese e anche dopo, è che troveremo il modo di sostenere e mettere gli uomini e le donne nella condizione di seguire più pienamente Cristo e vivere la propria vocazione con coraggio. In secondo luogo, vi è anche un grande bisogno per noi di accompagnare coloro che sperimentano sofferenza, difficoltà e dolore. I vari documenti e le dichiarazioni del Sinodo dello scorso anno hanno evidenziato una serie di difficoltà che devono affrontare oggi le famiglie in tutto il mondo e altre le conosciamo dalle nostre esperienze quotidiane. Con il Cuore di Gesù, la Chiesa cerca di camminare con chi è nel bisogno».

 19/09/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

Quegli strani "suicidi" di cristiani nell'esercito egiziano

di Stefano Magni

L’esercito egiziano è in prima linea nella lotta alle milizie jihadiste, nel Sinai e al confine con la Libia. E’ purtroppo tornato alla ribalta nelle cronache di tutto il mondo anche per aver ucciso, per errore, dodici turisti messicani che facevano un giro nell’Egitto occidentale con i fuoristrada (e per questo sono stati scambiati per jihadisti). Ma capita che, all’interno dell’esercito e lontano dalle telecamere, i soldati di fede cristiana vengano assassinati dai loro ufficiali o dai loro commilitoni, se rifiutano di convertirsi all’islam. Questo volto oscuro dell’esercito arabo più potente e numeroso del Medio Oriente, è stato rivelato da Raymond Ibrahim, in una sua recente inchiesta (http://pjmedia.com/blog/in-egypt-muslim-soldiers-slaughtering-their-fellow-christian-platoon-mates/ ).

Raymond Ibrahim, autore di Crucified Again: Exposing Islam’s New War on Christians, parte da un caso di un omicidio nelle forze armate egiziane, avvenuto lo scorso 23 agosto. Baha Saeed Karam, 22 anni, cristiano copto, è stato ucciso con quattro colpi di arma da fuoco nella sede del comando del suo battaglione, a Marsa Matruh. Testimoni che lo conoscevano, fra cui il fratello Cirillo, raccontano di come confidasse di subire pressioni dai commilitoni, per motivi religiosi. Aveva già ricevuto minacce di morte, prima del suo assassinio, perché non voleva convertirsi all’islam. Ibrahim risale appena allo scorso 24 giugno per trovare un caso di "suicidio” (ufficialmente dichiarato tale dalle autorità), di un altro soldato cristiano, Bahaa Gamal Mikhail Silvanus, 23 anni, trovato morto con due colpi alla testa. Un suicida difficilmente può spararsi due volte in testa. E chi lo conosceva, come padre Mikhail Shenouda, lo descrive come una persona serena, amante della vita e desideroso di entrare nella vita monastica dopo il suo servizio militare. Anche in questo caso, amici della vittima testimoniano di come abbia subito pressioni affinché si convertisse all’islam, fino alle minacce esplicite di morte. Ibrahim ricorda un altro caso di "suicidio” del 31 agosto 2013, quando Abu al-Khair Atta è stato trovato morto nella sua base. A suo padre, però, la vittima aveva riferito le pressioni subite da un suo ufficiale, che lo voleva convertire a tutti i costi all’islam. E ancora: Guirgus Rizq Yusif al-Maqar, 20 anni, ufficialmente morto per cause naturali il 18 settembre 2006, ma con il corpo pieno di contusioni da percosse. Anche in quel caso, un suo commilitone testimonia che il militare copto fosse "sistematicamente” insultato, umiliato, picchiato, anche ai testicoli, semplicemente perché cristiano. Un mese prima, il corpo senza vita di un altro soldato cristiano copto, Hani Seraphim, veniva trovato nel Nilo. Prima di morire aveva confidato alla sua famiglia di aver subito pressioni e minacce esplicite dal suo comandante di unità, perché non voleva convertirsi.

I casi ricordati da Raymond Ibrahim sono sorprendenti per due motivi. Prima di tutto perché sono coppie di omicidi ravvicinati fra loro, ma distribuiti in un arco di tempo molto ampio (dal 2006 al 2015), il ché suggerisce che potrebbero essere molto più numerosi. Di una morte misteriosa si parla, soprattutto, quando c’è stato un altro caso simile poche settimane o pochi mesi prima, altrimenti tende a non essere notato. Di Guirgus Rizq Yusif al-Maqar si è parlato, dunque, perché due settimane prima era stato ritrovato il corpo di Seraphim. In questo mese, si parla di Baha Saeed Karam, perché solo due mesi fa c’è stato un altro caso di copto "suicidato”. Ma quanti Baha Saeed Karam sono stati uccisi nei mesi e negli anni scorsi, nel segreto di una caserma e sotto il silenzio delle autorità? Il problema è che i racconti dei parenti o degli amici delle vittime, sembrano suggerire una certa sistematicità nel tentare di convertire i cristiani reclutati nelle forze armate, con le buone o con le cattive. Il secondo aspetto sorprendente dell’inchiesta di Ibrahim è la mancanza di correlazione fra questi delitti e il periodo in cui i Fratelli Musulmani erano al potere. Il breve periodo post-rivoluzionario e quello della presidenza Morsi (dunque dal 2011 al 2013) è coinciso, in tutto il paese, fra i civili e i militari, con la peggior persecuzione dei cristiani: pogrom, omicidi, attentati, chiese bruciate in tutto il paese. I casi citati da Ibrahim avvengono, invece, nei periodi più "laici” della storia recente egiziana: nel 2006 era ancora al potere Hosni Moubarak, nell’estate del 2013 stava esordendo il regime del generale Al Sisi e i casi più recenti dell’estate scorsa coincidono con la lotta dell’esercito regolare contro gli jihadisti.

Queste violenze non sembrano nemmeno essere causate da un’infiltrazione politica dei Fratelli Musulmani nell’esercito. Un allarme in questo senso era stato lanciato dai media egiziani e arabi nel marzo del 2013, quando le forze armate, per la prima volta, avevano accettato nei loro ranghi i parenti di militanti della Fratellanza. Anche l’accademia militare aveva aperto le porte ad aspiranti ufficiali con un background islamista. Fra cui il figlio dell’allora presidente Morsi. Con la presa del potere di Al Sisi, questa scalata alle forze di sicurezza si è interrotta. La finestra di opportunità per gli islamisti è dunque rimasta aperta solo per pochi mesi del 2013. Non si spiega con la loro presenza nei ranghi dell’esercito, dunque, questa sequenza di omicidi di cristiani, a partire dal 2006. Il problema potrebbe essere proprio quello che il politicamente corretto impone di non dire: quando la maggioranza è costituita da musulmani, le minoranze tendono a estinguersi. Raymond Ibrahim è convinto che la causa sia il retaggio della tradizionale legge di sottomissione (dhimmi), in base alla quale i non musulmani non avevano il diritto di portare armi, oltre a tante altre restrizioni delle loro libertà.

19/09/2015 fonte: La nuova Bussola quotidiana

Come abbiamo bloccato il suicidio assistito? Facendo parlare i malati come me e mostrando i dati




Dopo quattro tentativi ripetuti negli ultimi nove anni, con cui i fautori della legge sul suicidio assistito hanno cercato di legalizzare la morte procurata in Gran Bretagna, a sorpresa il fronte pro life ha vinto ancora. Venerdì 11 settembre, la Camera dei Comuni a grande maggioranza ha votato contro il disegno di legge: 330 i voti contrari, 118 i favorevoli. Fra le voci fondamentali che hanno contribuito al buon esito della battaglia c’è quella della baronessa Jane Campbell, membro indipendente della Camera dei Lord e affetta da atrofia muscolare. Già nel 2009 Campbell convinse il parlamento inglese a respingere il ddl che avrebbe permesso di aiutare i malati a viaggiare verso paesi dove l’eutanasia è legale.
Baronessa, com’è possibile che la legge, già approvata in prima lettura il 24 giugno scorso, sia stata respinta a grande maggioranza?
È incredibile, sinceramente non ce lo aspettavamo. Pensavamo a un numero di favorevoli pari a quello di chi si è invece opposto alla norma.
Cosa è accaduto? Come spiega la vostra vittoria?
La cosa fondamentale è stata la voce di circa venti disabili fra cui persone che, come me, sono affette da malattie degenerative. Siamo intervenuti nel dibattito smentendo i luoghi comuni che ci dipingono come gente disperata. Abbiamo poi presentato tutti i rischi della legislazione mostrando come norme estere simili a quella introdotta al parlamento inglese spingano i malati a sentirsi di peso e a chiedere l’eutanasia come via d’uscita normale al dolore e a una società che li rifiuta. Tutto ciò ha fatto crescere la consapevolezza dei parlamentari che, messi di fronte alle cifre delle morti procurate laddove il suicidio assistito è legale, e a persone come me, non si sono sentite di votare a favore di un provvedimento simile: «Se approvate la norma – abbiamo ripetuto – metterete in pericolo mortale tutta la società e, invece che aiutare le persone in difficoltà, le spingerete alla disperazione».
Lei che argomentazioni ha portato?
Ho raccontato la mia storia e il mio amore alla vita. E, come gli altri malati intervenuti, ho spiegato che viviamo vite ordinarie e che tutto dipende dal sostegno e dall’amore che riceviamo. Questo è vero per tutti, la vita è degna e bella se c’è chi ci ama, ma per un malato è più evidente. Al contrario, chiunque è indotto alla disperazione se lo Stato o la famiglia mettono in dubbio che la sua vita sia sempre degna di essere vissuta. La tragedia si consuma quando le persone non credono in noi. Ecco, credo che la voce della nostra esperienza abbia cambiato tutto il dibattito. Le persone in buona fede o confuse hanno capito.

 La norma è stata scritta sul modello di quella approvata in Oregon nel 1997, per cui il richiedente deve essere maggiorenne, mentalmente abile e malato terminale. Come li avete convinti che si sarebbe passati all’omicidio di disabili, anziani o bambini?
Abbiamo spiegato ai parlamentari che tutte le leggi sulla morte procurata inizialmente contemplata per i soli terminali sono arrivate a coinvolgere le categorie di persone che lei cita. Non c’è un freno quando si decide che la vita è disponibile. Inoltre, ha aiutato il fatto che l’Associazione dei medici britannici, il Royal College dei medici, il Royal College dei medici di famiglia, l’Associazione per le cure palliative e la società geriatrica britannica si siano espresse tutte contro il ddl. Anche fra le associazioni di pazienti affetti dal cancro l’opposizione è stata unanime: tutte hanno dichiarato che la norma era pericolosa.
Si aspetta un’altra proposta di legge simile?
Sì, ma non credo si presenteranno prima di qualche anno. Tutto dipenderà da quanto disabili e malati saranno aiutati e sostenuti.
Sono noti gli scandali relativi alle persone incapaci di esprimersi uccise dal personale ospedaliero all’insaputa dei parenti e nonostante l’eutanasia sia illegale. Il problema del paese, dunque, è più morale o legale?
Lo scandalo delle morti procurate senza consenso ha contribuito a destare le coscienze. Quando poi abbiamo spiegato in aula che, anziché combattere per l’omicidio, bisogna far sì che un paziente sia amato e sostenuto, i parlamentari si sono smossi fino al rifiuto della legge: «Fate il possibile affinché la legge e il sistema assicurino l’aiuto ai malati e vedrete che sarà molto più difficile sentire invocare la morte». Ci hanno ascoltato.


19/09/2015 fonte: Tempi.it

Francia. Alla maggioranza dei francesi non piace più la legge sul matrimonio gay
Sono passati solo due anni, ma la maggioranza dei francesi si è già stancata del matrimonio gay. È questo il risultato di un sondaggio dell’autorevole Ifop, commissionato da Frigide Barjot, i cui risultati sono stati diffusi in anteprima da Valeurs Actuelles. L’ex leader della Manif pour tous si era staccata dal movimento dopo essersi dichiarata favorevole alle unioni civili e aveva fondato il gruppo L’Avenir pour tous.
MATRIMONIO GAY. La cosiddetta legge Taubira, fortemente voluta dal presidente socialista François Hollande, è stata approvata nel 2013. Ma il 54 per cento dei francesi non la vuole più, soprattutto adesso che è stata integrata con l’utero in affitto.

 RISULTATI DEL SONDAGGIO. Infatti, solo il 46 per cento dei francesi si è detto favorevole a «conservare la legge Taubira sul matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali con riconoscimento allo stato civile dei bambini nati all’estero con l’aiuto di una madre surrogata o con l’inseminazione artificiale», come è adesso.
ABROGAZIONE O UNIONI CIVILI. Tra coloro che non vogliono più il matrimonio gay, il 22 per cento ha chiesto «l’abrogazione pura e semplice della legge», mentre il 32 per cento ha proposto di trasformare il matrimonio in unione civile «senza il diritto all’adozione piena».


19/09/2015 fonte: tempi.it

IL SANTO DEL GIORNO 28/7/2015 Santi Nazzario e Celsio Martiri


San Nazaro, cittadino romano, discepolo di San Pietro, fu battezzato da S. Lino non ancora Papa, incontrò per questo, la disgrazia del di lui padre, di religione Ebreo, e dell’imperatore Nerone persecutore dei Cristiani, per esimersi dalla malignità dell’uno e dell’altro, uscì Nazaro da Roma, e, predicando Gesù Cristo, traversate alcune città lombarde, entrò in Piacenza, portossi indi a Milano: ivi trovò, per fede carcerati i santi fratelli Gervasio e Protasio, ed amorosamente confortatali, li animò a soffrire coraggiosamente il martirio. Di questo fatto informato, il Prefetto Romano condannò Nazaro alla frusta e all’esilio. Volse allora Nazaro alla Francia seguitando a predicare in ogni luogo la fede in Gesù Cristo". 

Arrivato in Francia, da una cospicua Matrona gli fu presentato un assai grazioso fanciullo di nove anni. E fu pregato a volerlo avviare nella legge e religione da lui predicata. Con lieta cortesia accettò Nazaro il presentato infante, e dopo la conveniente istruzione, lo battezzò imponendogli il nome di Celso. E trovata angelica la indole del suo allievo, lo dichiarò compagno del suo apostolato, sebbene ancora non fosse uscito da puerizia. Non furono li Santi senza incontri in quella città. Infieriva in quel tempo in Roma e nelle province dell’impero, la dichiarata persecuzione di Nerone ed i Ss. Nazaro e Celso, stretti di catene il collo, furono imprigionati. Atterrita da tristo sogno, la moglie di Prefetto romano, ne ottenne la liberazione. Simile avventura provarono in Treviri dove molto fruttuosa riusciva la loro predicazione. Gran numero di quelli cittadini ricevevano il Battesimo, per tale motivo irritato quel prefetto fece arrestare li due Santi. Imprigionò Nazaro e consegno Celso ad una donna pagana, acciò lo conducesse all’idolatria; ma non riuscì essa all’intento. Non si mosse Celso per carezze, né per schiaffi, né per sferzate dal santo proposito. Invocando Gesù Cristo, mai cessò da piangere fin che fu riunito a Nazaro suo maestro. Nazaro intanto fu indarno tentato a rinunciare alla religione cristiana dal quel prefetto; ma perché cittadino Romano non fu tormentato nella persona, stretto in catene, fu con il suo allievo spedito a Nerone a Roma. 
Ivi, come era successo in Treviri, Celso fu separato dal suo maestro e tentato di rinunziare a Gesù Cristo restò sempre fermo nella fede, e con animo virile sopportò ogni tormento e minacciò al prefetto: "Dio a cui servo ti giudicherà" né mai potè acquietarsi privo del suo maestro. Per comando di Nerone fu Nazaro strascinato nel tempio di Giove con la intenzione di sacrificare a quel falso nume sotto pena di morte. Non si sgomentò per questo, entrato egli nel tempio caddero tosto a terra infranti quegli idoli tutti. Si vide Nazaro tutto splendente di luce celeste e comparve vero apostolo di Gesù Cristo. Conosciuta Nerone la ferma risoluzione delli Santi ordinò che fossero ambidue gittati in mare. Scortati perciò a Civitavecchia, rinchiusi furono in una appostata barca ed avviata questa in alto, li nostri Santi furono sommersi in mare. Non erano ancora in allora compiuti i disegni di Dio, a questi la Divina Provvidenza, (a noi genovesi mai sempre propizia, e benefica) li riservava, fu quindi risparmiata la corona del martirio tanto desiderata. Una subita tempesta di mare minacciava di assorbire la barca colla quale erano stati precipitati i Santi, mentre essi andavano a piedi asciutti passeggiando sulle onde del mare in placida calma. Spaventati del temuto naufragio li marinari esecutori del tirrenico decreto di Nerone, ed illuminati dalla prodigiosa situazione dei Santi conobbero il loro fallo risolvettero di riceverli di nuovo in barca e dopo breve preghiera delli medesimi videro il mare in subita bonaccia. Da tali prodigi persuasi quei marinari della santità delle persone da loro oltraggiate, e della religione da essi predicata, chiesero ed ottennero dai Santi istruzione e Battesimo. Dopo tali avvenimenti quei novelli cristiani non si azzardavano ritornare a Nerone, e pieni della speranza in Dio, confortati della compagnia dei Santi abbandonarono le vele alla direzione della Provvidenza. Prosperamente navigando entrato nel nostro mare il fortunato naviglio volse la prora verso Genova città allora libera e alleata col Romano Impero. Distanti ancora da quelle mura 600 incirca passi videro sopra una delle colline di Albaro un tempio e una torre con intorno un’area circondata da macerie. Qui per ispirazione divina approdarono i Santi ed atterrati gli idoli che ritrovarono in quel tempio, consacrato alla falsa deità delli loro morti, cominciarono a predicare la fede in Gesù Cristo con felice riuscimento e senza veruno incontro, battezzarono quanti si convertirono; vi celebrarono il Divino Sacrificio e diedero così ad Albaro il vanto di essere la prima terra, non solo del Genovesato, ma di tutta la Italia, dove si è palesemente predicata e ricevuta la fede di Cristo, e dove è stata celebrata la prima Messa quietamente. Da Albao passarono a predicare in Genova, dove in pochi giorni videro ricevuta e radicata la santa nostra religione, che per grazia particolare dell’Altissimo da poco meno di secoli diciotto conserviamo purissima, mai turbata dalla eresia, né mai amareggiata per sangue sparso da’ martiri della nostra terra. Compiuto con tanta felicità e frutto il loro apostolato in Genova, passarono i nostri Santi a Milano, premuroso Nazaro delli sovra lodati Gervasio e Protasio ivi tutt’ora in catene, di vieppiù fortificarli a soffrire per la fede di Gesù Cristo. Reggeva in allora quella Provincia a nome del crudele Nerone, il crudelissimo Antolino nella qualità di Prefetto. Inteso questo dell’operare dei Santi (che mai cessarono di predicare Gesù Cristo) li fece imprigionare, e trovati inutili quanti seppe trovare, li tentativi, e tormenti, li condannò l’uno e l’altro ad essere decapitati. Fregente e glorioso retaggio dell’Apostolato; e fuori della porta Romana fu eseguita l’empia condanna nel luogo allora detto "le tre muraglie" nell’anno di nostra salute 76. … Informati del glorioso martirio delli suddetti loro Santi Apostoli seguito in Milano, sul terminare del primo secolo, memori de’ benefici da loro ricevuti eressero a loro nome un tempio in distanza dalla prememorata torre di passi circa 60, luogo dove approdato avevano li Santi".



Card. Rylko: Gmg di Cracovia sarà Giubileo dei giovani



"La Gmg di Cracovia sarà un vero e proprio Giubileo dei giovani a livello mondiale”. E’ quanto scrive il card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, in un messaggio ad un anno dalla Giornata Mondiale della Gioventù, la seconda in Polonia dopo quella del 1991 celebrata a Częstochowa. A Cracovia, sottolinea il porporato, "i giovani saranno chiamati a riflettere sul tema della ‘misericordia come un ideale di vita e come criterio di credibilità per la nostra fede’”. Da Cracovia, soggiunge, "dovrà diffondersi nel mondo intero il messaggio, carico di speranza, dell’amore misericordioso di Dio per ogni uomo della terra”. Centro spirituale di questo Giubileo dei Giovani, scrive il card. Rylko, "sarà il Santuario della Divina Misericordia e di Santa Faustina Kowalska, Apostola della Divina Misericordia, inaugurato da San Giovanni Paolo II nel 2002”.
Riconciliazione e misericordia al centro della Gmg
Nel Santuario, evidenzia, "sarà allestito anche un grande ‘Centro della misericordia’ con numerosi confessionali dove i giovani avranno la possibilità di accostarsi al sacramento della riconciliazione in diverse lingue”. Anche nella Gmg di Cracovia, nel luogo del grande raduno conclusivo dei giovani denominato Campus Misericordiae, informa il porporato polacco, "sarà allestita una simbolica Porta Santa, quale segno visibile del carattere giubilare dell’evento”. Francesco, accompagnato da alcuni giovani, varcherà questa Porta all’inizio della Veglia di preghiera di sabato 30 luglio, veglia che culminerà con l’adorazione eucaristica. Infine, domenica 31 luglio, dopo l’Eucaristia, il Papa consegnerà a cinque coppie di giovani dei cinque continenti delle lampade accese, simbolo del fuoco della misericordia portato da Cristo, e invierà i giovani in tutto il mondo come testimoni e missionari della Divina Misericordia. (A.G.)

28/7/2015 fonte: Radio Vaticana

L’aborto vien dal cielo. L’ultima follia femminista: droni che sganciano pillole che uccidono il feto

di Tommaso Scandroglio

Una vera manna dal cielo, penseranno gli abortisti. E l’immagine non è più di tanto figurata. Si tratta della nuova iniziativa del gruppo femminista-abortista Women on Waves. Usare droni per recapitare pillole abortive in quelle nazioni dove è illegale il commercio. Il via a questo sorvolo abortivo è iniziato lo scorso 27 giugno sul confine tra Germania e Polonia. Il drone è stato caricato a Francoforte sull’Oder con alcune bombe abortive (due confezioni di pillole a base di mifepristone e misoprostol) e queste sono state sganciate a Slubice in Polonia. Solo un breve volo tanto per superare il fiume che divide le due nazioni. 

Ancora una volta la guerra è iniziata con l’invasione della Polonia da parte della Germania. La storia si ripete. I poliziotti tedeschi hanno cercato di intervenire, ma i piloti sono stati più bravi ad evitare la contraerea pro-life. Però sono riusciti a sequestrare tutta l’apparecchiatura e i piloti sono stati denunciati. Appena mollato il suo carico di morte, due donne polacche – che avevano commissionato le pillole sul web – le hanno subito inghiottite.  Sul sito di Women on Waves si legge: «alle donne in Polonia viene negata la possibilità di trarre vantaggio dai progressi scientifici in quanto l'aborto chimico, uno dei farmaci essenziali dell'Oms Wold, non è registrato in Polonia». Hanno poi aggiunto che questa idea dell’aborto volante è «un miracolo venuto dal cielo». La dottoressa Rebecca Gomperts, fondatrice e direttrice di questa ong, ha dichiarato al quotidiano inglese The Telegraph: «Penso che sia estremamente importante perché in Europa c’è troppa disuguaglianza nel modo in cui vengono rispettati i diritti delle donne. (…) Non possiamo smettere di sottolineare la mancanza di accesso sicuro all’aborto e di pillole per abortire. Si tratta di una violazione dei diritti delle donne».

Women on Waves ha portato a termine questo progetto insieme ad altre organizzazioni pro-choice polacche e di altre Paesi: Ciocia Basia, Feminoteka Foundation, Porozumienie kobiet 8 marca, Berlin-Irish Pro Choice Solidarity, Codziennik Feministyczny e Political group Twoj Ruch. Women on Waves – Donne sulle Onde – si è scelta questo nome non a caso. Da moltissimi anni queste signore e signorine si recano con un’imbarcazione battente bandiera dei Paesi Bassi di fronte alle coste dei quei Paesi in cui l’aborto è vietato o subisce alcuni limiti. Mettendosi in acque internazionali vige sui loro ponti la legislazione dei Paesi Bassi e quindi possono praticare aborti a danno di quelle donne a cui è vietato l’aborto in tutto o in parte nelle nazioni in cui loro vivono. Una volta ricevute a bordo, il gioco è fatto ed è tutto (forse) legale. Quando si dice che la lotta contro l’aborto è in alto mare.

Ora l’offensiva si è allargata dal mare al cielo. Tutti con il naso all’insù in Polonia per scorgere i bombardieri dell’aborto. E sì, perché a questo primo lancio ne seguiranno degli altri. L’aborto al volo che vien dal cielo spiega plasticamente cosa sia il confine ultimo dell’aggressione abortista. L’aborto deve piovere dal cielo come un desiderio espresso nella notte di San Lorenzo e che poi si avvera. Le leggi e leggine che vogliono mettere qualche granello di sabbia nei rotori dei droni devono essere bellamente sorvolate, è proprio il caso di dirlo.

 28/7/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

Quel padre della tabaccaia di Asti capace di perdono

di Angelo Busetto

Mi capita ancora di incrociare quella mamma; e ancora sempre la donna non risponde al mio tentativo di saluto. È accaduto una ventina di anni fa. Sua figlia era stata uccisa dal fidanzato e solo dopo molti giorni se ne scoprì il corpo e si svelò il colpevole. In questo angoscioso intervallo di tempo avevo visitato più volte la famiglia della ragazza. Dopo la scoperta, manifestai il desiderio di prendere contatto con il giovane assassino in prigione. Tanto bastò per inimicarmi duramente tutta la famiglia.

Ho bene sperimentato molte volte come la morte di un figlio sia il dolore più grande che possa colpire un padre e una madre. Da queste tragiche circostanze ho visto spesso fiorire una fede intensa e un rapporto vivace con la realtà della Chiesa. In altri casi la disperazione ha scavato un abisso invalicabile: si sono indurite le facce dei genitori e si sono sbilanciati tutti i rapporti. Per questo, ogni volta mi sorprende ancor più la notizia del perdono dato agli assassini da parte dei familiari della persona uccisa. In questo caso però non si tratta solo del perdono, ma della collaborazione attiva al bene dell’altro: il padre della tabaccaia di Asti uccisa si è detto disposto ad aiutare la figlia dell'assassino di sua figlia, affetta da una malattia genetica. 

Dicono le cronache che sia la tabaccaia che i suoi genitori vivono in un bel contesto cristiano. E non c’è gesto più cristiano di chi fa del bene a chi gli ha fatto del male. Dice Gesù nel Vangelo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono…» (Lc 6,27). É la diversità cristiana: «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso». (Lc 6, 32). Una novità possibile a chi ha fede: «Tutto è possibile a chi crede» (Mc 9,23). 

Quando la grazia di Dio incontra la nostra disponibilità, allora l’umano fiorisce e il cristianesimo rivela tutta la sua efficacia. Ma, nel deserto del nostro mondo, ha ancora buon gioco la fede? Nella partita della vita fatta di lotte, di conquiste e di sconfitte, è ancora possibile non rimanere rinchiusi nel sentimento di vendetta, di rappresaglia, o semplicemente di "giustizia”? Quando, a conclusione di procedimenti giudiziari complessi e spesso annosi, si arriva alla "giusta” condanna dei colpevoli, è ben magra la "soddisfazione” che se ne trae. La minaccia della pena potrà servire come deterrente per chi è tentato di fare il male e per chi compie azioni pericolose al prossimo. Ma lo spirito di vendetta o peggio la rappresaglia corrono sulla stessa china del male già fatto e lo amplificano: insieme con la vita della persona uccisa si spegne quella di altri, familiari e amici. 

La misericordia invece e il soccorso a chi (ci) fa del male compiono il miracolo della risurrezione: colui che perdona rialza il capo e trova nuove energie di vita. A volte cambia anche il cuore dell’assassino e di quanti gli stanno attorno. C’è una sorgente di vita nel cristianesimo, un fattore attivo di nuova umanità. Nel gesto decisivo e discreto del papà della tabaccaia uccisa, riscontriamo già un inizio del cambiamento del mondo e una speranza per tutti.  

28/7/2015 fonte: La nuova bussola Quotidiana

«Se continuate ad adorare il vostro Dio qui, vi uccideremo tutti»

di  Leone Grotti
Il 2 aprile Al-Shabaab ha massacrato in Kenya 147 studenti cristiani a Garissa e minacciato tutti gli altri. Che però continuano a frequentare le Messe, nonostante il pericolo

«Se continuate ad adorare il vostro Dio qui, vi uccideremo tutti». La minaccia rivolta dai terroristi islamici di Al-Shabaab ai cristiani di Garissa è di quelle da prendere sul serio. Il 2 aprile, infatti, i jihadisti hanno massacrato nel campus universitario della città kenyota 147 cristiani. E nessuno dubita che potrebbero ripetersi.
«LA MIA CATTEDRALE». A Garissa, però, i cristiani hanno deciso di non disertare la Messa. Patrick Gitau continua a recarsi nella cattedrale della città, Nostra Signora della consolazione, come tutte le domeniche. Dei pericoli che corre, non gli importa: «Ogni domenica vengo qui nella mia cattedrale», dichiara alla Cnn. «Sono stato battezzato in questa chiesa, non potrei che venire qui».
«PUOI MORIRE IN OGNI MOMENTO». La scelta è coraggiosa. Anche se la cattedrale è circondata ormai dall’esercito, tutti sanno che qualche soldato non potrà fermare i jihadisti. Ecco perché Esther, madre di tre bambini, ha scelto di lasciare la città per andare a vivere al di là del fiume: «È per colpa di Al-Shabaab che me ne sono andata da Garissa. Puoi essere ucciso in ogni momento, anche mentre cammini per strada. A casa non sei al sicuro, possono sempre sbucare fuori dalla boscaglia».

 «DIO NON CI ABBANDONA». Dopo l’attacco all’università, l’ateneo si è svuotato. E non solo quello: «Prima dell’attentato, venivano nella nostra scuola 460 studenti. Dopo, solo 300. Gli altri se ne sono andati dalla città o sono troppo spaventati per tornare a scuola». Per monsignor Joseph Alessandro, vescovo di Garissa, non è certo un momento facile, come non lo è per i fedeli, che però affollano sempre la chiesa: «Siamo gente di Dio, gente di fede», spiega il vescovo. «Dio non ci abbandona mai, neanche quando sembra che ci abbia lasciati soli. Ci sono momenti in cui Dio è veramente vicino a noi, anche se non lo sentiamo».
DOVERE DI RESTARE. Monsignor Alessandro, originario di Malta, è arrivato in Kenya negli anni ’90. Dopo neanche tre anni, è stato costretto a tornare in patria a curarsi, visto che dei miliziani islamici gli avevano sparato. Cinque anni fa, però, ha deciso di tornare e non ha intenzione di andarsene: «Non è questione di scelta, rimanere qui è il nostro dovere. Nel momento in cui veniamo ordinati vescovi, dobbiamo restare, a prescindere da quello che accade. Finché rimane anche un solo cattolico, il mio dovere è di restare qui».
SE PUOI ANDARE A LAVORARE. Il governo abbia aumentato la sicurezza a Garissa, cercando di proteggere congregazioni e chiese, ma il pericolo è ancora alto. Suor Evelyn Ingoshe non sembra essere preoccupata: «Sapevo che venire in questa zona del paese, per un non musulmano, è pericoloso ma ho seguito il mio cuore e fatto ciò che volevo fare». Ha prestato servizio anche a Mandera, nel nord-est del paese, dove sono frequenti gli attacchi contro i cristiani. «Per me, se puoi andare a lavorare, puoi anche andare in chiesa».


28/7/2015 fonte: Tempi,it

IL SANTO DEL GIORNO 07/07/2015 Beato Benedetto XI (Niccolò Boccasini) Papa



Treviso, la diocesi che dette alla Chiesa S. Pio X, è la patria di un altro papa, elevato agli onori degli altari: Benedetto XI. Come S. Pio X, anche Benedetto XI, per l'anagrafe Niccolò Boccasini, nato a Treviso nel 1240, proveniva da modestissima famiglia. Sua madre faceva la lavandaia nel vicino convento dei domenicani e questa sua mansione favorì l'ingresso del figlio nel giovane ordine di S. Domenico. Indossato l'abito religioso a diciassette anni, Niccolò completò gli studi a Milano. Ordinato sacerdote, fece ritorno a Treviso dove svolse il compito di insegnante nel proprio convento. Si distinse per mitezza di carattere, purezza di vita, umiltà e pietà. Eletto nel 1286 superiore provinciale della vasta regione lombarda, dieci anni dopo fu chiamato a succedere a Stefano di Besancon nella carica di generale dell'Ordine.
Poco dopo il Boccasini, figlio di un'umile lavandaia trevigiana, riuscì a realizzare una difficile tregua d'armi tra il re d'Inghilterra, Edoardo I, e il re di Francia, Filippo il Bello. Questa sua missione di pace, coronata dall'insperato successo, valse al generale dei domenicani il cappello cardinalizio, accordatogli da papa Bonifacio VIII, che intese con questa nomina premiare anche tutto l'ordine domenicano, per la sua adesione al pontefice. Il cardinale Boccasini era ad Anagni accanto a Bonifacio VIII quando questi venne colpito dallo schiaffo dell'emissario di Filippo il Bello, Guglielmo di Nogaret.
Morto Bonifacio VIII, i cardinali, riuniti in conclave a Roma, il 22 ottobre 1303 gli diedero come successore proprio il cardinale Boccasini, uomo conciliante e il più indicato a mettere riparo all'increscioso conflitto tra il papato e il re di Francia. Il nuovo pontefice, che assunse il nome di Benedetto XI, rispose alle attese. Pur mostrandosi duro con l'esecutore materiale del sacrilego gesto (rinnovò la scomunica al Nogaret e a Sciarra Colonna), sciolse il re dalle censure in cui era incorso.
Benedetto XI alla residenza romana preferì quella di Perugia, per tenersi lontano dai tumulti e dalle insidie, e dedicarsi al pacifico governo della Chiesa. Ma anche qui pare sia stato raggiunto dall'odio dei suoi nemici: sentendosi venir meno dopo aver assaggiato un fico fresco, probabilmente iniettato di veleno, fece spalancare le porte del palazzo per concedere un'ultima udienza e benedizione ai fedeli. Tra gli atti del suo breve pontificato (22 ottobre 1303 - 7 luglio 1304), c'è il decreto che fa obbligo a ogni cristiano di confessarsi almeno una volta all'anno.


Guayaquil. Un milione di fedeli a Messa Papa: recuperare gioia della famiglia

Oltre un milione di fedeli ha partecipato alla Messa presieduta dal Papa nel Parco de Los Samanes a Guayaquil, in Ecuador, sull'Oceano Pacifico. Una grande e colorita manifestazione di affetto per il Pontefice argentino nella seconda giornata del suo viaggio apostolico in America Latina. Al centro dell’omelia, una intensa meditazione sulla famiglia, a partire dal Vangelo delle nozze di Cana proposto dalla liturgia. 
di Sergio Centofanti:

Le sofferenze della famiglia
Grande festa della gioia alla Messa di Guayaquil, incontenibile l’affetto dei fedeli, una folla oceanica. Papa Francesco nell’omelia lancia un forte appello alle tante realtà familiari ferite: recuperare la gioia in famiglia è possibile con l’aiuto di Maria. E’ quello che è successo alle nozze di Cana dove a un certo punto mancava il vino, segno di gioia e amore:
"Quanti nostri adolescenti e giovani percepiscono che nelle loro case ormai da tempo non c’è più questo vino! Quante donne sole e rattristate si domandano quando l’amore se n’è andato, quando l'amore è scivolato via dalla loro vita! Quanti anziani si sentono lasciati fuori dalle feste delle loro famiglie, abbandonati in un angolo e ormai senza il nutrimento dell’amore quotidiano dei loro figli, dei loro nipoti e pronipoti! La mancanza di vino può essere anche la conseguenza della mancanza di lavoro, delle malattie, delle situazioni problematiche che le nostre famiglie in tutto il mondo attraversano”.
Porre le nostre famiglie nelle mani di Dio
Maria è attenta a tutte queste situazioni: "è madre” premurosa e "si rivolge con fiducia a Gesù”, prega perché intervenga. Così, Maria anticipa "l’ora” di Dio:
"Lei ci insegna a porre le nostre famiglie nelle mani di Dio; ci insegna a pregare, alimentando la speranza che ci indica che le nostre preoccupazioni sono anche le preoccupazioni di Dio. E pregare ci fa sempre uscire dal recinto delle nostre preoccupazioni, ci fa andare oltre quello che ci fa soffrire, quello che ci agita o ci manca, e ci aiuta a metterci nei panni degli altri, a metterci nelle loro scarpe. La famiglia è una scuola dove il pregare ci ricorda anche che c’è un ‘noi’, che esiste un prossimo vicino, evidente, che vive sotto lo stesso tetto, che condivide con noi la vita e ha delle necessità”.
Famiglia è grande ricchezza sociale, servizi dello Stato non sono elemosina
Maria – osserva il Papa – ci mostra che "il servizio è il criterio del vero amore. E questo si impara specialmente nella famiglia, dove ci facciamo servitori per amore gli uni degli altri”. Quindi rilancia le tre parole che vanno imparate in famiglia: permesso, scusa, grazie. "Piccoli gesti” che "aiutano a costruire”, in particolare là dove è più forte la sofferenza. "La famiglia – ricorda Francesco - è l’ospedale più vicino, quando uno è malato è lì che lo curano ... la famiglia è la prima scuola dei bambini, il punto di riferimento imprescindibile per i giovani, è il miglior asilo per gli anziani”:
"La famiglia costituisce la grande ricchezza sociale, che altre istituzioni non possono sostituire, che dev’essere aiutata e potenziata, per non perdere mai il giusto senso dei servizi che la società presta ai cittadini. In effetti, questi servizi che la società presta ai cittadini non sono una forma di elemosina, ma un autentico ‘debito sociale’ nei confronti dell’istituzione familiare, che è la base e che tanto apporta al bene comune”.
Pregare per il Sinodo sulla famiglia
Molte volte – sottolinea il Papa – le realtà familiari non sono l’ideale. Anzi ci sono tante difficoltà. Di qui l’invito a pregare per il Sinodo del prossimo ottobre che cercherà di "trovare soluzioni e aiuti concreti” perché "persino quello che a noi sembra impuro" e ci scandalizza e spaventa, "Dio - facendolo passare attraverso la sua 'ora' – lo possa trasformare in miracolo. La famiglia oggi ha bisogno di questo miracolo!”.
Nella famiglia si deve avere il coraggio di amare
Il miracolo delle nozze di Cana è che "il vino migliore è quello che sta per essere bevuto, la realtà più amabile, profonda e bella per la famiglia deve ancora arrivare”:
"Il vino migliore è nella speranza, sta per venire per ogni persona che ha il coraggio di amare. E nella famiglia si deve avere il coraggio di amare, si deve avere il coraggio di amare! E il vino migliore sta per venire anche se tutte le possibili variabili e le statistiche dicono il contrario. Il vino migliore sta per venire per quelli che oggi vedono crollare tutto”.
Il miracolo di recuperare la gioia di vivere in famiglia
Dio – conclude il Papa – "si avvicina sempre alle periferie di coloro che sono rimasti senza vino, di quelli che hanno da bere solo lo scoraggiamento”. Se ci si affida a Lui, con l’aiuto di Maria, può avvenire il miracolo di "recuperare la gioia della famiglia, di vivere in famiglia”. 

07/07/2015 fonte: Radio Vaticana

Medjugorje. Parla Puljic, arcivescovo di Sarajevo: «La Chiesa non ha fretta»

 


Vinko Puljic, membro della commissione voluta nel 2010 da Benedetto XVI: «Abbiamo dato i risultati del lavoro alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Ora si sta ancora studiando tutto»
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«La Chiesa non ha fretta di prendere decisioni rapide su Medjugorje, perché devono essere adottate con ponderatezza». Il cardinale arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic, si esprime così a proposito di una presunta decisione imminente di papa Francesco circa il fenomeno delle apparizioni mariane, che da 34 anni coinvolgono sei veggenti del piccolo villaggio della Bosnia.
LA COMMISSIONE. Puljic è membro della commissione voluta nel 2010 da Benedetto XVI, presieduta dal cardinale Camillo Ruini, incaricata di vagliare i fatti. E pensa che i media abbiano «distorto e manipolato certe dichiarazioni». Il 6 giugno scorso, sul volo di ritorno dal viaggio apostolico in Bosnia-Erzegovina, papa Francesco ha risposto così a una domanda sull’esito dello studio elaborato dalla commissione Ruini: «Hanno fatto un bel lavoro, un bel lavoro. Il cardinale Muller (prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ndr), mi ha detto che aveva fatto una "feria quarta” (un’apposita riunione) in questi tempi… ma non sono sicuro. Siamo lì lì per prendere delle decisioni. Per il momento si danno soltanto alcuni orientamenti».
LE PAROLE DEL PAPA. Tre giorni dopo, nella predica della consueta Messa a Santa Marta, mettendo in guardia da una fede sensazionalista, il Papa ha dichiarato: «Ci sono anche quelli che sempre hanno bisogno di novità dell’identità cristiana: hanno dimenticato che sono stati scelti, unti, che hanno la garanzia dello Spirito, e cercano: "Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna ci manderà alle 4 del pomeriggio?”. Per esempio, no? E vivono di questo. Ma questa non è identità cristiana. L’ultima parola di Dio si chiama Gesù e niente di più».
REAZIONI DELLA STAMPA. Dopo queste parole la stampa si era scatenata spiegando che, sulla base dello studio della commissione, la Congregazione per la dottrina della fede aveva già elaborato delle linee guida pastorali molto restrittive, per regolare gli afflussi a Medjugorje e gli eventi legati alle apparizioni e ai veggenti. Padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, aveva poi precisato che non vi era ancora stata alcuna riunione della Congregazione per la dottrina della fede.

 «NON C’È FRETTA». Per l’arcivescovo di Sarajevo, dopo la consegna dei risultati del lavoro della commissione alla Congregazione per la dottrina della fede, «di nuovo si sta ancora studiando il tutto». «Poi i risultati saranno posti di fronte a papa Francesco e il Santo Padre darà la decisione finale», aggiunge. Non si sa quando questa decisione verrà comunicata e le previsioni dei media, secondo i quali si sarebbe dovuto esprimere il 25 o 26 giugno, si sono rivelate inesatte. Nel frattempo, come avviene da 34 anni, «l’Ordinario del luogo e il parroco locale assumeranno la cura delle attività pastorali, la celebrazione delle Sante Messe, l’amministrazione dei sacramenti, soprattutto, del sacramento della confessione, perché a Medjugorje tante persone si confessano. Ma la Chiesa non ha fretta di prendere decisioni rapide perché devono essere ponderate bene».
ASPETTARE IL PAPA. Per il momento, il cardinale Puljic su Medjugorje si limita a dire che «non è vietato pregare Dio, confessarsi, fare penitenza e aprirsi alla grazia di Dio e alla conversione». È pronto a «rispettare la posizione del Papa, che è valida per tutta la Chiesa». Di certo, non apprezza il lavoro fatto finora dai media: «Il Papa non ha la possibilità di dirigere i media. Essi, purtroppo, si comportano da tifosi, cercando solo quello che solletica le orecchie dei lettori al fine di vendere al meglio la propria notizia. Tendono ad usare le parole del Papa in modo parziale, interpretandole come fa comodo a loro. Mancano criteri morali a vari livelli. Io non sono chiamato a giudicare le parole del Santo Padre, ma ad accettarle. Questo non vale solo per me ma anche per tutta la Chiesa».

07/07/2015 fonte: Tempi.it


Il Papa in Ecuador: Solo Gesù brilla di luce propria
di Massimo Introvigne

Il 5 luglio 2015 Papa Francesco è arrivato in Ecuador, prima tappa del suo viaggio apostolico più lungo, che continuerà in Bolivia e Paraguay. All'inizio di un viaggio che lo porterà a incontrare diverse personalità forti, leader politici autoritari e figure controverse il Papa ha voluto ricordare che, nella Chiesa e nella società, «solo Gesù brilla di luce propria». Ha anche sottolineato - in un Paese bellissimo - che la capacità di stupirsi di fronte alla bellezza permette a un cristiano di essere veramente tale.

Francesco nella cerimonia di benvenuto con le autorità del Paese ha ricordato i molti legami che gli rendono cara «la bella terra dell'Ecuador», visitata più volte quando era arcivescovo di Buenos Aires. Il Papa ha confidato di essere sempre rimasto impressionato dal fatto che in Ecuador si trova «il punto più vicino allo spazio esterno del mondo»: la punta del Monte Chimborazo, nelle Ande, è infatti sulla Terra «il punto più vicino al sole, alla luna e alle stelle».

Ma ancora più importante, ha detto il Pontefice, è il carattere profondamente cattolico del Paese. La fede cattolica ha «per secoli plasmato l’identità» della nazione e in un Paese relativamente piccolo sono fioriti diversi santi. Francesco ha citato santa Marianna di Gesù, patrona dell'Ecuador, che nel XVII secolo visse una vita di preghiera e penitenza nel Terz'Ordine Francescano; san Michele Febres, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, difensore della libertà d'insegnamento contro le persecuzioni laiciste dei secoli XIX e XX; santa Narcisa di Gesù, che nel XIX secolo emulò Marianna di Gesù fra le Terziarie Domenicane; e Mercedes di Gesù Molina, beatificata a  Guayaquil da san Giovanni Paolo II durante la sua visita in Ecuador trent'anni fa. Santa Mercedes fondò nel 1873 l'ordine di suore che porta il nome di santa Marianna di Gesù, particolarmente dedito a strappare le giovani donne dell'Ecuador alla prostituzione.

Come per ogni altra nazione, è importante che la memoria storica non rimanga solo un ricordo del passato. Anche oggi «possiamo trovare nel Vangelo le chiavi che ci permettono di affrontare le sfide attuali, apprezzando le differenze, promuovendo il dialogo e la partecipazione senza esclusioni, affinché i passi avanti in progresso e sviluppo che si stanno ottenendo garantiscano un futuro migliore per tutti, riservando una speciale attenzione ai nostri fratelli più fragili e alle minoranze più vulnerabili».

«Noi cristiani - ha aggiunto Francesco - paragoniamo Gesù Cristo con il sole, e la luna con la Chiesa» e con ciascuno dei suoi membri, anche i più eminenti. Ma «la luna non ha luce propria e se la luna si nasconde dal sole diventa buia». «Il sole è Gesù Cristo», e se la Chiesa «si allontana o si nasconde da Gesù Cristo diventa oscura e non dà testimonianza». 

Lo stesso vale per i cristiani. Voi potete brillare, ha detto il Papa alle autorità e al popolo dell'Ecuador, solo se non perdete  «la capacità di rendere grazie a Dio per quello che ha fatto e fa per voi; la capacità di difendere il piccolo e il semplice, di aver cura dei vostri bambini e anziani, di avere fiducia nella gioventù». E anche «di provare meraviglia per la nobiltà della vostra gente e la bellezza singolare del vostro Paese».

07/07/2015 fonte: La nuova BQ

Il family day diventa permanente
Pubblichiamo il comunicato del Comitato difendiamo i nostri figli – Il comitato "Difendiamo i nostri figli” che ha organizzato il grande family day del 20 giugno 2015 si struttura in modo permanente e diventa una realtà permanente per fare formazione sul piano culturale e battersi sul piano politico per riaffermare i diritti dei bambini e fermare la deriva gender nel nostro Paese. Inizia ora la fase costituente per allargare la partecipazione ad altri soggetti associativi e lavorare sul territorio.
Forte delle centinaia di migliaia di visi e di occhi incontrati, delle mani strette, degli abbracci bagnati dalla pioggia il 20 giugno scorso, il Comitato Difendiamo i nostri figli, che era nato al solo scopo di organizzare la manifestazione di Piazza San Giovanni, ha deciso che, lasciato l’evento alle spalle, non può sciogliersi, pur avendo raggiunto e abbondantemente superato l’obiettivo che si era dato. Quasi un miracolo si è compiuto davanti ai nostri occhi. Proprio per quella piazza che ancora abbiamo tutti nel cuore, noi che l’abbiamo organizzata e quelli che l’hanno generosamente riempita, abbiamo capito che non possiamo lasciare da sole le famiglie che chiedono aiuto, consapevoli della grande partita culturale che si sta giocando sulle teste dei loro figli.
Il Comitato dunque diventa permanente, con lo scopo di mantenere alta l’attenzione pubblica sui temi della educazione dei figli, della difesa dei loro diritti – prima di tutto quello a crescere in una famiglia con un padre e una madre; con lo scopo di diffondere cultura e consapevolezza; soprattutto di affiancare i genitori, i primi responsabili dell’educazione dei figli, perché sappiano dove informarsi e come muoversi se percepiscono che, per esempio a scuola, i loro ragazzi sono fatti oggetto di un indottrinamento nell’ideologia gender. Sono i genitori l’avamposto della nostra battaglia culturale, che cercherà di giocare le sue carte anche tenendo alta l’attenzione sui politici, sapendo però che è nelle case che si svolge la resistenza più importante.

 Il Comitato, pur avendo una struttura necessariamente ristretta per poter essere operativo, ha deciso di aprirsi al contributo di altri: movimenti, associazioni, spiritualità, singoli che vogliano dare una mano. C’è da fare per tutti, perché è in gioco l’idea stessa di uomo, e i mezzi di cui disponiamo sono risibili, inadeguati ad arginare la marea di una cultura che a momenti sembra avere la meglio.
Eppure, anche se non disponiamo della comunicazione e del potere, abbiamo la forza di un popolo che si è incontrato e si è riconosciuto, dando vita a qualcosa di nuovo e molto grande. Per questo il Comitato vuole soprattutto dire grazie a tutte le famiglie e le persone che hanno affrontato sacrifici e costi e fatica e disagi per testimoniare in piazza insieme a noi. Grazie a chi ha fatto ore e ore di viaggio, con ogni mezzo, grazie a chi ha dovuto fare dei sacrifici seri per affrontare la spesa, grazie a chi ha portato i bambini, anche molto piccoli, a chi ha preso la pioggia e sofferto il caldo, a chi è stato in piedi per ore, a chi si è messo in coda lontanissimo dal palco, solo per esserci. Grazie alla storia che vi ha portato ad essere lì, il 20 giugno, agli incontri a cui avete partecipato, al lavoro quotidiano che fate a difesa della vita e della famiglia in tanto modi, ognuno al proprio posto e col proprio carisma. È grazie a voi che adesso la nostra piazza può mettersi con autorevolezza nel dibattito pubblico, e anche dialogare con la politica perché produca leggi a difesa dei bambini, con la forza data da un evento dalla portata storica, di cui non si ha memoria negli anni recenti del nostro paese.


07/07/2015 fonte:  tempi.it

IL SANTO DEL GIORNO 01/05/2015 San Giuseppe lavoratore



Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Santo, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il "papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la "cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, "lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto "giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del "buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che "Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che "fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: "una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. "La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima "chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. "Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. "Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare...”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.


Expo, occasione per globalizzare la solidarietà




"Smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane non abbiano un impatto su chi soffre la fame”. E’ l’invito di Papa Francesco che, nel video messaggio in diretta con l’Expo di Milano nella mattinata di apertura, chiede "un cambiamento di mentalità” sulle questioni alimentari, per "nutrire ogni uomo e donna del pianeta nel rispetto dell'ambiente".  Francesco dice ‘no’ a spreco e scarto, e chiede di tenere ben presenti i volti di uomini, donne e bambini malnutriti. Così – dice – la Expo può essere "occasione propizia per globalizzare la solidarietà”. Il servizio di Fausta Speranza:
"Importante”, "essenziale”: così Francesco definisce il tema dell’Expo: ‘Nutrire il pianeta, energia per la vita’. Poi la forte raccomandazione:  
"…purché non resti solo un "tema”, purché sia sempre accompagnato dalla coscienza dei "volti”: i volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano.”
Il Papa parla di "una presenza nascosta di questi volti, che – dice - in realtà dev’essere la vera protagonista dell’evento”. Una presenza che il Papa vorrebbe – lo esprime esplicitamente – che "ogni persona che passerà a visitare la Expo possa percepire”.  L’obiettivo è chiaro e doveroso: cambiare mentalità. Di fronte a noi – ricorda – abbiamo il paradosso dell’abbondanza (come diceva Giovanni Paolo II alla FAO nel 1992), la cultura dello spreco, dello scarto. Abbiamo quelli che Francesco definisce "meravigliosi padiglioni” dell’Expo. Ma Francesco chiede a gran voce di cambiare mentalità:  
"…per smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane – ad ogni grado di responsabilità – non abbiano un impatto sulla vita di chi, vicino o lontano, soffre la fame. Penso a tanti uomini e donne che patiscono la fame, e specialmente alla moltitudine di bambini che muoiono di fame nel mondo.”
Francesco, dunque, si rivolge a tutti, parlando di diversi gradi di responsabilità. Poi il riferimento preciso:
"E ci sono altri volti che avranno un ruolo importante nell’Esposizione Universale: quelli di tanti operatori e ricercatori del settore alimentare. Il Signore conceda ad ognuno di essi saggezza e coraggio, perché è grande la loro responsabilità.”
Francesco, all’inizio del suo messaggio, chiarisce di parlare da vescovo di Roma, a nome del popolo di Dio pellegrino nel mondo intero, "voce – sottolinea - di tanti poveri che fanno parte di questo popolo e con dignità cercano di guadagnarsi il pane col sudore della fronte.” A questo titolo lancia il suo appello:
"La Expo è un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà. Cerchiamo di non sprecarla ma di valorizzarla pienamente!”
Ancora l’auspicio di Papa Francesco:
"Il mio auspicio è che questa esperienza permetta agli imprenditori, ai commercianti, agli studiosi, di sentirsi coinvolti in un grande progetto di solidarietà: quello di nutrire il pianeta nel rispetto di ogni uomo e donna che vi abita e nel rispetto dell’ambiente naturale.
Come cristiani, Francesco ricorda il riferimento preciso alla preghiera del eccellenza: quella che ci ha insegnato Gesù: il Padre Nostro in cui diciamo "Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
"Questa è una grande sfida alla quale Dio chiama l’umanità del secolo ventunesimo: smettere finalmente di abusare del giardino che Dio ci ha affidato, perché tutti possano mangiare dei frutti di questo giardino. Assumere tale grande progetto dà piena dignità al lavoro di chi produce e di chi ricerca nel campo alimentare.”
Poi il Primo Maggio, giorno dedicato al lavoro, il Papa non vuole dimenticare i volti di tutti i lavoratori che hanno faticato per la Expo di Milano, specialmente dei più anonimi, dei più nascosti, che anche grazie a Expo hanno guadagnato il pane da portare a casa. E due appelli di Francesco davvero universali:
"Che nessuno sia privato di questa dignità! E che nessun pane sia frutto di un lavoro indegno dell’uomo!
E ancora:
"E che non manchi il pane e la dignità del lavoro ad ogni uomo e donna.”
Papa Francesco non ha dubbi: "tutto parte da lì, dalla percezione dei volti”.

01/05/2015 fonte: Radio Vaticana

Don Mauro Fornasari, un giovane martire sconosciuto

di Graziano Motta

La mano sovvertitrice si è fermata a Longara. La sua campagna vede preservate molte delle connotazioni ambientali di prima dell’ultima guerra e lo spazio ordinatissimo attorno alla chiesa parrocchiale di san Michele Arcangelo (con il campanile che si annuncia da lontano) non è stato aggredito dall’espansione urbanistica di Bologna che si è fermata a pochi chilometri di distanza oltre l’aeroporto, a Calderara di Reno, il Comune di cui è una frazione. Longara riesce così a presentarsi come doveva essere settanta anni fa, quando nel pieno della tempesta fratricida, il 5 ottobre 1944, un giovane religioso – aveva ventidue anni, era stato da poco ordinato diacono e sua mamma aveva già deposto nella cassapanca di famiglia la veste per la sua prima messa – veniva ucciso pochi chilometri lontano, sul greto del torrente Lavino, presso Gessi, nel territorio di Zola Predosa.   

Si scoprirà un anno dopo, a guerra finita, quando fu possibile istruire un processo, che era stato verosimilmente un veterinario, noto esponente fascista, papà di due ragazzi ai quali il seminarista impartiva delle lezioni private, a segnalarlo agli assassini, militi della Guardia nazionale repubblicana e delle Brigate nere "Facchini”: per odio religioso e l’acceso anticlericalismo nel clima di esasperata conflittualità e violenza del tempo. Più che un delitto fu un martirio. Ed è per questo che la devozione di don Mauro Fornasari, questo il suo nome, si è sviluppata nell’arcidiocesi di Bologna.  La sua memoria, coltivata da seminaristi suoi coetanei, in particolare da don Dante Campagna, che presiede un’associazione di fedeli che ne porta il nome, e da mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, continua a sfidare il tempo, a suscitare sempre nuovo interesse , e da ultimo una mostra, concepita come itinerante, inaugurata nella parrocchia di Longara, e un nuovo importante studio del suo biografo, lo storico Alberto Mandreoli , dal significativo titolo Vangelo e coscienza – Antifascismo e Resistenza dei cattolici bolognesi, presentato in questa occasione. Giusto in tempo per inserirsi come importante contributo commemorativo dei 70 anni della Liberazione. 

Tante le ragioni di una così forte attrazione. Innanzi tutto le circostanze del suo assassinio, ma certo anche la sua personalità , il suo carisma, la sua fede, la sua testimonianza del Vangelo e l’offerta della vita nel pieno della sua giovinezza : virtù espresse in modo esemplare in un momento tempestoso.  Ecco perché il rettore del Seminario bolognese, mons. Roberto Macciantelli, nella prefazione della biografia, opera dello stesso prof. Mandreoli, edito dalla "Dehoniana Libri”, può esaltare la «figura eminente» di don Mauro come «dono particolare per il nostro Presbiterio diocesano…. trovando in lui una vera scuola di santità e un forte motivo di identità, ispirazione, incoraggiamento». Don Mauro é l’unico diacono tra i 19 religiosi "martiri e confessori” ricordati in una lapide nella cappella del Seminario. «Nonostante  siano tanti gli anni passati da quelle vicende che hanno insanguinato le nostre comunità, sappiamo», afferma mons. Macciantelli, «come ogni giorno debba essere grande l’impegno per continuare a costruire la concordia e il rispetto della dignità di ciascuno, crescendo nella capacità del perdono e non della vendetta, della giustizia e non dell’usurpazione violenta». 

Se il Seminario di Bologna non fosse stato distrutto da un bombardamento nel 1943, don Mauro vi sarebbe rimasto fino all’ordinazione sacerdotale prevista per la primavera del 1945. Dovette invece ritornare in famiglia; ne profittò per  impegnarsi intensamente in parrocchia , animando molteplici attività e testimoniando ovunque la carità cristiana. «Era dotato di un’intelligenza e di una spiritualità ferma…. era un entusiasta, un energico, un coraggioso….un nemico della guerra…. al di sopra delle parti… un innamorato della Creazione tanto da iscriversi alla facoltà di Scienze naturali», così viene ancora oggi ricordato. «Era un catechista rigoroso» e così pure «un consolatore… dallo stile controcorrente … un pacificatore in tempo di guerra» . Visitava ammalati e bisognosi, ma essere stato notato talvolta a portare del cibo a sbandati che si erano dati alla macchia nella campagna, avrà presumibilmente convinto qualche sostenitore del regime della sua avversione; da qui la delazione e, poi, quel che fu considerato un tradimento.  Il titolo del libro biografico "Chi cercate?”, evoca inequivocabilmente la cattura di Gesù nel Getsemani tramandataci dalla Passione secondo Giovanni.  

Anche la dinamica degli eventi non ha mai cessato di essere narrata e ascoltata. La sera del 4 ottobre 1944 cinque uomini armati si presentarono nella casa dei Fornasari tra i campi, erano coltivatori diretti, e chiesero a Mauro di seguirli perché serviva da testimone (ma era una fandonia) al veterinario della zona, il dott. Giuseppe Belluzzi, «inviso e prepotente», sostenitore della Rsi (Repubblica Sociale Italiana).  Lo caricarono sulla loro automobile che però percorsi alcuni chilometri su una strada poderale si fermò per un guasto, don Mauro fu costretto a scendere e uno del gruppo gli rivolse contro la pistola sparando alcuni colpi andati a vuoto. Compreso il pericolo, favorito dal buio, riuscì a sottrarsi e, correndo a zig-zag tra alberi e filari di viti, a raggiungere casa. «Miracolosamente la Madonna di San Luca mi ha fatto la grazia di essermi salvato», dirà ai suoi.

Seguì una notte terribile, di interrogativi, di incessante preghiera. Confrontandosi con i genitori, due sorelle e un fratello che erano stati presenti al prelevamento, don Mauro pensò anche a un equivoco, a uno scambio di persona. Ma quando venne presa in considerazione l’opportunità di una sua fuga – vana era risultata la richiesta di aiuto al parroco di Longara, in canonica c’era un militare tedesco – come colto da un presentimento non volle più discutere, la sua anima innocente sentì di prepararsi ad «una scelta, definitiva» . «Se questa è la mia ora, disse ai suoi, io devo restare. Non dovevo scappare ieri sera». Racconterà sua nonna Enrica: «Di fronte alla morte era scappato e questo non gli piaceva affatto di se stesso. Chiese perdono al Signore per non aver saputo accettare subito il suo momento e pregò (tutta la notte, inginocchiato) per trovare la forza di affrontare tutto quello che il Signore aveva deciso per lui» .Così quando, alle sette del mattino, i cinque si ripresentarono, pretendendo con urla e bestemmie che uscisse e si consegnasse, minacciando diversamente di bruciare la casa, di uccidere suo padre, affermò: «Si vede che il Signore mi vuole ora. Devo andare».  Le sue ultime parole di obbedienza alla propria coscienza e a Dio furono: «Ecco, è arrivato il mio momento, sono qui». Si offrì liberamente, seguendo l’esempio di Cristo. Sarebbe stato picchiato, vilipeso e oltraggiato, senza risparmiare una sola parte del suo corpo.  

Prima di essere finito con diversi colpi di pistola al volto, privato persino di un occhio, gli furono inflitte bruciature di sigaretta sugli arti e mutilazioni ai genitali. Sul greto del torrente Lavino, un cippo ricorda il martirio, fu ritrovato, lordato di sangue e di fango, che stringeva ancora nella mano il Breviario, il Salterio della sua preghiera. In quel momento dei militari tedeschi di un vicino comando, sentendo gli spari e credendo che fossero di partigiani, ignari quindi che fosse in corso l’esecuzione, aprirono il fuoco contro l’auto dei miliziani fascisti uccidendone uno e ferendone un altro.  I funerali di don Mauro riunirono nella sua parrocchia di Longara una folla sbigottita e dolente mentre nella zona il clima generale era di smarrimento e di confusione, di silenzio e di lacerazioni, di odio e di inesistenza del perdono. Erano tempi travagliatissimi anche per la Chiesa e la sua gerarchia, evocati con rigorosa lucidità –in occasione dell’ apertura della mostra commemorativa di don Mauro – da Alberto Mandreoli, lo storico che da anni conduce ricerche sulle stragi della seconda Guerra Mondiale e il loro riflesso sulla coscienza individuale laica e cattolica. Oltre ad aver scritto della vita e morte di don Mauro, tra le sue pubblicazioni va ricordata Chi resta saldo. Memoria e responsabilità sull’eccidio nazi-fascista di Monte Sole dove tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 persero la vita 770 persone.  

Ed ora, in quest’anno celebrativo dei 70 anni della liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, il volume Vangelo e coscienza, edito da "Il pozzo di Giacobbe”. É un’opera importante che, penetrando fra le pieghe della guerra e della resistenza a Bologna, «si propone di recuperare la storia dimenticata della partecipazione dei cristiani locali alla Resistenza».  Emergono così «nomi e circostanze subito coperti da oblio per calcolo, per desiderio di voltare pagina e timore di essere accusati di intesa con il nemico, individuato, nei primi anni della Repubblica, con le amministrazioni di sinistra dell’Emilia- Romagna». É ricca di testimonianze la sofferta , obiettiva rievocazione della figura dell’arcivescovo cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca e del ruolo svolto dal quotidiano L’Avvenire d’Italia diretto da Raimondo Manzini nelle drammatiche situazioni della guerra civile. E suscita emozioni la galleria di «preti, religiosi e laici che seppero superare la tentazione dell’indifferenza; che, in nome del Vangelo, diedero ascolto alla coscienza, rifiutando complicità e silenzio, e che, di fronte a crimini ed orrori, operarono sino all’effusione del sangue». Come don Mauro Fornasari; come quei sacerdoti che condivisero nelle stragi, non solo in quella di Monte Sole, la sorte del loro gregge. Non di meno tutti quei cristiani che si prodigarono nel portare aiuto e assistenza agli inermi, ai perseguitati politici, alle famiglie di sfollati.

Lo storico Mandreoli lascia allo storico Vecchio ( citando la voce della Treccani "Guerra e Resistenza” in "Cristiani d’Italia”) la spiegazione dell’ «ansia della gerarchia ecclesiale per gli accadimenti che avrebbero potuto destabilizzare l’unità della Chiesa»: «La sincera preoccupazione di evitare guai maggiori alla popolazione civile, il tentativo di contenere il numero delle vittime e lo spargimento di sangue, gli appelli alla moderazione e alla pacificazione, la paura di dover passare dal dominio nazista a quello comunista . Presente nell’episcopato italiano era il tentativo di rinsaldare l’unità del popolo di Dio attorno al proprio vescovo contro ogni forza disgregatrice. Questo impegno […] è una chiave più utile al fine di comprendere l’atteggiamento dell’episcopato, rispetto a quella dell’anticomunismo, che, a scanso di equivoci, esisteva ed era più che radicato».

Ho introdotto nella parrocchia di Longara l’inaugurazione della mostra e la presentazione del libro di Mandreoli evocando la figura, il martirio di don Mauro Fornasari e il mantello del perdono cristiano che li avvolge . I promotori della manifestazione non si aspettavano che raccontassi come il 3 agosto 1943 ero stato testimone, a Pedara, sulle pendici dell’Etna, della prima cattura in assoluto di ostaggi civili da parte di una compagnia di militari tedeschi per rappresaglia all’uccisione di un loro soldato, vicenda da me evocata in un libro che ricorda pure come i miei concittadini, uno era mio vicino di casa, ebbero salva la vita grazie all’intervento di mons. Francesco Pennisi, rettore del seminario arcivescovile di Catania. Ho scritto pure in questo volumetto , edito da I.l.a Palma nel 1977, della contemporanea insurrezione antitedesca nella vicina cittadina di Mascalucia e della strage compiuta il 12 agosto per le vie di Castiglione di Sicilia, sempre nella zona etnea, da un reparto tedesco: 16 civili morti e 20 feriti. Tre episodi tuttora largamente sconosciuti, precursori di quella che sarebbe stata la Resistenza.

01/05/2015 fonte : La nuova bussola quotidiana

Il nemico più pericoloso per la Chiesa? L'ignoranza

di Rino Cammilleri


Qualche giorno fa, in un editoriale sulla Nuova Bussola (clicca qui) Ettore Gotti Tedeschi ha ricordato la saggezza che san Josemaría Escrivá de Balaguer usava somministrare, in pillole, in libretti che hanno formato generazioni di cattolici, laici e non. La generazione presente forse non ha mai sentito parlare di Cammino e Forgia (in Italia editi da Ares) nonché Solco da cui Ettore Gotti Tedeschi ha estratto alcuni pensieri. Come questo (il n. 359): «Sono d’accordo con te che vi sono cattolici, praticanti e persino pii agli occhi degli altri, e forse sinceramente convinti, che servono ingenuamente i nemici della Chiesa… Si è infiltrato nella loro stessa casa, con diversi nomi male applicati – ecumenismo, pluralismo, democrazia – l’avversario peggiore: l’ignoranza». Il quale pensiero, poiché a ogni nuova generazione bisogna ripetere da capo tutto, necessita di qualche approfondimento. 

Già nel 1852 vi fu chi avvertì che gli –ismi moderni non erano altro che riedizioni in salsa laicista di antiche eresie già condannate dalla Chiesa. Si trattava di Juan Donoso Cortés, pensatore e uomo politico spagnolo, al quale era stato chiesto dal cardinale Raffaele Fornari, per conto di Pio IX, di stilare un elenco degli "errori” contemporanei in vista della preparazione del Sillabo (che poi uscì nel 1864 e suscitò un vespaio). É stato argutamente osservato che le posizioni eretiche sono come quelle erotiche: poche e ripetitive. Ma, malgrado ciò, non cessano di esercitare la loro potente attrattiva. Un’eresia, infatti, non potrebbe affascinare se non contenesse un brandello di verità. È però un pezzo di verità che esclude tutto il resto, e così diventa errore. Lo stesso vale per quelle eresie laiche che sono le ideologie. Il marxismo, per esempio, non si sarebbe diffuso se non avesse propugnato due concetti cristiani, eguaglianza e giustizia sociale. Perciò ha avuto (ed ha) tanta presa sui cristiani e pure su parte del clero. 

Lo stesso accade con le ideologie correnti. Ma, anche qui, la loro fascinazione sui cristiani è dovuta, come avvertiva san Josemaría, all’ignoranza di questi ultimi, l’«avversario peggiore». La tentazione di trovare un compromesso con le idee di volta in volta alla moda da parte dei credenti è vecchia come il cucco, ma la Chiesa esiste proprio per questo: dissipare l’ignoranza in chi è tentato. Si faccia caso al modus operandi del Fondatore: Cristo non ha lasciato un Libro, non ha scritto niente. E ha fatto bene. Un Libro avrebbe periodicamente riportato il cristianesimo al fondamentalismo della letteralità, praticamente riazzerandolo. Cristo, invece, si è procurato uno staff gerarchicamente strutturato: 12 Apostoli con un Capo e 72 Discepoli. Li ha istruiti, poi dotati di Spirito Santo per guidarli alla «verità tutta intera» (mentre, lo si ricordi, l’eresia è solo un pezzo di verità). Li ha voluti celibi per evitare che si costituissero in "casta sacerdotale” e/o fossero ricattabili (come lo è chi tiene famiglia) dal Potere. Pastori di uomini, che ripetessero a ogni generazione futura le Istruzioni del Fabbricante per il migliore uso del Prodotto (l’uomo), affinché gli uomini siano contenti Qui e poi felici Lassù. 

Ed è quello che la Chiesa ha sempre fatto, mettendo in guardia dalle contraffazioni –sempre apparentemente nuove ma in realtà sempre le stesse- insufflate dal Tentatore. Oggi, dopo un lavorìo ai fianchi durato secoli, i popoli della civiltà cristiana vedono nelle Istruzioni solo un’insopportabile e incomprensibile serie di divieti che impediscono di godere la vita. É un inganno, come tutti quelli precedenti, e la Chiesa esiste apposta per svelarlo. Ma ha di fronte una novità: la velocità e la diffusione delle immagini ingannevoli. Gli stessi chierici si sono formati nelle scuole statali, dove hanno imparato una vulgata fatta di luoghi comuni di propaganda politica. La (loro) tentazione è la solita: venire incontro alle "istanze”. Da qui, in alcuni, l’atteggiamento benevolo e le "aperture” nei confronti dei "lontani”, tanto più blanditi quanto più lontani sono. E l’ostilità, che in certi casi arriva fino all’odio, per quelli che trovano questo metodo quanto meno rischioso e, storicamente, perdente. Questi sono accusati di «mancanza di carità» (per restare nel nostro esempio, san Josemaría, reo di quel Solco n. 359, politicamente scorrettissimo, da cui siamo partiti). 

Così, si arriva a un’altra novità vecchia come il cucco: la dottrina è una cosa, la prassi un’altra; ortoprassi contro ortodossia. Déjà vu, ma, come si suol dire, a volte ritornano. Blaise Pascal diceva: Bien penser pour bien agir. Ma lui è "superato”. Qualcun altro insiste: se non vivi per come pensi finirai per pensare per come vivi. Qualcuno, infine, avverte che, se la "pastorale” si allontana troppo dalla "dottrina”, è come ammettere che Cristo ha insegnato cose impossibili da mettere in pratica, perciò non si vede che cosa sia venuto a fare sulla Terra. E anche questa è un’eresia. Insomma, il pensiero n. 359 (come tutti gli altri del Santo) ha ragione da vendere. Il nemico peggiore per i cattolici è l’ignoranza, che li divide e crea quinte colonne in casa. Per questo, Cristo ci ha lasciato la Chiesa Maestra, e non un Libro Intoccabile. Per questo, Gesù non è un fondatore di religioni come gli altri, ma è Dio. 

 01/05/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

Papa: il sangue dei cristiani uccisi solo per la loro fede spinge a una nuova era dell’ecumenismo

L’auspicio di Francesco ai componenti della Commissione internazionale anglicana-cattolica: "la tradizione di fede e la storia condivise possano ispirare e sostenere i nostri sforzi nel superare gli ostacoli che si frappongono alla piena comunione”. Tra breve la pubblicazione di cinque dichiarazioni comuni prodotte finora nella seconda fase del dialogo anglicano-cattolico 


Città del Vaticano (AsiaNews) – Il sangue dei cristiani appartenenti a Chiese e tradizioni diverse, vittime di persecuzioni e violenze solo a causa della fede che professano "nutrirà una nuova era di impegno ecumenico”, che, con il dialogo, "non sono elementi secondari della vita delle Chiese”. L’ha ribadito oggi il Papa incontrando i componenti della Commissione internazionale anglicana-cattolica, riuniti a Roma per un esame della relazione tra Chiesa universale e Chiesa locale con particolare riferimento ai processi di confronto e di decisione sulle questioni morali ed etiche.

Francesco nel suo discorso ha sottolineato che anche se ancora non si è raggiunto l’obiettivo di quel "serio dialogo che, fondato sui Vangeli e sulle antiche tradizioni comuni”, potesse condurre a "quella unità nella verità per la quale Cristo ha pregato” – auspicato nello storico incontro, avvenuto nel 1966, tra Paolo VI e l’arcivescovo Ramsey – "siamo convinti che lo Spirito Santo continua a spingerci in quella direzione, nonostante le difficoltà e le nuove sfide”.

"La vostra presenza oggi – ha detto ancora Francesco - è indice di quanto la tradizione di fede e la storia condivise da anglicani e cattolici possano ispirare e sostenere i nostri sforzi nel superare gli ostacoli che si frappongono alla piena comunione. Consapevoli dell’importanza delle sfide che ci attendono, con realismo siamo fiduciosi che riusciremo a compiere insieme ancora molti progressi”.

"Tra breve pubblicherete cinque dichiarazioni comuni prodotte finora nella seconda fase del dialogo anglicano-cattolico, accompagnate dai relativi commenti e risposte. Mi congratulo con voi per questo lavoro. Esso ci ricorda che le relazioni ecumeniche ed il dialogo non sono elementi secondari della vita delle Chiese. La causa dell’unità non è un impegno opzionale e le divergenze che ci dividono non devono essere accettate come inevitabili. Alcuni vorrebbero che, dopo cinquant’anni, ci fossero risultati maggiori quanto all’unità. Nonostante le difficoltà, non possiamo lasciarci prendere dallo sconforto, ma dobbiamo confidare ancora di più nella potenza dello Spirito Santo, che può sanarci e riconciliarci e fare ciò che umanamente sembra impossibile”.

"Esiste un legame forte che già ci unisce, al di là di ogni divisione: è la testimonianza dei cristiani, appartenenti a Chiese e tradizioni diverse, vittime di persecuzioni e violenze solo a causa della fede che professano. Il sangue di questi martiri nutrirà una nuova era di impegno ecumenico, una nuova appassionata volontà di adempiere il testamento del Signore: che tutti siano una cosa sola (cfr Gv 17,21). La testimonianza di questi nostri fratelli e sorelle ci esorta ad essere ancora più coerenti con il Vangelo e a sforzarci di realizzare, con determinazione, ciò che il Signore vuole per la sua Chiesa. Oggi il mondo ha urgentemente bisogno della testimonianza comune e gioiosa, dei cristiani, dalla difesa della vita e della dignità umane alla promozione della pace e della giustizia”.

"Invochiamo insieme i doni dello Spirito Santo, per essere in grado di rispondere coraggiosamente ai ‘segni dei tempi’, che chiamano tutti i cristiani all’unità e alla testimonianza comune. Possa lo Spirito ispirare abbondantemente il vostro lavoro”.

01/05/2015 fonte: Asia News

IL SANTO DEL GIORNO 05/04/2015 Pasqua di Risurrezione




Se il Natale è la festività che raccoglie la famiglia, riunisce i parenti lontani, che più fa sentire il calore di una casa, degli affetti familiari, condividendoli con chi è solo, nello struggente ricordo del Dio Bambino; la Pasqua invece è la festa della gioia, dell’esplosione della natura che rifiorisce in Primavera, ma soprattutto del sollievo, del gaudio che si prova, come dopo il passare di un dolore e di una mestizia che creava angoscia, perché per noi cristiani questa è la Pasqua, la dimostrazione reale che la Resurrezione di Gesù non era una vana promessa, di un uomo creduto un esaltato dai contemporanei o un Maestro (Rabbi) da un certo numero di persone, fra i quali i disorientati discepoli. 
La Risurrezione è la dimostrazione massima della divinità di Gesù, non uno dei numerosi miracoli fatti nel corso della sua vita pubblica, a beneficio di tante persone che credettero in Lui; questa volta è Gesù stesso, in prima persona che indica il valore della sofferenza, comune a tutti gli uomini, che trasfigurata dalla speranza, conduce alla Vita Eterna, per i meriti della Morte e Resurrezione di Cristo. 
La Pasqua è una forza, una energia d’amore immessa nel Creato, che viene posta come lievito nella vita degli uomini ed è una energia incredibile, perché alimenta e sorregge la nostra speranza di risorgere anche noi, perché le membra devono seguire la sorte del capo; ci dà la certezza della Redenzione, perché Cristo morendo ci ha liberati dai peccati, ma risorgendo ci ha restituito quei preziosi beni che avevamo perduto con la colpa. 

Racconto evangelico 

Esaminiamo adesso la cronologia degli avvenimenti che seguirono alla morte e sepoltura di Gesù. La sepoltura fu una operazione provvisoria, in quando essendo ormai un’ora serale e si approssimava con il tramonto il Sabato ebraico, in cui è noto era proibita qualsiasi attività, il corpo di Gesù fu avvolto in un lenzuolo candido e deposto nel sepolcro nuovo scavato nella roccia, appartenente a Giuseppe d’Arimatea, membro del Sinedrio, ma ormai seguace delle idee del giovane "Rabbi” della Galilea. 
Le operazioni necessarie per questo tipo di sepoltura, che non era l’inumazione nel terreno, e cioè il cospargere il corpo con profumi ed unguenti conservativi e l’avvolgimento dello stesso corpo con fasce o bende (ne abbiamo l’esempio nel racconto di Lazzaro risuscitato dallo stesso Gesù); queste operazioni, dicevamo, furono rimandate a dopo il Sabato dalle pie donne, le quali dopo aver preparato gli aromi e visto dove era stato deposto il corpo di Gesù, alla fine si allontanarono. 
Dopo la Parasceve (vigilia del Sabato) quindi appena dopo sepolto Gesù, i sacerdoti ed i Farisei si recarono da Pilato dicendogli che si erano ricordati "che quell’impostore quando era ancora in vita, disse: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risorto dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!”. 
E Pilato, secondo il solo Vangelo di Matteo, autorizzò il sigillo del sepolcro e dispose alcune guardie per controllarlo. 
Trascorso il Sabato, in cui tutti osservarono il riposo, Maria di Magdala, Maria di Cleofa e Salome, completarono la preparazione dei profumi e si recarono al sepolcro di buon’ora per completare le unzioni del corpo e la fasciatura; lungo la strada dicevano tra loro, chi poteva aiutarle a spostare la pesante pietra circolare, che chiudeva la bassa apertura del sepolcro, che era composto da due ambienti scavati nella roccia, consistenti in un piccolo atrio e nella cella sepolcrale; quest’ultima contenente una specie di rialzo in pietra, su cui veniva deposto il cadavere. 
Quando arrivarono, secondo i Vangeli, vi fu un terremoto, un angelo sfolgorante scese dal cielo, si accostò al sepolcro fece rotolare la pietra e si pose a sedere su di essa; le guardie prese da grande spavento caddero svenute. Ma l’Angelo si rivolse alle donne sgomente, dicendo loro: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. 
Proseguendo con il racconto del Vangelo di Matteo, le donne si allontanarono di corsa per dare l’annunzio ai discepoli. Piace ricordare che anche l’annunzio della nascita di Gesù avvenne tramite un Angelo a dei semplici pastori, così anche la Sua Risurrezione viene annunciata da un Angelo a delle umili donne, che secondo l’antico Diritto ebraico, erano inabilitate a testimoniare, quindi con questo evento che le vede messaggere e testimoni, viene anche ad inserirsi un evento storico nella socialità ebraica. 
Lungo la strada lo stesso Gesù apparve loro, che prese dalla gioia si prostrarono ad adorarlo e il Risorto disse loro: "Non temete, andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”. 
Proseguendo nella lettura del Vangelo di Matteo (che è l’unico ad indicare l’esistenza di un drappello di guardie), mentre le donne proseguirono veloci alla ricerca degli apostoli per avvisarli, alcuni dei soldati di guardia, rinvenuti dallo spavento provato, si recarono in città a riferire ai sommi sacerdoti l’accaduto. 
Questi allora, riunitasi con gli anziani, decisero di dare una cospicua somma di denaro ai soldati, affinché dichiarassero che erano venuti i discepoli di Gesù di notte, mentre dormivano e ne avevano rubato il corpo, promettendo di intervenire in loro favore presso il governatore, se avessero avuto delle punizioni per questo. 
Questa diceria, propagata dai soldati, si è diffusa fra i Giudei fino ad oggi. Se colpa si potrebbe attribuire alle autorità religiose ebraiche dell’epoca, questa riguarda l’ostinazione nello sbagliare anche di fronte all’evidenza, pur di non ammettere l’errore commesso; "quel timore che venga rubato il corpo, quelle guardie al sepolcro, quel sigillo apposto per loro richiesta, sono la testimonianza della loro follia ed ostinazione” (s. Ilario); in realtà tutto ciò servì soltanto a rendere più certa ed incontestabile la Resurrezione. 
Quando le donne raggiunsero gli apostoli e riferirono l’accaduto, essi corsero verso il sepolcro, ma Pietro e Giovanni corsero avanti, al sepolcro arrivò per primo Giovanni più giovane e veloce, ma sulla soglia si fermò dopo aver visto il lenzuolo (Sindone) a terra, Pietro sopraggiunto, entrò per primo e constatò che il lenzuolo era per terra, mentre il sudario, usato per poggiarlo sul capo dei defunti, era ripiegato in un angolo, poi entrò anche Giovanni e ambedue capirono e credettero a quanto lo stesso Gesù, aveva detto in precedenza riguardo la sua Risurrezione. 
A questo punto, con gli apostoli che se ne ritornano tutti meravigliati e gioiosi verso la loro dimora, riempiti di certezza e nuova forza, termina il racconto evangelico del giorno di Pasqua; Gesù comparirà altre volte alla Maddalena, agli Apostoli, ai discepoli di Emmaus, a sua madre, finché non si avrà la sua Ascensione al cielo; gli Evangelisti raccontano in modo diverso questi avvenimenti connessi con la Resurrezione, ma in sostanza simili nell’insegnamento. 


Papa: Urbi et Orbi, abbiamo il coraggio del perdono e della pace

Con Gesù Cristo che è risorto "l’amore ha sconfitto l’odio, la vita ha vinto la morte, la luce ha scacciato le tenebre”: per questo, in un mondo che "propone di imporsi a tutti costi”, cerchiamo di "non cedere all’orgoglio” che alimenta violenza e guerre, ma di avere il "coraggio umile” del perdono e della pace. Questo il messaggio di Pasqua di Papa Francesco che dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana ha impartito la benedizione Urbi et Orbi, subito dopo aver presieduto in Piazza San Pietro la Santa Messa ed aver compiuto un giro sulla papamobile per salutare i fedeli e augurare loro buona Pasqua. Il servizio di Giada Aquilino:


Il coraggio umile di Cristo
Dal Signore risorto imploriamo la grazia di "non cedere all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre”, ma di avere il "coraggio umile” del perdono e della pace. Così Papa Francesco, dopo che una pioggia quasi incessante aveva accompagnato la Santa Messa di Pasqua in Piazza San Pietro, ha pregato e benedetto la città di cui è vescovo, Roma, e il mondo.
Cristiani perseguitati
Immediato il riferimento a quanti perseguitati:
"A Gesù vittorioso domandiamo di alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome, come pure di tutti coloro che patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso. Ne sono tante”.
I Paesi sconvolti dai conflitti
Quindi il pensiero del Papa è andato alle tante realtà di guerra e sofferenza, come in Siria e Iraq:
"Cessi il fragore delle armi e si ristabilisca la buona convivenza tra i diversi gruppi che compongono questi amati Paesi. La comunità internazionale non rimanga inerte di fronte alla immensa tragedia umanitaria all’interno di questi Paesi e al dramma dei numerosi rifugiati”.
Implorata la pace per tutti gli abitanti della Terra Santa:
"Possa crescere tra Israeliani e Palestinesi la cultura dell’incontro e riprendere il processo di pace così da porre fine ad anni di sofferenze e divisioni”.
La preghiera di Francesco si è estesa alla Libia, affinché - ha detto - "si fermi l’assurdo spargimento di sangue in corso e ogni barbara violenza” e ci si adoperi "per favorire la riconciliazione e per edificare una società fraterna che rispetti la dignità della persona”. Poi allo Yemen, perché "prevalga una comune volontà di pacificazione per il bene di tutta la popolazione”. Con "speranza” ha affidato al Signore misericordioso "l’intesa raggiunta in questi giorni a Losanna” sul nucleare iraniano, affinché - ha auspicato - "sia un passo definitivo verso un mondo più sicuro e fraterno”. Il dono della pace è stato implorato dal Pontefice pure per la Nigeria, il Sud Sudan, il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo:
"Una preghiera incessante salga da tutti gli uomini di buona volontà per coloro che hanno perso la vita – uccisi giovedì scorso nell’Università di Garissa, in Kenia –, per quanti sono stati rapiti, per chi ha dovuto abbandonare la propria casa ed i propri affetti”.
La Risurrezione del Signore porti luce inoltre all’amata Ucraina, ha proseguito il Pontefice, non dimenticando " quanti hanno subito le violenze del conflitto degli ultimi mesi”:
"Possa il Paese ritrovare pace e speranza grazie all’impegno di tutte le parti interessate”.
Le nuove e vecchie schiavitù
Il Papa ha chiesto pace e libertà per i tanti uomini e donne "soggetti - ha sottolineato - a nuove e vecchie forme di schiavitù da parte di persone e organizzazioni criminali”:
"Pace e libertà per le vittime dei trafficanti di droga, tante volte alleati con i poteri che dovrebbero difendere la pace e l’armonia nella famiglia umana. E pace chiediamo per questo mondo sottomesso ai trafficanti di armi, che guadagnano col sangue degli uomini e delle donne”.
Gesù rimane sempre con i sofferenti
La voce del Signore Gesù che dona pace e assicura di rimanere "sempre” con noi - ha affermato Francesco - giunga dunque agli emarginati, ai carcerati, ai poveri e ai migranti "che tanto spesso sono rifiutati, maltrattati e scartati”, ai malati e ai sofferenti, ai bambini e specialmente a quelli che, ha aggiunto, "subiscono violenza”, a quanti "sono nel lutto” e agli uomini e alle donne "di buona volontà”. A tutti, ha spiegato il Papa, Gesù con la sua morte e risurrezione indica "la via della vita e della felicità”: la via è "l’umiltà, che comporta l’umiliazione” della morte sulla croce. Solo chi si umilia può andare "verso Dio”, perché "l’orgoglioso guarda dall’alto in basso, l’umile guarda dal basso in alto”.
Chinarsi nel mistero pasquale
D’altra parte, il mattino di Pasqua, Pietro e Giovanni - avvertiti dalle donne - corsero al sepolcro e lo trovarono aperto e vuoto; si avvicinarono e si "chinarono” per entrare nel sepolcro. Per entrare nel mistero, ha ricordato il Papa, bisogna "chinarsi, abbassarsi. Solo chi si abbassa - ha aggiunto - comprende la glorificazione di Gesù e può seguirlo sulla sua strada”:
"Il mondo propone di imporsi a tutti costi, di competere, di farsi valere… Ma i cristiani, per la grazia di Cristo morto e risorto, sono i germogli di un’altra umanità, nella quale cerchiamo di vivere al servizio gli uni degli altri, di non essere arroganti ma disponibili e rispettosi”.
Auguri in una giornata tanto bella ma anche tanto brutta per la pioggia
Augurando buona Pasqua ai presenti in Piazza San Pietro e a quanti collegati attraverso i mezzi di comunicazione sociale, il Papa ha pure ringraziato per il dono dei fiori dai Paesi Bassi che, ha detto, "in una giornata tanto bella” ma anche "tanto brutta per la pioggia”, hanno fatto da cornice alla celebrazione. Infine un auspicio:
"Portate nelle vostre case e a quanti incontrate il gioioso annuncio che è risorto il Signore della vita, recando con sé amore, giustizia, rispetto e perdono”.

05/04/2015 fonte: Radio Vaticana

Papa: Urbi et Orbi, abbiamo il coraggio del perdono e della pace

Con Gesù Cristo che è risorto "l’amore ha sconfitto l’odio, la vita ha vinto la morte, la luce ha scacciato le tenebre”: per questo, in un mondo che "propone di imporsi a tutti costi”, cerchiamo di "non cedere all’orgoglio” che alimenta violenza e guerre, ma di avere il "coraggio umile” del perdono e della pace. Questo il messaggio di Pasqua di Papa Francesco che dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana ha impartito la benedizione Urbi et Orbi, subito dopo aver presieduto in Piazza San Pietro la Santa Messa ed aver compiuto un giro sulla papamobile per salutare i fedeli e augurare loro buona Pasqua. Il servizio di Giada Aquilino:


Il coraggio umile di Cristo
Dal Signore risorto imploriamo la grazia di "non cedere all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre”, ma di avere il "coraggio umile” del perdono e della pace. Così Papa Francesco, dopo che una pioggia quasi incessante aveva accompagnato la Santa Messa di Pasqua in Piazza San Pietro, ha pregato e benedetto la città di cui è vescovo, Roma, e il mondo.
Cristiani perseguitati
Immediato il riferimento a quanti perseguitati:
"A Gesù vittorioso domandiamo di alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome, come pure di tutti coloro che patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso. Ne sono tante”.
I Paesi sconvolti dai conflitti
Quindi il pensiero del Papa è andato alle tante realtà di guerra e sofferenza, come in Siria e Iraq:
"Cessi il fragore delle armi e si ristabilisca la buona convivenza tra i diversi gruppi che compongono questi amati Paesi. La comunità internazionale non rimanga inerte di fronte alla immensa tragedia umanitaria all’interno di questi Paesi e al dramma dei numerosi rifugiati”.
Implorata la pace per tutti gli abitanti della Terra Santa:
"Possa crescere tra Israeliani e Palestinesi la cultura dell’incontro e riprendere il processo di pace così da porre fine ad anni di sofferenze e divisioni”.
La preghiera di Francesco si è estesa alla Libia, affinché - ha detto - "si fermi l’assurdo spargimento di sangue in corso e ogni barbara violenza” e ci si adoperi "per favorire la riconciliazione e per edificare una società fraterna che rispetti la dignità della persona”. Poi allo Yemen, perché "prevalga una comune volontà di pacificazione per il bene di tutta la popolazione”. Con "speranza” ha affidato al Signore misericordioso "l’intesa raggiunta in questi giorni a Losanna” sul nucleare iraniano, affinché - ha auspicato - "sia un passo definitivo verso un mondo più sicuro e fraterno”. Il dono della pace è stato implorato dal Pontefice pure per la Nigeria, il Sud Sudan, il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo:
"Una preghiera incessante salga da tutti gli uomini di buona volontà per coloro che hanno perso la vita – uccisi giovedì scorso nell’Università di Garissa, in Kenia –, per quanti sono stati rapiti, per chi ha dovuto abbandonare la propria casa ed i propri affetti”.
La Risurrezione del Signore porti luce inoltre all’amata Ucraina, ha proseguito il Pontefice, non dimenticando " quanti hanno subito le violenze del conflitto degli ultimi mesi”:
"Possa il Paese ritrovare pace e speranza grazie all’impegno di tutte le parti interessate”.
Le nuove e vecchie schiavitù
Il Papa ha chiesto pace e libertà per i tanti uomini e donne "soggetti - ha sottolineato - a nuove e vecchie forme di schiavitù da parte di persone e organizzazioni criminali”:
"Pace e libertà per le vittime dei trafficanti di droga, tante volte alleati con i poteri che dovrebbero difendere la pace e l’armonia nella famiglia umana. E pace chiediamo per questo mondo sottomesso ai trafficanti di armi, che guadagnano col sangue degli uomini e delle donne”.
Gesù rimane sempre con i sofferenti
La voce del Signore Gesù che dona pace e assicura di rimanere "sempre” con noi - ha affermato Francesco - giunga dunque agli emarginati, ai carcerati, ai poveri e ai migranti "che tanto spesso sono rifiutati, maltrattati e scartati”, ai malati e ai sofferenti, ai bambini e specialmente a quelli che, ha aggiunto, "subiscono violenza”, a quanti "sono nel lutto” e agli uomini e alle donne "di buona volontà”. A tutti, ha spiegato il Papa, Gesù con la sua morte e risurrezione indica "la via della vita e della felicità”: la via è "l’umiltà, che comporta l’umiliazione” della morte sulla croce. Solo chi si umilia può andare "verso Dio”, perché "l’orgoglioso guarda dall’alto in basso, l’umile guarda dal basso in alto”.
Chinarsi nel mistero pasquale
D’altra parte, il mattino di Pasqua, Pietro e Giovanni - avvertiti dalle donne - corsero al sepolcro e lo trovarono aperto e vuoto; si avvicinarono e si "chinarono” per entrare nel sepolcro. Per entrare nel mistero, ha ricordato il Papa, bisogna "chinarsi, abbassarsi. Solo chi si abbassa - ha aggiunto - comprende la glorificazione di Gesù e può seguirlo sulla sua strada”:
"Il mondo propone di imporsi a tutti costi, di competere, di farsi valere… Ma i cristiani, per la grazia di Cristo morto e risorto, sono i germogli di un’altra umanità, nella quale cerchiamo di vivere al servizio gli uni degli altri, di non essere arroganti ma disponibili e rispettosi”.
Auguri in una giornata tanto bella ma anche tanto brutta per la pioggia
Augurando buona Pasqua ai presenti in Piazza San Pietro e a quanti collegati attraverso i mezzi di comunicazione sociale, il Papa ha pure ringraziato per il dono dei fiori dai Paesi Bassi che, ha detto, "in una giornata tanto bella” ma anche "tanto brutta per la pioggia”, hanno fatto da cornice alla celebrazione. Infine un auspicio:
"Portate nelle vostre case e a quanti incontrate il gioioso annuncio che è risorto il Signore della vita, recando con sé amore, giustizia, rispetto e perdono”.

05/04/2015 fonte: Radio Vaticana

È possibile parlare di Cristo risorto

di Angelo Busetto

Come parlare di Cristo risorto? Appena tenti di toccarlo, Egli svanisce come davanti alle mani protese della Maddalena; appena gli occhi si aprono a intravvederlo, non lo vediamo più alla nostra tavola, come i discepoli di Emmaus.

Se andiamo a ricercare i segni della risurrezione nel gran campo del mondo, tutto sembra soccombere nella voragine del male assoluto. La mamma che vede partire il figlio per la gita scolastica a Parigi nel giorno in cui un aereo viene scagliato contro le montagne, vive un incubo fino a quando il figlio non rientra a casa. Il cuore umano è un mistero di male e di bene. Il male si accanisce contro uomini e donne e bambini, rapiti e uccisi; contro chiese e case, e musei che custodiscono il passato e aprono il futuro; contro bimbi appena concepiti nel grembo; contro il sentimento amoroso di padri e madri; corrompe avvenimenti e persone nella menzogna delle parole e delle promesse, e rinchiude ciascuno nel cerchio di un’ingorda soddisfazione.

Nello stesso tempo, il cuore umano freme per la voglia di vivere: i fiori di primavera ci spuntano sotto i piedi. Un gesto di accoglienza e di perdono, accolto o trasmesso, risana la vita. Vedi fidanzati decisi a una dedizione duratura; sperimenti la grata compagnia di sposi fedeli; ti sorprendi per la pazienza infinita della donna accanto al marito malato. Dio è qui, Trinità che ci ha creati a sua immagine e somiglianza; siamo specchio dell’intelligenza e dell’amore divino.

È possibile parlare di Cristo risorto perché la risurrezione non è l’incantato risveglio di un uomo che s’era pacificamente addormentato nella morte. Risorge il Crocifisso, colui che è entrato nel prodigio e nel dramma della nostra umanità, nella tragedia del rinnegamento e del tradimento, della sofferenza e della morte. Il Figlio di Dio, disceso a raccogliere l’umanità fino all’estremo confine della perdizione, risorge per portare a compimento l’opera di ricostruzione dell’umano. Continua a percorrere le strade del mondo, cerca e ama ciò che era perduto; risana l’uomo ferito dai malfattori e perdona la donna perduta. Cristo risorto non si è rifugiato nel trono dei cieli ma entra nelle nostre case, semina misericordia e raccoglie il frutto della speranza. 

Ci fa suoi amici e continua a condividere la vita con noi. Nella fatica e nel dolore dei giorni, una grazia dirompente ci accompagna, rianima i cuori affranti e guarisce le anime ferite. Riporta a bellezza i volti delle persone e ricostruisce ogni giorno le mura della nuova Gerusalemme, la Chiesa, dove Egli ci convoca perché lo testimoniamo al mondo. 

05/04/2015 fonte: la nuova bussola quotidiana

Sacerdote irakeno: Anche fra i profughi di Mosul, la vita e la resurrezione vincono sulla morte

Gli oltre 130mila rifugiati sostenuti nella speranza dalla fede. La visita del card. Fernando Filoni, inviato del papa, rafforza la percezione di "non essere lasciati soli”. La Veglia pasquale preparata sotto una grande tenda per mille persone.


Erbil (AsiaNews) – "Anche se le nostre sofferenze, quelle dei profughi e quelle di tutto l’Iraq si prolungano, la nostra speranza rimane fondata nel Signore che è risorto. Lui è il Signore della Vita e la vita vince sempre sulla morte; ormai domina la resurrezione”.

E’ quanto dice ad AsiaNews p. Janan Shamil Azeez, sacerdote della diocesi caldea di Erbil, la capitale del Kurdistan irakeno, a pochi giorni dalla Pasqua. Dallo scorso giugno la Chiesa di Erbil sostiene ogni giorno il peso e la vita di oltre 130mila profughi cristiani fuggiti da Mosul dopo la conquista della città da parte dell’esercito islamico. Le ferite della fuga, l’impoverimento e la ricerca di alloggi sono il dramma quotidiano a cui i cristiani fanno fronte. Proprio per questo AsiaNews ha lanciato da mesi la campagna "Adotta un cristiano di Mosul”, attraverso cui ha raccolto e inviato circa 1,3 milioni di euro.

In questo periodo i profughi hanno perso la speranza di poter tornare presto alle loro case. Le vittorie dell’esercito irakeno a Tikrit sono ancora lontane da Mosul. Per questo l’impegno per i rifugiati sta cercando una transizione verso qualcosa di più stabile. Ormai i campi profughi non sono più fatti da tende, ma da container in cui le famiglie possono vivere con più spazio e con minore dipendenza dal clima torrido in estate e freddo in inverno. La Chiesa caldea ha anche trovato oltre 600 case in affitto per migliaia di famiglie. Avere una casa – pur abitata da due o tre famiglie – significa un passo in più verso la normalità. "Le persone – spiega un sacerdote del luogo – si impegnano nella pulizia, nell’abbellimento, cercano un lavoro, pur rimanendo nella precarietà”.

In questi giorni, ad accrescere la speranza, contribuisce anche la visita del card. Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, inviato da papa Francesco per far sentire la sua vicinanza alla popolazione irakena e in special modo ai rifugiati.  P. Jamal, che è anche segretario di mons. Bashar Warda, il vescovo caldeo di Erbil, spiega: "Il card. Filoni è  stato accolto in modo molto caloroso, la gente lo festeggia con calore perché è un inviato del papa. Tutti percepiscono di non essere soli nella loro sofferenza e trovano la forza di continuare a sopportare. Fin dall’inizio di questo dramma, i profughi e i vescovi hanno sempre chiesto: Non lasciateci soli!”.

In passato, il prefetto di Propaganda Fide è stato nunzio in Iraq ed era già venuto nel Paese all’inizio di giugno lo scorso anno, proprio quando è cominciata la tragedia dell’esodo da Mosul.

"Con l’arrivo del card. Filoni – spiega ancora p. Janan -  è anche partita l’iniziativa della diocesi di Roma, "una colomba per la pace”, il dono di un dolce pasquale per ogni famiglia di rifugiati. Io stesso sono andato a ritirarle e stiamo ora distribuendole alle famiglie come  dono del Santo Padre. Saranno almeno 15-20mila colombe”.

Il card. Filoni sta facendo visita a tutte le diocesi del Kurdistan, dove ci sono accampamenti di profughi. Nei giorni scorsi è stato nel nord, ad Al Qosh, Zakho e  Duhoc. Ora è ad Erbil. Dove celebrerà la Veglia pasquale insieme al patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako. La celebrazione sarà tenuta all’interno di una grande tenda che accoglie almeno un migliaio di persone. La tenda è stata issata in un quartiere nuovo di Ankawa [la zona cristiana di Erbil]. La messa verrà trasmessa anche dalla televisione curda.

Il giorno di Pasqua, il porporato andrà a visitare le comunità di Sulaymaniyya e Kirkuk.

"La resurrezione – conclude p. Janan -  è il punto fondamentale della nostra fede: non soltanto in questo periodo di prova e di dolore. Nella nostra tradizione orientale, non ci fermiamo mai alla croce: la croce non è una maledizione, ma uno strumento di gloria, che rimanda alla resurrezione”.

05/04/2015 fonte: Asia news

È vero che la Madonna libera le anime dal Purgatorio?









È bello avere un giornale come il vostro a cui rivolgersi, che spiega il pensiero e le leggi che regolano la Chiesa. A questo proposito vorrei sottoporvi una domanda: ho sentito parlare di Maria Santissima che scende in Purgatorio per liberare delle anime e portarle in Paradiso da Nostro Signore Gesù. Io e molte altre persone che conosco ci chiedevamo qual è la posizione della Chiesa a riguardo.
Patrizia Pecchioli

Prima di rispondere alla domanda specifica, bisogna ricordare che la dimensione del Purgatorio è dottrina comune della Chiesa, che non lo interpreta necessariamente come un luogo, quanto piuttosto come un’opportunità di purificazione post mortem e quindi come un dono della misericordia divina.

Affinché ciò sia chiaro bisogna ricordare che il Purgatorio non è una dottrina tardo medioevale: abbiamo testimonianze molto antiche di preghiera in suffragio e per la purificazione dei defunti che testimoniano tale credenza. Ad esempio alcune antiche iscrizioni tombali, fin dai secoli III-IV, chiedono preghiera per il defunto e ne invocano la purificazione, così come le liturgie funebri di suffragio e le preghiere private per i defunti sono attestate patristicamente fin dal sec. III (ad es. Tertulliano).

Il primo testo a fornire una dottrina del Purgatorio piuttosto compiuta fu il Prognosticon futuri saeculi di San Giuliano di Toledo (scritto fra il 687 e il 688), il quale con l’espressione ignis purgatorius (lib. II, cc. 20-23) descrive una prospettiva «purgante mediante fuoco». Si tratta di una descrizione che dà adito a pensare al Purgatorio come ad un luogo, ma ciò accade per la limitatezza del nostro linguaggio, in realtà quanto resta come veramente fondante in tale testo è l’opera di purificazione delle anime, che, sopravvissute alla morte del corpo, attendono sia la fine della purificazione, che la resurrezione della fine dei tempi. Ovviamente l’idea del fuoco proviene dalla memoria di Sap 3,6 (li ha saggiati come oro nel crogiuolo) e Sir 2,5 (perché con il fuoco si prova l’oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore).

Sul Purgatorio come luogo i cristiani non cattolici avrebbero molto da dire, in realtà se lo consideriamo una dimensione di misericordiosa purificazione troviamo un maggiore consenso da parte delle varie confessioni cristiane, soprattutto fra gli ortodossi. Nel frattempo, da San Giuliano in poi la Chiesa si è espressa almeno due volte e ufficialmente sul Purgatorio. La prima volta con la costituzione Benedictus Deus di Papa Benedetto XII (29 gennaio 1336), in cui il Pontefice sostiene: «Noi… definiamo che… le anime di tutti… nei quali non ci fu nulla da purificare quando morirono, e non ci sarà nemmeno in futuro quando moriranno, oppure qualora ci sia stato o ci sarà in essi qualcosa da purificare, una volta che siano stati purificati dopo la morte… furono, sono e saranno in cielo, nel regno dei cieli, nel celeste paradiso, con Cristo, associate alla compagnia degli angeli santi». Si noti che il nostro testo non parla di un luogo, ma piuttosto di una azione, la purificazione che precede, per chi ne avesse necessità, l’associazione a Cristo.

Il secondo testo è della Congregazione per la Dottrina della Fede (Lettera su alcune questioni concernenti l’escatologia) del 1979, ove prima di tutto si afferma che: la «Chiesa afferma la sopravvivenza e la sussistenza, dopo la morte, di un elemento spirituale, il quale è dotato di coscienza e di volontà, in modo tale che l’"io" umano sussista. Per designare un tale elemento, la Chiesa adopera la parola "anima"» (n. 3). Riaffermata la non mortalità dell’anima con questa bella definizione, che sarebbe preziosa da commentare dettagliatamente ma non è questa la sede, il documento prosegue adducendo che: la Chiesa «crede, infine, per quanto concerne gli eletti, ad una loro eventuale purificazione che è preliminare alla visione di Dio ed è, tuttavia, del tutto diversa dalla pena dei dannati. È quanto la Chiesa intende quando parla di Inferno e di Purgatorio» (n. 7).

Da quanto sopra ricordato bisogna rispondere alla domanda iniziale affermando che la Chiesa sostiene con certezza la sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo, come del resto sostiene un atto misericordioso di purificazione offerto a quelle anime che ne avessero necessità prima della visione beatifica. Questo non avviene necessariamente in un luogo: spazio e tempo sono categorie umane che non sappiamo quanto siano pertinenti per parlare della realtà conseguente alla morte.

Sostenere la discesa della Vergine in Purgatorio a «liberare» le anime e condurle in Paradiso è contrario ad un aspetto del secondo testo citato, in quanto la purificazione verrebbe vista come prigionia e punizione, mentre questa è del tutto diversa dalla pena dei dannati. La purificazione non ha caratteristica punitiva, sebbene la sua esperienza comporti la pena del non accesso alla visione di Dio, ma non ci è dato pensare che sia costituita da sofferenza ulteriore, quindi la sua conclusione dovrebbe essere ritenuta non alla stregua di una liberazione, ma piuttosto di una festa: in primis la festa dell’incontro con il Cristo.

Dunque: non sempre le nostre credenze devozionali rispecchiano appieno l’insegnamento ecclesiale; in questo caso, se consideriamo la purificazione come una punizione, finiamo per oscurare l’aspetto misericordioso dell’offerta di una occasione di purificazione delle anime da parte di Dio. Coinvolgere la Vergine in questa opera di misericordia innestata direttamente nel mistero di Cristo morto, risorto, asceso al cielo e glorificato non sarebbe strettamente necessario, se non nella misura in cui la si consideri opportunamente associata alla sorte del Figlio.
Senza nulla togliere alla Madonna, talora la devozione popolare rischia di sopraesaltarla con esiti controproducenti: in questo caso si potrebbero oscurare la dimensione cristica della misericordia della purificazione, incentrata sul Mistero Pasquale del Signore, inoltre passa quasi in secondo piano la dinamica trinitaria in cui consiste l’accesso alla visione beatifica, da intendere come piena comunione con Dio Trino, Padre, Figlio, Spirito.

5/04/2015 fonte: Aleteia



IL SANTO DEL GIORNO 23/03/2015 San Turibio de Mogrovejo Vescovo


Turibio nacque da nobile famiglia a Maiorca (Spagna), nel 1538. Studiò Diritto nelle università di Coimbra e Salamanca. Aveva 40 anni ed era Presidente del Tribunale di Granada quando, su indicazione del Re Filippo II, il Papa Gregorio XIII lo nominò Arcivescovo di Lima.
Precipitosamente, quasi da un giorno all'altro, fu innalzato un semplice laico alla dignità di vescovo della Santa Chiesa. Sono così le vie della Provvidenza, quando ella decide di realizzare un'opera.  Si verificò col giurista Turibio lo stesso che, poco più di mille anni prima, si era verificato con lo statista Sant'Ambrogio: in quattro domeniche consecutive, Turibio ricevette gli ordini minori; poche settimane dopo fu ordinato presbitero e, infine, consacrato vescovo.

L'insigne giurista si fa catechista

San Turibio di Mogrovejo arrivò alla sua arcidiocesi nel maggio 1581. All'inizio dovette affrontare la decadenza spirituale degli spagnoli colonizzatori, i cui abusi i sacerdoti non osavano correggere. Il nuovo arcivescovo attaccò il male alla radice. Molti dei colpevoli di intollerabili vizi e scandali cercavano di giustificarsi:
- Facciamo quello che è costume essere fatto qui...
- Ma Cristo è verità, e non costume!- egli replicava.
Con energia e, soprattutto, col suo esempio personale, mise un freno agli abusi, moralizzò i costumi e promosse la riforma del clero.
In poco tempo, l'ex-giurista si trasformò in un esimio catechista che evangelizzava gli indigeni con parole semplici ma ardenti. Percorse tre volte in visita pastorale tutto l'immenso territorio della sua arcidiocesi, viaggiando instancabilmente per migliaia di chilometri. Entrava nelle capanne miserabili, cercava gli indigeni fuggitivi, sorrideva loro paternamente, parlava loro con bontà nei loro idiomi e li conquistava a Cristo.

Grandi attività, intensa vita di devozione

Le tre visite pastorali gli occuparono più di dieci dei suoi venticinque anni di episcopato!
Convocò e presiedette tredici sinodi regionali di vescovi. Regolamentò e perfezionò la catechesi degli indigeni e fece stampare per loro i primi libri pubblicati nell'America del Sud: il Catechismo in spagnolo, in quéchua e in aymara. Fondò cento nuove parrocchie nella sua arcidiocesi.
Tutto questo senza pregiudicare in nulla il punto fondamentale di ogni apostolo autentico: la sua propria vita spirituale. Richiamò l'attenzione di tutti coloro che avevano vissuto insieme a lui la sua intensa vita di devozione, alla quale dedicava quotidianamente molte ore di preghiera e meditazione.

Immensa gioia: "Andrai alla Casa del Signore!"

Ebbe l'inestimabile soddisfazione di convertire migliaia di indigeni e di cresimare tre santi: San Martino di Porres, San Francesco Solano e Santa Rosa di Lima.
La morte lo colse nel corso della sua ultima visita pastorale, in una povera cappella a quasi 500 chilometri da Lima. Sentendo approssimarsi l'ora estrema, recitò il Salmo 122: "Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!". Spirò dolcemente alle 15,30 del 23 marzo 1606, un Giovedì Santo.
Benedetto XIII lo canonizzò nel 1726 e Giovanni Paolo II lo ha proclamato Patrono dell'Episcopato Latino- Americano nel 1983.

Fonte: Rivista Araldi del Vangelo, Marzo 2006

Tratti caratteristici della santità di San Turibio

San Turibio di Mogrovejo è stato perfettamente consapevole che il ministero pastorale ha un senso solamente se è vissuto in santità e se la promuove: è stata una evangelizzazione alla santità.
Contemplare la figura di San Turibio di Mogrovejo è contemplare la figura di un vescovo che si dedica con esuberante generosità al suo ministero, senza dare alcuna importanza alle difficoltà e agli inconvenienti che si possono eventualmente incontrare durante il cammino. 
Può sorgere allora legittima la domanda: quale è stato il segreto della santità di San Turibio di Mogrovejo?
Il segreto della santità di San Turibio, come di qualsiasi santo, è stato il suo essere prossimo a Dio, la sua fedeltà alla preghiera, elemento fondamentale del suo ministero apostolico. È un dato di fatto che nella vita spirituale la persona progredisce nella misura in cui prega. (...)
L'amore verso i bisognosi è stato pure un tratto caratteristico della fisionomia spirituale dell'Apostolo del Perù. Questo amore per i poveri si manifestava negli innumerevoli gesti realizzati dal Santo, dal suo tratto affabile con gli indi e i bisognosi, passando per la consegna ai poveri dei beni che riusciva ad ottenere, giungendo persino alla donazione dei suoi stessi vestiti, mobili, e utensili domestici.
In San Turibio rafforziamo la nostra convinzione che il tempo consacrato a Dio è garanzia di una fedele dedizione al compimento dei propri doveri e al servizio dei fratelli.
Nella preghiera, San Turibio Alfonso di Mogrovejo comprese che "una delle caratteristiche fondamentali del pastore dev'essere amare gli uomini che gli sono stati affidati, allo stesso modo di come ama Cristo, di cui è al servizio". Egli ha compreso il ministero pastorale come lo concepisce il nostro caro Papa Benedetto XVI, che ha detto nella Messa di inaugurazione del suo Ministero Petrino: "Pascere vuol dire amare; e amare vuol dire anche essere disposto a soffrire. Amare significa dare alle pecore il vero bene, l'alimento della verità di Dio, l'alimento della sua presenza, che Egli soltanto ci dà nel Santissimo Sacramento".

Il Papa: dove non c'è misericordia non c'è giustizia



Dove non c’è misericordia non c’è giustizia e tante volte oggi il popolo di Dio soffre un giudizio senza misericordia: così, in sintesi, Papa Francesco durante la Messa del mattino a Casa Santa Marta. Ce ne parla Sergio Centofanti:

I rigidi hanno una doppia vita
Commentando le letture del giorno e riferendosi anche ad un altro passo evangelico, Papa Francesco parla di tre donne e tre giudici: una donna innocente, Susanna, una peccatrice, l’adultera, e una povera vedova bisognosa: "Tutte e tre - spiega - secondo alcuni padri della Chiesa, sono figure allegoriche della Chiesa: la Chiesa Santa, la Chiesa peccatrice e la Chiesa bisognosa”. "I tre giudici sono cattivi” e "corrotti”, osserva il Papa: c’è innanzitutto il giudizio degli scribi e dei farisei che portano l’adultera a Gesù. "Avevano dentro il cuore la corruzione della rigidità”. Si sentivano puri perché osservavano "la lettera della legge”. "La legge dice questo e si deve fare questo”:
"Ma non erano santi questi, erano corrotti, corrotti perché una rigidità del genere soltanto può andare avanti in una doppia vita e questi che condannavano queste donne poi andavano a cercarle da dietro, di nascosto, per divertirsi un po’. I rigidi sono - uso l’aggettivo che dava Gesù loro – ipocriti: hanno doppia vita. Quelli che giudicano, pensiamo nella Chiesa - tutte e tre le donne sono figure allegoriche della Chiesa - quelli che giudicano con rigidità la Chiesa hanno doppia vita. Con la rigidità neppure si può respirare”.
Il popolo di Dio tante volte non trova misericordia
Poi ci sono i due giudici anziani che ricattano una donna, Susanna, perché si conceda, ma lei resiste: "Erano giudici viziosi – sottolinea il Papa - avevano la corruzione del vizio, in questo caso la lussuria. E si dice che quando c’è questo vizio della lussuria con gli anni diventa più feroce, più cattivo”. Infine, c’è il giudice interpellato dalla povera vedova. Questo giudice "non temeva Dio e non si curava di nessuno: non gli importava niente, soltanto gli importava di se stesso”: Era "un affarista, un giudice che col suo mestiere di giudicare faceva gli affari”. Era "un corrotto di denaro, di prestigio”. Questi giudici – rileva il Papa – l’affarista, i viziosi e i rigidi, "non conoscevano una parola, non conoscevano cosa fosse misericordia”:
"La corruzione li portava lontano dal capire la misericordia, l’essere misericordiosi. E la Bibbia ci dice che nella misericordia è proprio il giusto giudizio. E le tre donne - la santa, la peccatrice e la bisognosa, figure allegoriche della Chiesa - soffrono di questa mancanza di misericordia. Anche oggi, il popolo di Dio, quando trova questi giudici, soffre un giudizio senza misericordia, sia nel civile, sia sull’ecclesiastico. E dove non c’è misericordia non c’è giustizia. Quando il popolo di Dio si avvicina volontariamente per chiedere perdono, per essere giudicato, quante volte, quante volte, trova qualcuno di questi”.
Una delle parole più belle del Vangelo: "Neanche io ti condanno"
Trova i viziosi che "sono capaci di tentare di sfruttarli”, e questo "è uno dei peccati più gravi”; trova "gli affaristi” che "non danno ossigeno a quell’anima, non danno speranza”; e trova "i rigidi che puniscono nei penitenti quello che nascondono nella loro anima”. "Questo – dice il Papa - si chiama mancanza di misericordia”. Quindi, conclude:
"Vorrei soltanto dire una delle parole più belle del Vangelo che a me commuove tanto: ‘Nessuno ti ha condannata?’ – ‘No, nessuno, Signore’ – ‘Neanch’io ti condanno’. Neanche io ti condanno: una delle parole più belle perché è piena di misericordia”.

23/03/2015 fonte: Radio Vaticana

Papa: ai "tanti" che vogliono "vedere Gesù" offriamo il Vangelo, il crocifisso e la testimonianza della nostra fede

"I cristiani possono diventare 'chicchi di grano' e portare molto frutto se, come Gesù, 'perdono la propria vita' per amore di Dio e dei fratelli". Anche quest'anno Francesco ha fatto distribuire un Vangelo in piazza san Pietro. Oggi ricorre la Giornata mondiale dell'acqua, promossa dalle Nazioni Unite, "le acque del pianeta siano adeguatamente protette e nessuno sia escluso o discriminato nell'uso di questo bene, che è un bene comune per eccellenza".


Città del Vaticano (AsiaNews) - Ai "tanti" che "vogliono vedere Gesù", che "sono alla ricerca del volto di Dio, a chi ha ricevuto una catechesi da piccolo e poi non l'ha più approfondita", "possiamo offrire tre cose: il Vangelo; il crocifisso e la testimonianzadella nostra fede, povera, ma sincera. Il Vangelo: lì possiamo incontrare Gesù, ascoltarlo, conoscerlo. Il crocifisso: segno dell'amore di Gesù che ha dato sé stesso per noi. E poi una fede che si traduce in gesti semplici di carità fraterna". L'ha detto papa Francesco prima della recita dell'Angelus, al termine del quale anche quest'anno ha fatto distribuire tra i presenti un Vangelo.

"Secondo l'antica tradizione della Chiesa - ha spiegato alle 40mila persone presenti in piazza san Pietro -  durante la Quaresima si consegna il Vangelo a coloro che si preparano al Battesimo; così io oggi offro a voi che siete in piazza un Vangelo tascabile. Vi sarà distribuito gratuitamente da alcune persone senza fissa dimora che vivono a Roma. Anche in questo vediamo un gesto che piace a Gesù: i più bisognosi ci regalano la Parola di Dio. Prendetelo e portatelo con voi, per leggerlo spesso, un passo ogni giorno. La Parola di Dio è luce per il nostro cammino!".

Dopo la recita della preghiera mariana, il Papa ha voluto "ringraziare la calorosa accoglienza di tutti i napoletani" tra i quali si è recato ieri e ha anche ricordato che "oggi ricorre la Giornata mondiale dell'acqua, promossa dalle Nazioni Unite. L'acqua - ha aggiunto - è l'elemento più essenziale per la vita, e dalla nostra capacità di custodirlo e di condividerlo dipende il futuro dell'umanità. Incoraggio pertanto la Comunità internazionale a vigilare affinché le acque del pianeta siano adeguatamente protette e nessuno sia escluso o discriminato nell'uso di questo bene, che è un bene comune per eccellenza. Con san Francesco d'Assisi diciamo: «Laudato si', mi' Signore, per sora aqua, / la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta»".

In precedenza, Francesco aveva commentato il passo del Vangelo di oggi nel quale "alcuni 'greci', di religione ebraica, venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua, si rivolgono all'apostolo Filippo e gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù». Nella città santa, dove Gesù si è recato per l'ultima volta, c'è molta gente. Ci sono i piccoli e i semplici, che hanno accolto festosamente il profeta di Nazaret riconoscendo in Lui l'Inviato del Signore. Ci sono i sommi sacerdoti e i capi del popolo, che lo vogliono eliminare perché lo considerano eretico e pericoloso. Ci sono anche persone, come quei 'greci', che sono curiose di vederlo e saperne di più sulla sua persona e sulle opere da Lui compiute, l'ultima delle quali - la risurrezione di Lazzaro - ha fatto molto scalpore".

"«Vogliamo vedere Gesù»: queste parole, come tante altre nei Vangeli, vanno al di là dell'episodio particolare ed esprimono qualcosa di universale; rivelano un desiderio che attraversa le epoche e le culture, un desiderio presente nel cuore di tante persone che hanno sentito parlare di Cristo, ma non lo hanno ancora incontrato. Rispondendo indirettamente, in modo profetico, a quella richiesta di poterlo vedere, Gesù pronuncia una profezia che svela la sua identità e indica il cammino per conoscerlo veramente: «E' giunta l'ora che il figlio dell'uomo sia glorificato». E' l'ora della Croce! È l'ora della sconfitta di Satana, principe del male, e del trionfo definitivo dell'amore misericordioso di Dio. Cristo dichiara che sarà «innalzato da terra», un'espressione dal doppio significato: 'innalzato' perché crocifisso, e 'innalzato'  perché esaltato dal Padre nella Risurrezione, per attirare tutti a sé e riconciliare gli uomini con Dio e tra di loro. L'ora della Croce, la più buia della storia, è anche la sorgente della salvezza per quanti credono in Lui".

"Proseguendo nella profezia sulla sua Pasqua ormai imminente, Gesù usa un'immagine semplice e suggestiva, quella del "chicco di grano" che, caduto in terra, muore per portare frutto. In questa immagine troviamo un altro aspetto della Croce di Cristo: quello della fecondità. La morte di Gesù, infatti, è una fonte inesauribile di vita nuova, perché porta in sé la forza rigeneratrice dell'amore di Dio. Immersi in questo amore per il Battesimo, i cristiani possono diventare 'chicchi di grano' e portare molto frutto se, come Gesù, 'perdono la propria vita' per amore di Dio e dei fratelli. Per questo, a coloro che anche oggi 'vogliono vedere Gesù', a quanti sono alla ricerca del volto di Dio; a chi ha ricevuto una catechesi da piccolo e poi non l'ha più approfondita; a tanti che non hanno ancora incontrato Gesù personalmente...; a tutte queste persone possiamo offrire tre cose: il Vangelo; il crocifisso e la testimonianza della nostra fede, povera, ma sincera. Il Vangelo: lì possiamo incontrare Gesù, ascoltarlo, conoscerlo. Il crocifisso: segno dell'amore di Gesù che ha dato sé stesso per noi. E poi una fede che si traduce in gesti semplici di carità fraterna".

 
23/03/2015 fonte: Asia New

Pena di morte. Il Papa spiega perché no

di Massimo Introvigne

Il 20 marzo 2015 Papa Francesco ha reso pubblica una lettera alla Commissione internazionale contro la pena di morte, dove afferma di volere spiegare – con maggiore dettaglio rispetto a precedenti occasioni – perché oggi la Chiesa è contraria alla pena capitale. Il Pontefice è consapevole che, sul punto, la posizione della Chiesa Cattolica ha conosciuto un’evoluzione. Il «Catechismo della Chiesa Cattolica» del 1992 ricordava al n. 2667 che «l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani». 

Lo stesso «Catechismo» ricordava però che la Chiesa ha sempre fissato condizioni molto rigorose perché la pena di morte potesse essere applicata legittimamente. E concludeva che «oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo "sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”». 

La citazione finale è di san Giovanni Paolo II, tratta dall’enciclica «Evangelium vitae», e autorevoli interpreti come il cardinale americano Avery Dulles avevano già tratto dall’accenno alla «pratica inesistenza» conclusioni che tendevano a escludere del tutto la legittimità oggi della pena di morte. Con la lettera alla Commissione internazionale Papa Francesco interviene autorevolmente a sostegno di questa interpretazione.

Il Pontefice parte dalla considerazione evidente secondo cui la vita è sacra. Già sant’Ambrogio, ricorda Francesco, affermava citando il caso di Caino che «Dio non volle punire l'omicida con un omicidio, poiché vuole il pentimento del peccatore più che la sua morte». Dunque, commenta il Papa, «neppure l'omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante». Pertanto la pena di morte è contraria «al senso di ‘humanitas’ e alla misericordia divina, che dovrebbe essere un modello per la giustizia degli uomini. Implica un tratto crudele, inumano e degradante, come lo è anche l'angoscia che precede il momento dell’esecuzione e la terribile attesa tra la sentenza e l’applicazione della pena, una ‘tortura’ che in nome di un giusto processo, dura solitamente molti anni e che in attesa della morte non di rado porta alla malattia e alla follia».

Oggi la situazione è resa più grave dall’uso strumentale che della pena di morte fanno i «regimi totalitari», per non parlare dei «gruppi di fanatici» che trasformano le esecuzioni capitali in spettacoli via Internet  di cui sono spesso vittima «nuovi martiri» cristiani. 

La Chiesa sa bene che ancora oggi la pena di morte è applicata anche da Stati di diritto e membri rispettati della comunità internazionale. Ma resta, scrive il Papa, «un fallimento» della giustizia, «inammissibile per quanto grave sia il delitto della persona condannata» perché «non rende giustizia alle vittime, ma incoraggia la vendetta». Francesco cita Dostoevskij: «Uccidere chi ha ucciso è incomparabilmente più grande della stessa punizione del crimine. L'omicidio in virtù di una sentenza è più spaventoso dell'omicidio che commette un criminale». No, commenta il Pontefice, «non si raggiungerà mai la giustizia uccidendo un essere umano».

Nello sviluppo storico della sua dottrina, la Chiesa ha riflettuto sul fatto che «la giustizia umana è imperfetta» e «con l'applicazione della pena capitale si nega al condannato la possibilità di riparare o di emendare il danno commesso», «della confessione attraverso cui l'uomo esprime la propria conversione interiore» e della «contrizione che porta al pentimento e all'espiazione, per giungere all’incontro con l’amore misericordioso e risanatore di Dio». I dibattiti sul «modo umano» di amministrare la pena capitale non risolvono il problema. «Non c'è un modo umano di uccidere un'altra persona».

E Francesco ricorda le riserve che in altre occasioni ha espresso sulle condanne all’ergastolo senza speranza di liberazione, una specie di «pena di morte nascosta» che priva totalmente il condannato della speranza. Mentre la giustizia «può prendere il tempo dei colpevoli, ma non potrà mai prendere la loro speranza». E sono contrarie alla dottrina sociale della Chiesa anche le condizioni carcerarie che non rispettano la «dignità umana» dei detenuti. 

Francesco invita implicitamente a leggere anche il suo Magistero sulla pena di morte secondo l’ermeneutica della «riforma nella continuità», che nell’enciclica «Caritas in veritate» Benedetto XVI chiedeva di applicare non solo al Vaticano II ma a tutto l’insegnamento della Chiesa. C’è una riforma nelle parole di Francesco rispetto al Magistero precedente? Certamente sì. Il Papa invita ad accettarla lealmente, e mostra che si situa nella linea di uno sviluppo del Magistero che tiene conto di condizioni storiche e di contesti giuridici mutati, e che già era stato avviato da san Giovanni Paolo II.

23/03/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

Il matrimonio gay s'avvicina È ora di scendere in piazza
di Alfredo Mantovano

Il 17 marzo, mentre l’attenzione mediatica era concentrata sul "divorzio breve”, in Commissione Giustizia al Senato la sen. Cirinnà ha depositato il nuovo testo base "regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. 

Nel resoconto della Commissione si legge che la ridefinizione dell’articolato è avvenuta "anche tenendo conto delle risultanze emerse nel corso delle audizioni”: esso è quindi il testo col quale confrontarsi, nonostante nelle stesse ore senatori di Forza Italia abbiano depositato un proprio testo alternativo (per il cui esame si rinvia a breve). Da una prima lettura del "nuovo Cirinnà” emerge che le audizioni di cui la relatrice sembra aver "tenuto conto” paiono essere solo quelle delle associazioni Lgbt: la stesura attuale è, se possibile, più propensa della precedente, risalente al luglio 2014, ad attribuire alle "unioni civili” un regime sovrapponibile a quello della famiglia fondata sul matrimonio. Resta infatti la distinzione fra la disciplina delle "unioni civili”, espressione che nel testo viene riferita esclusivamente alle unioni fra persone dello stesso sesso, e disciplina delle "convivenze”, che è invece un regime light fruibile indifferentemente fra persone dello stesso o di diverso sesso.

Confrontando il nuovo testo con il precedente, la novità sostanziale è costituita dalla estensione alla parte dell’"unione civile” della possibilità di adottare il minore che sia figlio adottivo dell’altro coniuge, oggi prevista solo per il nuovo coniuge. È, in qualche misura, la trasposizione in legge del principio stabilito nel giugno 2014 dal Tribunale per i Minorenni di Roma. È evidente che, nel momento in cui si legittima il convivente dello stesso sesso a diventare genitore adottivo del figlio in precedenza adottato dell’altro convivente non vi è più alcun ostacolo all’adozione per il convivente dello stesso sesso di un partner che ha avuto il figlio da fecondazione eterologa: era esattamente questo il caso previsto dalla sentenza di quel Tribunale. Se il nuovo testo diventasse legge, l’estensione della possibilità di adozione oltre la previsione del figlio adottivo del convivente non attenderebbe l’eventuale pronuncia della Corte costituzionale: avverrebbe per via giurisprudenziale, sulla base dell’identità di ratio.

Il resto risistema la precedente stesura, con passaggi di più accentuata equiparazione fra matrimonio e unione civile; per es., sono richiamati in esplicito gli articoli del codice civile, 143, 144 e 147, dei quali viene data lettura al momento della celebrazione del matrimonio, insieme ad altri finora applicati solo al matrimonio. È confermata la partecipazione alla quota di legittima nella successione e, se proprio va individuata una ulteriore novità, essa è costituita dalla norma (di delega) pro sindaci sulle trascrizioni delle nozze fra persone dello stesso sesso contratte all’estero: l’applicazione della disciplina delle "unioni civili” viene fatta derivare in automatico da tali nozze. 

Qualche rapida considerazione, di merito e politica:

1. l’affievolimento del regime matrimoniale prodotto dall’uno-due "divorzio facile- divorzio breve” è affiancato dal prospettato rafforzamento del vincolo fra persone dello stesso sesso. Il che conferma una manovra complessiva che, indebolendo il primo e strutturando il secondo, punta alla completa parificazione di entrambi;

2. l’inserimento dell’adozione fa saltare in aria la logica dell’adozione, per come finora – e da decenni – è stata disciplinata in Italia. Come già nella sentenza del Tribunale per i Minorenni di Roma, anche nel "nuovo Cirinnà” prevale la prospettiva adultocentrica, che dimentica il dato essenziale secondo il quale il sistema dell’adozione ha lo scopo di attribuire al minore una famiglia, non quello di attribuire un minore a una famiglia. Finora per il nostro ordinamento l’"interesse superiore del minore” non è coinciso con l’interesse degli adulti che lo reclamano: neanche le coppie coniugate hanno potuto avanzare il  "diritto" di avere un figlio in adozione. Le caratteristiche dell’essere una coppia, unita in matrimonio, con una differenza di età con l'adottando fra i 18 e i 45 anni sono ispirate al criterio dell'imitatio naturae, hanno costituiscono i requisiti di ammissibilitá della domanda di adozione, e sono condizioni necessarie ma non sufficienti per essere considerati idonei all'adozione. Non sufficienti perché devono poi seguire le valutazioni dei servizi sociali e del Tribunale. La coppia costituita da persone dello stesso sesso, con il suo duplicare talune caratteristiche soggettive dei genitori, priva il minore di una varietá di esperienze relazionali: discostandosi dal modello familiare prevalente in natura, costringe il minore a uscire, per così dire, dalla sua "zona di comfort" ;

3. questo inserimento, se contrasta con la logica della adozione, è invece in linea con quella della sentenza della Corte costituzionale, la n. 162/2014, in tema di fecondazione eterologa e con la legislazione abortista. La sentenza 162 ha sancito la "libertà di autodeterminarsi” in ordine alla formazione di una famiglia con figli, chiudendo il cerchio aperto col riconoscimento del "diritto” di aborto: infatti, se la "libertà di autodeterminarsi” ha un peso tale da avere la meglio sulla vita di un figlio che già esiste e ha il solo limite di essere troppo giovane, è ovvio che incida parallelamente sulla possibilità di avere un figlio con gameti estranei alla coppia, a prescindere, dalla "identità genetica”. Nella medesima logica la "nuova Cirinnà” estende la "libertà di autodeterminarsi” a poter avere il figlio in adozione a prescindere dai requisiti fino a questo momento richiesti. Il figlio in questo modo diventa un oggetto: un oggetto da rimuovere se ha avuto la cattiva idea di essere concepito in contrasto con un’autodeterminazione che andava nella direzione opposta; un oggetto da ottenere perfino col patrimonio genetico – e quindi con l’identità – di altri se l’autodeterminazione si volge al suo conseguimento; ovvero da ottenere in adozione anche da single o coppie dello stesso sesso.

Coglierà la portata di queste disposizioni chi fra Camera e Senato finora ha dichiarato di voler sostenere la famiglia, e poi ha votato con convinzione il divorzio facile e quello breve? Ci si rende conto fuori dal Palazzo della posta in gioco, e quindi della necessità di far finalmente sentire – nelle piazze e con tutte le forme di dissenso possibile – la propria voce a chi sta dentro il Palazzo?

23/03/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 06/03/2015 Beata Rosa da Viterbo Vergine



Nel 1252 papa Innocenzo IV pensa di farla santa, e ordina un processo canonico, che forse non comincia mai. La sua fama di santità cresce ugualmente, e nel 1457 Callisto III ordina un nuovo processo, regolarmente svolto: ma nel frattempo muore, e Rosa non verrà mai canonizzata col solito rito solenne. Ma il suo nome è già elencato tra i santi nell’edizione 1583 del Martirologio romano. Via via si dedicano a lei chiese, cappelle e scuole in tutta Italia, e anche in America Latina.
Vita breve, la sua. Nasce dai coniugi Giovanni e Caterina, forse agricoltori nella contrada di Santa Maria in Poggio. Sui 16-17 anni, gravemente malata, ottiene di entrare subito fra le terziarie di san Francesco, che ne seguono la regola vivendo in famiglia. Guarita, si mette a percorrere Viterbo portando una piccola croce o un’immagine sacra: prega ad alta voce ed esorta tutti all’amore per Gesù e Maria, alla fedeltà verso la Chiesa. Nessuno le ha dato questo incarico. Viterbo intanto è coinvolta in una crisi fra la Santa Sede e Federico II imperatore. Occupata da quest’ultimo nel 1240, nel 1247 si è "data” accettandolo come sovrano.
Rosa inizia la campagna per rafforzare la fede cattolica, contro l’opera di vivaci gruppi del dissenso religioso, nella città dove comandano i ghibellini, ligi all’imperatore e nemici del papa. Un’iniziativa spirituale, ma collegata alla situazione politica. Per questo, il podestà manda Rosa e famiglia in domicilio coatto a Soriano del Cimino. Un breve esilio, perché nel 1250 muore Federico II e Viterbo passa nuovamente alla Chiesa. Ma non sentirà più la voce di Rosa nelle strade. La giovane muore il 6 giugno probabilmente del 1251 (altri pongono gli estremi della sua vita tra il 1234 e il 1252). Viene sepolta senza cassa, nella nuda terra, presso la chiesa di Santa Maria in Poggio. Nel novembre 1252 papa Innocenzo IV promuove il primo processo canonico (quello mai visto) e fa inumare la salma dentro la chiesa. Nel 1257 papa Alessandro IV ne ordina la traslazione nel monastero delle Clarisse. E forse vi assiste di persona, perché trasferitosi a Viterbo dall’insicura Roma (a Viterbo risiederanno i suoi successori fino al 1281).
La morte di Rosa si commemora il 6 marzo. Ma le feste più note in suo onore sono quelle di settembre, che ricordano la traslazione del corpo nell’attuale santuario a lei dedicato. Notissimo è il trasporto della "macchina” per le vie cittadine: è una sorta di torre in legno e tela, rinnovata ogni anno, col simulacro della santa, portata a spalle da 62 uomini. Si ricorda nel 1868 anche l’iniziativa del conte Mario Fani che col circolo Santa Rosa, a Viterbo, anticipava la Società della Gioventù Cattolica, promossa poi dai cattolici bolognesi con Giovanni Acquaderni. Nel 1922 Benedetto XV ha proclamato Rosa patrona della Gioventù Femminile di Azione Cattolica.
A Viterbo, di cui è patrona della città e compatrona della diocesi, è ricordata il 4 settembre, giorno della traslazione.


Papa, Stato non guadagni con medicina: curare, non lasciare morire

 di Giada Aquilino:

Quando "la logica dell’utilità” prende il sopravvento su quella "della solidarietà e della gratuità”, la società ha il "dovere” di custodire la persona umana. Lo ha detto il Papa ricevendo i partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, che in questi giorni in Vaticano è chiamata a riflettere sul tema: "Assistenza all’anziano e cure palliative”. Il tema, ha ricordato il presidente, mons. Ignacio Carrasco de Paula, non è solo una "giusta riconoscenza verso quanti ci hanno aperto le strade della vita” e una doverosa "valorizzazione della loro inalienabile dignità”, ma è anche un modo di riconoscere "il loro autentico protagonismo”.
Persona, dono prezioso anche quando diventa fragile
La persona umana rimane sempre preziosa, "anche se segnata dall’anzianità e dalla malattia”. Papa Francesco lo ha ribadito in Sala Clementina, riflettendo con i partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita sulla società contemporanea:
"La logica dell’utilità prende il sopravvento su quella della solidarietà e della gratuità, persino all’interno delle famiglie”.
Anziani oggi emarginati fino all'abbandono
Invece la persona, "amata da Dio”, è un bene per sé stessa e per gli altri, ha ricordato: "quando la sua vita diventa molto fragile e si avvicina la conclusione dell’esistenza terrena”, sentiamo la responsabilità di assisterla e accompagnarla nel modo migliore. Anzi: la Bibbia riserva una severa ammonizione per coloro che trascurano o maltrattano i genitori: lo stesso giudizio "vale oggi - ha sottolineato, ricordando i "tanti esempi” - quando i genitori, divenuti anziani e meno utili, rimangono emarginati fino all’abbandono”. L’invito del Pontefice è stato dunque a prendere spunto - con "cuore docile” - dalla Parola di Dio, contenuta nei comandamenti biblici, in particolare quello che ci chiede di onorare i genitori e "in senso lato ci rammenta l’onore che dobbiamo a tutte le persone anziane”:
"‘Onorare’ oggi potrebbe essere tradotto pure come il dovere di avere estremo rispetto e prendersi cura di chi, per la sua condizione fisica o sociale, potrebbe essere lasciato morire o ‘fatto morire’”.
"Tutta” la medicina ha quindi un ruolo speciale all’interno della società, come testimone "dell’onore che si deve alla persona anziana e ad ogni essere umano”:
"Evidenza ed efficienza non possono essere gli unici criteri a governare l’agire dei medici, né lo sono le regole dei sistemi sanitari e il profitto economico. Uno Stato non può pensare di guadagnare con la medicina. Al contrario, non vi è dovere più importante per una società di quello di custodire la persona umana”.
Anziani curati dall'amore familiare
Le cure palliative, ha sottolineato Francesco, finora "sono state un prezioso accompagnamento per i malati oncologici”, ma oggi sono "molte e variegate” le malattie spesso legate all’anzianità caratterizzate "da un deperimento cronico progressivo”, che quindi possono avvalersi di questo tipo di assistenza:
"Gli anziani hanno bisogno in primo luogo delle cure dei familiari - il cui affetto non può essere sostituito neppure dalle strutture più efficienti o dagli operatori sanitari più competenti e caritatevoli”.
Cure palliative, adeguato accompagnamento umano
Quando non autosufficienti o con malattia avanzata o terminale, gli anziani possono allora godere "di un’assistenza veramente umana”, con risposte adeguate alle loro esigenze, grazie alle cure palliative "offerte ad integrazione e sostegno delle cure prestate dai familiari”. Nella fase finale della malattia, le cure palliative hanno l’obiettivo di alleviare le sofferenze, assicurando "al paziente - ha aggiunto - un adeguato accompagnamento umano”:
"Si tratta di un sostegno importante soprattutto per gli anziani, i quali, a motivo dell’età, ricevono sempre meno attenzione dalla medicina curativa e rimangono spesso abbandonati. L’abbandono è la "malattia” più grave dell’anziano, e anche l’ingiustizia più grande che può subire: coloro che ci hanno aiutato a crescere non devono essere abbandonati quando hanno bisogno del nostro aiuto, del nostro amore e della nostra tenerezza”.
Scienza, ausilio per bene dell'uomo
L’incoraggiamento del Papa è stato a professionisti e studenti "a specializzarsi in questo tipo di assistenza” che, seppure "non salva la vita”, valorizza la persona. D’altra parte, ha proseguito, ogni conoscenza medica è davvero scienza "solo se si pone come ausilio in vista del bene dell’uomo”, un bene che - ha sottolineato - non si raggiunge mai "contro” la sua vita e la sua dignità. In tal modo si misura il vero progresso della medicina e della società tutta:
"Ripeto l’appello di san Giovanni Paolo II: ‘Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità’”.

06/03/2015 fonte: radio Vaticana

Card. Turkson: attenzione per i poveri e il creato in Papa Francesco

"Ecologia integrale ed orizzonte di speranza: l’attenzione per i poveri ed il Creato nel magistero di Papa Francesco”. Questo il tema della conferenza di Quaresima tenuta ieri sera in Irlanda dal card. Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. Il porporato è intervenuto presso la Pontificia Università San Patrizio di Maynooth, nell’ambito di un incontro quaresimale organizzato da "Trócaire”, l’organismo caritativo della Conferenza episcopale irlandese.
Salvaguardare il Creato, un dovere di tutti gli esseri umani
Quattro, in particolare, i punti messi in risalto dal card. Turkson: il primo riguarda il fatto che l’appello a tutelare l’ambiente riguarda tutti gli esseri umani, affinché si promuova uno sviluppo umano davvero autentico e sostenibile. D’altronde, la visione della Chiesa al riguardo – come evidenziato da Papa Francesco e dai suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – implica "la cura e la tutela della persona umana e del suo ambiente in tutte le dimensioni possibili”. In secondo luogo, il porporato ha evidenziato che la salvaguardia del Creato "è un dovere”: "Proteggere l’ambiente, sviluppare e vivere un’ecologia integrale – ha affermato il card. Turkson – in quanto basi per la pace nel mondo, è un dovere cristiano fondamentale”, "un dovere sacro”.
Distruggere l’ambiente è un peccato grave
Non solo: il presidente di Giustizia e Pace ha ribadito il legame essenziale tra umanità, Creato e giustizia, tanto che "violare uno di questi legami” e "distruggere l’ambiente è un peccato grave”. La persona giusta, infatti, è quella che "preserva la comunione con Dio, con il prossimo e con la terra e, così facendo, crea la pace”. In quest’ottica, inoltre, ha detto il card. Turkson, è importante "condividere i frutti del Creato con gli altri, specialmente con i poveri, gli stranieri, le vedove, gli orfani”. In terzo luogo, il porporato ha richiamato l’importanza di una "conversione ecologica” del cuore umano, ovvero di "un radicale e fondamentale cambiamento del nostro atteggiamento nei confronti del Creato, dei poveri e delle priorità dell’economia globale”.
Dare spazio alla religione per capire cosa è davvero importante
Dal suo canto, la religione, ha aggiunto il porporato, può dare un notevole contributo al tema della salvaguardia ambientale perché può aiutare ad "orientare e integrare gli esseri umani nell’universo, identificando cosa è davvero importante e cosa bisogna proteggere in quanto sacro”. "Dare spazio alla religione – dunque – può trasformare il nostro atteggiamento nei confronti dell’ambiente in un modo in cui gli approcci politici o economici non possono fare”.
Appello ad una nuova solidarietà globale
Infine, il card. Turkson ha lanciato un appello al dialogo e ad una "nuova solidarietà globale”, in cui "ciascuno può fare la sua parte ed ogni singola azione, non importa quanto piccola, può fare la differenza”. "Il bene della persona umana – ha concluso il porporato – e non il perseguimento del profitto, è il valore-guida per la ricerca del bene comune universale”. (A cura di Isabella Piro) 

06/03/2015 fonte: Radio Vaticana

Io voglio aiutare i ragazzi a diventare santi». Intervista al vescovo di San Francisco, “colpevole” di essere cattolico



di Benedetta Frigerio

Attaccato perché ha chiesto di insegnare la morale cattolica nelle scuole cattoliche, Salvatore Joseph Cordileone ci spiega perché è stato criticato dai media e lgbt Usa
cordileone-joseph-salvatore«C’è una grande confusione e una rinuncia a usare la ragione e a conoscere i fatti. Dicono che sono irremovibile, ma io non posso venire meno al mio compito di vescovo e pastore che deve difendere i più deboli dalla menzogna. Ho sempre ascoltato tutti. Ho spiegato di essere disposto ad aggiungere al regolamento altri punti della dottrina e ho sottolineato la differenza fra pubblico e privato, fra peccato e peccatore». Il "regolamento” di cui parla l’arcivescovo di San Francisco Salvatore Joseph Cordileone con tempi.it è quel documento che lo ha fatto finire in queste settimane sui maggiori giornali statunitensi. Persino il New York Times ne ha parlato e non certo per mettere in buona luce l’alto prelato che porta nel suo cognome chiare origini italiane. Nominato il 27 luglio del 2012 da papa Benedetto XVI a capo di una delle diocesi più liberal d’America, Cordileone non ha mai nascosto le sue idee e non è la prima volta che si trova a difendere pubblicamente la morale cristiana. Questa, volta, però, il caso è del tutto particolare, anche perché ad attaccarlo non ci sono solo i media progressisti o gli attivisti delle associazioni gay, ma gli stessi cattolici.
LE PROTESTE: «SI DIMETTA». Tutto è cominciato il 3 febbraio scorso, quando Cordileone ha dovuto mettere mano al rinnovo dei contratti degli insegnanti delle scuole superiori cattoliche della diocesi. «Il contratto – spiega – deve essere revisionato ogni quattro anni e io ho deciso di inserire diversi punti dottrinali su cui oggi si fa molta confusione, chiedendo che i docenti non li contraddicessero in aula e nella loro vita pubblica». Niente di strano. «Ho semplicemente ribadito che occorre seguire il magistero cattolico». L’arcivescovo ha, infatti, ricordato quale sia la posizione della Chiesa e del catechismo in merito alla morale sessuale, la contraccezione, l’uso delle cellule staminali. È scoppiato un putiferio. Un gruppo di docenti, genitori e alunni ha accusato Cordileone di tradire il Vangelo e di alimentare la discriminazione e la paura. Il Mercoledì delle ceneri è stata organizzata una fiaccolata di protesta davanti alla cattedrale di St. Mary in cui è stata data voce a uno studente omosessuale che ha detto: «Siamo qui a pregare che il cuore del vescovo si converta». Il giorno prima, un gruppo di legislatori democratici gli ha inviato una lettera chiedendogli di dimettersi. Diverse associazioni Lgbt lo hanno attaccato e nella campagna mediatica si è persino fatto avanti Sam Singer, uno dei più maggiori strateghi della comunicazione statunitense: «Stiamo tutti pregando perché papa Francesco rimuova l’arcivescovo di San Francisco».
«PROPONGO LA SANTITA’». «Dicono che fomento l’odio – spiega Cordileone a tempi.it -, ma non capiscono che la condanna dell’errore non coincide con quella della persona. Anzi, come ho ribadito, si condanna il peccato per amore della nostra fragile umanità». Un’umanità sempre più soggetta «alle continue sollecitazioni della mentalità che spinge verso condotte contrarie alla dignità dell’essere umano: mi sono mosso solo per amore verso i nostri ragazzi perché possano vivere da santi».
C’è un antefatto poco conosciuto, ma che spiega quali siano le intenzioni pastorali dell’arcivescovo nei confronti degli studenti e dei docenti delle scuole cattoliche. All’inizio dell’anno accademico, Cordileone parlando ai professori spiegò che i giovani che ogni giorno si incontrano in aula non sono una generazione perduta, come spesso si è portati a credere, ma che anche loro possono raggiungere grandi mete, se solo qualcuno è disposto a indicare loro una via. «Dobbiamo aiutare i ragazzi a diventare santi. Siamo qui per questo. E come si comincia? Bisogna partire dalle virtù eroiche dei servi di Dio che sono l’umiltà e la castità, non come rinunce ma come frutto dello sguardo sul nostro prossimo, creatura di Dio e, dunque, non manipolabile ma degno di rispetto». Dopo quel discorso, ricorda l’arcivescovo, molti professori «chiesero di parlarmi. Incontrai tanta gente di buona volontà che voleva capire come presentare a tutti queste virtù con decisione e carità». Oggi, però, dove sono? «Non mi stupisco che abbiano paura a mostrarsi pubblicamente. In queste quattro settimane sono stato attaccato da tutti i maggiori media, si è creato un clima da caccia alle streghe che penso abbia intimidito la maggioranza».
IL SOSTEGNO. Lui, da par suo, non indietreggia di un millimetro. «Quei politici che mi hanno accusato di voler controllare la condotta privata degli insegnanti, mentono. A loro ho risposto così: "Assumeresti come leader della tua causa qualcuno che parli e agisca pubblicamente contro il partito democratico? Assumeresti un repubblicano che insegni e agisca pubblicamente contro il tuo proposito? Se la risposta alla prima domanda è ‘sì’ e alla seconda è ‘no’, siamo d’accordo”. Io rispetto il tuo diritto ad assumere chi vuoi per portare avanti la tua missione. Semplicemente chiedo lo stesso rispetto».
Oggi l’arcivescovo ammette di sentirsi «spesso solo», anche se sente il sostegno di tanti che gli scrivono. «Ricevo lettere di fedeli da tutti gli Stati Uniti, incontro molti parrocchiani che pregano per me e anche altri preti e vescovi. A non farmi indietreggiare sono la loro vicinanza e le loro preghiere».


06/03&2015 fonte: tempi.it

E ora daremo all'islam anche la cattedrale di Cordova

di Rino Cammilleri

Eh, da due secoli la Spagna è così: una terra che trasuda cattolicesimo da ogni poro e un’élite politico-artistico-intellettuale che il cattolicesimo lo odia. Fino al punto di castrarsi pur di fare un dispetto alla moglie. L’ultima è questa: la giunta dell’Andalusia ha dato tempo fino a tutto marzo al Consiglio che regge la Cattedrale di Cordova di acconsentire a una cogestione paritaria con i musulmani, altrimenti andrà per vie legali. Il che, come fa osservare il foglio informativo dell’Aiuto alla Chiesa che Soffre, potrebbe anche voler dire esproprio. 

La cattedrale, infatti, era una moschea al tempo di Al-Andalus, e adesso gli islamici, aizzati dalla nouvelle vague fondamentalista, la rivogliono. In attesa di riprendersi, con calma, il resto. Certo, intanto si procede un pezzo alla volta: un numero di membri, nella gestione, uguale a quello della Chiesa. Poi si vedrà. Naturalmente, l’iniziativa è partita dai soliti pulpiti: la formazione Sinistra Unita ha accusato la Chiesa andalusa di avere occultato la «natura islamica» del monumento. E i centri islamici non si sono fatti pregare. Già: pregare. Infatti, secondo la dottrina islamica classica, un luogo in cui un musulmano ha pregato una volta diventa musulmano per sempre. Il caso di Cordova, com’è di certo nelle intenzioni, può costituire un precedente, perché i "mori” in Spagna ci sono stati otto secoli e non c’è quasi angolo che non ne conservi traccia. Bisognerà dunque aspettarsi una sequela di contenziosi, anche se gli interessati dovranno far presto, perché il buonismo politicamente corretto non durerà per sempre: già i popoli occidentali cominciano a dar segni di insofferenza e la storia insegna che ogni ideologia può in qualsiasi momento rovesciarsi nel suo contrario. 

Nel caso della cattedrale di Cordova e di tutti gli altri monumenti ex islamici di Spagna, l’«occultamento» è una bufala perché da anni non c’è guida turistica che non assilli i visitatori con la triste storia della cattiveria dei cristiani che hanno tentato a suo tempo di cancellare le meraviglie dell’arte arabesca. Ma basta farsi un giro su internet per verificare come ciò sia completamente falso. La stessa voce relativa di Wikipedia riporta "Moschea di Cordova”, che dedica alla "Cattedrale” un paragrafo. Il decano dei canonici della cattedrale, mons. Pérez Moya, ha replicato alla giunta che, se cercava una scusa, doveva cercare meglio, perché non c’è opuscolo informativo che non racconti l’intera storia dell’edificio sacro. Il quale, se vogliamo dirla tutta, non nacque come moschea, ma come chiesa: era la basilica visigota di San Vicente quella che l’emiro Abd al-Rahman trasformò in moschea nel 785 prima che san Ferdinando III di Castiglia la riportasse alla funzione originaria nel 1236. E, per l’esattezza, l’emiro rase al suolo la chiesa, cosa che i cristiani non fecero con la moschea, limitandosi a riattarla. 

L’edificio fu moschea per quattrocento anni, ma cattedrale per ottocento, se non vogliamo calcolare il tempo in cui fu chiesa visigota. Ma parlare di reciprocità con i musulmani non ha senso: è uno dei tanti elementi della logica occidentale che la loro filosofia non è in grado di intendere. Tra un’ideologia islamista per cui la religione è tutto e una filosofia per cui la religione è niente il dialogo è tra sordi e tutto si risolve in base ai rapporti di forza. Oggi l’islam religioso-politico (ma dov’è la differenza?) avanza negli spazi in cui l’Occidente arretra. Coi petrodollari, per vie legali o coi cannoni, a seconda delle circostanze. Senza, naturalmente, cedere una virgola in cambio. 

La moschea di Cordova fu a lungo la più grande di tutto l’islam, anche se pare contenga un clamoroso errore: il mihrab non indica la Mecca ma è genericamente rivolto a Sud. Si tratta della nicchia che, in ogni moschea, addita la direzione della Ka’ba verso la quale si deve pregare. È molto importante per la sal?t (la preghiera obbligatoria), tant’è che sugli aerei di linea di compagnie islamiche una scritta mobile viene proiettata onde consentire ai passeggeri di sapere dove volgersi (nelle stanze degli alberghi c’è un’iscrizione sulla parete); esistono anche tappeti da preghiera con bussola incorporata. Come sappiamo, fu san Ferdinando III, re di Castiglia e León, il Conquistatore dell’Andalusia, a ripristinare il culto cristiano nella moschea di Cordova nel 1236.

L’edificio non fu toccato fino al XVI secolo, quando, completata la Riconquista della Spagna al cristianesimo, diverse colonne centrali vennero rimosse per dar luogo all’attuale meraviglia architettonica che fonde gli stili gotico, rinascimentale e barocco su quello arabo. Il progetto di modifica diede luogo a dispute anche accese, e lo stesso Carlo V avrebbe preferito lasciare le cose come stavano. Ma era l’epoca dell’euforia per il ritrovato Regno Cattolicissimo e gli spagnoli si comportarono come il fidanzato che, viste nella stanza dell’amata le foto di chi l’aveva preceduto, pretende che le si sostituisca con le sue. Ma i cristiani almeno lasciavano le cornici, se erano belle. Cosa che non si può dire degli altri. 

06/03/2015 fonte La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 20/02/2015 Sant' Eleuterio di Tournai Vescovo


Questo nome inconsueto ai nostri giorni fu assai comune nei primi secoli del cristianesimo appartenendo a ben quattordici santi, tra cui un papa che governò la Chiesa dal 175 al 189 e viene festeggiato il 26 maggio come martire, benché il suo martirio non sia comprovato da testimonianze storiche attendibili. Oggi il Martirologio Romano ricorda due vescovi con lo stesso nome: S. Eleuterio di Costantinopoli, che resse la Chiesa bizantina in un'epoca imprecisata (inizio del secondo secolo o addirittura fine del quinto secolo), e S. Eleuterio, vescovo di Tournai in Belgio, dov'è molto diffusa la sua devozione.
Questo santo, popolare nel nord d'Europa, visse in un periodo assai travagliato nella storia della nazione francese: la data di nascita è presumibilmente il 456 e quella della morte il 531. 
E’ l'epoca in cui la Gallia, già meta di varie migrazioni barbariche, come quella dei Burgundi e dei Visigoti - convertitisi malamente al cristianesimo, essendo passati dall'idolatria all'eresia ariana - divenne terra di conquista dei Franchi di re Clodoveo. Alla conversione di questi contribuirono la moglie cristiana, Clotilde, venerata come santa, il vescovo di Reims, S. Remigio, e anche S. Eleuterio, eletto vescovo di Tournai nel 484, quando Clodoveo aveva fatto di questa città la capitale del suo regno, prima di muovere alla conquista della regione parigina.
Benchè non possediamo alcun testo storicamente sicuro sull'attività di questo santo vescovo e sulla sua opera missionaria, molti aneddoti sulla sua vita e sui suoi contatti col re pagano Clodoveo ci sono riferiti in una biografia attribuita a S. Medardo, coetaneo e addirittura compagno di giochi, nella fanciullezza, di S. Eleuterio. Lo stesso Medardo gli predisse che un giorno sarebbe divenuto vescovo, ma quella profezia equivaleva a un augurio di vita difficile se non addirittura di martirio. I popoli barbari, che dalle regioni orientali si riversavano nelle verdi colline della Francia, non conoscevano altra autorità che quella del loro re. Al vescovo di Tournai toccò il compito di gettare il seme della parola di Dio in un rozzo popolo idolatra, i Franchi, che nel 506 riceveranno in massa il battesimo sull'esempio del loro re, dopo la vittoria sugli Alemanni a Tolbiac. Ma l'onore di questa abbondante messe toccherà a S. Remigio. Di S. Eleuterio umile e infaticabile operaio evangelico, che ebbe come campo di lavoro la nuova frontiera del cristianesimo, rappresentata dai popoli barbari, resta l'urna funeraria conservata nella cattedrale di Tournai, meta di continui pellegrinaggi.

Il Papa: mai usare Dio per coprire l'ingiustizia



I cristiani, specie in Quaresima, sono chiamati a vivere coerentemente l’amore a Dio e l’amore al prossimo. E’ uno dei passaggi chiave dell’omelia che Francesco ha pronunciato nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Francesco ha messo dunque in guardia da chi invia un assegno alla Chiesa e poi si comporta ingiustamente con i suoi dipendenti.
  di Alessandro Gisotti:


Il popolo si lamenta davanti al Signore perché non ascolta i suoi digiuni. Papa Francesco ha mosso la sua meditazione partendo dal brano di Isaia nella prima Lettura. E subito ha sottolineato che bisogna distinguere tra "il formale e il reale”. Per il Signore, ha osservato, "non è digiuno, non mangiare la carne” ma poi "litigare e sfruttare gli operai”. Ecco perché Gesù ha condannato i farisei perché facevano "tante osservanze esteriori, ma senza la verità del cuore”.
L’amore a Dio e all’uomo sono uniti, fare penitenza reale
Il digiuno che vuole Gesù invece è quello che scioglie le catene inique, rimanda liberi gli oppressi, veste i nudi, fa giustizia. "Questo – ha ribadito il Papa – è il digiuno vero, il digiuno che non è soltanto esterno, un’osservanza esterna, ma è un digiuno che viene dal cuore”:
"E nelle tavole della legge c’è la legge verso Dio e la legge verso il prossimo e tutte e due vanno insieme. Io non posso dire: 'Ma, no, io compio i tre comandamenti primi… e gli altri più o meno'. No, se tu non fai questi, quello non puoi farlo e se tu fai questo, devi fare questo. Sono uniti: l’amore a Dio e l’amore al prossimo sono una unità e se tu vuoi fare penitenza, reale non formale, devi farla davanti a Dio e anche con il tuo fratello, con il prossimo”.
Peccato gravissimo usare Dio per coprire l’ingiustizia
Si può avere tanta fede, ha proseguito, ma – come dice l’Apostolo Giacomo – se "non fai opere è morta, a che serve”. Così, se uno va a Messa tutte le domeniche e fa la comunione, gli si può chiedere: "E com’ è il tuo rapporto con i tuoi dipendenti? Li paghi in nero? Paghi loro il salario giusto? Anche versi i contributi per la pensione? Per assicurare la salute?”:
"Quanti, quanti uomini e donne di fede, hanno fede ma dividono le tavole della legge: ‘Sì, sì io faccio questo’ – ‘Ma tu fai elemosina?’ – ‘Sì, sì, sempre io invio un assegno alla Chiesa’ – ‘Ah, beh, va bene. Ma alla tua Chiesa, a casa tua, con quelli che dipendono da te - siano i figli, siano i nonni, siano i dipendenti - sei generoso, sei giusto?’. Tu non puoi fare offerte alla Chiesa sulle spalle della ingiustizia che fai con i tuoi dipendenti. Questo è un peccato gravissimo: è usare Dio per coprire l’ingiustizia”.
"E questo – ha ripreso – è quello che il profeta Isaia in nome del Signore oggi ci fa capire”: "Non è un buon cristiano quello che non fa giustizia con le persone che dipendono da lui”. E non è un buon cristiano, ha soggiunto, "quello che non si spoglia di qualcosa necessaria a lui per dare a un altro che abbia bisogno”. Il cammino della Quaresima, ha detto ancora, "è questo, è doppio, a Dio e al prossimo: cioè, è reale, non è meramente formale. Non è non mangiare carne solamente il venerdì, fare qualcosina, e poi fare crescere l’egoismo, lo sfruttamento del prossimo, l’ignoranza dei poveri”. C’è chi, ha raccontato il Papa, se ha bisogno di curarsi va in ospedale e siccome è socio di una mutua subito viene visitato. "E’ una cosa buona – ha commentato il Papa – ringrazia il Signore. Ma, dimmi, hai pensato a quelli che non hanno questo rapporto sociale con l’ospedale e quando arrivano devono aspettare 6, 7, 8 ore?”, anche "per una cosa urgente”.
A Quaresima, facciamo posto nel cuore per chi ha sbagliato
E c’è gente qui, a Roma, ha avvertito, che vive così e la Quaresima serve "per pensare a loro: cosa posso fare per i bambini, per gli anziani, che non hanno la possibilità di essere visitati da un medico?”, che magari aspettano "otto ore e poi ti danno il turno per una settimana dopo”. "Cosa fai per quella gente? Come sarà la tua Quaresima?”, domanda Francesco. "Grazie a Dio io ho una famiglia che compie i comandamenti, non abbiamo problemi…” – "Ma in questa Quaresima – chiede ancora il Papa - nel tuo cuore c’è posto per quelli che non hanno compiuto i comandamenti? Che hanno sbagliato e sono in carcere?”: 
"‘Ma con quella gente io no…’  - ‘Ma tu, lui è in carcere: se tu non sei in carcere è perché il Signore ti ha aiutato a non cadere. Nel tuo cuore i carcerati hanno un posto? Tu preghi per loro, perché il Signore li aiuti a cambiare vita?’ Accompagna, Signore, il nostro cammino quaresimale perché l’osservanza esteriore corrisponda a un profondo rinnovamento dello Spirito. Così abbiamo pregato. Che il Signore ci dia questa grazia”.

20/02/2015 fonte: Radio vaticana


Incontro del Papa con i parroci romani - L'Osservatore Romano



Papa Francesco ha incontrato oggi nell’Aula Paolo VI in Vaticano i parroci romani sul tema dell’Ars celebrandi, in particolare sull’omelia. Per prepararsi all’incontro i sacerdoti hanno ricevuto un intervento del 2005 che l’allora cardinale Bergoglio tenne presso la Congregazione per il Culto Divino proprio su questo tema. Ascoltiamo in proposito la riflessione di don Fabio Bartoli, parroco della Chiesa di San Benedetto, al microfono di Sergio Centofanti:
R. - Mi ha colpito molto innanzi tutto un riferimento che lui faceva sulla necessità di recuperare il senso dello stupore nella Liturgia; mi ha colpito l’idea che lui ha sottolineato di come alla fine non è capace di stupore né il sacerdote che celebra in una maniera rubricistica, attento soltanto alle norme, ma nemmeno il sacerdote che celebra in una maniera sciatta. Quindi tutte e due le cose: evitare il rubricismo e la sciatteria, avendo questa cura di comunicare il senso dello stupore che noi per primi dobbiamo provare di fronte alla celebrazione.
D. – Papa Francesco parla anche del contatto con la gente …
R. - Assolutamente, perché tu non puoi parlare di cose astratte che interessano solamente te. È evidente che bisogna partire dal vissuto della gente, da quella che è la loro esperienza, la loro sofferenza, la loro fatica. Però, per guidarle appunto a questo senso dello stupore. Anche questo è importante perché poi se c’è una cosa che la nostra gente ha perduto è proprio questo senso dello stupore e del sacro. Il momento fondamentale dell’omelia è proprio questo: essere aderenti alla vita per condurre di nuovo questa vita verso l’incontro con il sacro, verso l’esperienza del sacro ma interiorizzata, per cui a partire dalla loro storia, dalla loro situazione.
D. – In che contesto operano oggi i parroci romani?
R. – Credo che in generale questa città soffre molto di quel male di cui soffrono tutte le città: una vita che è ormai percepita in una maniera completamente orizzontale, senza nessun riferimento al trascendente, senza nessun riferimento a Dio. Per cui penso che - a prescindere dal contesto concreto, cioè di borgata oppure più intellettuale o più sociale in cui ci si può trovare ad operare – un tratto comune che dobbiamo avere tutti è proprio questo senso del trascendente, del primato di Dio che dobbiamo riportare ognuno nel suo specifico, nel modo caratteristico che richiede la sua comunità però che dobbiamo tutti noi riportare al centro.
D. – Che cosa sta dicendo Papa Francesco alla sua diocesi?
R. – Credo che il Papa stia esortando noi sacerdoti innanzitutto ad essere profondamente con il nostro popolo; lo ha detto fin dall’inizio: ricordi il famoso discorso del pastore che deve avere lo stesso odore delle pecore? Ci esorta ad essere vicino alla nostra  gente per amarla, per volergli bene e per condurla a Cristo. Penso che a partire da quella intuizione iniziale – ormai di due anni fa – ogni cosa che dice sia una specificazione ulteriore che va sempre in questa direzione.

20/02/2015 fonte: Radio Vaticana


Padre Samir: "Per l'Isis la Libia è la porta d'Europa"

di Marta Petrosillo

«Il rischio è reale. Gli attentati a Parigi e Copenaghen, la minaccia all’Italia mostrano che lo Stato islamico ha l’Europa come obiettivo». Così dichiara alla Nuova Bussola Quotidiana padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, islamologo, fondatore del Cedrac, il centro di documentazione e di ricerca arabo-cristiana di Beirut, e professore di teologia orientale e d’islamistica presso il Pontificio istituto Orientale di Roma e al Centre Sèvres di Parigi.

Il gesuita analizza l’attuale situazione in Libia dove l'Isis ha «approfittato del caos creatosi dopo la morte di Gheddafi». Oltre alla favorevole anarchia e alla ricchezza di pozzi petroliferi, la Libia ha un terzo aspetto strategico: è il paese più vicino all’Europa». Se il primo obiettivo del gruppo jihadista è la creazione di un califfato nel mondo arabo – come dimostra la sanguinaria ascesa avvenuta in Siria e in Iraq – il secondo è estendere lo Stato Islamico all’Europa. «Non credo saranno in grado di farlo, ma per loro la Libia è certamente interessante giacché, attraverso l’Italia, può aprire loro le porte del Vecchio continente». 

Per padre Samir i progetti dei jihadisti superano le loro possibilità, specie perché le barbarie commesse stanno procurando allo Stato Islamico nuovi nemici. La brutale uccisione dei ventuno copti egiziani in Libia ha convinto Al Sisi a bombardare le postazioni dell'Isis nel paese nordafricano. E prima ancora l’orrendo assassinio del pilota giordano aveva provocato la reazione di Amman. «I governi arabi hanno ormai compreso che l'Isis è un pericolo per tutti e spero che inizino a reagire contro questi terroristi islamici». 

Una reazione è necessaria anche da parte dell’Europa, specie all’indomani dei «"test” di Parigi e Copenaghen e della minaccia all’Italia che hanno mostrato le mire di Isis sul Vecchio continente. Il gesuita caldeggia una risposta unitaria da parte degli Stati europei - «l’Italia non può essere lasciata sola» - e la realizzazione di un disegno multilaterale sostenuto dall’Onu. «A differenza degli islamisti, l’Europa non è pronta a combattere fino alla morte. L’unica soluzione è rappresentata da un progetto internazionale teso a sradicare questo movimento. Anche se per farlo occorreranno decenni».

Un altro fenomeno preoccupante è la diffusione del fondamentalismo islamico in Europa, soprattutto tra i giovani immigrati di seconda generazione che non sono riusciti ad integrarsi all’interno delle società europee. Giovani scoraggiati che trovano nell’estremismo un’alternativa vincente, oltre ad un incentivo economico, e che subiscono il lavaggio del cervello attraverso il web, le televisioni satellitari e in alcune moschee.

Tra le varie soluzioni proposte per arginare la diffusione dell’estremismo vi è quella di esigere che gli imam tengano le prediche nella lingua del paese in cui si trovano. «I fondamentalisti predicano in arabo poiché spesso conoscono soltanto quell’idioma». L’imposizione della lingua locale potrebbe favorire una maggiore integrazione, ma è necessario contare anche sul sostegno delle singole comunità musulmane. Gli imam possono ricoprire un ruolo chiave. «Il desiderio delle seconde generazioni è quello di integrarsi e gli imam dovrebbero spingere i giovani in questa direzione. Altrimenti il rischio è che continuino a considerarsi vittime dell’Occidente. L’importanza delle guide religiose è enorme: dobbiamo formare degli imam, che pur conservando le proprie tradizioni religiose, siano integrati nelle culture occidentali e dunque propensi ad aiutare i giovani ad assimilarsi».

Infine padre Samir cita le parole pronunciate recentemente al Cairo dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, davanti a centinaia di imam dell’università di Al-Azhar: «L’islam ha bisogno di una rivoluzione interna. Il problema non è esterno a noi e dentro di noi». Il gesuita ha più volte ricordato come l’islam abbia bisogno di una nuova ermeneutica, di un nuovo approccio al Corano e alla tradizione che consenta di coniugare fede e modernità. «Siamo nel XXI secolo non nel VII, non è pensabile risolvere i problemi di oggi con le soluzioni di allora».

20/02/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

La Chiesa «modello Darwin»

di Lorenzo Bertocchi

Il dibattito sulla riforma della curia si è riacceso in occasione del recente concistoro. Il cardinale Danneels dal Belgio dice a Kerknet.be che è rammaricato per il fatto che una minoranza non sia favorevole alla riforma, «preoccupato, ma non inquieto».

Secondo quanto ha dichiarato padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, la riforma non sarà comunque pronta prima del 2016. L'unico punto fermo attualmente sembra essere quello che porterà a due futuri dicasteri, uno si occuperà di laici, famiglia e vita, mentre l'altro carità, giustizia e pace. Tutto il resto è in discussione.

Le vere resistenze sembrano esserci soprattutto intorno agli affari economici. Di fronte alla proposta del cardinale Pell  di sottomettere il controllo della gestione di tutti i beni mobili e immobili al segretariato per l'economia, si sono alzati venti contrari piuttosto forti. I resistenti - documenta Sandro Magister nel suo blog -  sarebbero nelle stanze della Segreteria di Stato, in quelle del governatorato del Vaticano e anche dalle parti di Propaganda Fide, ma soprattutto il problema verrebbe dal Pontificio consiglio per i testi legislativi diretto dal Card. Coccopalmerio. Sul portale  web Vatican Insider ci tengono a far sapere che il Pontificio consiglio per i testi legislativi ha agito su mandato del papa, come a dire che il card. Pell dovrebbe moderare un po' le sue uscite e le sue pretese.

Ma il recente concistoro è stata occasione per un dibattito che si è allargato verso altri temi di rinnovamento della Chiesa. Il pensiero di molti è volato subito al Sinodo sulla famiglia. Lo stesso Danneels, parlando della riforma della Curia e delle resistenze che incontra, ha fatto notare che «la Chiesa affronta le tappe in modo graduale. Sarà lo stesso per il Sinodo della famiglia, che si terrà in ottobre. Questo sinodo – ha detto l'ex primate del Belgio  – è un momento estremamente importante, ma io non mi aspetto che ponga fine al dibattito. Le concezioni intorno alle relazioni tra partners sono in continua evoluzione nel mondo. Anche la posizione della Chiesa evolve».

L'omelia del Papa di domenica scorsa, pronunciata davanti ai neo cardinali, per qualcuno è stata un'altra occasione di riflettere sui temi del Sinodo. Su Avvenire la bella immagine usata dal Papa sulla Chiesa che non «pone barriere», diventa spunto per indicare una possibile via di uscita nel dibattito sinodale, in particolare sulla questione dei divorziati risposati. Le parole di Francesco sulla necessità «di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle periferie dell’esistenza», sono viste sul quotidiano della CEI come «destinate a segnare il percorso verso il Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre». Anche, par di capire – scrive la giornalista Stefania Falasca - riguardo alla particolare e delicata questione dei divorziati risposati, in quei passaggi in cui Francesco si sofferma a parlare degli atteggiamenti di fronte ai «lontani, ai sofferenti e agli emarginati per qualsiasi motivo». 

A proposito di questo tema un vescovo francese, monsignor Marc Aillet, in questi giorni ha realizzato un'iniziativa interessante che va però in senso contrario rispetto alla soluzione che sembra prospettare il commento di Avvenire e la convinzione del card. Danneels. Il 7 febbraio il vescovo di Bayonne ha incontrato coppie di divorziati coinvolti in una nuova unione, con l'obiettivo di accompagnarli nella vita ecclesiale. Uno dei partecipanti ha preso di petto il vescovo e gli ha chiesto conto sul tema dell'accesso all'eucaristia. 

«L'Eucaristia non è un diritto – ha risposto mons. Aillet - né un medicamento magico. L'Eucaristia è un dono gratuito di cui nessuno è degno. (…) L'unico modo per avvicinarsi degnamente all'eucaristia è di lasciarsi interiormente trasformare dalla Parola di Dio, per discernere le zone d'ombra in noi e fare ricorso alla misericordia divina». 

Dopo queste parole una coppia presente all'incontro ha testimoniato che la loro sete per l'Eucarestia è stata più forte di tutto, hanno deciso di rinnovare il loro amore vivendo nella castità. Cioè la via che la dottrina della Chiesa indica ai divorziati risposati per poter accedere al Corpo e Sangue di Cristo. Salvo "evoluzioni”; che però sembrano abbastanza improbabili leggendo quanto indicato dal card. Muller a proposito della riforma della curia: «Nella "dittatura del relativismo” e nella "globalizzazione dell’indifferenza”, (...), i confini tra verità e menzogna, tra bene e male, si confondono. La sfida per la gerarchia e per tutti i membri della Chiesa consiste nel resistere a queste infezioni mondane e nella cura delle malattie spirituali del nostro tempo».

20/02/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana


IL SANTO DEL GIORNO 10/02/2015 Santa Scolastica vergine



Il nome di Scolastica, sorella di Benedetto da Norcia, richiama al femminile gli inizi del monachesimo occidentale, fondato sulla stabilità della vita in comune. Benedetto invita a servire Dio non già "fuggendo dal mondo" verso la solitudine o la penitenza itinerante, ma vivendo in comunità durature e organizzate, e dividendo rigorosamente il proprio tempo fra preghiera, lavoro o studio e riposo. Da giovanissima, Scolastica si è consacrata al Signore col voto di castità. Più tardi, quando già Benedetto vive a Montecassino con i suoi monaci, in un altro monastero della zona lei fa vita comune con un gruppetto di donne consacrate.
La Chiesa ricorda Scolastica come santa, ma di lei sappiamo ben poco. L’unico testo quasi contemporaneo che ne parla è il secondo libro dei Dialoghi di papa Gregorio Magno (590-604). Ma i Dialoghi sono soprattutto composizioni esortative, edificanti, che propongono esempi di santità all’imitazione dei fedeli mirando ad appassionare e a commuovere, senza ricercare il dato esatto e la sicura referenza storica. Inoltre, Gregorio parla di lei solo in riferimento a Benedetto, solo all’ombra del grande fratello, padre del monachesimo occidentale.
Ecco la pagina in cui li troviamo insieme. Tra loro è stato convenuto di incontrarsi solo una volta all’anno. E Gregorio ce li mostra appunto nella Quaresima (forse) del 542, fuori dai rispettivi monasteri, in una casetta sotto Montecassino. Un colloquio che non finirebbe più, su tante cose del cielo e anche della terra. L’Italia del tempo è una preda contesa tra i Bizantini del generale Belisario e i Goti del re Totila, devastata dagli uni e dagli altri. Roma s’è arresa ai Goti per fame dopo due anni di assedio, in Italia centrale gli affamati masticano erbe e radici. A Montecassino passano vincitori e vinti; passa Totila attratto dalla fama di Benedetto, e passano le vittime della violenza, i portatori di tutte le disperazioni, gli assetati di speranza...
Viene l’ora di separarsi. Scolastica vorrebbe prolungare il colloquio, ma Benedetto rifiuta: la Regola non s’infrange, ciascuno torni a casa sua. Allora Scolastica si raccoglie intensamente in preghiera, ed ecco scoppiare un temporale violentissimo che blocca tutti nella casetta. Così il colloquio può continuare per un po’ ancora. Infine, fratello e sorella con i loro accompagnatori e accompagnatrici si separano; e questo sarà il loro ultimo incontro.
Tre giorni dopo, leggiamo nei Dialoghi, Benedetto apprende la morte della sorella vedendo la sua anima salire verso l’alto in forma di colomba. I monaci scendono allora a prendere il suo corpo, dandogli sepoltura nella tomba che Benedetto ha fatto preparare per sé a Montecassino; e dove sarà deposto anche lui, morto in piedi sorretto dai suoi monaci, intorno all’anno 547.


Papa, parrocchia: guerra opera del demonio, solo Gesù è pace




Sono "tante” le guerre in corso nel mondo, tutte opera del demonio, ma l’unico che porta la pace e semina l’unità è Gesù, che "dobbiamo abituarci” ad ascoltare ogni giorno nel Vangelo. È l’essenza del messaggio che il Papa ha rivolto alla comunità parrocchiale romana di Pietralata, situata a nord di Roma, visitata da Francesco ieri pomeriggio. Il Papa ha incontrato come sua abitudine i gruppi parrocchiali e ha concluso con la celebrazione della Messa. Ma la visita è cominciata con un fuori programma. La cronaca nel servizio di Alessandro De Carolis:
Il cappotto bianco è inghiottito in un attimo da un capannello di occhi sgranati per la sorpresa. Un corri corri di gente, voci che chiamano voci: "El Papa! El Papa!”. Francesco entra a sorpresa in una "villa miseria” a pochi metri dall’Aniene, un agglomerato di baracche chiamato "Campo Arcobaleno” che accoglie sfollati dall’Africa e dall’America Latina, e oggi anche dall’Ucraina e dalla Russia. Francesco si lascia soffocare con grandi sorrisi dalla calca che lo cerca, lo stringe, lo trattiene, finché il "Padre Nostro” recitato in spagnolo scioglie in preghiera il calore che per dieci minuti ha riscaldato il cuore di vecchi e nuovi senzapatria.
Comincia così, dal bordo di una periferia, la visita del Papa alla parrocchia di San Michele Arcangelo. Comincia con una sorpresa a qualche centinaio di metri dalla chiesa a forma di capanna rivestita di laterizi rossi, che pure sorge su una terra cento anni fa popolata di casupole e baracche, quelle dei contadini del borgo dei primi Novecento e poi di quel "villaggio degli esclusi”, come lo chiama il parroco, una sequela di tuguri riempiti prima della guerra da famiglie povere scacciate d’autorità del centro cittadino. Adesso le baracche sono scomparse e lo skyline di Pietralata è dominato dai palazzi-alveare. Ottomila famiglie, tante schierate davanti alla chiesa, dietro le transenne, per ringraziare il Papa delle periferie che li è venuti a cercare fino in casa loro.
E il "parroco” speciale si muove proprio come a casa sua – un passo, un "selfie”, una stretta di mano – per donarsi con grande senso di paternità ai gruppi che rendono viva la comunità locale. Scende prima nel salone, dagli ammalati, ai quali dice che anche quando "tutto è buio” c’è sempre un Padre che ama "e mai delude”. Poi, due piani sopra, è davanti ai senza fissa dimora, assistiti dalla Comunità di Sant’Egidio. Toccante ciò che dice loro:
"Il fatto che la gente non sa il vostro nome e vi chiama i ‘senzatetto’ e voi sopportate questo: è la vostra croce e la vostra pazienza. Ma c’è qualcosa nel cuore di tutti voi, di questo vi prego di essere sicuri: c’è lo Spirito Santo”.
Cambio di stanza e Francesco è con i genitori di bimbi battezzati durante l’anno. Educateli "bene” nella fede, li esorta, perché – dice – ci sono tanti "bambini cristiani che non sanno farsi il segno della croce”. Quindi, è la volta degli Scout che regalano cinque sacchi a pelo al Papa, che si passa al collo il loro "fazzolettone”. E arriva il momento, come sempre vivace, del faccia a faccia di Francesco con bambini più grandicelli, ai quali il Papa catechista regala un insegnamento fondamentale: le guerre non sono solo quelle che – e li sollecita a elencarle – uccidono bambini in Iraq, Ucraina, Africa. Le guerre nascono molto prima in persone che non hanno Dio:
"Chi è il padre della guerra? Forte! (bambini: "Il diavolo!”) Perché il diavolo è il padre dell’odio. D’accordo? E’ il padre delle bugie, il padre delle menzogne, eh. Perché? Perché non vuole l’unità. Invece Dio vuole l’unità (…) Se voi avete nel cuore gelosie contro un altro [un’altra persona], questo è l’inizio di una guerra. Le gelosie non sono di Dio”.
Un insegnamento che Francesco riprende con semplicità all’omelia della Messa, che presiede verso le 18 dopo aver confessato anche alcuni parrocchiani. Parole già sentite dalla grande finestra dell’Angelus o dal sagrato di San Pietro, risuonano forse ancor più nitide nel silenzio assoluto della piccola chiesa:
"Ma è triste quando in una famiglia i fratelli non si parlano per una stupidaggine, perché il diavolo prende una stupidaggine e fa un mondo. Poi le inimicizie vanno avanti tante volte per anni, eh. E si distrugge quella famiglia: i genitori soffrono perché i figli non si parlano o la moglie di un figlio non parla all’altro… E così le gelosie, le invidie… Questo lo semina il diavolo. E l’unico che caccia i demoni è Gesù. L’unico che guarisce queste cose è Gesù. Perciò ad ognuno di voi: ‘Lasciati guarire da Gesù’”.
Anche il proposito finale che il Papa formula a nome di tutti è un pezzetto di Magistero tra i più cari, da poco risuonato dall’altare di Santa Marta. Imparare ad ascoltare Gesù sull’unico "canale” che lo trasmette sempre, il Vangelo:
"Dobbiamo abituarci a questo: sentire la Parola di Gesù, ascoltare la Parola di Gesù nel Vangelo. Leggere un passo, pensare un po’ cosa dice, cosa dice a me. Se non sento che mi dice, passo ad un altro. Ma avere questo contatto quotidiano col Vangelo. Pregare col Vangelo. Perché così Gesù predica a me, dice col Vangelo quello che vuol dirmi”.

10/02/2015 fonte: Radio Vaticana

Conclusa plenaria Pontificia Commissione per Tutela dei Minori


Il cardinale O'Malley, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori


Si sono conclusi ieri a Roma i tre giorni di lavori della plenaria della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. La plenaria - afferma un comunicato finale - ha riunito per la prima volta la Commissione al completo dei suoi 17 membri, che hanno potuto condividere i progressi nel compito affidato loro da Papa Francesco in vista della tutela e protezione dei minori nella Chiesa.
Durante la plenaria, i membri hanno presentato i rapporti dei Gruppi di Lavoro degli esperti che hanno operato l’anno scorso. La Commissione ha poi completato le proprie raccomandazioni riguardanti la struttura formale dell’organismo ed ha concordato le varie proposte da sottoporre all’esame del Santo Padre.
I Gruppi di Lavoro fanno parte integrante della struttura della Commissione. Nel periodo che intercorre tra le plenarie, questi gruppi realizzano ricerche e progetti in settori che sono centrali per l’obiettivo di rendere la Chiesa una ‘casa sicura’ per bambini, adolescenti e adulti vulnerabili. Questi settori comprendono: la cura pastorale per le vittime e le loro famiglie, l’educazione, le linee guida per un approccio ottimale, la formazione al sacerdozio e alla vita religiosa, le norme ecclesiastiche e civili che regolano le accuse di abuso e "l'esercizio della responsabilità" (accountability) di persone in posizioni di autorità all’interno della Chiesa, quando trattino accuse di abuso.
La Commissione è consapevole che la questione "dell'esercizio della responsabilità" è di massima importanza. Durante la plenaria, i membri hanno concordato su una proposta iniziale che verrà sottoposta all’esame di Papa Francesco. Inoltre, la Commissione sta sviluppando le procedure per garantire "l'esercizio della responsabilità" per tutti coloro che lavorano con i minori all’interno della Chiesa, clero, religiosi e laici.
Parte "dell'esercizio della responsabilità" consiste nell’accrescere la consapevolezza e la comprensione a tutti i livelli della Chiesa sulla gravità e l’urgenza di mettere in pratica le corrette procedure di tutela. A tale scopo, la Commissione ha deciso di promuovere seminari per educare quanti hanno responsabilità nella Chiesa nel campo della tutela dei minori.
In seguito alla Lettera del Santo Padre ai presidenti delle Conferenze Episcopali e ai superiori degli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica circa la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, datata 2 febbraio, la Commissione confida nella collaborazione con le Chiese locali, mettendo a disposizione la sua competenza per garantire un approccio ottimale alle linee guida per la tutela dei minori.
Inoltre, la Commissione sta preparando il materiale per la Giornata di Preghiera che sarà dedicata a tutte le vittime di abuso sessuale. Questo evento - si legge nel comunicato - sottolineerà la nostra responsabilità di lavorare per la guarigione spirituale ed anche per aiutare ad aumentare la consapevolezza nella comunità Cattolica della piaga degli abusi sui minori.
La Commissione ricorda quanto afferma Papa Francesco: "Le famiglie devono sapere che la Chiesa non risparmia alcuno sforzo per tutelare i loro figli”. "Consapevoli della gravità del nostro compito”, i membri invitano tutti i fedeli a pregare per il loro lavoro.

10/02/2015 fonte: Radio Vaticana

Cassazione e nozze gay: una sentenza a due facce

di Riccardo Cascioli

C'è senz'altro del positivo, ma c’è anche poco da esultare per la sentenza della Corte di Cassazione che ha respinto la pretesa di una coppia omosessuale di veder trascrivere il proprio matrimonio in un registro comunale. 

Oltre al fatto di essere inutile dal punto di vista pratico perché le nostre leggi non riconoscono l’unione matrimoniale fra persone dello stesso sesso, dice la Cassazione che né la Costituzione Italiana né l’Unione Europea impongono l’estensione dei diritti matrimoniali a coppie dello stesso sesso. Proibendo le nozze gay, insomma, non si viola alcun principio di non discriminazione. Spetta dunque ai singoli Stati legiferare in materia. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea è stata citata dai giudici di Cassazione: «L’articolo 12 non esclude che gli Stati membri estendano il modello matrimoniale anche alle persone dello stesso sesso, ma nello stesso tempo non contiene alcun obbligo». E inoltre: «Nell’articolo 8 è senz’altro contenuto il diritto a vivere una relazione affettiva tra persone dello stesso sesso protetta dall’ordinamento, ma non necessariamente mediante l’opzione del matrimonio».

Dunque la sentenza della Cassazione toglie ogni sostanza all’argomento princìpe dei movimenti Lgbt che reclamano le nozze gay, ovvero la questione della discriminazione. Una legislazione – come quella attuale in Italia - che riconosca soltanto la famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, non è affatto discriminatoria, è nel pieno diritto del Parlamento italiano. Benissimo. La sentenza, tra l'altro dovrebbe mettere fine a questa sceneggiata dei sindaci - Ignazio Marino in testa - che vogliono trascrivere i matrimoni gay.

Ma stabilito questo importante punto positivo, ci rendiamo subito conto che la sentenza della Cassazione non avrà alcun effetto frenante sulle forze che nel Parlamento italiano spingono per il riconoscimento di unioni civili che altro non sono che un matrimonio gay mascherato. Questo anzitutto perché come non c’è obbligo per il Parlamento italiano di approvare le nozze gay, così non c’è obbligo di impedirle. Quindi via libera al Parlamento che intende procedere su questa strada.

A questo si deve aggiungere l’altra parte della sentenza, ovvero la richiesta da parte della Cassazione di un intervento legislativo che emani un non meglio precisato "statuto protettivo” che garantisca i diritti delle coppie di fatto, incluse quelle omosessuali. Quindi, non un matrimonio ma comunque un riconoscimento formale. Peraltro – si legge nelle anticipazioni pubblicate dalle agenzie – a proposito dello Statuto si parla di «acquisire un grado di protezione e tutela equiparabile a quello matrimoniale in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determina una lesione di diritti fondamentali scaturenti» da tali relazioni. 

A questo punto sorge spontanea una domanda: se tutti o quasi i diritti (e speriamo anche i doveri) delle famiglie devono essere estensibili a tutte le convivenze – cosa che già oggi è in buona parte così -, in cosa consiste la specificità del matrimonio tra un uomo e una donna rispetto alle altre forme di convivenza? In altre parole: quali sono le attribuzioni giuridiche, sociali, economiche che rendono la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna un "unicum” nell’ordinamento legislativo? Affermare che la famiglia è soltanto una e che lo Stato riconosce solo questa ha un senso solo se ci sono poi delle attribuzioni specifiche che rendono diversa la famiglia da qualsiasi altro tipo di convivenza.

C’è poi un altro punto che potrebbe far rientrare dalla finestra ciò che era stato fatto uscire dalla porta. La Cassazione infatti, nel chiedere l’intervento per regolare le unioni di fatto, fa riferimento all’articolo 2 della Costituzione per chiedere il riconoscimento di «un nucleo comune di diritti e doveri di assistenza e solidarietà propri delle relazioni affettive di coppia» e affermare la «riconducibilità» di «tali relazioni nell'alveo delle formazioni sociali dirette allo sviluppo, in forma primaria, della personalità umana». Ma questa è una evidente forzatura dell’articolo 2 della Costituzione che né esplicitamente né implicitamente fa riferimento a «relazioni affettive di coppia». Tutt’altro. Ecco infatti cosa dice l’articolo 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

In quelle «formazioni sociali» oggi – anche eminenti giuristi cattolici – vedono lo spazio per inserirci le «relazioni affettive di coppia», ma non era assolutamente questa l’intenzione dei padri costituenti. Basterebbe leggere a questo proposito la relazione in Assemblea Costituente che l’onorevole Giorgio La Pira svolse per la I sottocommissione spiegando la ratio dell’articolo 2 (clicca qui). Diceva dunque La Pira, che di quell’articolo 2 fu il principale artefice, che per tutelare efficacemente i diritti della persona bisogna integrare i classici diritti individuali (lavoro, riposo, esistenza e così via) con i diritti essenziali delle «comunità naturali attraverso le quali la personalità umana ordinatamente si svolge». Le «formazioni sociali» dunque corrispondono in realtà alle «comunità naturali» che sono quella «familiare, religiosa, professionale», come viene descritto nella prima stesura dell’articolo 2. Nell’ambito affettivo solo la comunità familiare è giustamente contemplata (e per famiglia si intende quella naturale): inserire qui il riconoscimento delle unioni di fatto - comprese quelle omosessuali - è di nuovo equiparare qualsiasi tipo di convivenza alla famiglia naturale, esattamente ciò che si era preteso di escludere. Con tutte le conseguenze del caso.

La sentenza della Cassazione dunque, se da una parte non obbliga ai matrimoni gay dall’altra spinge proprio in quella direzione. Chi pensa oggi di aver colto un importante successo temo avrà presto modo di ricredersi.

10/02/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

No, Sanremo non lo voglio vedere

di Rino Cammilleri

Al direttore che mi chiede qualche rigo sul Festival di Sanremo mi viene voglia di rispondere come Garcia Lorca: «No! Non voglio vederlo!», anche se non lo mandano in onda a las cinco de la tarde ma alle nove e dieci. Infatti, è suppergiù da quando vi si è sparato Tenco che non lo seguo e non mi pare di aver perso niente.

Il declino inarrestabile di un «evento» che ormai sembra interessare solo alle sciampiste immigrate è testimoniato dalla pena che si danno gli organizzatori per procacciarsi l’audience a qualunque costo. Come volevasi dimostrare e come ormai ogni anno, ecco puntuale l’«invitato» che dovrebbe «far discutere», con la speranza che i benpensanti (cattolici, conservatori, famiglie etero, insomma i retrivi reazionari) abbocchino e scatenino raccolte di firme, petizioni, proteste che infiammino il «dibattito» e convincano oves et boves a sintonizzarsi. Almeno per curiosità. L’anno scorso toccò a Cat Stevens far la parte di quello la cui presenza doveva attizzare la polemica magna. Il Gatto (cat) inglese di origine greca da gran tempo si era fatto musulmano e a suo tempo aveva approvato la fatwa contro Salman Rushdie. L’islam duro&puro era un tema alla moda. Quello venne, cantò un suo pezzullo di quarant’anni prima, incassò il parcellone e tornò nell’oblio.

Quest’anno però c’è il Califfato e Sanremo non se la sente di fare il Festival-Hebdò, non si sa mai (l’audience val bene una messa, ma la pelle è pelle), così si sono ributtati sul vecchio ma sempre efficace Gender, sicuro e innocuo. Da qui l’invito, strombazzato per tempo, al signor Conchita Wurst, l’omosessuale austriaco che si veste da donna ma non si taglia la barba. Vinto l’Eurovision Song Contest e proclamato Voce Europea dalla Ue, questo personaggio dal nome d’arte che ricorda i salamini del supermercato non si capisce se è diventato famoso per la capacità canora o per il look. Giro la domanda a quelli che frequentano le classifiche dei cd venduti, ma a orecchio non mi pare che The European Voice le abbia sfondate. Il fatto è che la polemica preventiva legata alla sua presenza non decolla. Non vorrei che la disperazione induca gli organizzatori a prodursi in qualche gesto estremo nella prima serata, onde rialzare l’audience delle altre. Ma che cosa mai potranno escogitare di nuovo? Lo showman (o showgirl? boh) anglofono che cantava che Gesù è gay c’è già stato, un suicidio per aver perso la gara pure, il convertito musulmano anche, il comizio di Franco Grillini è dèjà vu, Platinette è onnipresente da anni nei palinsesti ma l’unica audience che garantisce è quella della rubrica «I nuovi mostri» di Greggio & Iacchetti e solo quando si produce in litigate da cortile.

Eh, signori miei, anche la fantasia ha un limite e se la gente ti fa capire che allo «scandalo» ha fatto il callo, allora vuol dire che sei alla frutta. Anzi, peggio, perché anche la frutta, ormai, la schiacciano le ruspe per non far crollare i prezzi. Eh, bei tempi quelli in cui bastava uno che presentava il cantante e il titolo della canzone. Arrivava l’artista in smoking o in vaporoso abito da sera, il maestro usava la bacchetta e i 4+4 di Nora Orlandi supportavano ogni brano leggendo sullo spartito. Finiva con grandi mazzi di fiori per tutti. Poi, lentamente, cominciò a non bastare più. Ed ecco Antoine che canta appeso per la schiena a una corda, Rino Gaetano vestito da clown, Lucio Dalla col violinista in camicia, Patti Pravo abbigliata da Foresta dei Pugnali Volanti, Loredana Bertè col pancione di plastica… Era prevedibile che finisse come doveva finire: con le canzoni che non c’entrano più niente con Sanremo. Sì, ci sono ancora, come no, ma contano come il due di briscola. Un Sanremo basato sulle sole canzoni vedrebbe la Grande Fuga degli sponsor pubblicitari e dovrebbe chiudere. Da qui l’affannosa ricerca di «trovate».

Infatti, mi dice il direttore che Paolo Conti (per chi non lo sapesse, il conduttore di Sanremo 2015) nel corso dell’«evento» (ormai si usa questo termine anche per le mostre di parmigiano) intervisterà una famiglia-famiglia. Cos’è, par condicio? No, disperazione. Non a caso si tratta di una famiglia etero con ben sedici figli. Figuratevi se non verrà loro chiesto se si sentono «conigli». Ora, poiché questa espressione l’ha usata papa Francesco, qualunque cosa rispondano la polemica è servita. Complimenti a chi ha avuto la pensata. Purtuttavia è patetico. Sì, perché il Festival della Canzone Italiana è ormai come il Festival del Circo di Montecarlo, dove quel che conta è stupire, colpire, ammaliare lo spettatore. Non per niente il pubblico è in massima parte composto da bambini. Io, ahimè, bambino non sono più, e da lunga pezza. Perciò, al direttore che mi chiede di Sanremo rispondo con i già citati versi di Garcia Lorca, interpretati drammaticamente, alla Gassman: «No! Non voglio vederlo!».

10/02/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 20/01/2015 San Fabiano papa e martire



L’hanno fatto Pontefice sebbene al momento fosse un semplice laico, di origine probabilmente non romana, anche se residente nell’Urbe. Succede a papa Antero, che ha governato la Chiesa per meno di due mesi; e ha la fortuna di vivere tempi tranquilli sotto gli imperatori Gordiano III (morto sui vent’anni) e Filippo, detto l’Arabo per le sue origini. Una parentesi pacifica, che vede anche feste solennissime per i mille anni della città di Roma, nel 248. 
Papa Fabiano tiene rapporti con i cristiani dell’Africa e dell’Oriente, e si dedica all’organizzazione ecclesiale nell’Urbe, dividendone il territorio in sette ripartizioni territoriali. Provvede inoltre a sistemare i cimiteri cristiani, e dà sepoltura a papa Ponziano, deportato in Sardegna ad metalla, cioè nelle miniere, e morto nel 235. Tutte opere da tempi di pace. 
Nel 249, però, Filippo l’Arabo viene ucciso presso Verona dalle truppe del suo rivale Decio, che prende il potere con un programma di rafforzamento interno dell’Impero, contro i pericoli d’invasione ad opera dei barbari, che lo minacciano da tante parti. Per lui, rafforzamento vuol dire anche ritorno all’antica religione romana, per pure ragioni politiche. Si decreta perciò che tutti i sudditi dell’Impero romano dovranno proclamare solennemente e pubblicamente la loro adesione al paganesimo tradizionale, compiendo pubblicamente un atto di culto, che consiste essenzialmente nell’immolazione di qualche animale. Fatto questo, ognuno riceverà il libello, una sorta di certificato attestante la sua qualità di buon seguace degli antichi culti. 
Chi non sacrifica in questa forma pubblica, diventa un fuorilegge, un nemico dello Stato. In Roma, tre commissioni chiamano via via tutti i cittadini alla scelta, che per i pagani costituisce un gesto semplice e naturale, mentre per i cristiani immolare un animale agli dèi di Roma significa rinnegare l’unico Dio di Gesù Cristo, respingere la sua legge. Come sempre, c’è una varietà di comportamenti: alcuni cedono in pieno, per paura o per interesse, compiendo l’atto di culto. Altri cercano scappatoie di ogni genere per avere il libello senza prestare il culto richiesto. E ci sono i cristiani convinti, che dicono un risoluto no, respingendo a viso aperto l’imposizione e affrontando la morte. 
Tra i primi a rifiutarsi di sacrificare agli dèi c’è papa Fabiano, che si spegne nel carcere Tullianum, ma non per morte violenta. Si ritiene, infatti, che l’abbiano lasciato morire di fame e di sfinimento in quella prigione. I cristiani lo hanno poi sepolto nel cimitero di San Callisto, lungo la Via Appia, onorandolo come martire, e l’iscrizione posta allora sul suo sepolcro è giunta fino a noi.
Nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 18 gennaio.


"Il Padrone del Mondo" il libro consigliato da Francesco



Il Papa durante il colloquio con i giornalisti di ritorno dalle Filippine, parlando della "colonizzazione ideologica”, ha suggerito la lettura del libro "Il Padrone del Mondo” di Robert Benson per capire cosa intendesse dire. Un'opera d'inizio '900 che descrive l'instaurazione, nel 2000, di una dittatura di stampo umanitarista, che predica la tolleranza universale per tutti, tranne che per la Chiesa, che viene perseguitata. Ce ne parla Massimiliano Menichetti:
La dittatura del pensiero unico
Anglicano, quarto figlio dell’arcivescovo di Canterbury, Robert Benson, si converte al cattolicesimo e nel 1907 scrive "The Lord of the World”, "Il Padrone del mondo”. Testo visionario in cui si concretizza la battaglia finale tra il bene ed il male. Da una parte il trentatreenne Giuliano Felsenburgh che evita lo scontro tra Occidente ed Oriente, acclamato poi presidente d’Europa che instaurerà di fatto la dittatura del pensiero unico; dall’altra gli si oppone il sacerdote Percy Franklin, anche lui 33 anni, che diventerà Papa. Claudio Siniscalchi, docente all’Università Lumsa di Roma nel corso di lingue e culture moderne:
R. - Giuliano è la materializzazione dell’anticristo. Promette l’abolizione di ogni preoccupazione: non ci sarà più guerra, non ci sarà più violenza, non ci sarà più povertà… Si presenta come colui che, sotto le sembianze del salvatore, in realtà assoggetta l’umanità. Diventa non il padrone di una nazione, ma il padrone del mondo. L’organismo globale della terra concede a lui il potere, perché la cosa straordinaria non è tanto che questo "messia capovolto” prenda il potere con la forza, con il colpo di Stato, ma lo prende con il consenso di coloro ai quali sta togliendo la libertà. E naturalmente la prima cosa che fa: deve fare a meno della religione.
Cattolici perseguitati
D. - Benson immagina un mondo dove Dio è ridotto a mero individualismo in cui viene creata una entità "La Grande fratellanza universale” che propugna la pace e l’allontanamento di ogni forma di dolore:
R. - Come si rivolve la sofferenza della morte? Con l’eutanasia! Non c’è più destra, sinistra; non c’è più religione positiva o negativa; non c’è più partito o sindacato. Benson, per primo, ha la visione del partito unico totalitario. Chi si oppone - e naturalmente sono i cattolici che si oppongono a questa deriva che il mondo sta prendendo – sono perseguitati. La pace di Giuliano è la pace di chi accetta quello che dice lui e nel momento in cui non si accetta è la guerra. L’intuizione di Benson è quella di contestare un elemento che è stato devastante per il novecento: la perfezione dell’uomo, l’insaturazione del paradiso artificiale sulla terra. Perché questa visione paradisiaca del mondo ha bisogno che il trattore del progresso distrugga tutto.
La propaganda della menzogna
D. - Questa modalità è definita da Papa Francesco "colonizzazione ideologica” in cui in nome di un presunto benessere tutto il resto deve essere annientato:
R. - Perché è la forza della menzogna contro la forza della verità. La propaganda fa sì che ci sia una nuova schiavitù dell’uomo. La fratellanza del mondo è importantissima, ma il prezzo che l’anticristo  fa pagare a quella parte dell’umanità che si oppone, perché vede il vero pericolo, è il contrario di quello che viene detto.
Distruzione di Roma
D. - Il testo parla di rischio di scontro tra Oriente ed Occidente, di attacchi kamikaze… Benson arriva ad ipotizzare la distruzione di Roma:
R. - Questo fondamentalmente è un libro per dire: ‘Fate attenzione, avete preso una strada sbagliata’!”
Il Padrone del Mondo non trionferà
D. - Ma chi vince la battaglia nel libro di Benson?
R. - Il padrone del mondo non trionferà mai, perché in Benson c’è una visione affidata alla Onnipotenza di Dio, che non lascerà mai solo l’uomo: lo aiuterà. Ci saranno sofferenze enormi che l’uomo dovrà affrontare, ma alla fine trionferà il bene. Benson non aveva una visione oscura.

20/01/2015 fonte: radio vaticana

Che cosa ha tenuto in vita Martin, risvegliato dal coma dopo 12 anni: «Nel mondo c’era un posto per me»



diBenedetta Frigerio

"Ghost Boy”, il libro in cui Martin Pistorius racconta lo scoramento, i dialoghi con Dio, l’amore per Virna e il risveglio
martin-pistorius-coma-risveglio«Voglio che vi fermiate per un momento e pensiate realmente di non avere voce. (…) Non potrete mai dire "Passami il sale” né a qualcuno veramente importante per voi: "Ti amo”». Imprigionato e trattato come un corpo esanime, il 39enne sudafricano Martin Pistorius ha vissuto in questa condizione 12 interminabili anni della sua vita, dopo che dodicenne sprofondò lentamente in coma. Meningite da criptococco fu la diagnosi dei medici, che consigliarono ai genitori di rassegnarsi aspettando la morte del figlio. In effetti, per i primi due anni Martin, in stato di veglia non responsiva, era completamente incosciente, finché improvvisamente cominciò a vedere, sentire e capire tutto, esattamente come prima di ammalarsi. Con la differenza che ora non poteva più comunicare.
«UN CARTONE INSOPPORTABILE». I primi tempi in cui riprese coscienza Martin provò a lanciare segnali all’esterno, sforzandosi così tanto da riuscire a fare cenni con il capo e a sorridere. Ma nessuno diede peso a quei piccoli cambiamenti. Perché, come scrive nel libro in cui racconta la sua storia, Ghost Boy, «abbiamo un’idea così fissa degli altri, che poi la verità può allontanarsi da ciò che pensiamo di vedere». Dopo ripetuti fallimenti nel tentativo di farsi notare, Martin si perse d’animo e si lasciò andare. Cominciò una vita passiva in cui accettava tutto quello che gli altri decidevano fosse meglio per lui: cosa, quando e quanto mangiare, quali programmi vedere, a che ora alzarsi e svegliarsi per rimanere solo (magari per delle ore) di fronte a uno schermo tv dove era trasmesso ripetutamente un cartone per bambini «insopportabile».
Quello che il ragazzo aveva in cuore era un grande dolore, anche perché la madre Joan, non avendo accettato la malattia, era sprofondata in una depressione disperata, per cui in un momento di crisi si era rivolta a lui confessandogli che sarebbe stato meglio se fosse morto. Contro il parere del padre Rodney, la donna aveva quindi deciso che il ragazzo doveva trasferirsi in un centro di riabilitazione per tornare a casa solo la sera e nei fine settimana.
«C’ERA UN POSTO NEL MONDO PER ME». Pur comprendendo lo strazio materno, Martin soffriva in un luogo dove molti lo trattavano come un soprammobile, dove «per la maggioranza delle persone che incontravo ero solo un lavoro». E dove addirittura doveva subire abusi e sevizie da parte di alcuni operatori sanitari. In quei momenti, per scappare e trovare un minimo di pace, al ragazzo restava solo l’immaginazione, tanto allenata da portarlo alle sensazioni dei luoghi e delle situazioni in cui si immergeva con la mente. L’appiglio reale, come scrive, «l’unica persona con cui potevo davvero parlare era Dio. Non era parte del mio mondo fantastico, era reale, una presenza dentro e fuori di me». Era questo a dargli forza, tanto che nei momenti di sofferenza estrema in cui chiedeva di morire, capitava sempre e improvvisamente qualcosa di bello: una sconosciuta che andava a trovarlo trattandolo come un essere cosciente, piuttosto che una carezza giunta da un infermiere, come risposte a un grido d’angoscia grazie alle quali Martin intuiva «che c’era un posto nel mondo per me».
martin-pistoriusLA SVOLTA. Ma la vera svolta fu l’incontro con Virna. Un’operatrice sanitaria che passò con lui molto tempo e che gli aprì il cuore come a un amico. Il ragazzo cominciò a sentirsi utile e quindi a migliorare: il fatto di essere utile a qualcuno lo spinse a riprovare a mostrare cosa c’era davvero dentro un guscio apparentemente vuoto. Virna era attentissima a Martin e si accorgeva anche delle variazioni quasi impercettibili dei suoi movimenti. Quelli la convinsero che dentro di lui c’era un’anima ancora cosciente. L’ultimo dubbio si sciolse quando alla donna capitò di vedere un programma in tv dove persone che non possono comunicare verbalmente lo facevano muovendo gli occhi tramite supporti tecnologici. Virna, superando lo scetticismo di tutti, decise di combattere perché la macchina fosse testata su Martin, spronandolo a non fallire e a fare del suo meglio: «È la prima volta che qualcuno mi stima così – si ripeteva lui in quei momenti – farò tutto ciò che posso». La prova fu durissima, ma nello sconvolgimento generale venne superata. Eppure, anche davanti all’evidenza delle risposte date da Martin attraverso gli occhi, i medici rimasero scettici: «Non è un film di Hollywood con un bel lieto fine – dicevano ai genitori – o un viaggio a Lourdes dove ai muti viene data miracolosamente la voce». Perciò seguì l’ordine di non comunicare troppo con il ragazzo. Nonostante questo, la speranza risvegliata nei genitori di Martin era troppa per non tentare di tutto.
IMPARARE LA LIBERTÀ. Così la madre di Martin rinacque con lui, passando dalla disperazione a un lavoro costante insieme al figlio. Il ragazzo cominciò la riabilitazione, felice e nello stesso tempo sconvolto e impaurito per il fatto di dover usare una libertà mai esercitata per 12 anni. «Per la prima volta potrò condire il mio cibo», si diceva tremando, dato che finora aveva dovuto ingurgitare qualsiasi pietanza, anche quelle sgradite, fino ad abituarsi a non sentire più nulla. Ma il cibo è solo un esempio, perché Martin doveva riscoprire che cosa amava per poter decidere dove andare, cosa volesse guardare e ascoltare o come desiderava vestirsi. Lo sforzo era enorme ma lavorando su di sé giorno e notte, Martin imparò di nuovo a leggere, usare una penna fino a iscriversi al liceo e riuscire a laurearsi. Gli esperti scoprirono che durante gli anni terribili della prigionia, Martin aveva sviluppato una fantasia e un’intelligenza fuori dal comune e tali da permettergli di trovare un buon lavoro. Anche il corpo si rinvigoriva sempre di più, mentre Martin cominciava a tenere conferenze, invitato a testimoniare la sua "rinascita”, spesso ricordando che il vero problema della disabilità non è tanto o solo la barriera fisica ma quella mentale, perché «se nessuno si aspetta nulla da te, se non ci si aspetta di riuscire, allora non ce la farai mai». È questo il segreto costante di ogni suo passo. È un rapporto, un amore ciò che ha sempre salvato Martin.
«UNA TRAMA IMPREVISTA». Solo una cosa sembrava mancargli in quella vita miracolosamente riguadagnata: l’amore mai corrisposto che aveva provato per la prima volta per Virna e poi per altre donne. Nonostante la tentazione di rassegnarsi ancora, quando incontrò Joanna capì che «bisogna solo saper aspettare» e che «le cose accadono quando il momento è giusto». Joanna rimase colpita dalla profondità di un uomo che sapeva ascoltare, osservare e da cui si sentiva aiutata a contemplare il mondo guadagnando lo sguardo di quando era bambina. Lui, sentendosi amato per quello che era, abbandonò la sua paura di sbagliare. Nel 2009 si sono sposati. Quando Martin ripensa alla sua storia, confessa gratitudine verso un’esistenza che gli ha chiesto tanto, perché «nessuno di noi sa quali pesi possiamo portare finché non ci vengono chiesti». E perché la vita è una trama imprevista che «può cambiare in un secondo».

20/01/2015 fonte: Tempi.it




I padroni del mondo vogliono imporre l'ideologia gender

di Massimo Introvigne

Nel viaggio di ritorno dalle Filippine Papa Francesco ha concesso un’ampia intervista ai giornalisti, annunciando fra l’altro che andrà presto a scoprire l’Africa, in Centrafrica e in Uganda, e dopo gli Stati Uniti visiterà ancora diversi Paesi dell’America Latina.

Come sappiamo, le interviste del Papa non sono Magistero, ma aiutano a capire la «mens» del Pontefice e possono spiegare meglio alcune espressioni dei discorsi ufficiali. Francesco ha spiegato che quando ha parlato nelle Filippine di «colonizzazioni ideologiche» che attaccano la famiglia intendeva fare riferimento alla «teoria del gender» che si vuole imporre in modo totalitario ai bambini. E ha ripetuto, con un nuovo riferimento al romanzo Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson, la critica ai poteri forti che disprezzano i poveri, mettono in ridicolo le religioni, e vogliono imporre una mentalità antinatalista, un «neo-malthusianesimo universale» contro cui profeticamente mise in guardia il beato Paolo VI – che pure insisteva sul concetto di «paternità responsabile» – nella Humanae vitae.

Delle Filippine al Pontefice è rimasto nel cuore soprattutto «il gesto dei papà, quando alzavano i bambini, perché il Papa li benedicesse. Il gesto di un papà. Ce n’erano tanti. Alzavano i bambini, lì, quando passavo per la strada. Un gesto che da altre parti non si vede». E le mamme presentavano al Papa i loro figli con gioia, anche nel caso dei disabili. «Il gesto della paternità, della maternità, dell’entusiasmo, della gioia». Il Pontefice ha ripetuto anche il suo elogio del pianto. Infatti, «una delle cose che si perde quando c’è troppo benessere, o i valori non si capiscono bene, o siamo abituati all’ingiustizia, a questa cultura dello scarto, è la capacità di piangere. È una grazia che dobbiamo chiedere». E ha ricordato la ragazza di Manila che nel dialogo con i giovani «è stata l’unica a fare quella domanda che non si può rispondere: perché soffrono i bambini? Il grande Dostoevskij se la faceva e non è riuscito a rispondere». L’unica risposta adeguata è piangere e affidarsi al Signore.

La domanda forse più importante è venuta quando un giornalista tedesco ha chiesto che cosa il Papa avesse inteso nelle Filippine parlando di «colonizzazione ideologica» che minaccia oggi la famiglia. Usando un esempio, il Papa ha spiegato che intendeva fare proprio riferimento all’ideologia del gender. «La colonizzazione ideologica: dirò soltanto un esempio, che ho visto io. Venti anni fa, nel 1995, una Ministro dell’Istruzione Pubblica aveva chiesto un prestito forte per fare la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo livello. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender. Questa donna aveva bisogno dei soldi del prestito, ma quella era la condizione».

Parole chiare: «Perché dico "colonizzazione ideologica”? Perché prendono, prendono proprio il bisogno di un popolo o l’opportunità di entrare e farsi forti, per mezzo dei bambini. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana. Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo». Il paragone fra «colonizzazione» del gender e totalitarismi del secolo XX non è nuovo. Già l’11 aprile 2014, parlando all’Ufficio Internazionale Cattolico per l’Infanzia, Papa Francesco aveva ricordato che «occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare in relazione alla mascolinità e alla femminilità di un padre e di una madre». E aveva aggiunto: «Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del "pensiero unico’”».

Ancora una volta Francesco ha messo in relazione l’attacco alla famiglia con una strategia più ampia di poteri forti, di «imperi colonizzatori, (che) cercano di far perdere ai popoli la loro identità» e insieme creano forme di dominio economico e finanziario che scartano i poveri. Un giornalista ha messo in relazione le parole del Papa sui poveri che sono «scartati» con la sua espressione «terrorismo di Stato». Francesco ha risposto che non aveva mai collegato i due concetti, ma certo scartare ed escludere hanno qualcosa a che fare con il terrorismo. «È un terrorismo questo? Ma… sì, si può pensare che sia… Si può pensare, ma lo penserò bene, grazie!».

E il Papa ha nuovamente invitato a leggere Il padrone del mondo di Benson, un romanzo sul potere dell’Anticristo che impone a tutti un pensiero unico totalitario già citato in diverse prediche di Santa Marta. «C’è un libro, scusatemi, ma faccio pubblicità, c’è un libro che forse lo stile è un po’ pesante all’inizio, perché è scritto nel 1903 a Londra. È un libro che … a quel tempo questo scrittore ha visto questo dramma della colonizzazione ideologica e lo descrive in quel libro. Si chiama The Lord of the Earth o The Lord of the World, uno dei due. L’autore è Benson, scritto nel 1903, ma vi consiglio di leggerlo. Leggendo quello capirete bene quello che voglio dire con "colonizzazione ideologica”».

Negli Stati Uniti ha destato qualche stupore e critica l’elogio che il Papa ha proposto nelle Filippine dell’enciclica Humanae vitae del beato Paolo VI, un testo detestato da tutta una cultura antinatalista e progressista. Nell’intervista Francesco ribadisce che «l’apertura alla vita è condizione del Sacramento del matrimonio. Un uomo non può dare il sacramento alla donna e la donna darlo all’uomo se non sono in questo punto d’accordo, di essere aperti alla vita. A tal punto che, se si può provare che questo o questa si è sposato con l’intenzione di non essere aperto alla vita, quel matrimonio è nullo, è causa di nullità matrimoniale, no?». Ma Francesco elogia anche il beato Paolo VI perché «è stato un profeta, che con questo ci ha detto: guardatevi dal neo-Malthusianismo che è in arrivo». «Guardava al neo-Malthusianismo universale che era in corso. E come si chiama questo neo-Malthusianismo? Eh, è il meno dell’1% del livello delle nascite in Italia, lo stesso in Spagna. Quel neo-Malthusianismo che cercava un controllo dell’umanità da parte delle potenze».

Questo, ha precisato il Pontefice, «non significa che il cristiano deve fare figli in serie. Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo dopo sette cesarei. "Ma lei vuole lasciare orfani sette?”. Questo è tentare Dio. Si parla di paternità responsabile». «Alcuni credono che – scusatemi la parola, eh – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli, no? No, paternità responsabile». Quando si parla di famiglie con troppi figli in Paesi come le Filippine il Papa però invita sempre a guardare anche «l’altro estremo, che accade in Italia, dove ho sentito – non so se è vero – che nel 2024 non ci saranno i soldi per pagare i pensionati. Il calo della popolazione, no?».  E insegnare la paternità responsabile non significa rinnegare l’Humanae vitae ma proporre vie «lecite». Senza mai disprezzare le famiglie che liberamente e responsabilmente, valutate le loro circostanze, scelgono di diventare famiglie numerose. «Per la gente più povera un figlio è un tesoro. È vero, si deve essere anche qui prudente. Ma per loro un figlio è un tesoro. Dio sa come aiutarli. Forse alcuni non sono prudenti in questo, è vero. Paternità responsabile, ma guardare anche la generosità di quel papà e di quella mamma che vede in ogni figlio un tesoro».
20/01/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana

Educazione porno-gay a scuola, vietato protestare

di Riccardo Cascioli

29 giugno 2014, Assisi: si tiene la conferenza dal titolo "Sarà ancora possibile dire mamma e papà?”. Tra i relatori c’è Simone Pillon, portavoce del Forum delle Associazioni familiari dell’Umbria e membro del direttivo nazionale; tra i presenti in sala l’arcivescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino. 

Tra i mille esempi di "assedio” gender nelle scuole, Pillon cita il caso del Liceo scientifico Alessi di Perugia dove il 18 aprile 2012 un attivista dell’associazione Arcigay Omphalos – invitato per tenere una relazione su Identità di genere e omofobia – aveva messo a disposizione dei ragazzi di terza liceo (16-17 anni) un volantino dal contenuto porno-gay, a insaputa del preside. Pillon mostra il volantino e ne legge alcune parti a mo’ di esempio, poi si sofferma sulla parte delle iniziative a cui vengono invitati gli studenti, una vera e propria promozione dell’omosessualità. Tra queste c’è il Welcome Group, gruppo di benvenuto, e – visti i contenuti precedenti – Pillon dice ironicamente "…Non voglio entrare nei dettagli su come sarà il benvenuto…”.

A questo punto ci si potrebbe aspettare qualche denuncia da parte dei genitori, la cui responsabilità educativa garantita dalla Costituzione è stata palesemente violata al Liceo Alessi; una ispezione del Ministero dell’Istruzione per la diffusione di materiale pornografico a minorenni all'interno della scuola. Niente di tutto questo. Al contrario le denunce partono contro Simone Pillon, non appena il video della conferenza – nei giorni successivi – viene caricato sul sito del Forum umbro delle famiglie. L’accusa è diffamazione a sfondo omofobo.

E il bello – si fa per dire – è che i giudici perugini hanno dato ragione all’associazione Omphalos e disposto il sequestro della pagina web con il video incriminato. Secondo i giudici infatti l’intervento di Pillon è effettivamente «offensivo e lesivo della reputazione dell’associazione Ompholos Arcigay-Arcilesbica», perché «nel corso dell’intervento, colorito da una sferzante ironia, Simone Pillon ha in primo luogo diffuso notizie non corrispondenti al vero sull’attività di informazione e di prevenzione svolta dall’associazione», che sarebbe quella di «prevenzione delle malattie veneree, come per altro risulta chiaramente da una corretta e non dolosamente distorta lettura dei volantini». Il giudice poi rimprovera a Pillon di avere descritto il volantino in questione come un tentativo di avviare all’attività omosessuale, cosa che non sarebbe vera.

In realtà, e anche tenendo conto che il tema dell’incontro non era la prevenzione delle malattie veneree, basta dare un’occhiata alle due facciate del volantino per capire di cosa si tratta: già le figure sono esplicite, con due ragazzi nudi in posa ammiccante da una parte e idem due ragazze dall’altra. E poi le istruzioni sono in alcuni casi riferibili anche a prevenzione per la salute, ma altre sono chiaramente finalizzate a suggerire tecniche per raggiungere un maggiore piacere erotico. «Puoi aumentare l’eccitazione della tua partner usando lubrificanti rigorosamente a base acquosa», tanto per fare un esempio, non pare proprio un’indicazione per prevenire le malattie veneree. In ogni caso, afferma Pillon, «resta il fatto che i dettagli impiegati per spiegare l’uso dei presidi era talmente dettagliato da descrivere di fatto particolari tecniche omosessuali e giochi erotici».

Inoltre nella conferenza «nessuno ha eccepito circa l’astratta liceità giuridica delle attività proposte da Omphalos. Il problema posto è sulla liceità morale e l’opportunità di diffondere tali pubblicazioni tra persone minorenni in un contesto formativo, sotto l’egida di un ente educativo come il liceo scientifico Alessi e senza il consenso dei genitori».

Ma per il giudice questi evidentemente sono dettagli insignificanti, soprattutto è la testimonianza che ormai il disegno di legge Scalfarotto viene già applicato anche se non è sato approvato in Parlamento. La libertà di espressione vale solo se si stampano vignette con la Santissima Trinità in atti sodomiti, mentre una semplice ironia sulle proposte omosessuali, più che giustificata dal contesto è meritevole di censura.

È un fatto gravissimo, segnale di una deriva totalitaria che pare inarrestabile, con l’avverarsi di quanto già prefigurava papa Francesco parlando di scuole ridotte a campi di rieducazione gender. Al punto che il senatore Carlo Giovanardi ha presentato ieri una interpellanza al ministro della Pubblica Istruzione e al ministro della Giustizia (analoga iniziativa è stata annunciata dall'on. Eugenia Roccella) nella quale – dopo aver ricordato l’inaudita sentenza perugina – chiede «quali iniziative intenda intraprendere per contrastare questo assedio alle scuole italiane da parte di alcune associazioni gay e garantire a chi dissente la libertà di pensiero, critica e "sferzante ironia”, cardine delle nostre libertà costituzionali». Risponderà qualcuno? 

20/01/2015 fonte: La nuova bussola quotidiana


IL SANTO DEL GIORNO 09/01/2015 Sant' Adriano di Canterbury Abate



Africano di nascita, Sant’Adriano era abate di Nerida, nel napoletano, quando il papa San Vitaliano lo chiamò ad occupare la sede arcivescovile di Canterbury, ma questi rifiutò essendo già morti nel giro di poco tempo ben due primati inglesi, San Deusdedit e Wighard, e consigliò di sostituirlo piuttosto con San Teodoro di Tarso, che si rivelò poi infatti uno dei più grandi arcivescovi della sede primaziale inglese. Il pontefice accettò, a patto però che Adriano accettasse di accompagnarlo quale consigliere ed assistente.
Teodoro lo nominò allora abate dell’antico monastero dei Santi Pietro e Paolo, poi reintitolato a Sant’Agostino. Sotto la guida di Adriano e l’influenza di Teodosio esso divenne ben presto uno dei più importanti centri di formazione per molti futuri vescovi ed esercitò una notevole influenza sulla cristianità del tempo. Materie di insegnamento erano il latino, il greco, il diritto romano, la Sacra Scrittura ed i Padri della Chiesa.
Gli studenti provenivano da tutta l’Inghilterra ed anche dalla vicina Irlanda, siccome l’allievo Sant’Aldhelm, poi primo vescovo di Sherborne, sostenette che la formazione impartita nel monastero di Canterbury fosse qualitativamente migliore a qualsiasi altra offerta in Irlanda.
L’abate Adriano fu insegnante per ben quarant’anni. Infine morì presso Canterbury il 9 gennaio di un anno imprecisato, forse il 710, e ricevette sepoltura nel monastero. Quando nel 1091 i lavori di ristrutturazione resero necessaria la rimozione di numerose tombe, il corpo di Sant’Adriano fu rinvenuto incorrotto e profumato. Presso la sua tomba nacque la fama miracolosa che lo contraddistinse per secoli, cosicchè il suo nome venne inserito nei calendari inglesi e poi nel Martyrologium Romanum, ove ancora oggi figura nell’anniversario della morte.


Il Papa: chi ama Dio è libero, solo lo Spirito apre il cuore



Soltanto lo Spirito Santo rende il cuore docile a Dio e alla libertà. Lo ha affermato Papa Francesco durante l’omelia della Messa del mattino, celebrata nella cappella di Casa S. Marta. I dolori della vita, ha detto il Papa, possono chiudere una persona, mentre l’amore la rende libera. Il servizio di Alessandro De Carolis:
Una seduta di yoga non potrà insegnare a un cuore a "sentire” la paternità di Dio, né un corso di spiritualità zen lo renderà più libero di amare. Questo potere ce l’ha solo lo Spirito Santo. Papa Francesco prende l’episodio del giorno del Vangelo di Marco – quello che segue la moltiplicazione dei pani e nel quale i Discepoli si spaventano nel vedere Gesù camminare verso di loro sull’acqua – che termina con una considerazione sul perché di quello spavento: gli Apostoli non avevano capito il miracolo dei pani perché "il loro cuore era indurito”.
Vita dura e muri di protezione
Un cuore può essere di pietra per tanti motivi, osserva il Papa. Per esempio, a causa di "esperienze dolorose”. Capita ai discepoli di Emmaus, timorosi di illudersi "un’altra volta”. Accade a Tommaso che rifiuta di credere alla Risurrezione di Gesù. E "un altro motivo che indurisce  il cuore – indica Francesco – è la chiusura in se stesso”:
"Fare un mondo in se stesso, chiuso. In se stesso, nella sua comunità o nella sua parrocchia, ma sempre chiusura. E la chiusura può girare intorno a tante cose: ma pensiamo all’orgoglio, alla sufficienza, pensare che io sono meglio degli altri, anche alla vanità, no? Ci sono l’uomo e la donna-specchio, che sono chiusi in se stessi per guardare se stessi continuamente, no? Questi narcisisti religiosi, no? Ma, hanno il cuore duro, perché sono chiusi, non sono aperti. E cercano di difendersi con questi muri che fanno intorno a sé”.
La sicurezza della prigione
C’è pure chi si barrica dietro la legge, aggrappandosi alla "lettera” di ciò che i comandamenti stabiliscono. Qui, afferma Papa Francesco, a indurire il cuore è un problema di "insicurezza”. E chi cerca solidità nel dettato della legge è sicuro – dice il Papa con una punta di ironia – come "un uomo o una donna nella cella di un carcere dietro la grata: è una sicurezza senza libertà”. Cioè l’opposto, soggiunge, di ciò "che è venuto a portarci Gesù”, la libertà:
"Il cuore, quando si indurisce, non è libero e se non è libero è perché non ama: così finiva Giovanni apostolo nella prima Lettura. L’amore perfetto scaccia il timore: nell’amore non c’è timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Non è libero. Sempre ha il timore che succeda qualcosa di doloroso, di triste, che mi faccia andare male nella vita o rischiare la salvezza eterna…  Ma tante immaginazioni, perché non ama. Chi non ama non è libero. E il loro cuore era indurito, perché ancora non avevano imparato ad amare”.
Lo Spirito rende liberi e docili
Allora, "chi ci insegna ad amare? Chi ci libera da questa durezza?”, si domanda Francesco. "Soltanto lo Spirito Santo”, è la sua risposta:
"Tu puoi fare mille corsi di catechesi, mille corsi di spiritualità, mille corsi di yoga, zen e tutte queste cose. Ma tutto questo non sarà mai capace di darti la libertà di figlio. Soltanto è lo Spirito Santo che muove il tuo cuore per dire ‘Padre’. Soltanto lo Spirito Santo è capace di scacciare, di rompere questa durezza del cuore e fare un cuore… morbido?… Non so, non mi piace la parola… "Docile”. Docile al Signore. Docile alla libertà dell’amore”. 

09/01/2015 fonte:Radio Vaticana

Iraq: espulsi da Mosul 10 anziani cristiani
I miliziani jihadisti dell'autoproclamato Califfato Islamico hanno espulso da Mosul 10 anziani cristiani caldei e siro-cattolici rastrellati dai villaggi della Piana di Ninive e temporaneamente ospitati nella seconda città irachena, dopo che aver rifiutato di abiurare la fede cristiana e di convertirsi all'islam. Mercoledì scorso il gruppo di anziani – alcuni dei quali con gravi problemi di salute – è stato accolto a Kirkuk, dopo aver passato due giorni al freddo nella "terra di nessuno” tra i villaggi occupati dalle milizie del sedicente Stato Islamico (Is) e l'area sotto controllo dei Peshmerga curdi.
L'aiuto di alcune famiglie musulmane
"Ci avevano cacciato dai nostri villaggi e dalle nostre case per occuparle - racconta Rachel, una delle anziane, contattata dall'agenzia Fides - e poi ci hanno ammassati tutti in una residenza di Mosul. Siamo andati avanti grazie all'assistenza di alcune famiglie musulmane, che ci portavano il cibo e quello di cui avevamo bisogno. Poi, a un certo punto, quelli del Califfato ci hanno detto che potevamo restare lì soltanto se ci convertivamo all'islam. Ma io, che mi nutrivo sempre del Corpo di Cristo e andavo sempre al santuario a pregare Santa Barbara, come potevo rinnegare tutto questo? Ho detto loro: io non posso farlo. Se volete, mandatemi via”.
A Kirkuk, grazie al patriarca Sako
Una volta espulsi da Mosul, gli anziani sono potuti entrare a Kirkuk grazie anche all'intercessione del patriarca caldeo Louis Raphael Sako, che ha convinto le autorità civili a sospendere il blocco ai check point d'ingresso alla città messo in atto per motivi di sicurezza. Insieme ai 10 anziani, è stata accolta a Kirkuk anche una delle famiglie musulmane di Mosul che si erano prodigate con sollecitudine nella loro cura. (G.V.)

09/01/2015 fonte: Radio Vaticana

Lettera a padre Piero Ghebbo

Piero Gheddo

Carissimo padre Piero Gheddo, è con gioia che Le scrivo questa lettera! Innanzi tutto mi presento. Mi chiamo Giovanni Maria (figlio di una famiglia con otto figli, quattro maschi e quattro femmine), ho 24 anni e ho appena terminato gli studi economici presso l’università Bocconi. Lavoro come ricercatore presso la IESE Business School di Barcellona focalizzandomi sull’Africa. Un lavoro appassionante tra la Spagna, il Kenya e la Nigeria, per cercare di comprendere in profondità le potenzialità di quello che fino a qualche anno fa veniva chiamato "the hopeless continent” ("il continente senza speranza”) e ora invece si dice che è "the new growth engine of the world” (il nuovo motore di crescita per l’umanità).
Era il 2011 e mi trovavo tra i mille colori e le mille luci di Sinchon nel cuore di Seoul in Corea del Sud. Affascinato da quello che vedevo attorno a me, ma ancor più dall’incredibile storia di padre Augusto Gianola, l’eremita del Pime nell’Amazzonia brasiliana, che Lei stava raccontando su Radio Maria. E fu proprio attraverso le sue catechesi, scaricate dal sito di Radio Maria, che venni a conoscenza della trasmissione mensile "La missione continua”, sulla missione alle genti, nella quale lei racconta la vita e lo spirito dei missionari. Da allora non l’ho più abbandonata. Le storie dalla Birmania di Felice Tantardini, il santo col martello, e del grande Clemente Vismara, le avventure di Angelo Campagnoli tra la Birmania e la Thailandia, quelle di Aristide Pirovano e Marcello Candia in Amazzonia, del vescovo  mons. Cesare Bonivento in Papua Nuova Guinea, di padre Maurizio Bezzi fra i ragazzi di strada a Yaoundè in Camerun e via dicendo.
piero-gheddo-dinajpur-santal-bangladeshRacconti che mi hanno accompagnato per le strade del mondo. Dopo cinque indimenticabili mesi in scambio universitario presso la Yonsei University di Seoul mi sono recato in Cina per un anno di studio presso la Fudan University di Shanghai. E ancora le Sue catechesi mi hanno accompagnato tra le foreste del Kenya dove mi trovavo per alcuni mesi di lavoro come ricercatore presso la Strathmore Business School di Nairobi.
Grazie padre Piero! Come Lei ha sperimentato, anche io sono rimasto senza parole di fronte alla vitalità, alla gioia, all’entusiasmo di queste giovani Chiese. Sono rimasto affascinato di fronte a quella fede semplice e giovane, che va all’essenziale del messaggio cristiano, cioè a Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo.
Sono rimasto stupito di fronte al ruolo dei laici. Padri e madri di famiglia, giovani studenti universitari come me che trasmettono la loro fede in ogni ambiente con naturalezza e con il sorriso sulle labbra. In queste giovani Chiese sono proprio i laici il motore delle parrocchie, sono i laici che organizzano al meglio la Messa domenicale, che promuovono le visite ai poveri, i ritiri spirituali, le iniziative culturali e anche la stessa attività economica. La parrocchia è una vera famiglia dove i laici si prendono cura dell’intera comunità cristiana. Il sacerdote è il padre e direttore di tutto, l’animatore dei laici che operano per annunziare Cristo ai non cristiani, con sorprendenti risultati.
Posso dire che furono proprio la Chiesa cinese e quella coreana a convertirmi. Fu proprio nell’Estremo Oriente che vidi forse per la prima volta quel Gesù vivo, quel Gesù che fece dire a san Paolo "non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, "per me vivere è Cristo”. Quanti giovani convertiti ho potuto conoscere, quanti neo-battezzati. Mai potrò dimenticare quella luce che fuoriusciva dai loro occhi, una luce che illuminava chiunque passasse per la loro strada. Valentine, giovane ragazza cinese che ora lavora nel marketing per una importante società multinazionale, subito dopo aver ricevuto il battesimo nella cattedrale di sant’Ignazio a Shanghai, mi confidò: "Giovanni. questo è il giorno più bello della mia vita. Da quando ho scoperto Gesù, vivo con lui nel mio cuore e la mia vita ha acquistato un senso”. Ecco l’Evangelii gaudium, ecco quella "gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”.
Quanto hanno da insegnarci queste Chiese! Grazie, quindi, per quello che sta facendo attraverso le catechesi su Radio Maria e tutti i libri e gli articoli che pubblica. La ricordo sempre nella preghiera.

09/01/2015 fonte: Tempi.it




Io separata, dico no alla comunione ai risposati

di Lorenzo Schoepflin

«La mia è una vita piena d’amore». Esordisce così Stefania Tanganelli, aretina di 53 anni, di fronte ad una tazzina di caffè. E ti spiazza subito col suo sorriso sereno: Stefania, il 25 marzo del 2001, è stata lasciata da suo marito dopo neppure 10 anni di matrimonio, con un figlio di quasi 8 anni da crescere e una vita intera davanti. «Mio marito non si è mai guardato indietro ed io ero sola e stordita e dopo un periodo di solitudine ho conosciuto un bravo ragazzo che aveva un progetto importante per me e mio figlio insieme a lui». Contemporaneamente, Stefania inizia a frequentare di nuovo la parrocchia, dopo una lunga assenza, per garantire al figlio un’educazione cristiana. È qui che entra in scena il padre spirituale di Stefania, che dopo un po’ di tempo la mette di fronte alla verità: dovrà scegliere tra quel suo fidanzato e il Signore, non potrà continuare a ricevere l’Eucarestia vivendo nella sua nuova condizione.

E cosa è successo poi?

«Padre Gregorio (questo il nome del padre spirituale di Stefania, ndr) mi disse di pregare il Signore affinché mi facesse capire cosa fosse veramente importante per me. Mi consigliò di prendermi un mese di tempo e così feci, condividendo le sue indicazioni. Fu il mese più incredibile della mia vita. Ho potuto percepire nitidamente l’immensità dell’amore di Cristo, quasi il mio cuore non riusciva a contenere tanta grazia. A quel punto tutto è stato chiaro per me e con semplicità sono andata dal mio fidanzato e gli ho detto che sarei rimasta una sposa fedele e che sceglievo Gesù nella mia vita. Non potevamo più frequentarci. Corsi da padre Gregorio a comunicargli la mia scelta in confessione: uscì dal confessionale, mi abbracciò e si mise a piangere».

Una sposa fedele ad un marito che se ne va?

«Esatto. Fedele ad una promessa che ho fatto il giorno del mio matrimonio. Fedele al progetto di vita che abbiamo cominciato insieme. "Esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore”. Fin dal primo attimo del matrimonio sappiamo che il dolore può far parte della vita di coppia, ma neppure il dolore più straziante, nemmeno le spalle girate del tuo sposo possono spezzare quel vincolo reso sacro dal Sacramento. Perché quel Sacramento è molto di più dell’amore umano, lì c’è Gesù che si lega ai due sposi in modo stabile ed indissolubile». 

E se sono i due sposi a non essere più fisicamente insieme?

«Gesù resta. È in virtù di ciò, di questa presenza particolare e potente, che si comprende appieno l’identità del separato cristiano. Gesù sparisce quando ci si separa? No. Spariscono tante persone nel momento della difficoltà, tanti cosiddetti amici, ma posso dire per esperienza personale che il Cristo delle nozze è con me. E con Cristo resta l’amore, perché l’amore vero dura per sempre: tu te ne puoi andare, ma non per questo io non ti amo più».

La tua storia, per coloro che non sanno leggerla nella prospettiva soprannaturale, non ha senso: è una storia di inutile sofferenza. O addirittura, in una falsa prospettiva di fede, c’è chi potrebbe dirti che quello che hai deciso di vivere non è ciò che il Signore vuole da te. Cosa ti senti di rispondere loro?

«Non esiste una vita familiare immune dalla sofferenza. Sicuramente la mia vita è una vita anche di sofferenza, ma io vivo nella verità e questo è quello che conta. Noi dobbiamo essere testimoni di questa gioia, della gioia di Cristo, della gioia della verità. A tutti io mi sento di dire che questa gioia nessuno può portarmela via, questa grande grazia che si è manifestata nella mia vita, oggi così bella e così piena, non può essere offuscata da nulla e da nessuno. Dobbiamo dire a chi vive situazioni simili alla mia: il Signore non vi lascia soli, fidatevi di Lui».

In occasione del recente Sinodo sulla famiglia, che si concluderà quest’anno, si è a tratti respirato un clima che parrebbe contrastare con queste tue certezze. Cosa hai provato?

«Nulla e nessuno, lo ripeto, potrà privarmi di questa forte e certa presenza di Gesù nella mia vita. Credo e spero, e per questo prego, che la dottrina della Chiesa in tema di separati risposati non muti. Cambiare significherebbe di colpo minare le fondamenta di tre Sacramenti: matrimonio, confessione, Eucarestia. Il ”fedele sempre” della formula del matrimonio dovrebbe cambiare, ciò che oggi è peccato cesserebbe di esserlo e il Corpo di Cristo veramente presente nell’ostia consacrata sarebbe svenduto. Forse qualche crepa si è aperta e sarà difficile riparare il danno, ma io continuerò a essere testimone del fatto che quello che al mondo sembra impossibile, con Cristo diventa non solo possibile, ma meraviglioso. La mia condizione la vivo nella carne: una vita di continenza sessuale, di disciplina, è quanto di più lontano da quello che ti propone il pensiero dominante e non è certo semplice. Eppure la castità, se vissuta come dono, come regalo a Gesù, diventa giogo soave».

Per questo ti sei dotata di una tua regola di vita scritta.

«Ho sentito questo bisogno nel 2012, ho percepito che dovevo fare una cosa del genere durante un pellegrinaggio a Medjugorje. Con l’aiuto di padre Gregorio ho elaborato alcuni punti fondamentali. Castità, fuggire le tentazioni: a un cuore puro corrisponde sempre un corpo puro. Amore per il mio sposo che si concretizza in preghiera quotidiana per lui e per la mia famiglia. Obbedienza: vivere ogni giorno la verità del Vangelo, arrendersi a Cristo, piegare la mia volontà. Povertà: vivere con gratitudine del mio lavoro nell’uso opportunamente distaccato dei beni materiali. Adorazione eucaristica quando possibile, Santa Messa quotidiana, confessione mensile. Servizio alla Chiesa nella forma del servizio alla famiglia sofferente e impegno a vivere la vocazione di madre con dedizione totale. Sono questi gli ingredienti della mia regola». 

Una regola che poi è diventata la base per qualcosa che va oltre la tua storia personale.

«Nel 2008 avevo conosciuto un gruppo di sposi separati provenienti da tutta Italia, che vivevano come me la fedeltà al matrimonio. La loro guida era – ed è ancora oggi – monsignor Renzo Bonetti, che fino al 2009 è stato direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della Cei e Consultore Pontificio per la Famiglia. A partire dalla primavera del 2012 questo gruppo ha maturato l’idea di costituire una vera e propria fraternità, che oggi si chiama "Associazione fraternità sposi per sempre”. L’obiettivo non è quello di sopravvivere a un dolore, ma di vivere in pienezza il proprio cammino di santità. Il tutto al servizio della Chiesa, testimoni in carne ed ossa che la fedeltà al matrimonio è possibile anche se l’amore non è più ricambiato dal tuo coniuge. La nostra associazione è inserita nel più ampio progetto di Mistero Grande (www.misterogrande.org), che nasce dal desiderio comune e condiviso di alcune coppie di sposi cristiani di esprimere la loro identità più vera nella bellezza del matrimonio. La mia regola ha solo codificato quello che esisteva già nell’animo di tante persone come me».

Di tutto questo, dicevi, fa parte anche l’amore per i figli. Molto importante nella tua vita è anche l’educazione che hai voluto dare a tuo figlio e il contatto quotidiano con tante storie di bambini e adolescenti vittime della separazione dei propri genitori. Forse ci dimentichiamo che sono anche loro a soffrire immensamente a seguito della fine dei matrimoni?

«Io non posso dimenticarmene perché ho visto il trauma subito da mio figlio. Ma l’impressione è proprio quella: addirittura si è arrivati a dire che l’approvazione di una legge sul divorzio breve serve anche ad alleviare il dolore dei figli. Ci si dimentica invece che per loro la vera sofferenza inizia dal momento in cui i genitori si separano definitivamente. E io posso testimoniarlo perché oggi mi trovo ad ascoltare molte persone che vivono nella mia stessa condizione e i cui figli hanno avuto molti problemi a scuola, nella vita affettiva, nell’esistenza quotidiana. Su questo argomento, anche in occasione del Sinodo, non si sono spese parole sufficienti. Che ne sarà di quei figli i cui genitori si sono fatti una seconda famiglia? Come potrebbero reagire alla "normalizzazione” di un secondo matrimonio? Sono questioni che dovrebbero consigliare prudenza sia in senso ecclesiale che laico».

Si sta correndo troppo velocemente senza una vera meta?

«Il rischio è grande. Si sta giocando con la famiglia. Se la Chiesa vorrà aprire all’accesso ai sacramenti per i risposati, cosa avrà poi da dire alle famiglie che vivono con impegno e sacrificio un matrimonio fedele? Se lo Stato demolisce la struttura portante della società, quale futuro ci attende?».  

Però la tua storia, la tua vita attuale, la tua presenza, la tua attività al servizio delle famiglie in difficoltà comunicano speranza, a dispetto di uno scenario non proprio incoraggiante.

«Potrebbe essere diversamente? L’ho già detto: Gesù è sempre con me, è sempre con noi se lo vogliamo, se Gli facciamo spazio nel nostro cuore. È la gioia di vivere e testimoniare la Verità. Consentimi di ripeterlo: il Signore ci vuole felici, ci dà la pace vera, che non è la pace del mondo. Ci tratta con misericordia, una misericordia vera, che è quella che ha usato con l’adultera: "Neppure io ti condanno, va’ e non peccare più». 

 09/01/2915 fonte La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 25/12/2014 Natale del Signore


La Chiesa celebra con la solennità del Natale la manifestazione del Verbo di Dio agli uomini. E’ questo infatti il senso spirituale più ricorrente, suggerito dalla stessa liturgia, che nelle tre Messe celebrate oggi da ogni sacerdote offre alla nostra meditazione "la nascita eterna del Verbo nel seno degli splendori del Padre (prima Messa); l'apparizione temporale nell'umiltà della carne (seconda Messa); il ritorno finale all'ultimo giudizio (terza Messa)" (Liber Sacramentorum).
Un antico documento, il Cronografo dell'anno 354, attesta l'esistenza a Roma di questa festa al 25 dicembre, che corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d'inverno, "Natalis Solis Invieti", cioè la nascita del nuovo sole che, dopo la notte più lunga dell'anno, riprendeva nuovo vigore.
Celebrando in questo giorno la nascita di colui che è il Sole vero, la luce del mondo, che sorge dalla notte del paganesimo, si è voluto dare un significato del tutto nuovo a una tradizione pagana molto sentita dal popolo, poiché coincideva con le ferie di Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla stessa mensa, come liberi cittadini. Le strenne natalizie richiamano però più direttamente i doni dei pastori e dei re magi a Gesù Bambino.
In Oriente la nascita di Cristo veniva festeggiata il 6 gennaio, col nome di Epifania, che vuol dire "manifestazione"; poi anche la Chiesa orientale accolse la data del 25 dicembre, come si riscontra in Antiochia verso il 376 al tempo del Crisostomo e nel 380 a Costantinopoli, mentre in Occidente veniva introdotta la festa dell'Epifania, ultima festa del ciclo natalizio, per commemorare la rivelazione della divinità di Cristo al mondo pagano. I testi della liturgia natalizia, formulati in un'epoca di reazione alla eresia trinitaria di Arlo, sottolineano con accenti di calda poesia e con rigore teologico la divinità del Bambino nato nella grotta di Bettlem, la sua regalità e onnipotenza per invitarci all'adorazione dell'insondabile mistero del Dio rivestito di carne umana, figlio della purissima Vergine Maria ("fiorito è Cristo ne la carne pura", dice Dante).
L'Incarnazione di Cristo segna la partecipazione diretta degli uomini alla vita divina. La restaurazione dell'uomo mediante la spirituale nascita di Gesù nelle anime è il tema suggerito dalla devozione e dalla pietà cristiana che, al di là delle commoventi tradizioni natalizie fiorite ai margini della liturgia, ci invita a meditare annualmente sul mistero della nostra salvezza in Cristo Signore.

Bambini vittime degli Erode di oggi: il Papa Urbi et Orbi

Gesù trasformi l’indifferenza in vicinanza, il rifiuto in accoglienza: è la preghiera di Papa Francesco al saluto Urbi et Orbi, in cui ricorda le lacrime di tanti nel mondo: vittime di "guerre, persecuzioni, schiavitù”. In particolare parla dei bambini, "vittime degli Erode di oggi". Torna a denunciare il silenzio complice di tanti e la globalizzazione dell'indifferenza.  Il figlio di Dio è la salvezza, dice Francesco, pregando perché "tolga la durezza dai cuori di tanti uomini e donne”. Il Papa parla a oltre 80.000 persone raccolte in Piazza San Pietro. Il servizio di Fausta Speranza:
"Gesù è la salvezza per ogni persona e per ogni popolo”: la speranza del Natale è forte nelle parole di Francesco che però ricorda che "tante lacrime ci sono in questo Natale insieme con le lacrime di Gesù”. Papa Francesco, ricordando la gioia della nascita del Figlio di Dio, Salvatore del mondo, ricorda che "sono le persone umili, piene di speranza nella bontà di Dio, che accolgono Gesù e lo riconoscono”. In tante situazioni sembra prevalere "l’indifferenza, il rifiuto”, l’odio, la violenza. Il cuore del Papa Francesco è vicino innanzitutto ai bambini:
"Gesù Bambino. Il mio pensiero va a tutti i bambini oggi uccisi e maltrattati, sia a quelli che lo sono prima di vedere la luce, privati dell’amore generoso dei loro genitori e seppelliti nell’egoismo di una cultura che non ama la vita; sia a quei bambini sfollati a motivo delle guerre e delle persecuzioni, abusati e sfruttati sotto i nostri occhi e il nostro silenzio complice; e ai bambini massacrati sotto i  bombardamenti, anche là dove il figlio di Dio è nato".
La denuncia di Papa Francesco è forte e chiara, e ribadita: 
"Ancora oggi il loro silenzio impotente grida sotto la spada di tanti Erode. Sopra il loro sangue campeggia oggi l’ombra degli attuali Erode". 
L'invocazione e la preghiera: 
 "Gesù salvi i troppi fanciulli vittime di violenza, fatti oggetto di mercimonio e della tratta delle persone, oppure costretti a diventare soldati;bambini, tanti bambini abusati. Dia conforto alle famiglie dei bambini uccisi in Pakistan la settimana scorsa”.
L’attenzione del Papa è per tutti quelli che soffrono: nomina l’Iraq, la Siria, il Medio Oriente, la Nigeria e altri focolai di conflitto nel continente africano, l'Ucraina. E poi "i gruppi etnici e religiosi che patiscono una brutale persecuzione”, i malati e in particolare le vittime di ebola.  
"Il potere di Cristo, che è liberazione e servizio, si faccia sentire in tanti cuori che soffrono guerre, persecuzioni, schiavitù”.
E’ l’appello affinchè le persone sofferenti siano raggiunte dall’amore di Dio. Ma c’è poi la preghiera accorata a Dio perché tocchi i cuori di tanti distratti osservatori o responsabili:
"Che con la sua mansuetudine questo potere divino tolga la durezza dai cuori di tanti uomini e donne immersi nella mondanità e nell’indifferenza, nella globalizzazione dell’indifferenza. Che la sua forza redentrice trasformi le armi in aratri, la distruzione in creatività, l’odio in amore e tenerezza”.
Dunque il pensiero preciso a diverse situazioni, innanzitutto Iraq e Siria:
"A Lui Salvatore del mondo domando oggi che guardi i nostri fratelli e sorelle dell’Iraq e della Siria che da troppo tempo soffrono gli effetti del conflitto in corso e, insieme con gli appartenenti ad altri gruppi etnici e religiosi, patiscono una brutale persecuzione”.
"Il Natale porti loro speranza – dice Francesco - , come ai numerosi sfollati, profughi e rifugiati”.
"Quanti sono ora nella prova possano ricevere i necessari aiuti umanitari per sopravvivere, alla rigidità dell’inverno, fare ritorno nei loro Paesi e vivere con dignità.
E dunque l’appello perché le cose in Medio Oriente cambino:
"Possa il Signore aprire alla fiducia i cuori e donare la sua pace a tutto il Medio Oriente, a partire dalla Terra benedetta dalla sua nascita, sostenendo gli sforzi di coloro che si impegnano fattivamente per il dialogo fra Israeliani e Palestinesi”.
Poi il pensiero alla martoriata Nigeria:
"Cristo Salvatore doni pace alla Nigeria, dove altro sangue viene versato e troppe persone sono ingiustamente sottratte ai propri affetti e tenute in ostaggio o massacrate. Pace invoco anche per altre parti del continente africano”.
E il Papa nomina anche la Libia, il Sud Sudan, la Repubblica Centroafricana e varie regioni della Repubblica Democratica del Congo. Anche qui l’appello concreto: "chiedo a quanti hanno responsabilità politiche – dice Francesco - di impegnarsi attraverso il dialogo a superare i contrasti e a costruire una duratura convivenza fraterna”.
E la speranza per l'Ucraina perchè "Gesù conceda a quell’amata terra di superare le tensioni, vincere l’odio e la violenza e intraprendere un nuovo cammino di fraternità e riconciliazione". 
Nella preghiera per le vittime di ebola, in particolare in Liberia, Sierra Leone, Guinea, c’è l’appello perché "siano assicurate l’assistenza e le terapie necessarie” ma anche un ringraziamento sentito per quanti si stanno adoperando coraggiosamente”.
Davvero per tutti, la preghiera di Francesco: "che lo Spirito Santo illumini i nostri cuori perché possiamo riconoscere nel Bambino Gesù, la salvezza donata da Dio a ogni uomo”.

25712/2014 fonte: Radio vaticana

Sante sberle di Natale di un padre che aveva il coraggio di essere padre



di Giovanni Testori

«Il portinaio aveva due figli, uno era Peppino e sarebbe diventato mio amico. Gesù quel Natale portò i doni come sempre: come è naturale a me portò molto più che a lui»
giovanni-testoriRingrazio il cielo che qualcosa d’altro mi ha dato l’educazione di mio padre. Nella nostra casa di Novate, a Natale arrivava Gesù Bambino. Stavamo a ridosso dello stabilimento dei miei e c’era lì la portineria. Il portinaio aveva due figli, uno era Peppino e sarebbe diventato mio amico. Gesù quel Natale portò i doni come sempre: com’è naturale a me portò molto più che a lui. A Santo Stefano giocavo nel cortile dello stabilimento e il Peppino mi porta a casa a vedere i suoi regali. Era felice. E io poi l’ho portato a casa mia. «Guarda i mè, quanti me n’à purtuàa ul Bambin Gesù! Perché mi sunt el fioeu del padrun!» Lo vidi uscire piangendo come un disgraziato. Avevamo cinque anni. Mio papà lo incontra e gli dice: «’Ste ghet?», cos’hai? E il Peppino: «Il Gianni mi ha detto..» «Ah sì! Adess, al ciapi mì», lo prendo io. Alle cinque della sera, quando uscivano gli operai che allora, prima del 1930, erano 25-30, mi mise sulla porta, in ginocchio. Li conoscevo tutti. Timbravano il cartellino: tac-tac, tac-tac. E lui mi picchiava e diceva: «Chi credi di essere tu? Dumanda perdùn! Domanda perdùn! Scemo, stupit. Così imparai che cos’è la vita. Perdùn!» Il tac-tac dei cartellini, gli sguardi degli operai che avevano compassione, mi sono rimasti qui. Sante sberle. Aveva il coraggio di essere padre.

25/12/2014 fonte: Tempi.it




Il primo vero presepe gay è in un seminario

di Tommaso Scandroglio

Nel seminario vescovile di San Miniato è spuntato un presepe, che a voler essere buoni perché è Natale, potremmo definirlo ambiguamente gay. L’artista Mario Rossi ha raffigurato due pastori a grandezza naturale che stanno a braccetto uno con l’altro e tengono in mano un cartello dove c’è scritto: «Cerchiamo di superare come ha detto Papa Bergoglio, la cultura dello ‘scarto’ con la cultura della solidarietà».

Quei due pastori vogliono raffigurare la prima coppia gay di Betlemme? La soluzione nelle parole di Rossi: "Ho parlato delle diversità che si palesano in questo tempo dai nuovi, pericolosi, rigurgiti oscuri e quindi è solo un messaggio contro i muri, le terre contese, le guerre tra gli uomini, l’odio scatenato dalle differenze religiose, ma anche da quelle legate all’orientamento sessuale. Il mio è un invito alla pace e alla tolleranza: nel presepe l’ho detto e lo ripeto c’è posto per tutti. Le polemiche, invece, non m’interessano: non ho realizzato questo progetto di presepe per destare clamore o per dare il via ad un polverone mediatico. La gente, vedendo questa rappresentazione, dovrebbe riflettere”. Poi aggiunge l’artista che non fa mistero di essere un cattocomunista Doc: "Il presepe è sicuramente sacro, simbolo di pace e di speranza, ma proprio per questo quel popolo che adora il bambino è un popolo che non conosce le diversità, che include tutti senza distinzione di razza, sesso o religione. Almeno nel presepe questo può accadere”.

E dunque pare proprio che l’invito di Rossi sia quello di non scartare nessuno, persone omosessuali comprese. Assolutamente condivisibile, ma si sa che l’invito ad accogliere le persone con tendenza omosessuale spesso scivola nell’invito ad accogliere l’omosessualità.

Rossi ci dice che nel presepe ci deve essere spazio per tutti. D’altronde Gesù è venuto per tutti. Quindi spazio anche ladri, truffatori ed evasori fiscali nel presepe? Perché scartare questa ampia fetta di umanità? Anzi, forse la domanda giusta è: "Perché nel presepe accanto all’arrotino, al pastore e al boscaiolo, non abbiamo mai visto un ladro che si intrufola in una casetta, un borseggiatore che sfila una paio di monete dalla saccoccia del pastore distratto che sta contemplando la natività, un sequestratore che rapisce la figlia del fabbro per chiederne il riscatto?”. Eppure sono anch’essi uomini di quel "popolo che non conosce la diversità”.

Tali figuri non hanno mai avuto le carte in regola per diventare statuine abilitate a calcare la scena di questo mistico teatro in miniatura perché l’umanità che contempla il Bambinello è sì quella peccatrice ma anche quella che vuole convertirsi. La scoperta di Gesù grazie all’annuncio celeste porta alla conversione e dunque quell’abbraccio dei due pastori di San Miniato dovrebbe immediatamente cessare. E’ vero dunque che il Gesù Bambino nella mangiatoria viene per redimere tutte le miserie di cui è afflitto l’uomo. Omosessualità e blasfemia compresa. Ma che le persone omosessuali superino questa loro tendenza e che i blasfemi si ravvedano. Altrimenti costoro starebbero a contemplare non Gesù nella mangiatoia bensì i loro peccati.

Nel presepe del sig. Rossi invece Gesù deve far posto all’omosessualità e così accade che il vero rifiutato, il vero scartato – duemila anni fa come oggi – è ancora Lui.

Ovviamente l’esperimento di San Miniato potrebbe dare la stura altre iniziative simili in futuro. Nei prossimi Natale quella coppia etero composta da Maria e Giuseppe – così stereotipata nel loro dualismo sessuale - potrebbe essere sfrattata dalla capanna per far posto ad una coppia omo. Il Gesù Bambino a quel punto non potrebbe che essere adottato. Intuibile che gli altri presepi di francescana memoria sarebbero da considerarsi omofobi. Oppure il presepe potrebbe celebrare non più tanto la natività di Nostro Signore bensì l’asessualità degli angeli – così voluti da Dio - i quali diventerebbero loro malgrado bandiera dell’ideologia gender perché né maschi e né femmine. La rivisitazione in chiave omo colpirebbe anche i Re Magi: tre uomini, che vivono a stretto contatto uno con l’altro per più di settimane senza la compagnia di una donna la direbbero già lunga sul loro orientamento sessuale. Insomma le variazioni sul tema potrebbero essere variopinte come l’arcobaleno della bandiera gay.

Ma c’è una notizia dentro la notizia. Come accennato, il presepe è stato allestito presso il seminario vescovile. La curia, attualmente sprovvista di vescovo, per ora tace. Ma non c’è un portavoce in questo momento di "sede vacante” pronto a separare i due pastorelli? E il rettore del seminario? La vicenda imbarazza non poco sia perché nell’immaginario collettivo il seminario evoca l’idea di un luogo dove fiorisce il celibato sacerdotale sia perché nell’altro lato – quello in ombra – dello stesso immaginario collettivo il seminario viene visto come luogo dove fioriscono pratiche omosessuali. Insomma vorremmo evitare che qualche malizioso pensasse che il presepe sia un imprimatur de facto a certe licenziose condotte dei sacerdoti in erba.

Forse il sig. Rossi però ha un inconsapevole merito. Ci ha fatto comprendere meglio il vero significato di quel freddo e gelo cantato dal "Tu scendi dalle stelle”: il Divin Bambino anche quest’anno raggelerà di fronte alla perversione culturale e di costumi che si squaderna al di fuori della sua capanna.

25/12/2014 fonte. la nuova bussola quotidiana

Violenze brutali contro i cristiani del Medio Oriente

di Massimo Introvigne

Il 23 dicembre è stata resa pubblica la lettera di Papa Francesco ai cristiani del Medio Oriente, formalmente datata 21 dicembre. I media si sono affrettati a commentare l'accento alla minaccia «di dimensioni prima inimmaginabili» costituita dal Califfato e l'invito rinnovato a chi nell'islam pensa di avere titolo a definire il «vero» contenuto della propria religione perché condanni senza ambiguità il terrorismo e la persecuzione delle minoranze religiose. Si tratta di aspetti certamente importanti, ma (come per il discorso del 22 dicembre alla Curia Romana) non si afferra davvero il cuore del Magistero di Papa Francesco se non se ne coglie la dimensione spirituale. Il tempo della persecuzione richiede certo una risposta della comunità internazionale «con ogni tipo di iniziativa»: ma deve anche essere vissuto, dagli stessi perseguitati e da tutta la Chiesa, come un «appello alla santità», una chiamata alla preghiera, ai Sacramenti e a una vita cristiana più coerente e fervorosa.

Il Papa parte da una citazione della Seconda Lettera ai Corinti di San Paolo: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,3-4). Parole tanto adatte al Medio Oriente cristiano, dove «alle note dei canti natalizi si mescoleranno le lacrime e i sospiri». Davvero «l'afflizione e la tribolazione non sono mancate purtroppo nel passato anche prossimo del Medio Oriente».

Le tribolazioni non sono recenti, ma si sono aggravate a causa di un fenomeno nuovo: «l’operato di una più recente e preoccupante organizzazione terrorista, di dimensioni prima inimmaginabili, che commette ogni sorta di abusi e pratiche indegne dell’uomo, colpendo in modo particolare alcuni di voi che sono stati cacciati via in maniera brutale dalle proprie terre, dove i cristiani sono presenti fin dall’epoca apostolica». Né questa organizzazione terroristica, che il documento non nomina ma che è evidentemente l'Isis, il cosiddetto Califfato, se la prende solo con i cristiani: ci sono «anche altri gruppi religiosi ed etnici che pure subiscono la persecuzione», la quale ormai non risparmia neppure i bambini. «Questa sofferenza grida verso Dio e fa appello all’impegno di tutti noi, nella preghiera e in ogni tipo di iniziativa». 

Le persecuzioni - lo ha insegnato lo stesso Gesù Cristo - possono «fortificare la fede e la fedeltà», purché si rimanga uniti e non si dimentichino la preghiera e i sacramenti. «L’unità voluta dal nostro Signore è più che mai necessaria in questi momenti difficili; è un dono di Dio che interpella la nostra libertà e attende la nostra risposta». Sono pure necessari «i Sacramenti, la preghiera» perché la persecuzione è sempre «un forte appello alla santità della vita». E la persecuzione colpisce insieme cattolici e ortodossi, favorendo quell'ecumenismo della sofferenza e del sangue che il Papa ha messo al centro del suo viaggio apostolico in Turchia. «Le sofferenze patite dai cristiani», scrive Francesco, «portano un contributo inestimabile alla causa dell’unità. È l’ecumenismo del sangue, che richiede fiducioso abbandono all’azione dello Spirito Santo».

La presenza dei cristiani giova anche agli ebrei e ai musulmani ed «è preziosa per il Medio Oriente. Siete un piccolo gregge, ma con una grande responsabilità nella terra dove è nato e si è diffuso il cristianesimo. Siete come il lievito nella massa. Prima ancora di tante opere della Chiesa nell’ambito scolastico, sanitario o assistenziale, da tutti apprezzate, la ricchezza maggiore per la Regione sono i cristiani, siete voi». Qualche volta sembra che ogni tentativo di dialogo sia vano e perfino inutile. Ma in realtà lo«sforzo di collaborare con persone di altre religioni, con gli ebrei e con i musulmani, è un altro segno del Regno di Dio. Il dialogo interreligioso è tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Non c’è un’altra strada». Il dialogo, anzi, «è anche il migliore antidoto alla tentazione del fondamentalismo religioso, che è una minaccia per i credenti di tutte le religioni».

A chi vive «in un ambiente a maggioranza musulmana» Francesco chiede di «aiutare i concittadini musulmani a presentare con discernimento una più autentica immagine dell’Islam, come vogliono tanti di loro, i quali ripetono che l’Islam è una religione di pace e può accordarsi con il rispetto dei diritti umani e favorire la convivenza di tutti». Questa nuova auto-presentazione da parte dell'islam ha però come condizione, per essere credibile, una denuncia non ambigua delle persecuzioni delle minoranze religiose e del terrorismo. «La situazione drammatica che vivono i nostri fratelli cristiani in Iraq, ma anche gli yazidi e gli appartenenti ad altre comunità religiose ed etniche, esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte di tutti i responsabili religiosi, per condannare in modo unanime e senza alcuna ambiguità tali crimini e denunciare la pratica di invocare la religione per giustificarli».

Superando tante difficoltà, il Papa chiede ai laici cristiani del Medio Oriente di impegnarsi nella vita politica, di esercitare «il dovere e il diritto di partecipare pienamente alla vita e alla crescita della vostra nazione». Ai pastori Francesco rinnova l'invito a rimanere accanto al gregge nelle difficoltà. Ai giovani ripete le parole di Benedetto XVI nell'esortazione apostolica «Ecclesia in Medio Oriente»: «Non abbiate paura o vergogna di essere cristiani. La relazione con Gesù vi renderà disponibili a collaborare senza riserve con i vostri concittadini, qualunque sia la loro appartenenza religiosa». Agli anziani del Medio Oriente la lettera esprime «stima»: «siete la memoria dei vostri popoli; auspico che questa memoria sia seme di crescita per le nuove generazioni». E il Pontefice saluta quanti operano nelle vaste opere della Chiesa di carattere sociale ed educativo. In particolare, «nell’ambito dell’educazione è in gioco il futuro della società».

Francesco sa che i cristiani del Medio Oriente non possono farcela da soli. Tutta la Chiesa deve sostenerli. Ma occorre anche «esortare la Comunità internazionale a venire incontro ai vostri bisogni e a quelli delle altre minoranze che soffrono; in primo luogo, promuovendo la pace mediante il negoziato e il lavoro diplomatico, cercando di arginare e fermare quanto prima la violenza che ha causato già troppi danni». Il Papa condanna nuovamente il traffico di armi e le troppe forme di scetticismo riguardo alla possibilità che nel Medio Oriente si arrivi a una vera pace: scetticismi, scrive, che si combattono anch'essi con la preghiera. 

«La vostra testimonianza», conclude la lettera del Papa ai cristiani del Medio Oriente, «mi fa tanto bene. Grazie! Ogni giorno prego per voi e per le vostre intenzioni. Vi ringrazio perché so che voi, nelle vostre sofferenze, pregate per me e per il mio servizio alla Chiesa. Spero tanto di avere la grazia di venire di persona a visitarvi e confortarvi. La Vergine Maria, la Tutta Santa Madre di Dio e Madre nostra, vi accompagni e vi protegga sempre con la sua tenerezza»

25/12/2014 fonte: La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 06/12/2014 San Nicola di Mira ( di Bari)



San Nicola è uno dei santi più venerati ed amati al mondo. Egli è certamente una delle figure più grandi nel campo dell’agiografia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui quanto a universalità e vivacità di culto.
Ogni popolo lo ha fatto proprio, vedendolo sotto una luce diversa, pur conservandogli le caratteristiche fondamentali, prima fra tutte quella di difensore dei deboli e di coloro che subiscono ingiustizie. Egli è anche il protettore delle fanciulle che si avviano al matrimonio e dei marinai, mentre l’ancor più celebre suo patrocinio sui bambini è noto soprattutto in Occidente. 

La Patria di San Nicola
 
San Nicola nacque intorno al 260 d.C. a Patara, importante città della Licia, la penisola dell’Asia Minore (attuale Turchia) quasi dirimpetto all’isola di Rodi. Oggi tutta la regione rientra nella vasta provincia di Antalya, la quale comprende, oltre la Licia, anche l’antica Pisidia e Panfilia. 
Nell’antichità i due porti principali erano proprio quelli delle città di San Nicola: Patara, dove nacque, e Myra, di cui fu vescovo.
Prima dell’VIII secolo nessun testo parla del luogo di nascita di Nicola. Tutti fanno riferimento al suo episcopato nella sede di Myra, che appare così come la città di San Nicola. Il primo a parlarne è Michele Archimandrita verso il 710 d. C., indicando in Patara la città natale del futuro grande vescovo. Il modo semplice e sicuro con cui riporta la notizia induce a credere che la tradizione orale al riguardo fosse molto solida. 
Di Patara parla anche il patriarca Metodio nel testo dedicato a Teodoro e ne parla il Metafraste. La notizia pertanto può essere accolta con elevato grado di probabilità.

L'infanzia

Di S. Nicola di Bari, si sa ben poco della sua infanzia. Le fonti più antiche non ne fanno parola. Il primo a parlarne è nell’VIII secolo un monaco greco (Michele Archimandrita), il quale, spinto anche dall’intento edificante, scrive  che Nicola sin dal grembo materno era destinato a santificarsi. Sin dall’infanzia dunque avrebbe cercato di mettere in pratica le norme che la Chiesa suggerisce a chi si avvia alla vita religiosa.  
Nicola nacque nell’Asia Minore, quando questa terra, prima di essere occupata dai Turchi, era di cultura e lingua greca. La grande venerazione che nutrono i russi verso di lui ha indotto alcuni in errore, affermando che sarebbe nato in Russia. Non è mancato chi lo facesse nascere nell’Africa, a motivo del fatto che a Bari si venerano alcune immagini col volto del Santo piuttosto scuro ("S. Nicola nero”). In realtà, Nicola nacque intorno all’anno 260 dopo Cristo a Patara, importante città marittima della Licia, penisola della costa meridionale dell’Asia Minore (oggi Turchia). Nel porto di questa città aveva fatto scalo anche S. Paolo in uno dei suoi viaggi.
Il fatto che l’Asia Minore fosse di lingua e cultura greca, sia pure all’interno dell’Impero Romano, fa sì che Nicola possa essere considerato "greco”. Il suo nome, Nikòlaos, significa popolo vittorioso, e, come si vedrà, il popolo avrà uno spazio notevole nella sua vita. 
Da alcuni episodi (dote alle fanciulle, elezione episcopale) si potrebbe dedurre che i genitori, di cui non si conoscono i nomi, fossero benestanti, se non proprio aristocratici. In alcune Vite essi vengono chiamati Epifanio e Nonna (talvolta Teofane e Giovanna), ma questi, come vari altri episodi, si riferiscono ad un monaco Nicola vissuto (480-556) due secoli dopo nella stessa regione. Questo secondo Nicola, nato a Farroa, divenne superiore del monastero di Sion e poi vescovo di Pinara (onde è designato anche come Sionita o di Pinara).
Amante del digiuno e della penitenza, quando era ancora in fasce, Nicola era già osservante delle regole relative al digiuno settimanale, che la Chiesa aveva fissato al mercoledì ed al venerdì. Il suddetto monaco greco narra che il bimbo succhiava normalmente il latte dal seno materno, ma che il mercoledì ed il venerdì, proprio per osservare il digiuno, lo faceva soltanto una volta nella giornata. 
Man mano che il bimbo cresceva, dava segni di attaccamento alle virtù, specialmente alla virtù della carità. Egli rifuggiva dai giochi frivoli dei bambini e dei ragazzi, per vivere più rigorosamente i consigli evangelici. Molto sensibile era anche nella virtù della castità, per cui, laddove non era necessario, evitava di trascorrere il tempo con bambine e fanciulle.


Il Papa: teologi, il cuore è la prima intelligenza. Spazio alle donne

di Alessandro de Carolis

L’ascolto della Parola di Dio prima dello studio deve essere una delle principali attitudini di un teologo. Lo ha affermato Papa Francesco ricevendo i membri della Commissione Teologica Internazionale, all’inizio di un nuovo quinquennio di lavori. Il Papa ha invitato a dare attenzione agli apporti delle donne in questo ambito e ha sollecitato tutti a preservare l’unità nel pluralismo dei punti di vista. A poco serviranno gli studi di un teologo, se la sua mente non è collegata al suo cuore e il suo cuore in ascolto costante di Dio. Questo è ciò che importa nello sviluppo della teologia, assieme al rispetto dei diversi punti di vista, e l’incontro con i membri della Commissione teologica internazionale stimola in Papa Francesco una nuova riflessione su un argomento spesso affrontato.
La missione della Commissione è quella, recita lo statuto, di "studiare i problemi dottrinali di grande importanza” così da aiutare il "Magistero della Chiesa”. Per questo, osserva il Papa, servono indubbie "competenze intellettuali”, ma anche, sottolinea, "disposizioni spirituali”. E la prima, afferma, si chiama "ascolto”:
"Il teologo è innanzitutto un credente che ascolta la Parola del Dio vivente e l’accoglie nel cuore e nella mente. Ma il teologo deve mettersi anche umilmente in ascolto di ‘ciò che lo Spirito dice alle Chiese’, attraverso le diverse manifestazioni della fede vissuta del popolo di Dio. Lo ha ricordato il recente documento della Commissione su ‘Il sensus fidei nella vita della Chiesa’. È bello, mi è piaciuto tanto quel documento, complimenti! Infatti, insieme a tutto il popolo cristiano, il teologo apre gli occhi e gli orecchi ai ‘segni dei tempi’”.
E un segno dei tempi che cambiano anche a livello accademico è dato dalla crescente presenza di donne specializzate in studi teologici. Papa Francesco le definisce con simpatia e intenzione "fragole” di una "torta” sulla quale devono però esservene "di più”. Le loro peculiari doti di "sensibilità” e "intuizione”, osserva ancora, rendono "indispensabile” il loro apporto intellettuale:
"In virtù del loro genio femminile, le teologhe possono rilevare, per il beneficio di tutti, certi aspetti inesplorati dell’insondabile mistero di Cristo ‘nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza’. Vi invito dunque a trarre il migliore profitto da questo apporto specifico delle donne all’intelligenza della fede”.
L’ultima indicazione di Papa Francesco alla Commissione Teologica – giunta al 45.mo anno di attività, nata dopo il Concilio – è quella di conservare l’"unità” pur nella naturale differenza delle culture:
"A partire da questo fondamento e in un sano pluralismo, vari approcci teologici, sviluppatisi in contesti culturali differenti e con diversi metodi utilizzati, non possono ignorarsi a vicenda, ma nel dialogo teologico dovrebbero arricchirsi e correggersi reciprocamente. Il lavoro della vostra Commissione può essere una testimonianza di tale crescita., e anche una testimonianza dello Spirito Santo, perché è Lui a seminare queste varietà carismatiche nella Chiesa, diversi punti di vista, e sarà Lui a fare l’unità. Lui è il protagonista, sempre”.
Papa Francesco si congeda indicando un modello, Maria. È lei, afferma, la "maestra dell’autentica teologia”, Donna "dell’ascolto, donna della contemplazione, donna della vicinanza ai problemi della Chiesa e della gente”.

06/12/2014 fonte : Radio Vaticana


Il miracolo di Benedetto XVI





E’ un bel mattino di maggio del 2012 quando Peter Srsich, insieme ai genitori Tom e Laura ed al fratello minore Johnny, si trova tra la folla di piazza S. Pietro per assistere all’udienza di Papa Benedetto XVI. Peter è un ragazzo di diciannove anni, giunto dal Colorado grazie alla Fondazione internazionale Make A Wish, che gli ha offerto la possibilità di realizzare un sogno. "E’ stato uno dei meno costosi, con una spesa complessiva di soli 14.000 dollari, ma sicuramente il più singolare” ha constatato Jennifer Mace-Walton, direttrice dell’organizzazione che nel Colorado consente ai ragazzi con malattie mortali di concretare desideri altrimenti impossibili.

Terminata l’udienza, la famiglia Srsich viene invitata a mettersi in fila per incontrare personalmente il Pontefice. Il ragazzo, che non si aspettava di potergli parlare, capisce che ha a disposizione pochissimi minuti per raccontargli le ragioni della sua venuta ma, mentre lo vede avvicinarsi sempre di più, si accorge con apprensione che gli altri fedeli gli stanno offrendo doni importanti, mentre loro sono arrivati a mani vuote.

 

E’ il padre a toglierlo dall’imbarazzo porgendogli il suo braccialetto di gomma verde con la scritta: "Prega per Peter” e con la citazione "Romani 8:28”, il passo biblico preferito dal giovane, che afferma: "E noi sappiamo che in tutte le cose Dio opera per il bene di coloro che lo amano, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.” E’ uno dei 1.200 braccialetti fatti realizzare da un compagno di classe di Peter, che sapeva esser molto devoto, per donarlo a chiunque potesse pregare Dio per lui.

"Ho visto donargli corone d’oro e un meraviglioso quadro di Maria altro 1 metro e mezzo – dirà in seguito – e io stavo seduto lì con un braccialetto di gomma da 70 cent, ero lì in piedi come il piccolo tamburino (personaggio di una canzone natalizia, ndr) con niente da offrire.”

 

Ma come raccontare al Papa in poche parole gli ultimi due anni della sua vita? Nella mente scorrono veloci gli avvenimenti che lo hanno portato a trovarsi in quella nella piazza.

Il suo calvario era iniziato poco prima del termine del suo primo anno di liceo con la comparsa di una fastidiosa tosse.

Quell’estate, di ritorno da una gita in canoa nel Minnesota, oltre alla tosse si era anche ritrovato sopraffatto da un’insolita stanchezza. Era un tipo di affaticamento "diverso da qualsiasi altro io abbia mai provato” racconterà poi.

Quelli che all’inizio sembravano i sintomi di una semplice polmonite risultarono invece essere gli effetti della presenza, nel suo polmone sinistro, di una massa di dieci centimetri che premeva sul cuore.

"Era così grande che non poterono mettermi sotto anestesia perché c’era il rischio che non mi sarei più svegliato, quindi non potevano neanche effettuare il prelievo per una biopsia”, ha riferito il giovane. Ma la diagnosi fu comunque fatta: linfoma non-Hodgkin al quarto stadio.

Peter7Il giovane venne quindi ricoverato immediatamente presso il Children Hospital del Colorado dove fu sottoposto ad estenuanti cicli di chemioterapia e di radioterapia.

Nonostante il fisico reggesse bene le cure, in Peter cominciò a manifestarsi una forte depressione che si alleggeriva solo dopo aver ricevuto l’Eucarestia, mentre la sua mente era tormentata da angosciose domande riguardanti il volere di Dio su di lui.

Nel frattempo gli fecero visita gli operatori del Colorado Make A Wish Foundation, che aiuta ogni anno circa 250 bambini con patologie gravissime a realizzare un sogno.

"All’inizio ero un po’ preoccupato – ha detto Peter – perché ho pensato di essere come i bambini malati terminali che non hanno nessuna possibilità di guarigione e chiedono un ultimo desiderio. Ho creduto che ci fosse qualcosa che i medici non mi dicevano.”

Ma dopo aver chiacchierato con loro si era tranquillizzato, confidando che il suo massimo desiderio, molto più forte che non visitare Disneyworld o incontrare Justin Bieber, era di recarsi a Roma per incontrare il Papa.

"Ero convinto che sarei stato perfettamente bene se avessi potuto fare un viaggio in Vaticano” ha poi raccontato.

Peter4La situazione clinica di Peter Srsich soddisfaceva i criteri stabiliti dalla Make a Wish Foundation del Colorado: "un giovanissimo con una malattia, comprovata da un referto medico, che sia progressiva e maligna e che porti al possibile, se non probabile, decesso”. Quindi il suo desiderio sarebbe stato accontentato.
Pur non avendo potuto frequentare regolarmente la scuola, il giovane, completamente calvo, aveva partecipato allegramente alle festa di fine anno guadagnandosi il titolo di Re del ballo.

 

A tutti questi avvenimenti torna Peter mentre il Pontefice si sta avvicinando, e appena lo ha accanto, dopo due minuti di preamboli, gli racconta del suo cancro e gli chiede una benedizione.

Pur troneggiando sul fisico minuto di Benedetto con la sua altezza di 1,98 metri, si sente in soggezione dinnanzi alla premurosa attenzione carica d’affetto del Pontefice e resta colpito dalla sua profondissima umiltà e dalla sua sorridente dolcezza, così da regalargli il braccialetto di gomma senza alcun imbarazzo.

Il Papa, di fronte a tanta fede e a tanta confidente speranza, lo benedice ponendogli la mano destra sul torace, proprio lì dov’è annidato il tumore, mentre con la sinistra gli prende la mano.

Ma il prodigioso è che Peter non gli ha raccontato che da lì era partito il tutto e se ne stupisce maggiormente rendendosi conto che normalmente le benedizioni vengono impartite imponendo le mani sul capo.

Peter3Pieno di gioia per quell’incontro, Peter comincia ad avvertire immediatamente un nuovo senso di benessere che aumenta di giorno in giorno, finché i medici del Children Hospital lo dichiarano completamente guarito.

Oggi Peter Srsich frequenta la Regis University, un collegio di Gesuiti a Denver. Il suo obiettivo è quello di essere ordinato sacerdote.

 06/12/2014 fonte: La Madre della chiesa

Bergamo, presepe vietato a scuola




Presepe vietato all'istituto De Amicis di Bergamo, nel quartiere Celadina. Quest'anno la rappresentazione della Natività non ci sarà. Una "consuetudine" per il preside della scuola, Luciano Mastrorocco che ha vietato la realizzazione del presepe, adducendo come motivo la volontà di non discriminare chi è fedele di religioni diversa da quella cattolica. Un insegnante nei giorni scorsi aveva chiesto di poter realizzare il presepe, ma il preside glielo ha impedito con un secco no.
 
"La scuola pubblica - ha dichiarato il preside al Corriere di Bergamo - è di tutti e non va creata alcuna occasione di discriminazione". All'istituto gli alunni non italiani sono il 30%, mentre in alcune classi si raggiunge il 50%. . In classe ognuno può portare contributo, è la posizione del preside, ma fare il presepe potrebbe "risultare soverchiante per qualcuno, che potrebbe subire ciò che non gli appartiene". Il preside si è difeso sostenendo che questo è l'orientamento che ha dato all'istituto da otto anni.   

Non mancano le proteste dei genitori, che parlano di divieto assurdo: "È giusto far crescere i figli secondo il nostro credo, poi da grandi saranno liberi se seguirlo oppure no". 

E la Lega, con il suo segretario Matteo Salvini non perde l'occasione per accendere la polemica. "Pazzesco. È questo modello di scuola che dovrebbe educare nostri figli?" comenta su twitter la decisione del preside dell'istituto bergamasco di non allestire il presepe a scuola per non discriminare gli alunni di altre religioni. 

Sulla vicenda è intervenuto anche il sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi: "Impedire la realizzazione di un presepe in una scuola è un atto che reputo privo di ragioni e di laicismo esasperato, che si nasconde dietro la presenza di alunni stranieri o di altre religioni, ma che nulla ha a che vedere con una sana laicità. Quella del preside dell'istituto bergamasco mi sembra una posizione irragionevole che spero sia dettata solo da un malinteso senso di laicità".

06/12/2014 fonte : Avvenire

I genitori non pensino a essere perfetti, ma indichino ai figli la strada di un’avventura buona

di Costanza Signorelli

Educare è poter dire al figlio. «Vivi figlio mio, vivi! Stiamo vivendo un’avventura pazzesca che finisce bene, che ha una lieta fine! Vivi, non avere paura! Tutto in questo mondo è contro di te, ma non temere!». Quando pronuncia queste parole, la voce di padre Vincent si fa viva e vibrante.  E non ha alcun dubbio quando mi dice che: «Avere figli ed educarli, non significa prima di tutto proteggerli dal dolore e dalle sofferenze, nemmeno quelle che gli rechiamo noi». Vincent Nagle è un prete della Fraternità San Carlo Borromeo di Roma, lo riesco a intercettare con un po’ di fortuna visto che la sua missione lo impegna costantemente in giro per il mondo. 

Nato a San Francisco (Usa) nel 1958, Vincent cresce in un clima familiare confuso e connotato dalla forte ideologia femminista. Dopo un percorso vivace e grazie ad una serie di amicizie decisive, su tutte quella con don Massimo Camisasca, viene ordinato sacerdote nel 1992. Chiacchieriamo per circa un’ora e nonostante lui mi parli da Roma con un italiano molto californiano e io sia a Milano con alle caviglie una figlioletta che verseggia allegramente, padre Vincent riesce a farsi capire molto bene. É il dono di chi, come lui, quando parla sa far vivere un’esperienza. L’esperienza di una missione che lo ha portato dagli Stati Uniti, dove ha lavorato per dieci anni come cappellano in un ospedale in New England, sino in Medio Oriente presso l’Ufficio del Patriarca di Gerusalemme. E che oggi lo vede impegnato più che mai a combattere al fianco delle famiglie, proprio come gli ha insegnato don Massimo Camisasca: «Voi preti, il vostro primo lavoro è sostenere le famiglie, perché loro sono in trincea, loro sono in prima linea, loro sono sotto attacco, loro hanno la missione di mandare avanti la Chiesa con i loro figli». Vincent ha di recente intrapreso, in giro per l’Italia, un ciclo di incontri dal tema: "Educare i figli cristianamente, oggi è possibile?”. Ed è proprio su questo che approfondiamo il nostro colloquio. 

Padre Vincent se educare i figli non significa prima di tutto proteggerli, qual è il compito principale di un genitore?

«L’educazione cristiana consiste nell’introdurre chi ci è stato affidato in una grande avventura che ha un buon finale. É poter partecipare non solo a una grande storia, ma alla Grande Storia. Non c’è altro, è semplicemente questo. Lo scopo dell’educazione che ci dava Gesù è di riconoscere il Salvatore. Tutto il resto sono i frutti dell’educazione, ma non lo scopo. Quindi, la questione di fare i genitori non è la questione di una bravura personale, ma è una missione data da Dio! Perciò non può dipendere da quanto mamma e papà sono bravi a non sbagliare, a non commettere errori. E nemmeno da quanto sono attenti o presenti. Mettendo figli nel mondo, bisogna accettare che è un mondo pericoloso, pieno di rischi, però è un’avventura che dà gusto alla vita. Bisogna affrontarla senza paura!».

Perché si può educare senza paura? Senza paura che il male, e se ne sente tanto ogni giorno, colpisca i nostri figli?

«Perché non avere paura? Perché tutto, ma proprio tutto, fa parte di una bellissima avventura che ha una lieta fine! Perché l’ultima parola non è la nostra, ma è nelle mani di Chi è risorto dalla morte e che ci manda lo Spirito Santo. È incredibile questa nostra vita: è un susseguirsi di imprevisti che ci scombussola in continuazione, ma la bussola c’è. È Lui qui in mezzo a noi. Lo possiamo incontrare, Lo possiamo conoscere, possiamo essere accompagnati da Lui e possiamo vedere la Sua presenza. Quindi le prove anche durissime che ci sono in questa vita non ci spaventano più».

Però viviamo in un momento in cui, solo per fare un esempio, il ministero dell’Educazione fa coppia con le associazioni Lgbt per introdurre nelle scuole l’insegnamento della cosiddetta "cultura gender”. E così i genitori si trovano a fare i conti con educatori che insegnano ai figli che la differenza tra maschio e femmina non esiste, che si possono avere due mamme o due papà etc…

«Io conosco bene questa situazione. Mia mamma è stata una delle fondatrici di tutto il pensiero e la filosofia New Age e mia sorella è un’esponente molto conosciuta di una certa espressione della cultura lesbica. Dunque, io sono cresciuto proprio nell’ambiente omosessuale. Quando ero ragazzo la nostra casa in California era frequentata da diversi personaggi di rilievo di questa cultura, persone con cui spesso mi capitava di discutere, e posso dire con certezza che tutto quello che oggi sta accadendo era già scritto e stabilito. Mi raccontavano come il loro obiettivo fosse innanzitutto quello di impadronirsi dell’educazione, di entrare nelle scuole, specialmente in quelle elementari, per diffondersi nei corridoi della politica e della burocrazia. Perché mirare all’educazione? Gli esponenti di questa cultura sanno bene che una persona adulta e sana quando sente certe cose, quando viene a conoscenza di certi atti sessuali li disprezza, è normale che li respinga. Loro lo sanno bene ed è proprio per questo che devono prevenire simili reazioni, costruendo una nuova mentalità. Devono fare in modo che un ragazzo non si permetta nemmeno di pensare in un certo modo e perciò lo devono "educare” sin da piccolo. Mi spiegavano tutto questo quarant’anni fa, ora lo stanno mettendo in atto. Noi non possiamo pretendere di non appartenere a questo momento storico. Questa è una strada che non va da nessuna parte».

E quindi, qual è la strada?

«Un genitore, un educatore, può iniziare a spiegare al ragazzo che c’è una natura, che la natura è fatta per favorire la vita e che l’uomo è in sintonia con il creato quando la sua natura, le sue azioni e la sua sessualità favoriscono la vita. Va bene, lo può fare, ed è ragionevole spiegare questo. Però io dico che il vero antidoto è consegnare nelle mani dei figli - di chi Dio ci affida - una missione, un compito. É poter dire ai ragazzi che la loro vita sarà sempre più libera quanto più investita in un compito, in una missione per cui valga la pena vivere e lottare. Perché i nostri ragazzi devono affrontare tutto il mare di informazioni, tutti i punti di vista, tutta la propaganda e il lavaggio del cervello che gli viene addosso, devono affrontare tutto quanto e i genitori non possono pensare di difenderli da ogni cosa. Allora il ragazzo potrà stare in questa realtà senza perdere la sua identità, solo se vive un’ipotesi che risponde alla sua domanda: "Perché esisto?”. Senza una risposta a questo interrogativo è chiaro che tutto diventa un idolo, specialmente la sessualità che è come uno tsunami. Quando un ragazzo è lasciato senza una missione, senza un compito per cui vivere e lottare, è allora che inizia la confusione, è allora che inizia l’ambiguità».

La questione di fare i genitori - hai detto - non è una questione di bravura, di quanto mamma e papà siano bravi a non commettere errori.  Eppure gli errori dei genitori fanno soffrire i figli, in alcuni casi anche parecchio…

«Se un genitore pecca, si confessa fa penitenza, e tanta, però vive! Vive una missione. Non siamo in questo mondo per stare bene, siamo qui per vivere. E vivere vuol dire soffrire, vuol dire morire per qualcosa. Allora se un uomo, un genitore sa per cosa vive, se guarda i suoi figli grato perché con loro può condividere questo significato, allora questa certezza viene prima ed è più importante di qualsiasi errore che quel genitore può commettere. Perché i genitori sono peccatori, chiunque essi siano, sono peccatori che infliggeranno molta sofferenza e molte ferite nei loro figli. Però questa sofferenza che arrechiamo ai nostri figli non è un’obiezione, ma fa parte della missione». 

 Cosa significa?

«Significa che se c’è un motivo per vivere, non contano le sofferenze. Io avevo una fidanzata che faceva la ballerina professionista di danza classica. Nei cinque anni in cui siamo stati insieme sarò andato centinaia di volte a prenderla dopo l’esercitazione. Dopo ogni singola esercitazione sulle punte, lei si sedeva sulle scale, toglieva le scarpette e ogni volta usciva dai suoi piedi parecchio sangue. Lei non si lamentava mai di questo, perché sapeva che quella sofferenza faceva parte del vivere la grande bellezza di quella forma d’arte. Anzi, lei era fiera di quelle ferite, fiera non sconcertata. Quindi che i vostri figli siano fieri della sofferenza, anche quella che gli infliggete voi, perché fa parte della grande avventura che hanno ricevuto da voi. Della missione che hanno imparato attraverso di voi. Del grande compito che gli avete consegnato voi. Allora io dico: non avere paura! Tutto in questo mondo è contro di te, tutto, ma con Lui sei già vincitore. Cammina, anzi corri con Lui! C’è gloria per te, figlio mio, c’è gloria eterna! Andrai a cadere in battaglia, ma non temere! Stai in campo con Lui perché Lui ha già vinto. Se stai in battaglia con Lui, avrai la Sua vittoria, la Sua gloria! Tutto è contro di te ma Lui ha già vinto. Vivi, figlio mio, vivi! Va, non perché sai vincere tu, ma perché Lui ha già vinto!».

06/12/2014 fonte: la nuova bussola quotidiana

 

IL SANTO DEL GIORNO 21/11/2014 La presentazione della Beata Vergine Maria, bambina



La memoria odierna della Presentazione della Beata Vergine Maria ha un'importanza notevole, non solo perchè in essa vien commemorato uno dei misteri della vita di Colei che Dio ha scelto come Madre del Suo Figlio e come Madre della Chiesa, nè soltanto perchè in questa 'presentazione' di Maria vien richiamata la 'presentazione' al Padre celeste di Cristo e, anzi, di tutti i cristiani, ma anche perchè essa costituisce un gesto concreto di ecumenismo, di dialogo con i nostri fratelli dell'Oriente. Questo emerge con chiarezza sia dalla nota di commento degli estensori del nuovo calendario sia dalla nota della Liturgia delle Ore, che dice: 'In questo giorno della dedicazione (543) della chiesa di S. Maria Nuova, costruita presso il tempio di Gerusalemme, celebriamo insieme ai cristiani d'oriente quella 'dedicazione' che Maria fece a Dio di se stessa fin dall'infanzia, mossa dallo Spirito Santo, della cui grazia era stata ricolma nella sua immacolata concezione'. Il fatto della presentazione di Maria al tempio, com'è, noto, non è narrato in nessun passo dei testi sacri, mentre viene proposto con abbondanza di particolari dagli apocrifi, cioè da quegli scritti molto antichi e per tanti aspetti analoghi ai libri della Bibbia, che tuttavia sempre la Chiesa ha rifiutato di considerare come ispirati da Dio e quindi come Sacra Scrittura. Or secondo tali apocrifi, la presentazione di Maria al tempio non avvenne senza pompa: sia nel momento della sua offerta che durante la permanenza nel tempio si verificarono alcuni fatti prodigiosi: Maria, secondo la promessa fatta dai suoi genitori, fu condotta nel tempio a tre anni, accompagnata da un gran numero di fanciulle ebree che tenevano delle torce accese, col concorso delle autorità gerosolimitane e tra il canto degli angeli. Per salire al tempio vi erano quindici gradini, che Maria salì da sola, benchè tanto piccola. Gli apocrifi dicono ancora che Maria nel tempio si alimentava con un cibo straordinario recatole direttamente dagli Angeli e che ella non risiedeva con le altre bambine ma addirittura nel 'Sancta Sanctorum' (che veniva invece "visitato" una sola volta all'anno dal solo Sommo Sacerdote). 
La realtà della presentazione di Maria dovette essere molto più modesta e insieme più gloriosa. Fu infatti anche attraverso questo servizio al Signore nel tempio, che Maria preparò il suo corpo, ma soprattutto la sua anima, ad accogliere il Figlio di Dio, attuando in se stessa la parola di Cristo: 'Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano'.


Il Papa: le Chiese non siano mai "affariste", redenzione di Cristo è gratuita


Papa Francesco a Santa Marta 

Le Chiese non diventino mai case di affari, la redenzione di Gesù è sempre gratuita: è quanto ha detto il Papa nella Messa mattutina a Santa Marta nel giorno in cui la Chiesa celebra la Presentazione al Tempio della Beata Vergine Maria. Il servizio di Sergio Centofanti:
La liturgia del giorno propone il Vangelo in cui Gesù caccia i mercanti dal Tempio, perché hanno trasformato la casa di preghiera in un covo di ladri. Quello di Gesù – ha spiegato il Papa - è un gesto di purificazione: "il Tempio era stato profanato” e con il Tempio, il popolo di Dio. Profanato con il peccato tanto grave che è lo scandalo”.
"La gente è buona – osserva il Papa - la gente andava al Tempio, non guardava queste cose; cercava Dio, pregava … ma doveva cambiare le monete per fare le offerte”. Il popolo di Dio andava al Tempio non per questa gente, per quelli che vendevano, ma andava al Tempio per Dio” e "lì c’era la corruzione che scandalizzava il popolo”. "Io penso allo scandalo che possiamo fare alla gente con il nostro atteggiamento – sottolinea Papa Francesco - con le nostre abitudini non sacerdotali nel Tempio: lo scandalo del commercio, lo scandalo delle mondanità … Quante volte vediamo che entrando in una chiesa, ancora oggi, c’è lì la lista dei prezzi” per il battesimo, la benedizione, le intenzioni per la Messa. "E il popolo si scandalizza”:
"Una volta, appena sacerdote, io ero con un gruppo di universitari, e voleva sposarsi una coppia di fidanzati. Erano andati in una parrocchia: ma, volevano farlo con la Messa. E lì, il segretario parrocchiale ha detto: ‘No, no: non si può’ – ‘Ma perché non si può con la Messa? Se il Concilio raccomanda di farlo sempre con la Messa …’ – ‘No, non si può, perché più di 20 minuti non si può’ – ‘Ma perché?’ – ‘Perché ci sono altri turni’ – ‘Ma, noi vogliamo la Messa!’ – ‘Ma pagate due turni!’. E per sposarsi con la Messa hanno dovuto pagare due turni. Questo è peccato di scandalo”.
Il Papa aggiunge: "Noi sappiamo quello che dice Gesù a quelli che sono causa di scandalo: ‘Meglio essere buttati nel mare’”:
"Quando quelli che sono nel Tempio – siano sacerdoti, laici, segretari, ma che hanno da gestire nel Tempio la pastorale del Tempio – divengono affaristi, il popolo si scandalizza. E noi siamo responsabili di questo. Anche i laici, eh? Tutti. Perché se io vedo che nella mia parrocchia si fa questo, devo avere il coraggio di dirlo in faccia al parroco. E la gente soffre quello scandalo. E’ curioso: il popolo di Dio sa perdonare i suoi preti, quando hanno una debolezza, scivolano su un peccato … sa perdonare. Ma ci sono due cose che il popolo di Dio non può perdonare: un prete attaccato ai soldi e un prete che maltratta la gente. Non ce la fa a perdonare! E lo scandalo, quando il Tempio, la Casa di Dio, diventa una casa di affari, come quel matrimonio: si affittava la chiesa”.
Gesù "non è arrabbiato” – spiega il Papa – "è l’Ira di Dio, è lo zelo per la Casa di Dio” perché non si possono servire due padroni: "o rendi il culto a Dio vivente, o rendi il culto ai soldi, al denaro”:
"Ma perché Gesù ce l’ha con i soldi, ce l’ha con il denaro? Perché la redenzione è gratuita; la gratuità di Dio Lui viene a portarci, la gratuità totale dell’amore di Dio. E quando la Chiesa o le chiese diventano affariste, si dice che … eh, non è tanto gratuita, la salvezza … E’ per questo che Gesù prende la frusta in mano per fare questo rito di purificazione nel Tempio. Oggi la Liturgia celebra la presentazione della Madonna al Tempio: da ragazzina … Una donna semplice, come Anna, in quel momento, entra la Madonna. Che Lei insegni a tutti noi, a tutti i parroci, a tutti quelli che hanno responsabilità pastorali, a mantenere pulito il Tempio, a ricevere con amore quelli che vengono, come se ognuno di loro fosse la Madonna”.

21/11/2014 fonte: Radio Vaticana

Nigeria, avanza il Califfato di Boko Haram nel nord: 2.500 cattolici uccisi, 100 mila sfollati, 50 parrocchie distrutte



di Leone Grotti

È il bilancio della sola diocesi di Maiduguri. Duemila cristiani sfollati dal nord hanno protestato anche a Jos: «I terroristi hanno ucciso oltre 11 mila cristiani»
nigeria-benueOltre duemila cristiani sfollati dal nord della Nigeria si sono trovati l’altro giorno a protestare a Jos, capitale dello Stato di Plateau, contro il governo. Riuniti davanti alla Chiesa dei fratelli, lo hanno accusato di non preoccuparsi più di fermare Boko Haram, che sta devastando il nord del paese.
«UCCISI 11 MILA CRISTIANI». Daniel Kadzai, presidente della sezione giovanile della Christian Association of Nigeria, ha dichiarato: «Abbiamo perso fiducia nel governo federale. Secondo le nostre informazioni, Boko Haram ha giù ucciso 11.213 cristiani», riporta il quotidiano nigeriano Daily Post. «E il dato non tiene conto degli attacchi a Mubi, Maiha, Hong e Gombi».
«POGROM». Ad oggi, «1,56 milioni di persone si ritrovano sfollate a causa dei terroristi. Siamo delusi anche dalla comunità internazionale – continua Kadzai – perché si è rifiutata di occuparsi del pogrom dei cristiani. La loro attenzione è concentrata solo su Iraq, Gaza e Afghanistan, come se i morti della Nigeria non fossero esseri umani».
nigeria-boko-haram-avanzataCALIFFATO ISLAMICO. Boko Haram ha già conquistato oltre una decina di importanti città negli Stati settentrionali di Borno e Adamawa, instaurando un Califfato islamico e circondando Maiduguri. Nelle ultime settimane aveva preso anche le città di Mubi e Chibok, dove 276 sono state rapite ad aprile. Negli ultimi giorni l’esercito nigeriano, insieme a un gruppo di "vigilantes”, è riuscito a riprendere il controllo dei due centri urbani ma la popolazione non si fida dei soldati e si è finora rifiutata di fare ritorno alle proprie case.
DISTRUZIONI A MAIDUGURI. Come riportato da Fides, il bilancio delle distruzioni causate da Boko Haram nella diocesi di Maiduguri, che comprende gli Stati di Borno, Yobe e alcune aree di quello di Adamawa, è il seguente: più di 2.500 cattolici uccisi, 100.000 cattolici sfollati, 26 sacerdoti sui 46 operanti nella diocesi sfollati, oltre 200 ragazze rapite. Inoltre, più di 50 parrocchie sono state distrutte, una quarantina sono state abbandonate e occupate da Boko Haram. Su 5 conventi, 4 sono stati abbandonati e un gran numero di cattolici sono stati costretti alla conversione all’islam contro la loro volontà.
«CATTOLICI INTRAPPOLATI». Secondo padre Gideon Obasogie, «un gran numero di cattolici nigeriani sono intrappolati e costretti a seguire la stretta interpretazione delle regole della Sharia in diverse città come Bama, Gwoza, Madagali, Gulak, Shuwa, Michika Uba e Mubi. Si tratta di cittadine collocate lungo la strada che collega Maiduguri e Yola allo Stato di Adamawa. I terroristi hanno dichiarato che tutte le città conquistate fanno parte del Califfato islamico».


21/11/2014 fonte: Tempi.it

Pakistan, cristiani bruciati vivi. La polizia li scagiona: «Non hanno commesso alcuna blasfemia»



di Leone Grotti


Intanto Tahir Ashrafi, membro del Consiglio dell’ideologia islamica, ha dichiarato: «Tutti i colpevoli devono essere arrestati e puniti. Se sono coinvolti, anche gli imam»
shehzad-shama«Shama Bibi era analfabeta e non poteva in nessun caso conoscere il contenuto delle pagine che stava bruciando. Non ha commesso blasfemia». Le parole del capo del distretto di polizia di Kasur (Punjab, Pakistan), che scagionano la donna cristiana, arrivano troppo tardi: Shama, insieme al marito Shehzad, è già stata bruciata viva in un forno per quel presunto reato da una folla di musulmani inferociti.
BRUCIATI VIVI. Il poliziotto Jawad Qamar ha confermato dunque a Morning Star News l’innocenza della coppia, che il 4 novembre è stata assassinata in modo così brutale nel villaggio di Chak 59, nella fabbrica di mattoni del musulmano Mohammed Yousuf Gujjar. Ora, come dichiarato dalla famiglia delle vittime il 16 novembre, gli islamisti hanno offerto loro come compensazione soldi e terra per convincerli a far cadere il caso.
FAMIGLIA MINACCIATA. Non solo. Alcuni influenti musulmani della zona, insieme a un parlamentare del Punjab, hanno minacciato il fratello di Shehzad, Shahbaz, e sua moglie Parveen Masih per costringerli a trovare un accordo con gli assassini. La famiglia però non si è lasciata intimidire e ha chiesto protezione alla polizia, che ha già arrestato 43 persone coinvolte nell’assassinio: «Tutto ciò che vogliamo è un’indagine onesta», ha dichiarato il fratello della vittima.
pakistan-cristiani-bruciati-shehzad-shama 2 POLITICI LOCALI. Il parlamentare Muhammad Anees Qureshi, membro del partito al governo Pakistan Muslim League, è accusato di aver assistito all’omicidio e di aver cercato di proteggere nei giorni successivi Riaz Kamboh, ex consigliere municipale del suo stesso partito, tra gli uomini che hanno materialmente cosparso di benzina i corpi dei due cristiani per poi gettarli nella fornace. Qureshi, interrogato dalla polizia, ha risposto che «Shama e Shehzad erano già morti quando ho raggiunto il luogo. Per questo non ho potuto fare niente per loro».
«PUNIRE ANCHE GLI IMAM». Il tentativo di corrompere la famiglia per lasciar cadere il caso non è andato a buon fine ma non avrebbe comunque potuto funzionare. Il caso, infatti, è stato registrato dalla polizia locale stessa e neanche la famiglia ha il potere di chiederne la cancellazione.
Intanto Tahir Ashrafi, membro del Consiglio dell’ideologia islamica, l’organismo religioso più importante del Pakistan, ha dichiarato: «Tutti i colpevoli devono essere arrestati e puniti. Se sono coinvolti, anche gli imam» che dagli altoparlanti delle moschee dei villaggi vicini a Chak 59 hanno incitato la popolazione locale a punire la coppia per la blasfemia compiuta. Il governatore del Punjab, Muhammad Sarwar, ha aggiunto: «Se una persona accusa falsamente l’altro di blasfemia, deve essere punito».

21/11/2014 fonte: Tempi.it


 

Si parla di nuovi diritti, ma non della lotta alla fame...Papa Francesco alla Fao

di Massimo Introvigne

Il 20 novembre 2014 Papa Francesco ha ricevuto i partecipanti alla seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione organizzata dalla Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, cui ha rivolto un importante discorso invitando, per combattere la fame, a tornare alla nozione di legge naturale in un mondo che parla troppo di "nuovi diritti” e perde spesso di vista i diritti reali. La fame, ha detto il Papa, non è un'entità astratta. Riguarda gli affamati, che sono persone. «La lotta contro la fame e la denutrizione viene ostacolata dalla "priorità del mercato”, e dalla "preminenza del guadagno”, che hanno ridotto il cibo a una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria». Ma è anche ostacolata da una falsa concezione dei diritti, già denunciata da Benedetto XVI nell'enciclica Caritas in veritate. Anzitutto, come già ricordava Papa Ratzinger, oggi «si parla molto di diritti, dimenticando spesso i doveri». In secondo luogo, s'inventano diritti immaginari a tutto discapito di quelli reali e concreti. «Mentre si parla di nuovi diritti, l’affamato è lì, all’angolo della strada».

Da molto tempo la dottrina sociale della Chiesa si occupa del problema della fame e indica che la soluzione può venire solo da uno sforzo internazionale in cui ciascun Paese riconosca che «i destini di ogni nazione sono più che mai collegati tra loro, come i membri di una stessa famiglia, che dipendono gli uni dagli altri». Ma questo oggi è difficile perché «viviamo in un’epoca in cui i rapporti tra le nazioni sono troppo spesso rovinati dal sospetto reciproco, che a volte si tramuta in forme di aggressione bellica ed economica, mina l’amicizia tra fratelli e rifiuta o scarta chi già è escluso. Lo sa bene chi manca del pane quotidiano e di un lavoro dignitoso. Questo è il quadro del mondo, in cui si devono riconoscere i limiti di impostazioni basate sulla sovranità di ognuno degli Stati, intesa come assoluta, e sugli interessi nazionali, condizionati spesso da ridotti gruppi di potere».

Al contrario, la «prima preoccupazione» dovrebbe essere «la persona stessa, quanti mancano del cibo quotidiano e hanno smesso di pensare alla vita, ai rapporti familiari e sociali, e lottano solo per la sopravvivenza». Già nel 1992, ha ricordato Francesco, alla prima Conferenza internazionale sulla nutrizione, San Giovanni Paolo II lanciò la formula del «paradosso dell'abbondanza». «C’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo ‘paradosso’ continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica».

Il problema non è solo economico ma culturale e morale. Le nostre società «sono caratterizzate da un crescente individualismo e dalla divisione» che rendono «solidarietà» una parola che molti considerano sospetta. Ma «quando manca la solidarietà in un paese, ne risentono tutti. Di fatto, la solidarietà è l’atteggiamento che rende le persone capaci di andare incontro all’altro e di fondare i propri rapporti reciproci su quel sentimento di fratellanza che va al di là delle differenze e dei limiti, e spinge a cercare insieme il bene comune».

Il Pontefice ha indicato la radice culturale e insieme giuridica di questa crisi: si è rifiutata la nozione di legge naturale, «fonte inesauribile d’ispirazione» perché «iscritta nel cuore umano, che parla un linguaggio che tutti possono capire». Una nozione che «come le persone, anche gli Stati e le istituzioni internazionali sono chiamati ad accogliere» e che garantisce gli autentici diritti. Accogliere la legge naturale non è un optional, ma è un vero «dovere» per gli Stati e per le stesse organizzazioni internazionali. Ne deriveranno «criteri che, sul piano etico, si basano su pilastri come la verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà; allo stesso tempo, in campo giuridico, questi stessi criteri includono la relazione tra il diritto all’alimentazione e il diritto alla vita e a un’esistenza degna, il diritto a essere tutelati dalla legge, non sempre vicina alla realtà di chi soffre la fame».

Attenzione, ha aggiunto il Papa, le questioni del cibo e dell'acqua spesso scatenano guerre, per non parlare dei disastri ecologici causati da politiche scriteriate. «Ricordo una frase», ha detto Francesco, «che ho sentito da un anziano, molti anni fa: "Dio sempre perdona sempre le offese, gli abusi; sempre perdona. Gli uomini perdonano a volte. La Terra non perdona mai!” Custodire la sorella Terra, la madre Terra, affinché non risponda con la distruzione». Sul piano geopolitico, «nessuna forma di pressione politica o economica che si serva della disponibilità di cibo può essere accettabile» e «nessun sistema di discriminazione, di fatto o di diritto, vincolato alla capacità di accesso al mercato degli alimenti, deve essere preso come modello delle azioni internazionali che si propongono di eliminare la fame». Con implicito riferimento a un'ampia letteratura sociologica e politica, il Pontefice ha aggiunto che «l'acqua non è gratis, come tante volte pensiamo. Sarà il grave problema che può portarci a una guerra».

La dottrina sociale della Chiesa parte e arriva sempre alla persona. Va «oltre le carte, per scorgere al di là di ogni pratica i volti spenti e le situazioni drammatiche di persone provate dalla fame e dalla sete». «Queste persone non ci chiedono altro che dignità. Ci chiedono dignità, non elemosina!». Spetta a una politica ispirata dalla morale rispondere seriamente a questa richiesta.

 
 21/11/2014 fonte La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 03/11/2014 San Martino de Porres domenicano



"Figlio di padre ignoto": così lo registrano fra i battezzati nella chiesa di San Sebastiano a Lima. Suo padre è l’aristocratico spagnolo Juan de Porres, che non lo riconosce perché la madre è un’ex schiava nera d’origine africana. Il piccolo mulatto vive con lei e la sorellina, finché il padre si decide al riconoscimento, tenendo con sé in Ecuador i due piccoli, per qualche tempo. Nominato poi governatore del Panama, lascia la bimba a un parente e Martino alla madre, con i mezzi per farlo studiare un po’. 
E Martino diventa allievo di un barbiere-chirurgo (le due attività sono spesso abbinate, all’epoca) apprendendo anche nozioni mediche in una farmacia. Avvenire garantito, dunque, per il ragazzo appena quindicenne. 
Lui però vorrebbe entrare fra i Domenicani, che hanno fondato a Lima il loro primo convento peruviano. Ma è mulatto: e viene accolto sì, ma solo come terziario; non come religioso con i voti. E i suoi compiti sono perlopiù di inserviente e spazzino. Suo padre se ne indigna: ma lui no, per nulla. Anzi, mentre suo padre va in giro con la spada, lui ama mostrarsi brandendo una scopa (con la quale verrà poi spesso raffigurato). Lo irridono perché mulatto? E lui, vedendo malconce le finanze del convento, propone seriamente ai superiori: "Vendete me come schiavo". I Domenicani ormai avvertono la sua energia interiore, e lo tolgono dalla condizione subalterna, accogliendolo nell’Ordine come fratello cooperatore. 
Nel Perù che ha ancora freschissimo il ricordo dei predatori Pizarro e Almagro, crudeli con la gente del luogo e poi impegnati in atroci faide interne, Martino de Porres, figlio di un "conquistatore”, offre un esempio di vita radicalmente contrapposto. Vengono da lui per consiglio il viceré del Perù e l’arcivescovo di Lima, trovandolo perlopiù circondato da poveri e da malati, guaritore e consolatore. 
Quando a Lima arriva la peste, frate Martino cura da solo i 60 confratelli e li salva tutti. E sempre più si parla di suoi prodigi, come trovarsi al tempo stesso in luoghi lontani fra loro, sollevarsi da terra, chiarire complessi argomenti di teologia senza averla mai studiata. Gli si attribuisce poi un potere speciale sui topi, che raduna e sfama in un angolo dell’orto, liberando le case dalla loro presenza devastatrice. Per tutti è l’uomo dei miracoli: fonda a Lima un collegio per istruire i bambini poveri, ed è fior di miracolo anch’esso, il primo collegio del Nuovo Mondo. 
Guarisce l’arcivescovo del Messico, che vorrebbe condurlo con sé. Martino però non potrà partire: colpito da violente febbri, muore a Lima sessantenne. Per il popolo peruviano e per i confratelli è subito santo. Invece l’iter canonico, iniziato nel 1660, avrà poi una lunghissima sosta. E sarà Giovanni XXIII a farlo santo, il 6 maggio 1962. Nel 1966, Paolo VI lo proclamerà patrono dei barbieri e parrucchieri.


Francesco: rivalità e vanagloria, due tarli che indeboliscono la Chiesa


Rivalità e vanagloria sono due tarli che rendono debole la Chiesa; occorre agire invece con spirito di umiltà e concordia, senza cercare il proprio interesse: lo ha detto Papa Francesco nell’omelia mattutina a Santa Marta. Il servizio di Sergio Centofanti:
Prendendo lo spunto dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi, il Papa osserva che la gioia di un vescovo è quella di vedere nella sua Chiesa amore, unità e concordia. "Quest’armonia – ha sottolineato - è una grazia, la fa lo Spirito Santo, ma noi dobbiamo fare, da parte nostra, di tutto per aiutare lo Spirito Santo a fare questa armonia nella Chiesa”. Per questo, San Paolo invita i Filippesi a non fare nulla "per rivalità o vanagloria”, né a "lottare l’uno contro l’altro, neppure per farsi vedere, per darsi l’aria di essere migliore degli altri”. "Si vede – ha rilevato - che questa non è soltanto cosa del nostro tempo”, ma "che viene da lontano”:
"E quante volte nelle nostre istituzioni, nella Chiesa, nelle parrocchie, per esempio, nei collegi, troviamo questo, no? La rivalità; il farsi vedere; la vanagloria. Si vede che sono due tarli che mangiano la consistenza della Chiesa, la rendono debole. La rivalità e la vanagloria vanno contro questa armonia, questa concordia. Invece di rivalità e vanagloria, cosa consiglia Paolo? ‘Ma ciascuno di voi, con tutta umiltà’- cosa deve fare con umiltà? – ‘consideri gli altri superiori a se stesso’. Lui sentiva questo, eh? Lui si qualifica ‘non degno di essere chiamato apostolo’, l’ultimo. Anche fortemente si umilia lì. Questo era un suo sentimento: pensare che gli altri erano superiori a lui”.
Il Papa cita San Martino de Porres, "umile frate domenicano”, di cui la Chiesa oggi fa memoria: "la sua spiritualità era nel servizio, perché sentiva che tutti gli altri, anche i più grandi peccatori, gli erano superiori. Lo sentiva davvero”. San Paolo, poi, esorta ciascuno a non cercare il proprio interesse:
"Cercare il bene dell’altro. Servire gli altri. Ma questa è la gioia di un vescovo, quando vede la sua Chiesa così: un medesimo sentire, la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Questa è l’aria che Gesù vuole nella Chiesa. Si possono avere opinioni diverse, va bene, ma sempre dentro quest’aria, quest’atmosfera: di umiltà, carità, senza disprezzare nessuno”.
Riferendosi poi al Vangelo del giorno, Papa Francesco aggiunge:
"E’ brutto, quando nelle istituzioni della Chiesa, di una diocesi, troviamo nelle parrocchie gente che cerca il suo interesse, non il servizio, non l’amore. E questo è quello che Gesù ci dice nel Vangelo: non cercare il proprio interesse, non andare sulla strada del contraccambio, eh? ‘Ma sì, io ti ho fatto questo favore, ma tu mi fai questo’. E, con questa parabola, di invitare a cena quelli che non possono contraccambiare niente. E’ la gratuità. Quando in una Chiesa c’è l’armonia, c’è l’unità, non si cerca il proprio interesse, c’è questo atteggiamento di gratuità. Io faccio il bene, non faccio un affare con il bene”.
Il Papa invita, infine, a fare un esame di coscienza: "com’è la mia parrocchia … com’è la mia comunità? Ha questo spirito? Com’è la mia istituzione? Questo spirito di sentimenti di amore, di unanimità, di concordia, senza rivalità o vanagloria, con l’umiltà e il pensare che gli altri sono superiori a noi, nella nostra parrocchia, nella nostra comunità … E forse troveremo che c’è qualcosa da migliorare. Io oggi come posso migliorare questo?”.

03/11/2014 fonte: Radio vaticana

Lo sapevano i primi cristiani la tradizione lo conferma: Maria libera le anime del purgatorio





Era pio uso del popolo romano visi­tare le chiese con ceri in mano nella not­te della vigilia dell'Assunta.

Accadde un anno che una nobile dama, mentre stava inginocchiata nella basilica di Santa Maria in Ara Coeli sul Campi­doglio, con grande sorpresa si vide compa­rire innanzi una dama da lei molto cono­sciuta e morta in quello stesso anno. Volle attenderla alla porta della Chiesa, per chiarire lo strano fatto.

Appena la vide uscire, la trasse in di­sparte e le domandò: "Non siete voi la mia madrina Marozia, che mi tenne al fonte battesimale? - Sì, rispose la de­funta, sono proprio io! - E come vi trovate fra i vivi, se già moriste da di­versi mesi? ... E che cosa vi è accaduto nell'altra vita?"

"Sino ad oggi - rispose l'anima - sono rimasta immersa in un fuoco cocentissi­mo, in pena di tanti peccati, specie pecca­ti di vanità commessi in gioventù; ma in occasione di questa festa della Assunta, essendo la Regina del Cielo discesa in mezzo alle fiamme del Purgatorio, sono stata liberata assieme a molte anime, on­de entrassimo in Paradiso nel giorno stes­so della sua Assunzione. Ogni anno la Di­vina Signora rinnova questo miracolo di misericordia ed il numero delle anime che Ella libera in tal modo è circa quanto quello della popolazione di Roma. In ri­conoscenza di questa grazia ci rechiamo in questa notte nei santuari a Lei consa­crati. Che se i vostri occhi vedono me sola, sappiate invece che noi siamo in gran moltitudine".

E vedendo che la donna restava atto­nita e dubbiosa, subito la defunta sog­giunse:

"In prova della verità che ho detto, vi annunzio che voi stessa morrete da qui ad un anno, in questa stessa festa; scorso il quale termine, se non sarete morta, ri­terrete come una illusione quanto vi ho detto".

San Pier Damiani riferisce che la pia donna, dopo un anno trascorso nell'eser­cizio di molte opere buone, ammalatasi nell'antivigilia dell'Assunta, passò da que­sta vita all'eternità nel giorno stesso della festa, come le era stato predetto.

Molti altri scrittori, come Gersone, Teofilo, Faber, confermano questa pia credenza, la quale è basata sopra un gran numero di rivelazioni, ed è appunto per questo che in Roma la Chiesa di Santa Maria in Montorio, dove risiede l'Arciconfraternita del Suffragio, è dedicata al­l'Assunzione di Maria Vergine.

03/11/2014 fonte: Il Timone


Burkina Faso: card. Ouédraogo chiede di pregare per la pace




Una novena per la pace nel Paese è stata indetta dal card. Philippe Nakellentuba Ouédraogo, arcivescovo di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, sconvolto dai moti popolari che hanno costretto il 31 ottobre il Presidente Blaise Compaoré alle dimissione e all’esilio in Costa d’Avorio, mentre i militari assumevano il potere.
"Figlie e figli della nostra Chiesa Famiglia di Dio, vi esorto ad una novena di preghiera (dal 2 al 9 novembre). Pregate per la riconciliazione, la giustizia e la pace nel nostro Paese” ha scritto il cardinale in un messaggio diffuso dalla Caritas Burkina Faso e ripreso dall'agenzia Fides. Il card. Ouédraogo ha composto una speciale preghiera con la quale si chiede a Dio "di accordare al nostro Paese delle istituzioni che garantiscano il benessere, la libertà e la pace”.
Nel frattempo la situazione politica del Burkina Faso appare confusa. L’esercito ha sospeso i poteri civili ed ha formato una giunta militare guidata dal tenente colonnello Isaac Zida, numero 2 della Guardia Presidenziale. I militari hanno dichiarato che si tratta di un provvedimento provvisorio, in attesa di restituire il potere ai civili. L’opposizione appare preoccupata e chiede che l’esercito faccia un passo indietro e permetta alla società civile di riprendere in mano la situazione. 

03/11/2014 fonte: Radio Vaticana
 

Sinodo, il cardinale Marx sa come finirà. Come vuole lui

di Luisella Scrosati

Il cardinale Reinhard Marx, Presidente della Conferenza episcopale tedesca e membro del gruppo dei "consiglieri” del Santo Padre non sembra pienamente soddisfatto del risultato del Sinodo straordinario sulla famiglia. Forse non ha gradito il lavoro complessivo dei circoli minori, che hanno apportato importanti modifiche alla Relatio. Secondo quanto riporta Kath.net «il cardinal Marx avrebbe espresso in modo palese nell’aula sinodale il suo disappunto sul documento finale… per il fatto che le tesi del cardinal Kasper non hanno avuto praticamente nessuna influenza sul documento finale». Il cardinale avrebbe poi affermato che «se si confronta il discorso del Papa con questi testi, vien da dire che un po’ più di freschezza, un po’ più di slancio in avanti sarebbero stati desiderabili». 

Sarebbe dunque in ossequio a questo slancio, che l’arcivescovo di Monaco-Frisinga traccia il programma per l’anno che ci separa al Sinodo ordinario, dell’ottobre 2015: «Abbiamo il dovere di annunciare il Vangelo e non di citare noi stessi. Nei mesi che seguiranno l’attuale Sinodo, fino al Sinodo dei vescovi nell’anno a venire, si tratterà di vedere quali vie potremmo percorrere nelle Chiese locali per unire la dottrina della Chiesa e la situazione pastorale e familiare degli uomini. Si tratta - come annotato nel documento finale del Sinodo - di trovare "nuove strade” nella teoria e nella prassi. Come vescovi siamo pronti a questo nel dialogo. E non ci sono divieti di pensiero o di parola. Spero in un dibattito intenso all’interno delle nostre diocesi, parrocchie e associazioni».

"Novità”, "abolizione di divieti”, "apertura” sembrano essere divenute ormai le parole chiave della ventata antiproibizionista post-sinodale. Si sta ripetendo il mantra degli ultimi quarant’anni, per cui gli eventuali "limiti” che si trovano nei testi devono essere superati in nome dello spirito che li ha animati. Il cardinale Marx, in un’intervista rilasciata al settimanale Die Zeit il 28 ottobre, riportata sul National Catholic Reporter (clicca qui), si fa interprete di questo "spirito del Sinodo” (variante aggiornata dello spirito del Vaticano II…), infilando una serie di affermazioni che fanno ben capire quello che ci aspetterà nei prossimi mesi: «Le porte sono aperte più ampiamente di quanto sia mai accaduto dal Concilio Vaticano II. I dibattiti sinodali sono stati giusto un punto di partenza. Francesco vuole dare una mossa alle cose, vuole spingere in avanti i processi». A chi potrebbe far notare che però all’interno del Sinodo ha trovato spazio anche un altro "spirito”, che ha rigettato i famosi tre paragrafi sui temi della comunione ai divorziati-risposati e dell’omosessualità, Marx risponde: «Chiunque pervenga a questa conclusione (di un passo indietro, n.d.r.) non ha posto la sua attenzione su quanto sta avvenendo nella nostra Chiesa da un anno e mezzo. Fino ad ora, queste due questioni sono state assolutamente non negoziabili. Sebbene non abbiano raggiunto il consenso dei due terzi, la maggioranza dei padri sinodali ha nondimeno votato in loro favore».

Il cardinale inoltre ha spiegato per quale motivo i tre paragrafi siano stati comunque inseriti nel testo della Relatio, nonostante non abbiano raggiunto i voti necessari: «Sono ancora parte del testo. Specialmente io ho chiesto ciò al Papa, e il Papa ha detto che voleva che tutti i paragrafi venissero pubblicati, insieme ai voti corrispondenti. Egli ha voluto che, nella Chiesa, ciascuno vedesse a che punto eravamo. No, questo Papa ha spalancato le porte e i voti risultati alla fine del Sinodo non cambieranno questo». Verrebbe a questo punto da chiedersi a cosa serva discutere in un Sinodo e votare il documento finale paragrafo per paragrafo. A cosa serva un Sinodo che non tenga conto dei risultati del Sinodo…

03/11/2014 fonte: La nuova bussola quotidiana
 

IL SANTO DEL GIORNO 17/10/2014 Sant'Ignazio di Antiochia



Dalla data del 1° febbraio, la memoria di Sant'Ignazio Martire è stata riportata ad oggi, data tradizionale del suo martirio, dal nuovo Calendario ecclesiastico, che la prescrive come obbligatoria per tutta la Chiesa.
Sant'Ignazio fu il terzo Vescovo di Antiochia, in Siria, cioè della terza metropoli del mondo antico dopo Roma e Alessandria d'Egitto.
Lo stesso San Pietro era stato primo Vescovo di Antiochia, e Ignazio fu suo degno successore: un pilastro della Chiesa primitiva così come Antiochia era uno dei pilastri del mondo antico.
Non era cittadino romano, e pare che non fosse nato cristiano, e che anzi si convertisse assai tardi. Ciò non toglie che egli sia stato uomo d'ingegno acutissimo e pastore ardente di zelo. I suoi discepoli dicevano di lui che era " di fuoco ", e non soltanto per il nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco.
Mentre era Vescovo ad Antiochia, l'Imperatore Traiano dette inizio alla sua persecuzione, che privò la Chiesa degli uomini più in alto nella scala gerarchica e più chiari nella fama e nella santità.
Arrestato e condannato ad bestias, Ignazio fu condotto, in catene, con un lunghissimo e penoso viaggio, da Antiochia a Roma dove si allestivano feste in onore dell'Imperatore vittorioso nella Dacia e i Martiri cristiani dovevano servire da spettacolo, nel circo, sbranati e divorati dalle belve.
Durante il suo viaggio, da Antiochia a Roma, il Vescovo Ignazio scrisse sette lettere, che sono considerate non inferiori a quelle di San Paolo: ardenti di misticismo come quelle sono sfolgoranti di carità. In queste lettere, il Vescovo avviato alla morte raccomandava ai fedeli di fuggire il peccato; di guardarsi dagli errori degli Gnostici; soprattutto di mantenere l'unità della Chiesa.
D'un'altra cosa poi si raccomandava, scrivendo particolarmente ai cristiani di Roma: di non intervenire in suo favore e di non tentare neppure di salvarlo dal martirio.
"lo guadagnerei un tanto - scriveva - se fossi in faccia alle belve, che mi aspettano. Spero di trovarle ben disposte. Le accarezzerei, anzi, perché mi divorassero d'un tratto, e non facessero come a certuni, che han timore di toccarli: se manifestassero queste intenzioni, io le forzerei ".
E a chi s'illudeva di poterlo liberare, implorava: " Voi non perdete nulla, ed io perdo Iddio, se riesco a salvarmi. Mai più mi capiterà una simile ventura per riunirmi a Lui. Lasciatemi dunque immolare, ora che l'altare è pronto! Uniti tutti nel coro della carità, cantate: Dio s'è degnato di mandare dall'Oriente in Occidente il Vescovo di Siria! ".
Infine prorompeva in una di quelle immagini che sono rimaste famose nella storia dei Martiri: " Lasciatemi essere il nutrimento delle belve, dalle quali mi sarà dato di godere Dio. lo sono frumento di Dio. Bisogna che sia macinato dai denti delle belve, affinché sia trovato puro pane di Cristo ".
E, giunto a Roma, nell'anno 107, il Vescovo di Antiochia fu veramente " macinato " dalle innocenti belve del Circo, per le quali il Martire trovò espressioni di una insolita tenerezza e poesia: " Accarezzatele, scriveva infatti, affinché siano la mia tomba e non faccian restare nulla del mio corpo, e i miei funerali non siano a carico di nessuno ".





Francesco: la preghiera di lode è difficile ma dona la gioia



E' facile pregare per chiedere delle grazie, mentre è più difficile la preghiera di lode ma è questa la preghiera della vera gioia: è quanto ha detto Papa Francesco nella Messa mattutina a Santa Marta. Ce ne parla Sergio Centofanti:
Al centro dell’omelia del Papa, la Lettera agli Efesini, in cui San Paolo eleva con gioia la sua benedizione a Dio. Si tratta di una preghiera di lode – osserva - una preghiera "che noi non facciamo tanto abitualmente: lodare Dio – afferma - è gratuità pura” ed è entrare "in una grande gioia”:
"Noi sappiamo pregare benissimo quanto chiediamo cose, anche quando ringraziamo il Signore, ma la preghiera di lode è un po’ più difficile per noi: non è tanto abituale lodare il Signore. E questo lo possiamo sentire meglio quando noi facciamo memoria delle cose che il Signore ha fatto nella nostra vita: ‘In Lui - in Cristo - ci ha scelti prima della creazione del mondo’. Benedetto sei Signore, perché tu mi ha scelto! E’ la gioia di una vicinanza paterna e tenera”.
"La preghiera di lode” – ha proseguito - ci porta questa gioia, a essere felici davanti al Signore. Facciamo uno sforzo per ritrovarla!” – esclama Papa Francesco – ma "il punto di partenza” è proprio "fare memoria” di questa scelta: "il Signore mi ha scelto prima della creazione del mondo. Ma questo non si può capire!”:
"Non si può capire e anche non si può immaginare: che il Signore mi abbia conosciuto prima della creazione del mondo, che il mio nome era nel cuore del Signore. Questa è la verità! Questa è la rivelazione! Se noi non crediamo questo non siamo cristiani, eh! Forse saremo impregnati di una religiosità teista, ma non cristiani! Il cristiano è uno scelto, il cristiano è uno scelto nel cuore di Dio prima della creazione del mondo. Anche questo pensiero riempie di gioia il nostro cuore: io sono scelto! E ci dà sicurezza”.
"Il nostro nome – ha osservato il Papa - è nel cuore di Dio, proprio nelle viscere di Dio, come il bambino è dentro la sua mamma. Questa è la nostra gioia di essere eletti”. E’ qualcosa – sottolinea – che "non si può capire solo con la testa. Neppure solo col cuore. Per capire questo dobbiamo entrare nel Mistero di Gesù Cristo. Il Mistero del suo Figlio amato: ‘Egli ha riversato il suo sangue in abbondanza su di noi, con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà’. E questo è un terzo atteggiamento: entrare nel Mistero”:
"Quando noi celebriamo l’Eucaristia, entriamo in questo Mistero, che non si può capire totalmente: il Signore è vivo, è con noi, qui, nella sua gloria, nella sua pienezza e dona un’altra volta la sua vita per noi. Questo atteggiamento di entrare nel Mistero dobbiamo impararlo ogni giorno. Il cristiano è una donna, è un uomo, che si sforza di entrare nel Mistero. Il Mistero non si può controllare: è il Mistero! Io entro”. 
La preghiera di lode – conclude il Papa - è dunque innanzitutto "preghiera di gioia”, poi "preghiera di memoria: ‘Ma quanto ha fatto il Signore per me! Con quanta tenerezza mi ha accompagnato, come si è abbassato; si è inchinato come il papà si inchina col bambino per farlo camminare’”. E infine preghiera allo Spirito Santo che ci doni "la grazia di entrare nel Mistero, soprattutto quando celebriamo l’Eucaristia”.

17/10/2014 fonte: Radio vaticana

Francesco: misure rapide per eliminazione armi nucleari e chimiche



Papa Francesco chiede "la rapida adozione di misure che portino all'eliminazione delle armi di distruzione di massa” a cominciare dalle armi nucleari e chimiche: è quanto ha affermato mons. Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu, intervenendo al Palazzo di Vetro di New York.
Il presule denuncia, in particolare, la mancanza di progressi sul disarmo nucleare: "L'incapacità degli Stati che possiedono armi nucleari ad avviare negoziati verso ulteriori riduzioni delle loro scorte esistenti è preoccupante, ma la ‘modernizzazione’ di alcuni sistemi esistenti e l'aumento delle scorte di armi sono ancora più preoccupanti”. Il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), "così importante per la nostra sicurezza” – sottolinea – non ha finora prodotto i risultati sperati: "La promessa centrale del Tnp che gli Stati possessori di armi nucleari si disarmino gradualmente in cambio del fatto che gli Stati non dotati di armi nucleari si astengano dal cercare di acquisirle rimane in una impasse”.
"La Santa Sede – ha affermato mons. Auza - continua a credere che una politica di deterrenza nucleare permanente mette a rischio il processo di disarmo nucleare e la non proliferazione”: occorre, dunque, "andare oltre la deterrenza nucleare e lavorare per una pace duratura fondata sulla fiducia reciproca, piuttosto che su uno stato di pura non-belligeranza fondata sulla logica della reciproca distruzione”.
A questo proposito, la Santa Sede esorta tutti gli Stati a firmare e/o ratificare il Trattato di bando complessivo dei test nucleari (Ctbt) "senza ulteriori ritardi, perché è un elemento fondamentale del disarmo nucleare internazionale e della non proliferazione”. Ritiene, inoltre, che "l’istituzione di zone libere dalle armi di distruzione di massa sarebbe un grande passo nella giusta direzione, in quanto dimostrerebbe che possiamo davvero muoverci verso un accordo universale per eliminare tutte le armi di distruzione di massa”.
Mons. Auza, riprendendo quanto detto da Papa Francesco, invita poi a non trascurare "il grande obiettivo di un mondo meno dipendente dall'uso della forza”: "La Santa Sede si compiace dei progressi, per quanto modesti, nel settore delle armi convenzionali, come quelle connesse con l'attuazione della Convenzione di Ottawa e della Convenzione sulle munizioni Cluster. Ma rimane profondamente preoccupata che il flusso di armi convenzionali continua ad esacerbare i conflitti in tutto il mondo”.
Il presule poi ammonisce: "Non dimentichiamo che l’avidità dei soldi alimenta il commercio delle armi e che il commercio delle armi alimenta i conflitti che causano indicibili sofferenze e violazioni dei diritti umani. Fino a quando una così grande quantità di armi saranno in circolazione, nuovi pretesti potranno sempre essere trovati per l'avvio delle ostilità e il facile accesso alle armi faciliterà la perpetrazione della violenza contro popolazioni innocenti”.
Che l'immagine proverbiale della goccia d’acqua che pazientemente scava la roccia più dura – conclude mons. Auza - ci ispiri ad andare avanti in mezzo alla lentezza dei progressi e le battute d'arresto.

17/10/2014 fonte: Radio vaticana

Vescovo di Islamabad: La condanna di Asia Bibi è straziante, il mondo preghi per lei



di Jibran Khan 
Dopo cinque rinvii, l’Alta corte conferma la pena capitale per la madre cristiana, simbolo della lotta alla blasfemia. I legali annunciano ricorso alla Corte suprema, ultimo grado di giudizio. Vescovo di Islamabad: decisione straziante, appello alla preghiera. Domenica 19 iniziative di solidarietà nel Paese. 


Lahore (AsiaNews) - L'Alta corte di Lahore ha confermato oggi in appello, al termine di un'udienza durata alcune ore, la pena capitale comminata in primo grado ad Asia Bibi, madre cristiana di cinque figli a processo per blasfemia e da anni nel braccio della morte. La società civile pakistana manifesta preoccupazione per il verdetto - giunto al termine di almeno cinque rinvii nei mesi scorsi - ed esprime solidarietà; attivisti e organizzazioni pro diritti umani in tutto il mondo chiedono giustizia per la donna, diventata simbolo della lotta contro la famigerata "legge nera" in Pakistan. Ora gli avvocati annunciano il ricorso alla Corte suprema, terzo e ultimo grado di giudizio, dove auspicano che la sentenza possa essere ribaltata. 

Asia Bibi, dal novembre 2010 condannata a morte e da allora in regime di isolamento per motivi di sicurezza, è da tempo un simbolo della lotta contro la blasfemia. Per averla difesa, nel 2011 gli estremisti islamici hanno massacrato il governatore del Punjab Salman Taseer e il ministro federale per le Minoranze religiose Shahbaz Bhatti, cattolico. La comunità cristiana pakistana ha promosso giornate di digiuno e preghiera - cui hanno aderito anche musulmani - per la sua liberazione.

Nella sentenza di condanna, il giudice ha ritenuto valide le accuse delle due donne musulmane che hanno testimoniato sulla presunta blasfemia commessa da Asia.

Interpellato da AsiaNews l'avvocato Naeem Shakir, uno dei legali della donna, spiega che "i giudici hanno ascoltato le arringhe difensive e la requisitoria finale, aggiornando il procedimento". Tuttavia, poco dopo è stata diffuso il verdetto scritto in cui "è stata confermata la condanna a morte". Il vescovo di Islamabad/Rawalpindi Rufin Anthony parla di "decisione straziante" dei giudici e lancia un appello ai fedeli di tutto il mondo, perché "si uniscano alla preghiera per Asia Bibi e le altre vittime di blasfemia". P. Asher James, sacerdote dell'arcidiocesi di Lahore, annuncia per "domenica 19 ottobre eventi e iniziative di solidarietà" e invita "tutta la comunità a partecipare". 

Con più di 180 milioni di abitanti (di cui il 97% professa l'islam), il Pakistan è la sesta nazione più popolosa al mondo ed è il secondo fra i Paesi musulmani dopo l'Indonesia. Circa l'80% è musulmano sunnita, mentre gli sciiti sono il 20% del totale. Vi sono inoltre presenze di indù (1,85%), cristiani (1,6%) e sikh (0,04%). Decine gli episodi di violenze, fra attacchi mirati contro intere comunità (Gojra nel 2009 o alla Joseph Colony di Lahore nel marzo 2013), luoghi di culto (Peshawar nel settembre scorso) o abusi contro singoli individui (Sawan Masih e Asia Bibi, Rimsha Masih o il giovane Robert Fanish Masih, anch'egli morto in cella), spesso perpetrati col pretesto delle leggi sulla blasfemia.

17/10/2014 fonte.:Asia New
 

Sinodo, Relazione da rifare

di M. Matzuzzi, S. Fontana, R. Cascioli

La Relatio presentata lunedì viene sepolta sotto decine di pagine di emendamenti presentati dai dieci circoli minori. Nel mirino le aperture in tema di divorziati risposati, convivenze e unioni omosessuali. I padri chiedono di presentare modelli virtuosi di famiglia piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulle situazioni difficili. Quella che emerge è una divisione netta fra i vescovi, che è figlia delle diverse filosofie cui si fa riferimento. È la grande influenza di Karl Rahner che riduce il senso del matrimonio e di tutti i sacramenti. E intanto il cardinale Kasper vive la sua giornata nera: non solo il colpo ricevuto dai circoli minori alla sua impostazione, ma ieri è scoppiato anche il caso dell'intervista "fantasma" dagli accenti razzisti, che ha fatto infuriare i vescovi africani.

- LA RELATIO SEPOLTA DA UNA PIOGGIA DI EMENDAMENTI
di Matteo Matzuzzi
Su situazioni irregolari e unioni omosessuali i circoli minori chiedono di cambiare approccio. E soprattutto si alza la richiesta di volgere lo sguardo ai modelli positivi di famiglia cristiana, invece di guardare soltanto alle relazioni difficili.

- VESCOVI DIVISI? COLPA DELLA (CATTIVA) FILOSOFIA
di Stefano Fontana
Perché si possa fare buona teologia è necessaria una filosofia vera e conforme alla fede, come quella di san Tommaso. Molti vescovi invece sono cresciuti alla scuola di Karl Rahner, per cui la dimensione della fede non è legata all'essere ma all'esistenziale. Da qui discende una visione del matrimonio che si può riformare.
di Stefano Fontana

-  LA LOBBY GAY ALLA CHIESA NON FA BENE
di Riccardo Cascioli
Tra i fattori che hanno contribuito a quei paragrafi della Relatio dedicati all'omosessualità e sconfessati dai padri sinodali nei circoli minori, c'è da considerare il lungo lavoro della lobby gay che opera all'interno della Chiesa. E che mira soprattutto a modificare il Magistero in materia.

 - IL GIORNO "NERO" DI KASPER
Clamoroso scivolone del cardinale Kasper: in un'intervista apparsa su Zenit si è lasciato andare a commenti di sapore vagamente razzista conro i vescovi africani. L'imbarazzo creatosi ha consigliato a Kasper di smentire di aver mai dato l'intervista, ma ieri sera il giornalista in causa ha pubblicato sul proprio blog l'audio del colloquio.

17/10/2014 fonte :la nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO San Bruno ( Brunone) Sacerdote Monaco



Nato in Germania, e vissuto poi tra il suo Paese, la Francia e l’Italia, il nobile renano Bruno o Brunone è vero figlio dell’Europa dell’XI secolo, divisa e confusa, ma pure a suo modo aperta e propizia alla mobilità. Studente e poi insegnante a Reims, si trova presto faccia a faccia con la simonia, cioè col mercato delle cariche ecclesiastiche che infetta la Chiesa.

Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe diventare vescovo per la via onesta dei meriti, ora che papa Gregorio VII lotta per ripulire gli episcopi. Ma lo disgusta l’ambiente. La fede che pratica e che insegna è tutt’altra cosa, come nel 1083 gli conferma Roberto di Molesme, il severo monaco che darà vita ai Cistercensi. 
Bruno trova sei compagni che la pensano come lui, e il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta "chartusia” (chartreuse in francese). Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani dai mercanti del sacro. 
Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II e deve raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. Però a Roma non resiste: pochi mesi, ed eccolo in Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia); e riecco l’oratorio, le celle come alla Chartreuse, una nuova comunità guidata col solito rigore. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto alle asprezze eremitiche, preferisce vivere in comunità. E’ il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi pochi confratelli (non ama avere intorno gente numerosa e qualunque) devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede. 
E’ una guida all’autenticità, col modello della Chiesa primitiva nella povertà e nella gioia, quando si cantano le lodi a Dio e quando lo si serve col lavoro, cercando anche qui la perfezione, e facendo da maestri ai fratelli, alle famiglie, anche con i mestieri splendidamente insegnati. Sempre pochi e sempre vivi i certosini: a Serra, vicino a Bruno, e altrove, passando attraverso guerre, terremoti, rivoluzioni. Sempre fedeli allo spirito primitivo. Una comunità "mai riformata, perché mai deformata". Come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).

Messa inaugurale del Sinodo, il Papa: si cooperi al progetto di Dio




Il Sinodo "non serve per discutere belle idee”, ma per "cooperare al progetto d’amore” di Dio: così Papa Francesco, stamani, nella Messa inaugurale del Sinodo straordinario sulla famiglia, in programma in Vaticano fino al 19 ottobre. Nell’omelia, il Pontefice ha messo anche in guardia dalla "cupidigia di denaro e di potere”. Alla celebrazione, nella Basilica Vaticana, hanno preso parte numerosi Padri Sinodali. Durante la Preghiera dei fedeli, si è pregato per le famiglie, i popoli in guerra e "quanti sono feriti dallo scandalo”. Il servizio di Isabella Piro:
"Lavorare per la vigna del Signore”, per "il sogno di Dio che è il suo popolo”: a questo è chiamato il Sinodo dei vescovi. E il Papa lo sottolinea nella sua omelia, ricordando che coltivare questo sogno richiede "molta cura”, "amore paziente e fedele”:
"Le Assemblee sinodali non servono per discutere idee belle e originali, o per vedere chi è più intelligente… Servono per coltivare e custodire meglio la vigna del Signore, per cooperare al suo sogno, al suo progetto d’amore sul suo popolo. In questo caso, il Signore ci chiede di prenderci cura della famiglia, che fin dalle origini è parte integrante del suo disegno d’amore per l’umanità".
Esistono, però, contadini che, "per cupidigia e superbia”, "non fanno il loro lavoro, ma pensano ai loro interessi”: e così la vigna produce "acini acerbi” e provoca "spargimento di sangue e grida di oppressi”, invece di giustizia e rettitudine:
"Cupidigia di denaro e di potere. E per saziare questa cupidigia i cattivi pastori caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito (cfr Mt 23,4)".
"La tentazione di ‘impadronirci’ della vigna, a causa della cupidigia, non manca mai in noi esseri umani ", continua il Papa, perché "il sogno di Dio si scontra sempre con l’ipocrisia di alcuni suoi servitori”:
"Noi possiamo 'frustrare' il sogno di Dio se non ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo. Lo Spirito ci dona la saggezza che va oltre la scienza, per lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività".
Per "coltivare e custodire bene la vigna” del Signore, allora – è l’esortazione finale del Papa – "i capi del popolo”, "la classe dirigente” devono operare con "libertà, creatività ed operosità”, conformando "pensieri e progetti” al sogno di Dio di "formare un popolo santo”, che "porti tanti buoni frutti di giustizia”. 

06/10/2014 fonte: Radio Vaticana

La Bibbia, Parola che salva, distribuita in Piazza san Pietro

Questa mattina, nel corso dell’Angelus, sono state distribuite gratuitamente quindicimila copie della Bibbia nella nuova versione dai testi antichi.  L’iniziativa è stata promossa dalla Famiglia paolina per celebrare il centenario della fondazione per opera del beato Giacomo Alberione e l’inizio del Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Il servizio di Paolo Ondarza:
Nel 1960 il beato Giacomo Alberione fece stampare un milione di copie della Parola di Dio. Come allora oggi con la distribuzione della Bibbia l’obiettivo è quello di giungere in ogni casa, fin nelle estreme periferie. Secondo recenti indagini in Italia otto abitanti su 10 posseggono una Bibbia, ma averla in casa non sempre vuol dire conoscerla. Perché allora leggerla oggi? Il biblista don Giacomo Perego ha diretto il progetto editoriale della nuova Bibbia edita da San Paolo.
R. - Il motivo per cui leggerla oggi è il motivo di sempre: incontrare Dio e incontrare se stessi. La Parola di Dio è una parola che aiuta ad immergerci nel mistero di Dio, ma anche a scoprire quella che è la grandezza dell’uomo agli occhi di Dio. Il fatto che oggi otto persone su 10 abbiano la Bibbia in casa però facciano magari fatica ad aprirla, è perché si tratta un libro che comunque un po’ spaventa.
D. - Non ci si improvvisa nell’accostarsi a questo libro …
R. - Assolutamente no. Ci si può improvvisare magari una o due volte; ci sono alcuni movimenti che suggeriscono, in un clima di preghiera, di aprire la Bibbia a caso e poi lasciarsi guidare da ciò che il Signore dona. Può essere una scelta azzardata: per entrare nel mondo della Bibbia occorre conoscere, per lo meno, la cornice in cui quei testi sono stati scritti e i valori che gli autori sacri hanno cercato di comunicare. Ecco lo strumento di accompagnamento nelle pagine introduttive a questa edizione può essere di grande utilità.
D. - Si tratta di una nuova traduzione?
R. - È la rivisitazione della traduzione che noi abbiamo elaborato a partire dai tempi del post Concilio direttamente sui testi antichi. La Famiglia paolina è stata una delle prime realtà che ha ritradotto la scrittura non a partire dalla vulgata, non a partire dal testo latino, ma a partire dai testi antichi, quindi l’ebraico e il greco e l’aramaico.
D. - E questo andare nuovamente alle origini dei testi antichi ha riportato in luce significati originari che forse si erano persi con le successive traduzioni?
R. - Sì, a volte variare una traduzione significa anche dare un messaggio, un significato diverso al testo proposto.
Introduzioni ai singoli libri biblici, note essenziali al testo, un atlante a colori, una guida per catechisti e formatori, suggerimenti su come accostarsi alle Scritture, indicazioni per una lettura "orante”. Il nuovo volume, edito da san Paolo, contiene tutto questo. Inoltre per chi volesse accogliere l’invito di Papa Francesco a leggere un brano al giorno, la nuova Bibbia  offre un piano di lettura in 365 tappe.
R. - La Bibbia non si può leggere dalla prima pagina all’ultima così, come se fosse un racconto, bisogna seguire un percorso guidato. Uno degli strumenti che offre questa edizione della Bibbia è proprio quello di un percorso guidato che tiene presente dei tempi liturgici. Per cui, non si inizia da Genesi ad Apocalisse, ma da un Vangelo per poi ripercorrere tutta la storia della salvezza insieme a Gesù tenendo presente il tempo liturgico - l’Avvento, la Quaresima, la Pasqua - che si sta vivendo.
D. - Questa lettura quotidiana è alla portata dell’uomo e della donna contemporanei, sempre alle prese con tempi stretti?
R. - Sì, l’importante è che non sia una lettura fatta in solitudine, perché quando si legge da soli la Bibbia il rischio è di prendere cantonate o stancarsi in fretta. Se invece diventa una lettura comunitaria, condivisa, la ricchezza dell’essere Chiesa fa emergere tutta la luminosità di una Parola che salva.
D. - Potremmo dire che oltre al valore spirituale riconosciutole dai credenti, la Bibbia ha anche un valore culturale per i non credenti?
R. - Senza dubbio. Ha un valore culturale perché ci si immerge in epoche e momenti storici molto diversi dai nostri; non dimentichiamo che la Bibbia - se noi prendiamo la completezza dei testi sacri - abbraccia almeno un millennio di storia. Ed è interessante anche notare come, all’interno della Bibbia, la stessa storia venga spesso offerta da prospettive diverse.
Per il lancio dell’iniziativa editoriale oggi a Roma nella basilica di Santa Maria in Trastevere la lettura di passi della Bibbia da parte di noti attori, alternata a momenti di canto e danza e online il nuovo sito internet www.leggolabibbia.it.

06/10/2014 fonte: Radio Vaticana

Sulla famiglia si gioca anche il futuro della Chiesa

di Riccardo Cascioli

I violenti attacchi squadristi di cui sono state vittima ieri migliaia di Sentinelle in tutta Italia, come da cronaca che riportiamo in Primo Piano, dovrebbero aprire gli occhi. Alle autorità civili anzitutto, che non solo alimentano una ideologia dalle chiare connotazioni totalitarie, ma tollerano anche l’illegalità di contromanifestazioni non autorizzate che impediscono lo svolgimento di manifestazioni che invece autorizzate lo sono regolarmente. 

Ma dovrebbero aprire gli occhi anche a tanti ecclesiastici che continuano a raccontare la storia di un mondo buono che contrito bussa alle porte della Chiesa per chiedere sollievo per le proprie ferite, incontrando invece le porte chiuse di una Chiesa arroccata attorno a legalismi dottrinali. Un quadretto questo in cui, tra l’altro, fatica a trovare posto un fatto come quello delle Sentinelle in Piedi: migliaia e migliaia di famiglie e singoli che in silenzio, leggendo un libro, difendono la libertà di tutti, testimoniando nel contempo l’esistenza e la forza della famiglia naturale. Se vogliamo, è una Chiesa che si apre, si mette in gioco, va nelle piazze non per gridare contro qualcuno ma per dare ragione di se stessa; e in questi mesi ci sono state tante occasioni di incontro con persone distanti, con cui sono anche nati rapporti veri. Che non sarebbero nati restando chiusi in casa o in chiesa, rinunciando a dare un giudizio su ciò che sta accadendo nella nostra società. Ma come abbiamo visto, così facendo si è pure incontrata l’ostilità del mondo. Coincidenza vuole che questo sia accaduto nel giorno di apertura del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, quello che per qualcuno dovrebbe essere all’insegna del "Mondo buono-Chiesa cattiva, da riformare”. 

Un’immagine allora che disturba quella delle Sentinelle in Piedi, tanto che il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, si è ben guardato nei giorni scorsi dal dare notizia della veglia nazionale di ieri. Poi, magari, sulle violenze verserà le solite lacrime di coccodrillo nei prossimi giorni, ma sempre ben attenti a non mettere in relazione le Sentinelle con ciò di cui si parla al Sinodo, non sia mai che vengano dei dubbi su quei postulati che si danno per scontati.

Uno di questi, ripetuto alla noia nei giorni scorsi su diverse testate, recita che siamo davanti a un cambiamento epocale della famiglia, che il mondo è molto diverso da 30 anni fa (il riferimento è all’esortazione apostolica Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II) e che quindi bisogna in qualche modo adeguarsi. «Senza mettere in discussione la dottrina», ci mancherebbe, ma facendo finta che non ci sia. «Un confronto sincero, aperto e fraterno», ha auspicato sabato papa Francesco, ma per qualcuno deve trattarsi di un confronto che non abbia punti di riferimento chiari, perché la situazione odierna – si dice – è nuova e non è mai stata affrontata.

Noi, in questi giorni stiamo dimostrando il contrario. La raccolta dei testi del Magistero che stiamo presentando (clicca qui e qui) – a cura di Tommaso Scandroglio – dimostra con chiarezza che riguardo al problema dei divorziati risposati e più in generale di chi vive in situazioni irregolari c’è da decenni una grande attenzione: dalle note della Cei del 1979, al catechismo della Chiesa cattolica (1992), dalle esortazioni apostoliche Reconciliatio et Poenitentia e Familiaris Consortio fino al Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa, ci sono lunghe parti in cui si guarda con amore e misericordia alle persone che vivono situazioni di sofferenza. E si invitano con forza tutte le comunità a non fare sentire escluse dalla Chiesa queste persone, si suggeriscono delle iniziative pastorali e si indicano forme di comunione ecclesiale oltre i sacramenti. E appena due anni fa papa Benedetto XVI, all’Incontro mondiale delle famiglie, aveva dato una bellissima prospettiva alla sofferenza di chi vive certe situazioni irregolari (clicca qui). 

È una attenzione costante che contraddice quanto in questi giorni viene spacciato per ovvio e scontato. E lo stesso vale per la difficoltà a concepire la famiglia naturale, che si pretenderebbe essere unica di questa nostra epoca. Lo abbiamo ricordato già tempo fa che ai tempi di Gesù, dal punto di vista della famiglia la situazione era ben peggiore (clicca qui), e basterebbe solo rileggere qualche dialogo di Gesù con i discepoli per rendersene conto.

Si fa fatica a sfuggire alla sensazione che ci siano alcuni ecclesiastici – ma anche laici – che in realtà stanno usando il Sinodo per imporre la propria agenda e orientare la Chiesa cattolica verso derive protestanti. Con l’ausilio della grande stampa laica. Anche all’interno della Chiesa servirebbero delle Sentinelle in Piedi.

 06/10/2014 fonte: La nuova bussola quotidiana

Il cardinale Müller: se un matrimonio è valido neppure il Papa può scioglierlo.


di Riccardo Caniato


Il cardinale Gerhard Ludwig Müller ha consegnato al libro intervista La speranza della famiglia (in Italia edito da Ares, www.ares.mi.it) realizzato con Carlos Granados, direttore delle spagnole edizioni BAC, le sue riflessioni programmatiche in vista del Sinodo sulla Famiglia voluto per ottobre (dal 5 al 19) da Papa Francesco.

Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (cioè dell’organismo vaticano garante della corretta interpretazione della Parola di Dio, della Tradizione e del Magistero della Chiesa) illustra qui la realtà sacramentale del matrimonio e il valore dell’istituto della famiglia dal punto di vista cristiano.

Ancorandosi al magistero di Giovanni Paolo II, che Papa Francesco ha definito il «Papa della Famiglia», l’indissolubilità e la fedeltà del matrimonio vengono spiegate anche dal cardinale Müller a partire dalla fedeltà dell’amore di Dio Padre per l’uomo. Si è portati per natura a costruire rapporti fecondi e durevoli perché siamo creati a immagine e somiglianza di un Dio  che è Padre fedele nel tempo.

Non a caso «recenti indagini svolte tra i nostri giovani hanno confermato il fascino dell’ideale di fedeltà tra un uomo e una donna, fondato sull’ordine della Creazione. Anche se affermano di "credere” nel divorzio, la maggior parte tra loro aspira a una relazione fedele e costante, corrispondente alla sua natura spirituale e morale».

Ma il matrimonio è immagine anche della relazione d’amore / donazione e offerta di sé tra Gesù e la Chiesa, motivo per cui l’approfondimento dell’amore avviene nella comunione tra gli sposi che è sintesi del loro venirsi incontro, donarsi l’uno all’altro, in antitesi a una concezione antropologica individualista che esalta il conseguimento del desiderio e dell’affermazione personali.

A questo riferimento il Cardinale sottolinea la grave ferita che una separazione matrimoniale provoca nei figli. Per loro conia il termine di «povertà da orfani del divorzio» e la spiega così:

«Il Santo Padre parla spesso della realtà della povertà, incarnata nei poveri del terzo e quarto mondo, relegati nelle cosiddette "periferie esistenziali”. Tra loro ci sono i figli che debbono crescere senza i loro genitori, gli "orfani del divorzio”. Forse sono i poveri più poveri del mondo: sono i figli abbandonati non solo nei Paesi del terzo mondo, ma anche qui in Europa, nell’America del Nord, nei Paesi più ricchi. Questi "orfani del divorzio”, a volte circondati da molti beni, con molto denaro a disposizione, sono i più poveri tra i poveri, perché hanno molti beni materiali, ma sono privi di quello fondamentale: dell’amore oblativo di due genitori che rinunciano a sé stessi per loro. Le cose stanno così perché solamente i beni spirituali e non quelli materiali ci permettono di maturare e giungere con sicurezza all’età adulta».

Quindi, secondo l’Intervistato, «il matrimonio indissolubile possiede un valore antropologico di primaria grandezza: sottrae la persona all’arbitrio e alla tirannia dei sentimenti e degli stati d’animo; li aiuta ad affrontare le difficoltà personali e a superare le esperienze dolorose; soprattutto protegge i figli.

[…] Nella sua essenza, esso è dedizione e impegno. Nell’amore coniugale, due persone si dicono l’un l’altra, in modo cosciente e volontario: sei così importante per me, sei così unico/a per me, che voglio stare solamente con te e per sempre!».

Alla luce di queste riflessioni Müller si accosta alle problematiche delle persone divorziate risposate. Ma prima di tutto ricorda in modo molto articolato, come invece fa sinteticamente in prefazione il cardinale Fernando Sebastián, che «il principale problema, presente nella Chiesa a proposito della famiglia, non è il piccolo numero dei divorziati risposati che desiderano accostarsi alla Comunione eucaristica. Il nostro problema più grave è il gran numero di battezzati che si sposano civilmente e degli sposati sacramentalmente che non vivono né il matrimonio né la vita matrimoniale in sintonia con la vita cristiana e gli insegnamenti della Chiesa».

Il cardinale invita a valutare caso per caso la validità di un matrimonio, specificando che nel tempo presente è quanto mai necessario se gli sposi si siano o meno accostati al sacramento con fede e consapevolezza.

Ma avverte anche che l’indissolubilità del matrimonio ha valore dogmatico e che, pertanto,  «quando ci troviamo in presenza di un matrimonio valido, in nessun modo è possibile sciogliere quel vincolo: né il Papa né alcun altro vescovo hanno autorità per farlo, perché si tratta di una realtà che appartiene a Dio, non a loro».

Compito della Chiesa è esercitare la Misericordia di Cristo, ma se Dio è somma carità, è anche somma verità e giustizia: Anche «santità e giustizia appartengono al mistero di Dio», chiosa Muller. Ma ecco un intero passo chiarificatore sotto questo aspetto:

«Il "principio della misericordia” è molto debole quando si trasforma in unico argomento teologico-sacramentale valido. Tutto l’ordine sacramentale è precisamente opera della misericordia divina, ma non lo si può annullare revocando lo stesso principio che lo regge. Al contrario, un errato riferimento alla misericordia comporta il grave rischio di banalizzare l’immagine di Dio, secondo cui Dio non sarebbe libero, bensì sarebbe obbligato a perdonare. Dio non si stanca mai di offrirci la sua misericordia: il problema è che noi ci stanchiamo di chiederla, riconoscendo con umiltà il nostro peccato, come ha ricordato con insistenza Papa Francesco nel primo anno e mezzo del suo pontificato».

La Misericordia, presuppone, dunque, anche la coscienza del peccato, la richiesta di perdono e il desiderio di cambiare vita, sulla scorta dell’insegnamento di Gesù che, dopo aver usato misericordia verso l’Adultera, la esorta così: «Adesso va’ e non peccare più!».

Gesù nei Vangeli si mostra anche molto esigente, osserva il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede:

«Gesù non si è incarnato per esporre alcune semplici teorie che tranquillizzino la coscienza e in fondo lascino le cose come stanno senza alterare l’”ordine costituito”. Gesù ha ricreato la Creazione, predicando una conversione che è possibile per tutti, perché Egli ha già definitivamente sconfitto il peccato: ci ha dato l’indicativo come base per l’imperativo! Pertanto, una vita cristiana autentica è tanto esigente perché comporta l’impegno personale di modificare la propria condotta, senza facili compromessi tra la Rivelazione e il mondo, senza adattarsi a una falsa antropologia. Non si può andare la mattina in chiesa e il pomeriggio in un bordello, come una specie di sintesi schizofrenica tra Dio e il mondo, come se si potesse vivere nella "casa di Dio” il mattino e nella "casa del diavolo” la sera.

Il messaggio di Gesù è una vita nuova»

06/10/2014 fonte. Korazym.org

IL SANTO DEL GIORNO 15/09/2014 Beata Vergine Maria Addolorata




La Madonna è venerata nel mondo cristiano con un culto di iperdulia, che si estrinseca in vari titoli, quanti le sono stati attribuiti nei millenni per le sue virtù, il suo patrocinio, la sua posizione di creatura prediletta da Dio, per il posto primario occupato nel piano della Redenzione, per la sua continua presenza accanto all’uomo evidenziata anche dalle tante apparizioni.
Nel calendario delle celebrazioni mariane vi sono: 1° gennaio la B.V.M. Madre di Dio; 23 gennaio lo Sposalizio della B.V.M.; 2 febbraio la Presentazione al Tempio di Gesù e la Purificazione di Maria; 11 febbraio Beata Vergine di Lourdes; 25 marzo l’Annunciazione; 26 aprile B.V.M. del Buon Consiglio; 13 maggio Beata Vergine di Fatima; 24 maggio Madonna Ausiliatrice; 31 maggio Visitazione di M.V.; a giugno Cuore Immacolato di Maria; 2 luglio Madonna delle Grazie; 16 luglio B.V. del Carmelo; 5 agosto Madonna della Neve; 15 agosto Assunzione della Vergine; 22 agosto B.V.M. Regina; 8 settembre Natività di Maria; 12 settembre SS Nome di Maria; 15 settembre B. V. Addolorata; 19 settembre B. V. de La Salette; 24 settembre B.V. della Mercede; 7 ottobre B.V. del Rosario, 21 novembre Presentazione della B.V.M.; 8 dicembre Immacolata Concezione, 10 dicembre B. V. M. di Loreto.
Inoltre l’intero mese di Maggio è dedicato alla Madonna, senza dimenticare la suggestiva e devota Novena dell’Immacolata, poi vi sono le celebrazioni locali per i tantissimi Santuari Mariani esistenti; come si vede la Vergine ha un culto così diffuso, che non c’è mese dell’anno in cui non la si ricordi e veneri.
A mio parere però, fra i tanti titoli e celebrazioni, il più sentito perché più vicino alla realtà umana, è quello di Beata Vergine Maria Addolorata; il dolore è presente nella nostra vita sin dalla nascita, con il primo angosciato grido del neonato, che lascia il sicuro del grembo materno per proiettarsi in un mondo sconosciuto, non più legato alla madre e in preda alla paura e spavento; poi il dolore ci segue più o meno intenso, più o meno costante, nei suoi vari aspetti, fisici, morali, spirituali, lungo il corso della vita, per ritrovarlo comunque al termine del nostro cammino, per l’ultimo e definitivo distacco da questo mondo.
E il dolore di Maria, creatura privilegiata sì, ma sempre creatura come noi, è più facile comprenderlo, perché lo subiamo anche noi, seppure in condizioni e gradi diversi, al contrario delle altre prerogative che sono solo sue, Annunciazione, Maternità divina, Immacolata Concezione, Assunzione al Cielo, Apparizioni, ecc. le quali da parte nostra richiedono un atto di fede per considerarle.
Veder morire un figlio è per una madre il dolore più grande che ci sia, non vi sono parole che possano consolare, chi naturalmente aspettando di poter morire dopo aver generato, allevato ed educato, l’erede e il continuatore della sua umanità, vede invece morire il figlio mentre lei resta ancora in vita, quel figlio al quale avrebbe voluto ridare altre cento volte la vita e magari sostituirsi ad esso nel morire.
I milioni di madri che nel tempo hanno subito questo immenso dolore, a lei si sono rivolte per trovare sostegno e consolazione, perché Maria ha visto morire il Figlio in modo atroce, consapevole della sua innocenza, soffrendo per la cattiveria, incomprensione, malvagità, scatenate contro di lui, personificazione della Bontà infinita.
Ma non fu solo per la repentina condanna a morte, il dolore provato da Maria fu l’epilogo di un lungo soffrire, in silenzio e senza sfogo, conservato nel suo cuore, iniziato da quella profezia del vecchio Simeone pronunziata durante la Presentazione di Gesù al Tempio: "E anche a te una spada trapasserà l’anima”.
Quindi anche tutti coloro che soffrono nella propria carne e nel proprio animo, le pene derivanti da malattie, disabilità, ingiustizia, povertà, persecuzione, violenza fisica e mentale, perdita di persone care, tradimenti, mancanza di sicurezza, solitudine, ecc. guardano a Maria, consolatrice di tutti i dolori; perché avendo sofferto tanto già prima della Passione di Cristo, può essere il faro a cui guardare nel sopportare le nostre sofferenze ed essere comprensivi di quelle dei nostri fratelli, compagni di viaggio in questo nostro pellegrinare terreno.
Ma la Madonna è anche corredentrice per Grazia del genere umano, perché partecipe dell’umanità sofferente ed offerta del Cristo, per questo lei non si è ribellata come madre alla sorte tragica del Figlio, l’ha sofferta indicibilmente ma l’ha anche offerta a Dio per la Redenzione dell’umanità.
E come dalla Passione, Morte e Sepoltura di Gesù, si è passato alla trionfale e salvifica Resurrezione, anche Maria, cooperatrice nella Redenzione, ha gioito di questa immensa consolazione e quindi maggiormente è la più adatta ad indicarci la via della salvezza e della gioia, attraversando il crogiolo della sofferenza in tutte le sue espressioni, della quale comunque non potremo liberarci perché retaggio del peccato originale. 

CULTO

La devozione alla Madonna Addolorata, che trae origine dai passi del Vangelo, dove si parla della presenza di Maria Vergine sul Calvario, prese particolare consistenza a partire dalla fine dell’XI secolo e fu anticipatrice della celebrazione liturgica, istituita più tardi. 
Il "Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius” di ignoto (erroneamente attribuito a s. Bernardo), costituisce l’inizio di una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del "Pianto della Vergine”.
Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo ‘Stabat Mater’ in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le famose ‘Laudi’; da questa devozione ebbe origine la festa dei "Sette Dolori di Maria SS.” Nel secolo XV si ebbero le prime celebrazioni liturgiche sulla "compassione di Maria” ai piedi della Croce, collocate nel tempo di Passione.
A metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati "Servi di Maria”, fondato dai Ss. Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine. L’Ordine che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata; il 9 giugno del 1668, la S. Congregazione dei Riti permetteva all’Ordine di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine, facendo menzione nel decreto che i Frati dei Servi, portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio.
Successivamente, papa Innocenzo XII, il 9 agosto 1692 autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre.
Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e papa Pio VII, il 18 settembre 1814 estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano.
Infine papa Pio X (1904-1914), fissò la data definitiva del 15 settembre, subito dopo la celebrazione dell’Esaltazione della Croce (14 settembre), con memoria non più dei "Sette Dolori”, ma più opportunamente come "Beata Vergine Maria Addolorata”. 

Le devozioni 
I Sette Dolori di Maria, corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo: 1) La profezia dell’anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio "E anche a te una spada trafiggerà l’anima”. – 2) La Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto "Giuseppe destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto”. – 3) Il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme "Tuo padre ed io angosciati ti cercavamo”. – 4) Maria addolorata, incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario. – 5) La Madonna ai piedi della Croce in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio crocifisso e morente. – 6) Maria accoglie tra le sue braccia il Figlio morto deposto dalla Croce. – 7) Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione.
La liturgia e la devozione hanno compilato anche le Litanie dell’Addolorata, ove la Vergine è implorata in tutte le necessità, riconoscendole tutti i titoli e meriti della sua personale sofferenza.
La tradizione popolare ha identificato la meditazione dei Sette Dolori, nella pia pratica della ‘Via Matris’, che al pari della Via Crucis, ripercorre le tappe storiche delle sofferenze di Maria e sempre più numerosi sorgono questi itinerari penitenziali, specie in prossimità di Santuari Mariani, rappresentati con sculture, ceramiche, gruppi lignei, affreschi.
Le processioni penitenziali, tipiche del periodo della Passione di Cristo, comprendono anche la figura della Madre dolorosa che segue il Figlio morto, l’incontro sulla salita del Calvario, Maria posta ai piedi del Crocifisso; in certi Comuni le processioni devozionali, assumono l’aspetto di vere e proprie rappresentazioni altamente suggestive, specie quelle dell’incontro tra il simulacro di Maria vestita a lutto e addolorata e quello di Gesù che trasporta la Croce tutto insanguinato e sofferente.
In certe località queste processioni, che nel Medioevo diedero luogo anche a rappresentazioni sacre dette "Misteri”, assumono un’imponenza di partecipazione popolare, da costituire oggi un’attrattiva oltre che devozionale e penitenziale, anche turistica e folcloristica, cito per tutte la grande processione barocca di Siviglia. 

Le espressioni artistiche
Al testo del celebre "Stabat Mater”, si sono ispirati musicisti di ogni epoca; tra i più illustri figurano Palestrina, Pergolesi, Rossini, Verdi, Dvorak.
La Vergine Addolorata è stata raffigurata lungo i secoli in tante espressioni dell’arte, specie pittura e scultura, frutto dell’opera dei più grandi artisti che secondo il proprio estro, hanno voluto esprimere in primo luogo la grande sofferenza di Maria.
La vergine Addolorata è di solito vestita di nero per la perdita del Figlio, con una spada o con sette spade che le trafiggono il cuore.
Altro soggetto molto rappresentato è la Pietà, penultimo atto della Passione, che sta fra la deposizione e la sepoltura di Gesù. Il termine ‘Pietà’ sta ad indicare nell’arte, la raffigurazione dei due personaggi principali Maria e Gesù, la madre e il figlio; Maria lo sorregge adagiato sulle sue ginocchia, oppure sul bordo del sepolcro insieme a s. Giovanni apostolo (Michelangelo e Giovanni Bellini). Capolavoro dell’intensità del dolore dei presenti, è il ‘Compianto sul Cristo morto’ di Giotto. 
Nel Santuario dell’Addolorata di Castelpetroso (Isernia), secondo l’apparizione del 1888, Gesù è adagiato a terra e Maria sta in ginocchio accanto a lui e con le braccia aperte lo piange e lo offre nello stesso tempo.

In virtù del culto così diffuso all’Addolorata, ogni città e ogni paese ha una chiesa o cappella a lei dedicata; varie Confraternite assistenziali e penitenziali, come pure numerose Congregazioni religiose femminili e alcune maschili, sono poste sotto il nome dell’Addolorata, specie se collegate all’antico Ordine dei Servi di Maria.
L’amore e la venerazione per la Consolatrice degli afflitti e per la sua ‘compassione’, ha prodotto, specie nell’Ordine dei Servi splendide figure di santi, ne citiamo alcuni: I Santi Sette Fondatori, s. Giuliana Falconieri, s. Filippo Benizi, s. Pellegrino Laziosi, s. Antonio Maria Pucci, s. Gabriele dell’Addolorata (passionista), senza dimenticare, primo fra tutti, s. Giovanni apostolo ed evangelista, sempre accanto a lei per confortarla e condividerne l’indicibile dolore, accompagnandola fino al termine della sua vita.

Il nome Addolorata ebbe larga diffusione nell’Italia Meridionale, ma per l’evidente significato, ora c’è la tendenza a sostituirlo con il suo derivato spagnolo Dolores.


Il Papa: senza la Madre Chiesa non possiamo andare avanti

Come senza Maria non ci sarebbe stato Gesù, così "senza la Chiesa non possiamo andare avanti”. E’ quanto ha detto il Papa presiedendo la Messa mattutina a Santa Marta nel giorno in cui si celebra la memoria della Beata Vergine Addolorata. Il servizio di Sergio Centofanti:
La Liturgia – afferma Papa Francesco – dopo averci mostrato la Croce gloriosa, ci fa vedere la Madre umile e mite. Nella Lettera agli Ebrei "Paolo sottolinea tre parole forti”: dice che Gesù "imparò, obbedì e patì”. "E’ il contrario di quello che era accaduto al nostro padre Adamo, che non aveva voluto imparare quello che il Signore comandava, che non aveva voluto patire, né obbedire”. Gesù, invece, pur essendo Dio, "si annientò, umiliò se stesso facendosi servo. Questa è la gloria della Croce di Gesù”:
"Gesù è venuto al mondo per imparare a essere uomo, ed essendo uomo, camminare con gli uomini. E’ venuto al mondo per obbedire, e ha obbedito. Ma questa obbedienza l’ha imparata dalla sofferenza. Adamo è uscito dal Paradiso con una promessa, la promessa che è andata avanti durante tanti secoli. Oggi, con questa obbedienza, con questo annientare se stesso, umiliarsi, di Gesù, quella promessa diventa speranza. E il popolo di Dio cammina con speranza certa. Anche la Madre, ‘la nuova Eva’, come lo stesso Paolo la chiama, partecipa di questa strada del Figlio: imparò, soffrì e obbedì. E diventa Madre”.
Il Vangelo ci mostra Maria ai piedi della Croce. Gesù dice a Giovanni: "Ecco tua madre”. Maria - ha affermato il Papa - "è unta Madre”:
"E questa è anche la nostra speranza. Noi non siamo orfani, abbiamo Madri: la Madre Maria. Ma anche la Chiesa è Madre e anche la Chiesa è unta Madre quando fa la stessa strada di Gesù e di Maria: la strada della obbedienza, la strada della sofferenza e quando ha quell’atteggiamento di imparare continuamente il cammino del Signore. Queste due donne – Maria e la Chiesa – portano avanti la speranza che è Cristo, ci danno Cristo, generano Cristo in noi. Senza Maria, non sarebbe stato Gesù Cristo; senza la Chiesa, non possiamo andare avanti”.
"Due donne e due Madri” – ha proseguito Papa Francesco – e accanto a loro la nostra anima, che come diceva il monaco Isacco, l’abate di Stella, "è femminile” e assomiglia "a Maria e alla Chiesa”:
"Oggi, guardando presso la Croce questa donna, fermissima nel seguire suo Figlio nella sofferenza per imparare l’obbedienza, guardandola guardiamo la Chiesa e guardiamo nostra Madre. E, anche, guardiamo la nostra piccola anima che non si perderà mai, se continua a essere anche una donna vicina a queste due grandi donne che ci accompagnano nella vita: Maria e la Chiesa. E come dal Paradiso sono usciti i nostri Padri con una promessa, oggi noi possiamo andare avanti con una speranza: la speranza che ci dà la nostra Madre Maria, fermissima presso la Croce, e la nostra Santa Madre Chiesa gerarchica”.

15/09/2014 fonte Radio vaticana

Turchia: Erdogan impone lo studio del Corano in tutte le scuole

In vigore la riforma che estende l'insegnamento della religione islamica in tutti gli istituti, tranne quelli delle minoranze armene ed ortodosse. A rischio il futuro educativo dei 200mila cristiani siriani rifugiati in Turchia


Si apre con una riforma della scuola la nuova era della Turchia sotto la presidenza di Tayip Erdogan. Secondo il progetto del Capo di Stato l'insegnamento e l'educazione religiosa, quella coranica, dovrà essere estesa a tutti i tipi di scuole, di ogni grado ed ordine. Sinora esso era limitato alle sole Imam Hatip Lisesi, i licei religiosi destinati a formare la futura casta religiosa turca, ai quali si poteva accedere solo dopo il compimento degli otto anni della scuola dell'obbligo, mentre ora potrà avvenire sin dalle elementari.

La riforma - introdotta un anno fa e passata inosservata - prevede infatti l'estensione dagli attuali 8 anni della scuola d'obbligo a 12 anni, durante i quali sarà obbligatorio l'insegnamento e l'educazione della religione islamica. Essa, riferisce l'agenzia Asia News, verrà applicata a partire da quest'anno scolastico. 

Altra novità significativa della nuova Turchia di Erdogan è che anche i diplomati delle scuole religiose, al contrario di quanto avveniva finora, potranno avere accesso a tutte le facoltà universitarie che danno diritto ai posti chiave della pubblica amministrazione.

Passo successivo della riforma sarà quindi l'insegnamento della lingua araba addirittura come seconda lingua, in modo da permettere agli studenti di capire il Corano, dal momento che in lingua turca non esistono parole che aiutino ad approfondire i dettami del libro del profeta.

Non solo. Dall'obbligo dell'insegnamento ed educazione religiosa coranica - spiega ancora Asia News - sono esentate le scuole delle minoranze armene ed ortodosse, qualcosa come 2000 e 250 allievi rispettivamente. Gli altri che non vogliono frequentare le scuole pubbliche per evitare l'istruzione ed educazione religiosa dovranno andare nelle scuole private, che a causa delle elevate rate annuali, sono privilegio dei benestanti.

Alla luce di ciò, in motli si interrogano sulla sorte educativa delle migliaia di rifrugati cristiani dalla Siria, circa 200mila, stabilizzatisi in Turchia, i cui figli dovranno frequentare le scuole turche.

15/09/2014 fonte Zenit

Ai vostri figli non raccontate di essere dei perfetti supereroi, ma dite loro: «L’amore da cui sei nato, c’è ancora»



di Costanza Miriano

Cronache dal rifugio antiatomico, dove si può essere brutti, sporchi, cattivi e amarsi come squinternati tra briciole di panini. Basta «percorrere una parte di quella distanza misteriosa nella quale è nascosto il segreto di Dio»
Gli-Incredibili-19-wpcf_970x545«Mamma, il pericolo è il tuo mestiere. «Oddio, non direi. Anche se alla fine lo scivolone kamikaze in piscina l’ho fatto». «No, dicevo che è la mamma il mestiere più pericoloso. Fai un figlio, e non sai quello che ti capita. Poi te lo devi tenere tutta la vita. Con me ti è andata bene». Non l’avevo mai pensata così, in effetti, e a vederla da questa angolatura fa un po’ paura, più del kamikaze (l’addetto alla piscina mi ha assicurato che non era mai morto nessuno lanciandosi dal tubo giallo, comunque, e non ha fatto nessuna osservazione spiritosa sul fatto che sembravo seduta su un bidet quando sono scesa). Essere una famiglia significa consegnarsi per sempre a delle persone a cui sarai legato per tutta la vita (e con un figlio non sai mai chi ti metti in casa, come diceva Achille Campanile). La cosa può dare una certa vertigine. Per sempre, soprattutto in quest’epoca dello spontaneismo in cui viviamo, è un bel po’ di tempo.
È un bel po’ di tempo, e a volte può essere anche un bel po’ di fatica. Non parlo tanto delle emergenze, dei momenti di difficoltà particolare, un problema economico, una crisi di coppia (articolo diffusissimo sul mercato, al momento), una malattia, quanto dell’ordinaria amministrazione – per quanto "ordinaria” a casa mia sia spesso una parola azzardata: oggi pomeriggio mi sono ritrovata a un certo punto che facevo panini al prosciutto per undici ragazzini, spuntavano da sotto i divani come i calzini, i ciuffi di polvere e le carte di caramelle (la flora dei miei sottodivani fornisce un habitat favorevole alla proliferazione di forme di vita non ancora studiate dalla scienza, che si nutrono di panini: figli, nipoti, figli dei vicini, amichetti di passati cicli scolastici che sanno di poter sempre contare su di noi).
È un bel po’ di fatica anche la normale fedeltà al quotidiano, quel consistere, semplicemente, quello stare al proprio posto in trincea, giorno dopo giorno dopo mese dopo anno, cercando di fare bene il proprio mestiere di moglie o marito e di padre o madre, per quanto, diciamo la verità, su questo il mio obiettivo si è piuttosto ridotto negli anni, da quando sono uscita la prima volta dalla sala parto, col manuale tipo "cresco il mio bambino” tutto sottolineato e il fermo proposito di non contaminare la bocca del pargolo con qualcosa che fosse men che biodinamic-natural-artigianal-biologico, per poi passare repentinamente dalla zucchina immacolata a un’alimentazione a base di grassi saturi e coloranti: insomma sono passata dal target mamma perfetta alla speranza di essere almeno decente, dal tentativo di non sbagliare niente, al desiderio di averne azzeccata almeno una tra tanti errori, così, giusto per il calcolo delle probabilità, per la legge dei grandi numeri (a forza di fare, qualcosa di buono lo avrò prodotto, no?).
Eppure, anche questa fatica di essere decenti, vale la pena, eccome, vale veramente la pena. E non parlo di valori, parola che, almeno in me, ingenera attacchi di sbadigliarella, il desiderio di andare di là a versarmi un Cuba libre (purtroppo però non posso, sono astemia) o il progetto di scappare in Papuasia Nuova Guinea con un passante. Se rimaniamo al nostro posto non è certo per i valori. Se rimaniamo è perché abbiamo capito che la famiglia è l’unica cosa che veramente funziona, è quello per cui siamo fatti, è quel posto in cui il gioco non prevede che io vinca solo se tu perdi, ma al contrario è dove si vince solo tutti insieme, e nessuno perde. La famiglia è quel posto in cui si può dare il peggio e sempre essere accolti, e anche se è bene che non diventi un’abitudine, si sa che a casa si può essere ogni tanto anche un molto scorbutici avendo pure torto, o ballare I will survive in mutande, o cucinare per la quinta volta della settimana pasta in bianco, e rimanere "la mamma dei miei sogni”. La famiglia è quel posto per cui vale la pena risparmiare, perché si sa che ogni piccolo sacrificio fatto farà stare bene qualcuno che amiamo. La famiglia è quel posto in cui non serve neanche tanto enunciare princìpi, soprattutto con i figli, perché loro ascoltano con gli occhi, e imparano solo quello che vedono vivere. La famiglia è una specie di rifugio antiatomico, a volte, che può anche essere esposto, fuori, alle peggiori radiazioni nocive, senza paura, anche eventualmente con allegra incoscienza, perché contiene in sé tutti gli anticorpi. È anche quel posto dove tornare dopo che si sono fatte le peggiori stupidaggini, perché i figli attraverseranno la loro Babilonia, inevitabilmente, prima di approdare alla Terra Promessa. L’importante è che qualcuno sia rimasto a casa, a garantire il ritorno.
«La Canada dry perché piace a Livia e Bernardo, la Pepsi twist a Lavinia, un Chinotto per Tommaso…». Guardo ammirata mio marito che prima della grigliata in giardino tira fuori dalla busta della spesa le bibite per i nostri figli, dei quali probabilmente non saprebbe elencare esattamente i nomi delle scuole né le classi frequentate; di sicuro non ricorda mezza malattia infettiva che hanno avuto, né le saprebbe attribuire al figlio abbinato, ignora l’ubicazione dell’ambulatorio della pediatra, ricorda appena, vagamente che abbiamo un mobiletto dei medicinali ma solo perché c’è anche l’Aulin per il suo mal di testa, confonde i compagni di classe dei quattro e va al saggio di danza con le notizie del calciomercato nell’auricolare (la mia amica Paola sostiene che un padre che non si scoccia al saggio è al limite del transgender). Eppure sa quale figlio ama la coca alla ciliegia, fatto che per me ha del prodigioso.
Io in compenso non sono addetta alla spesa, e mi confondo nomi di bibite, caramelle, schifezze a elevato contenuto di grassi; non so giocare bene come lui, non sono una fonte affidabile di informazioni su un’enorme parte dello scibile umano – e guarda caso quella che interessa di più alla nostra prole: storia, politica, musica, cinema… So che ognuno di noi due ama come può, meglio che può, dando quello che può. E so che sarà abbastanza, perché è tutto l’amore che abbiamo in corpo. Questo amore limitato, squinternato e ferito – anche i genitori si portano dietro le loro storie – comunque dirà loro una sola cosa. Che vale la pena vivere. Che la vita è una cosa grandiosa, bella, bella, bellissima. Questo vogliono sapere da noi i figli, e vogliono guardarci, noi due, e vedere che quell’amore da cui sono nati c’è ancora. Per loro è una garanzia, è il permesso di esistere, il permesso di essere anche brutti, sporchi e cattivi, perché contenuti da un abbraccio più grande di loro, più di qualsiasi ombra possa mai oscurarli, un abbraccio che li trascende, e che non aspetta niente da loro in cambio.
Per questo, il modo migliore per amare i nostri figli è amare il loro padre, la loro madre. Mettere il lavoro della famiglia al primo posto, e non lasciare che finisca all’ultimo, che allo sposo, alla sposa, rimangano le briciole delle energie, della creatività. È quella che io chiamo la mia "crociata contro le mutande ascellari”, che serve a ricordare alle donne che non è necessario, dopo qualche anno di matrimonio, mettere pigiamoni respingenti felpati o mutande comode. Non è obbligatorio smettere di sorridere. Non è prescritto dalla legge mettersi i vestiti da casa quando si rientra, tenere la famosa maglietta bucata per quando ci vede l’unico che avrebbe diritto ad avere il meglio di noi.
È invece altamente consigliato ricordare alcuni semplici dati essenziali. Per esempio che l’esemplare dell’altro sesso di cui ci siamo dotati in modo permanente pensando che fosse la nostra anima gemella è in realtà una strana creatura proveniente da un altro pianeta, e dotato di alcuni meccanismi base di funzionamento del tutto diversi dai nostri: si sa che i maschi procedono con un pensiero tubolare, e pensano e fanno una cosa alla volta (non fate mai a un uomo la cattiveria di chiedergli un’opinione sul vostro taglio di capelli mentre sta smanettando al Blackberry. Non si è minimamente accorto che siete state dal parrucchiere, e se si sforza troppo finirà per cestinare la mail che aspettava con ansia). Si sa anche che gli uomini dicono esattamente quello che intendono dire – parlano una strana lingua in cui le parole significano solo quello che significano – e non sanno che per noi femmine ogni parola è portatrice di un fitto groviglio di rimandi occulti, fatto che li porta a cadere incautamente su alcune scivolose conversazioni (per una donna dire "non importa, ce la faccio da sola” di solito significa "se non mi aiuti allora dillo che non mi vuoi bene”; e per lei chiedere "come sto con questi pantaloni?” non significa attendere un parere sincero ma esigere un complimento anche piuttosto esagerato, per non parlar della domanda delle domande – "mi trovi ingrassata?” – che è una falsa domanda, visto che prevedere solo la risposta standard "macertochenomiacaraseimoltotonica”, l’unica ammessa).
Imparare a tradursi a vicenda è un lavoraccio, ma significa percorrere una parte di quella distanza misteriosa nella quale è nascosto il segreto di Dio, che ci ha creati maschio e femmina, a sua immagine (per quanto nella Genesi non sia assolutamente specificato a chi spetti lo scettro del telecomando, ci tengo a precisarlo).


15/09/2014 fonte Tempi.it

I russi volevano ucciderci perché preti cattolici

don Oleksandr Khalayim


Quando ho parlato con i tre sacerdoti rapiti in Ucraina tra luglio e agosto, ognuno di loro mi ha confidato di credere di essere stato liberato grazie alle preghiere di tante persone, giunte non soltanto dall’Ucraina ma da tutto il mondo. Perché non esistono confini né barriere che la preghiera non possa oltrepassare. Innanzitutto voglio ringraziare chiunque preghi per la pace in Ucraina e per chi è accanto alle tante persone in difficoltà. Grazie al loro aiuto noi possiamo compiere la nostra missione ed essere quell’angelo per chi soffre, per chi è incarcerato. «Andate, e mettetevi a predicare al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita» (At 5, 20). Con queste parole si rivolge l’angelo agli apostoli e perciò, in queste poche righe, voglio scrivere quanto è accaduto a questi tre sacerdoti cattolici, due di rito romano ed uno di rito greco bizantino, due dei quali ho conosciuto personalmente. Oggigiorno ci siamo purtroppo "abituati” alla sofferenza, alla persecuzione. Quanti cristiani subiscono violenze ogni giorno soltanto perché, come noi, appartengono alla famiglia che si chiama Cristianesimo. 

Questi sacerdoti sono stati rapiti perché volevano pregare per la pace in Ucraina, o forse perché rappresentavano un ostacolo per chi vuole "pulire” la società da ogni cosa estranea, da ogni fede diversa dalla propria. Due di loro servivano nelle città in cui oggi continuano i combattimenti. La parrocchia che guidava don Victor comprende la città di Gorlivka e altri centri dell’area circostante, mentre don Sergej era parroco nella città di Donetsk. Entrambi sono stati fermati dai separatisti mentre viaggiavano nella loro macchina ed hanno riconosciuto nelle divise militari indossate dai propri rapitori, quelle del gruppo Nuova Russia. Il terzo sacerdote rapito, don Pavel, è polacco e fino al suo sequestro operava in Kazakistan. È stato rapito ad agosto sulla strada per Donetsk, mentre si recava alla piazza in cui in quei giorni aveva luogo una "Maratona della preghiera” per la pace in Ucraina, cui hanno aderito fedeli di ogni confessione religiosa. 

Quando i rapitori si sono resi conto che don Pavel era polacco, hanno immediatamente pensato che lui fosse una spia, travestita da prete. Lo hanno anche schernito dicendo che chiunque può indossare un abito talare e travestirsi da sacerdote. Ad un attento controllo, si sono accorti del callo che don Pavel ha sulla mano. È dovuto all’assidua recita della coroncina del rosario, ma i suoi rapitori hanno visto in quel callo la prova che il sacerdote fosse in realtà un cecchino e lo hanno rinchiuso con forza nel bagagliaio della macchina. Quando sono giunti al covo dei separatisti, dove vi erano anche altri ostaggi, don Pavel ha sentito i suoi rapitori dire agli altri: «Il pacco è arrivato, prendetelo». 

I tre sacerdoti sono stati accusati di aver pregato per la pace in Ucraina e quindi contro gli interessi della Nuova Russia. Purtroppo nel territorio in cui hanno luogo gli scontri, in molti credono che la Chiesa cattolica e quella greco-cattolica rappresentino un pericolo per l’Ucraina e per il suo popolo, perché ritengono che in quell’area ci sia spazio unicamente per la fede ortodossa. Quando vedevano che i sacerdoti pregavano costantemente, i separatisti si prendevano gioco di loro dicendo che le loro preghiere erano vane: «Solo i "giusti” pregando vengono ascoltati da Dio». Per ognuno dei sacerdoti sono stati giorni di grande prova, di riflessione e di crescita nel ministero sacerdotale. Don Victor ha detto che sono stati i più grandi esercizi spirituali nella sua vita. Lui è stato tenuto in ostaggio per 11 giorni. In quel lasso di tempo nella stanza in cui si trovava sono passate più di 50 persone, molte delle quali si sono rivolte a lui per essere confessate o semplicemente per porgli delle domande. Un giorno uno degli ostaggi ha detto che non vi è nulla di sacro per i separatisti, perché hanno avuto il coraggio di rapire anche un sacerdote. 

Don Sergej è stato nelle mani dei rapitori per dodici giorni, quattro dei quali interamente passati a rispondere, sempre bendato, alle domande di un uomo dall’accento moscovita. Don Sergej soffre di diabete ed è rimasto senza medicine per tutta la durata del sequestro. Con grande fede racconta che il suo unico sostegno era la preghiera. Quando sentiva la pressione sanguigna aumentare e il cuore battere all’impazzata, iniziava a recitare il rosario in mano, e subito dopo si sentiva molto meglio. Non appena è stato liberato, ha dovuto subire un intervento chirurgico perché era entrato in coma diabetico. Un’ulteriore prova da sopportare per tutti i sacerdoti erano le finte fucilazioni. Diverse volte sono stati portati fuori, mentre i sequestratori dicevano loro: «Prega padre perché questi sono gli ultimi minuti della tua vita». Poi li disponevano davanti ad un muro e con i kalashnikov sparavano sopra la loro testa. Purtroppo altri non hanno avuto la loro stessa fortuna. 

Nella città di Sloviansk, vicino ad un ospedale pediatrico è stata trovata una fossa comune. Nei tragici giorni in cui i separatisti avevano assunto il controllo dell’area, diverse persone sono state uccise e gettate lì. Tra queste due pastori protestanti, che prima di essere giustiziati sono stati a lungo torturati, e i due figli di uno di loro. Si chiamavano Alberto e Ruvym Pavenkov e avevano soltanto 24 e 30 anni. Nella fossa sono stati trovati i corpi anche di due parrocchiani: Victor e Vladimiro, di 40 e 41 anni. Vladimiro aveva otto figli, oggi rimasti senza padre. La fossa comune è sempre piena di candele e di fiori che vengono portate dai parenti e dai parrocchiani, ma anche da chiunque condivida questa grande sofferenza.

Nel XXI secolo in un paese Europeo succedono queste cose. Perché? Per pulire la fede? Per falsa ideologia? Per la politica? Come sempre sono tante le domande ed è cosi difficile trovare una risposta chiara e giusta, ma non credo che si debba tacere su quanto è successo. Con la violenza non si costruisce il regno di Dio, si costruisce con il perdono, con l’amore fraterno. Perché la violenza porta la paura che chiude l’uomo verso gli altri e perfino verso Dio. Ora è importante non permettere che l’ira e il desiderio di vendetta chiudano i cuori. Sarebbe difficile guarire queste ferite condivise da tante persone, ferite che sanguineranno per anni. 

Possiamo continuare la nostra vita pensando che nel mondo non succeda niente, oppure possiamo cambiare qualcosa, perché come diceva Madre Teresa di Calcutta per cambiare il mondo dalla violenza, dalle guerre, dobbiamo cominciare dal cuore di ognuno di noi. Nel mondo la pace manca, perché non abbiamo ancora aperto le porte del nostro cuore a Cristo risorto, che dopo la risurrezione ha detto agli apostoli e al mondo intero: "La pace sia con Voi”. Non abbiate paura. Queste non sono semplici parole, questa è la nostra sicurezza. "Ma essi se ne andarono dal sinedrio, lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" (At 5, 40). Quando è stato liberato don Victor ha detto di aver sentito una grande gioia dentro al suo cuore, che lui poteva soffrire tutto questo per Cristo per la Sua Chiesa. Il fondamento della vita cristiana è il comandamento dell’amore, solo che l’amore deve concretizzarsi nelle opere concrete. La legge dell’amore non conosce i confini, si può sempre amare di più migliorando se stessi e altri.

15/09/2014 fonte La nuova bussola quotidiana

 

IL SANTO DEL GIORNO 03/09/2014 San Gregorio Magno Papa e dottore della chiesa



Fu uno dei più grandi Padri nella storia della Chiesa, uno dei quattro dottori dell’Occidente: Papa san Gregorio, che fu Vescovo di Roma tra il 590 e il 604, e che meritò dalla tradizione il titolo di Magnus/Grande. Gregorio fu veramente un grande Papa e un grande Dottore della Chiesa! Nacque a Roma, intorno al 540, da una ricca famiglia patrizia della gens Anicia, che si distingueva non solo per la nobiltà del sangue, ma anche per l’attaccamento alla fede cristiana e per i servizi resi alla Sede Apostolica. Da tale famiglia erano usciti due Papi: Felice III (483-492), trisavolo di Gregorio, e Agapito (535-536). La casa in cui Gregorio crebbe sorgeva sul Clivus Scauri, circondata da solenni edifici che testimoniavano la grandezza della Roma antica e la forza spirituale del cristianesimo. Ad ispirargli alti sentimenti cristiani vi erano poi gli esempi dei genitori Gordiano e Silvia, ambedue venerati come santi, e quelli delle due zie paterne, Emiliana e Tarsilia, vissute nella propria casa quali vergini consacrate in un cammino condiviso di preghiera e di ascesi.

Gregorio entrò presto nella carriera amministrativa, che aveva seguito anche il padre, e nel 572 ne raggiunse il culmine, divenendo prefetto della città. Questa mansione, complicata dalla tristezza dei tempi, gli consentì di applicarsi su vasto raggio ad ogni genere di problemi amministrativi, traendone lumi per i futuri compiti. In particolare, gli rimase un profondo senso dell’ordine e della disciplina: divenuto Papa, suggerirà ai Vescovi di prendere a modello nella gestione degli affari ecclesiastici la diligenza e il rispetto delle leggi propri dei funzionari civili. Questa vita tuttavia non lo doveva soddisfare se, non molto dopo, decise di lasciare ogni carica civile, per ritirarsi nella sua casa ed iniziare la vita di monaco, trasformando la casa di famiglia nel monastero di Sant’Andrea al Celio. Di questo periodo di vita monastica, vita di dialogo permanente con il Signore nell’ascolto della sua parola, gli resterà una perenne nostalgia che sempre di nuovo e sempre di più appare nelle sue omelie: in mezzo agli assilli delle preoccupazioni pastorali, lo ricorderà più volte nei suoi scritti come un tempo felice di raccoglimento in Dio, di dedizione alla preghiera, di serena immersione nello studio. Poté così acquisire quella profonda conoscenza della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa di cui si servì poi nelle sue opere. 

Ma il ritiro claustrale di Gregorio non durò a lungo. La preziosa esperienza maturata nell’amministrazione civile in un periodo carico di gravi problemi, i rapporti avuti in questo ufficio con i bizantini, l’universale stima che si era acquistata, indussero Papa Pelagio a nominarlo diacono e ad inviarlo a Costantinopoli quale suo "apocrisario”, oggi si direbbe "Nunzio Apostolico”, per favorire il superamento degli ultimi strascichi della controversia monofisita e soprattutto per ottenere l’appoggio dell’imperatore nello sforzo di contenere la pressione longobarda. La permanenza a Costantinopoli, ove con un gruppo di monaci aveva ripreso la vita monastica, fu importantissima per Gregorio, poiché gli diede modo di acquisire diretta esperienza del mondo bizantino, come pure di accostare il problema dei Longobardi, che avrebbe poi messo a dura prova la sua abilità e la sua energia negli anni del Pontificato. Dopo alcuni anni fu richiamato a Roma dal Papa, che lo nominò suo segretario. Erano anni difficili: le continue piogge, lo straripare dei fiumi, la carestia affliggevano molte zone d’Italia e la stessa Roma. Alla fine scoppiò anche la peste, che fece numerose vittime, tra le quali anche il Papa Pelagio II. Il clero, il popolo e il senato furono unanimi nello scegliere quale suo successore sulla Sede di Pietro proprio lui, Gregorio. Egli cercò di resistere, tentando anche la fuga, ma non ci fu nulla da fare: alla fine dovette cedere. Era l’anno 590. 

Riconoscendo in quanto era avvenuto la volontà di Dio, il nuovo Pontefice si mise subito con lena al lavoro. Fin dall’inizio rivelò una visione singolarmente lucida della realtà con cui doveva misurarsi, una straordinaria capacità di lavoro nell’affrontare gli affari tanto ecclesiastici quanto civili, un costante equilibrio nelle decisioni, anche coraggiose, che l’ufficio gli imponeva. Si conserva del suo governo un’ampia documentazione grazie al Registro delle sue lettere (oltre 800), nelle quali si riflette il quotidiano confronto con i complessi interrogativi che affluivano sul suo tavolo. Erano questioni che gli venivano dai Vescovi, dagli Abati, dai clerici, e anche dalle autorità civili di ogni ordine e grado. Tra i problemi che affliggevano in quel tempo l’Italia e Roma ve n’era uno di particolare rilievo in ambito sia civile che ecclesiale: la questione longobarda. Ad essa il Papa dedicò ogni energia possibile in vista di una soluzione veramente pacificatrice. A differenza dell’Imperatore bizantino che partiva dal presupposto che i Longobardi fossero soltanto individui rozzi e predatori da sconfiggere o da sterminare, san Gregorio vedeva questa gente con gli occhi del buon pastore, preoccupato di annunciare loro la parola di salvezza, stabilendo con essi rapporti di fraternità in vista di una futura pace fondata sul rispetto reciproco e sulla serena convivenza tra italiani, imperiali e longobardi. Si preoccupò della conversione dei giovani popoli e del nuovo assetto civile dell’Europa: i Visigoti della Spagna, i Franchi, i Sassoni, gli immigrati in Britannia ed i Longobardi, furono i destinatari privilegiati della sua missione evangelizzatrice. Abbiamo celebrato ieri la memoria liturgica di sant’Agostino di Canterbury, il capo di un gruppo di monaci incaricati da Gregorio di andare in Britannia per evangelizzare l’Inghilterra.

Per ottenere una pace effettiva a Roma e in Italia, il Papa si impegnò a fondo - era un vero pacificatore - , intraprendendo una serrata trattativa col re longobardo Agilulfo. Tale negoziazione portò ad un periodo di tregua che durò per circa tre anni (598 – 601), dopo i quali fu possibile stipulare nel 603 un più stabile armistizio. Questo risultato positivo fu ottenuto anche grazie ai paralleli contatti che, nel frattempo, il Papa intratteneva con la regina Teodolinda, che era una principessa bavarese e, a differenza dei capi degli altri popoli germanici, era cattolica, profondamente cattolica. Si conserva una serie di lettere del Papa Gregorio a questa regina, nelle quali egli rivela dimostrano la sua stima e la sua amicizia per lei. Teodolinda riuscì man mano a guidare il re al cattolicesimo, preparando così la via alla pace. Il Papa si preoccupò anche di inviarle le reliquie per la basilica di S. Giovanni Battista da lei fatta erigere a Monza, né mancò di farle giungere espressioni di augurio e preziosi doni per la medesima cattedrale di Monza in occasione della nascita e del battesimo del figlio Adaloaldo. La vicenda di questa regina costituisce una bella testimonianza circa l’importanza delle donne nella storia della Chiesa. In fondo, gli obiettivi sui quali Gregorio puntò costantemente furono tre: contenere l’espansione dei Longobardi in Italia; sottrarre la regina Teodolinda all’influsso degli scismatici e rafforzarne la fede cattolica; mediare tra Longobardi e Bizantini in vista di un accordo che garantisse la pace nella penisola e in pari tempo consentisse di svolgere un’azione evangelizzatrice tra i Longobardi stessi. Duplice fu quindi il suo costante orientamento nella complessa vicenda: promuovere intese sul piano diplomatico-politico, diffondere l’annuncio della vera fede tra le popolazioni.

Accanto all’azione meramente spirituale e pastorale, Papa Gregorio si rese attivo protagonista anche di una multiforme attività sociale. Con le rendite del cospicuo patrimonio che la Sede romana possedeva in Italia, specialmente in Sicilia, comprò e distribuì grano, soccorse chi era nel bisogno, aiutò sacerdoti, monaci e monache che vivevano nell’indigenza, pagò riscatti di cittadini caduti prigionieri dei Longobardi, comperò armistizi e tregue. Inoltre svolse sia a Roma che in altre parti d’Italia un’attenta opera di riordino amministrativo, impartendo precise istruzioni affinché i beni della Chiesa, utili alla sua sussistenza e alla sua opera evangelizzatrice nel mondo, fossero gestiti con assoluta rettitudine e secondo le regole della giustizia e della misericordia. Esigeva che i coloni fossero protetti dalle prevaricazioni dei concessionari delle terre di proprietà della Chiesa e, in caso di frode, fossero prontamente risarciti, affinché non fosse inquinato con profitti disonesti il volto della Sposa di Cristo.

Questa intensa attività Gregorio la svolse nonostante la malferma salute, che lo costringeva spesso a restare a letto per lunghi giorni. I digiuni praticati durante gli anni della vita monastica gli avevano procurato seri disturbi all’apparato digerente. Inoltre, la sua voce era molto debole così che spesso era costretto ad affidare al diacono la lettura delle sue omelie, affinché i fedeli presenti nelle basiliche romane potessero sentirlo. Faceva comunque il possibile per celebrare nei giorni di festa Missarum sollemnia, cioè la Messa solenne, e allora incontrava personalmente il popolo di Dio, che gli era molto affezionato, perché vedeva in lui il riferimento autorevole a cui attingere sicurezza: non a caso gli venne ben presto attribuito il titolo di consul Dei. Nonostante le condizioni difficilissime in cui si trovò ad operare, riuscì a conquistarsi, grazie alla santità della vita e alla ricca umanità, la fiducia dei fedeli, conseguendo per il suo tempo e per il futuro risultati veramente grandiosi. Era un uomo immerso in Dio: il desiderio di Dio era sempre vivo nel fondo della sua anima e proprio per questo egli era sempre molto vicino al prossimo, ai bisogni della gente del suo tempo. In un tempo disastroso, anzi disperato, seppe creare pace e dare speranza. Quest’uomo di Dio ci mostra dove sono le vere sorgenti della pace, da dove viene la vera speranza e diventa così una guida anche per noi oggi.

Nonostante i molteplici impegni connessi con la sua funzione di Vescovo di Roma, egli ci ha lasciato numerose opere, alle quali la Chiesa nei secoli successivi ha attinto a piene mani. Oltre al cospicuo epistolario – il Registro a cui accennavo nella scorsa catechesi contiene oltre 800 lettere – egli ci ha lasciato innanzitutto scritti di carattere esegetico, tra cui si distinguono il Commento morale a Giobbe - noto sotto il titolo latino di Moralia in Iob -, le Omelie su Ezechiele, le Omelie sui Vangeli. Vi è poi un’importante opera di carattere agiografico, i Dialoghi, scritta da Gregorio per l’edificazione della regina longobarda Teodolinda. L’opera principale e più nota è senza dubbio la Regola pastorale, che il Papa redasse all’inizio del pontificato con finalità chiaramente programmatiche.

Volendo passare in veloce rassegna queste opere, dobbiamo anzitutto notare che, nei suoi scritti, Gregorio non si mostra mai preoccupato di delineare una "sua” dottrina, una sua originalità. Piuttosto, egli intende farsi eco dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, vuole semplicemente essere la bocca di Cristo e della sua Chiesa sul cammino che si deve percorrere per giungere a Dio. Esemplari sono a questo proposito i suoi commenti esegetici. Egli fu un appassionato lettore della Bibbia, a cui si accostò con intendimenti non semplicemente speculativi: dalla Sacra Scrittura, egli pensava, il cristiano deve trarre non tanto conoscenze teoriche, quanto piuttosto il nutrimento quotidiano per la sua anima, per la sua vita di uomo in questo mondo. Nelle Omelie su Ezechiele, ad esempio, egli insiste fortemente su questa funzione del testo sacro: avvicinare la Scrittura semplicemente per soddisfare il proprio desiderio di conoscenza significa cedere alla tentazione dell’orgoglio ed esporsi così al rischio di scivolare nell’eresia. L’umiltà intellettuale è la regola primaria per chi cerca di penetrare le realtà soprannaturali partendo dal Libro sacro. L’umiltà, ovviamente, non esclude lo studio serio; ma per far sì che questo risulti spiritualmente proficuo, consentendo di entrare realmente nella profondità del testo, l’umiltà resta indispensabile. Solo con questo atteggiamento interiore si ascolta realmente e si percepisce finalmente la voce di Dio. D’altra parte, quando si tratta di Parola di Dio, comprendere non è nulla, se la comprensione non conduce all’azione. In queste omelie su Ezechiele si trova anche quella bella espressione secondo cui "il predicatore deve intingere la sua penna nel sangue del suo cuore; potrà così arrivare anche all’orecchio del prossimo”. Leggendo queste sue omelie si vede che realmente Gregorio ha scritto con il sangue del suo cuore e perciò ancora oggi parla a noi.

Questo discorso Gregorio sviluppa anche nel Commento morale a Giobbe. Seguendo la tradizione patristica, egli esamina il testo sacro nelle tre dimensioni del suo senso: la dimensione letterale, la dimensione allegorica e quella morale, che sono dimensioni dell’unico senso della Sacra Scrittura. Gregorio tuttavia attribuisce una netta prevalenza al senso morale. In questa prospettiva, egli propone il suo pensiero attraverso alcuni binomi significativi - sapere-fare, parlare-vivere, conoscere-agire -, nei quali evoca i due aspetti della vita umana che dovrebbero essere complementari, ma che spesso finiscono per essere antitetici. L’ideale morale, egli commenta, consiste sempre nel realizzare un’armoniosa integrazione tra parola e azione, pensiero e impegno, preghiera e dedizione ai doveri del proprio stato: è questa la strada per realizzare quella sintesi grazie a cui il divino discende nell’uomo e l’uomo si eleva fino alla immedesimazione con Dio. Il grande Papa traccia così per l’autentico credente un completo progetto di vita; per questo il Commento morale a Giobbe costituirà nel corso del medioevo una specie di Summa della morale cristiana.

Di notevole rilievo e bellezza sono pure le Omelie sui Vangeli. La prima di esse fu tenuta nella basilica di San Pietro durante il tempo di Avvento del 590 e dunque pochi mesi dopo l’elezione al Pontificato; l’ultima fu pronunciata nella basilica di San Lorenzo nella seconda domenica dopo Pentecoste del 593. Il Papa predicava al popolo nelle chiese dove si celebravano le "stazioni” - particolari cerimonie di preghiera nei tempi forti dell’anno liturgico - o le feste dei martiri titolari. Il principio ispiratore, che lega insieme i vari interventi, si sintetizza nella parola "praedicator”: non solo il ministro di Dio, ma anche ogni cristiano, ha il compito di farsi "predicatore” di quanto ha sperimentato nel proprio intimo, sull’esempio di Cristo che s’è fatto uomo per portare a tutti l’annuncio della salvezza. L’orizzonte di questo impegno è quello escatologico: l’attesa del compimento in Cristo di tutte le cose è un pensiero costante del grande Pontefice e finisce per diventare motivo ispiratore di ogni suo pensiero e di ogni sua attività. Da qui scaturiscono i suoi incessanti richiami alla vigilanza e all’impegno nelle buone opere.

Il testo forse più organico di Gregorio Magno è la Regola pastorale, scritta nei primi anni di Pontificato. In essa Gregorio si propone di tratteggiare la figura del Vescovo ideale, maestro e guida del suo gregge. A tal fine egli illustra la gravità dell’ufficio di pastore della Chiesa e i doveri che esso comporta: pertanto, quelli che a tale compito non sono stati chiamati non lo ricerchino con superficialità, quelli invece che l’avessero assunto senza la debita riflessione sentano nascere nell’animo una doverosa trepidazione. Riprendendo un tema prediletto, egli afferma che il Vescovo è innanzitutto il "predicatore” per eccellenza; come tale egli deve essere innanzitutto di esempio agli altri, così che il suo comportamento possa costituire un punto di riferimento per tutti. Un’efficace azione pastorale richiede poi che egli conosca i destinatari e adatti i suoi interventi alla situazione di ognuno: Gregorio si sofferma ad illustrare le varie categorie di fedeli con acute e puntuali annotazioni, che possono giustificare la valutazione di chi ha visto in quest’opera anche un trattato di psicologia. Da qui si capisce che egli conosceva realmente il suo gregge e parlava di tutto con la gente del suo tempo e della sua città.

Il grande Pontefice, tuttavia, insiste sul dovere che il Pastore ha di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano, dinanzi agli occhi del Giudice supremo, il bene compiuto. Per questo il capitolo finale della Regola è dedicato all’umiltà: "Quando ci si compiace di aver raggiunto molte virtù è bene riflettere sulle proprie insufficienze ed umiliarsi: invece di considerare il bene compiuto, bisogna considerare quello che si è trascurato di compiere”. Tutte queste preziose indicazioni dimostrano l’altissimo concetto che san Gregorio ha della cura delle anime, da lui definita "ars artium”, l’arte delle arti. La Regola ebbe grande fortuna al punto che, cosa piuttosto rara, fu ben presto tradotta in greco e in anglosassone. 

Significativa è pure l’altra opera, i Dialoghi, in cui all’amico e diacono Pietro, convinto che i costumi fossero ormai così corrotti da non consentire il sorgere di santi come nei tempi passati, Gregorio dimostra il contrario: la santità è sempre possibile, anche in tempi difficili. Egli lo prova narrando la vita di persone contemporanee o scomparse da poco, che ben potevano essere qualificate sante, anche se non canonizzate. La narrazione è accompagnata da riflessioni teologiche e mistiche che fanno del libro un testo agiografico singolare, capace di affascinare intere generazioni di lettori. La materia è attinta alle tradizioni vive del popolo ed ha lo scopo di edificare e formare, attirando l’attenzione di chi legge su una serie di questioni quali il senso del miracolo, l’interpretazione della Scrittura, l’immortalità dell’anima, l’esistenza dell’inferno, la rappresentazione dell’aldilà, temi tutti che abbisognavano di opportuni chiarimenti. Il libro II è interamente dedicato alla figura di Benedetto da Norcia ed è l’unica testimonianza antica sulla vita del santo monaco, la cui bellezza spirituale appare nel testo in tutta evidenza.

Nel disegno teologico che Gregorio sviluppa attraverso le sue opere, passato, presente e futuro vengono relativizzati. Ciò che per lui conta più di tutto è l’arco intero della storia salvifica, che continua a dipanarsi tra gli oscuri meandri del tempo. In questa prospettiva è significativo che egli inserisca l’annunzio della conversione degli Angli nel bel mezzo del Commento morale a Giobbe: ai suoi occhi l’evento costituiva un avanzamento del Regno di Dio di cui tratta la Scrittura; poteva quindi a buona ragione essere menzionato nel commento ad un libro sacro. Secondo lui le guide delle comunità cristiane devono impegnarsi a rileggere gli eventi alla luce della Parola di Dio: in questo senso il grande Pontefice sente il dovere di orientare pastori e fedeli nell’itinerario spirituale di una lectio divina illuminata e concreta, collocata nel contesto della propria vita.

Prima di concludere è doveroso spendere una parola sulle relazioni che Papa Gregorio coltivò con i Patriarchi di Antiochia, di Alessandria e della stessa Costantinopoli. Si preoccupò sempre di riconoscerne e rispettarne i diritti, guardandosi da ogni interferenza che ne limitasse la legittima autonomia. Se tuttavia san Gregorio, nel contesto della sua situazione storica, si oppose al titolo di "ecumenico” assunto da parte del Patriarca di Costantinopoli, non lo fece per limitare o negare la sua legittima autorità, ma perché egli era preoccupato dell’unità fraterna della Chiesa universale. Lo fece soprattutto per la sua profonda convinzione che l’umiltà dovrebbe essere la virtù fondamentale di ogni Vescovo, ancora più di un Patriarca. Gregorio era rimasto semplice monaco nel suo cuore e perciò era decisamente contrario ai grandi titoli. Egli voleva essere - è questa la sua espressione - servus servorum Dei. Questa parola da lui coniata non era nella sua bocca una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi. Pertanto egli era convinto che soprattutto un Vescovo dovrebbe imitare questa umiltà di Dio e così seguire Cristo. Il suo desiderio veramente era di vivere da monaco in permanente colloquio con la Parola di Dio, ma per amore di Dio seppe farsi servitore di tutti in un tempo pieno di tribolazioni e di sofferenze; seppe farsi "servo dei servi”. Proprio perché fu questo, egli è grande e mostra anche a noi la misura della vera grandezza.


Registrata ufficialmente la chiesa di Satana

Nella provincia ucraina di Cerkassy è stata ufficialmente registrata, come comunità religiosa, l'associazione dei credenti nel diavolo.


La comunità si chiama "Bozhici” (Satanisti). Il leader degli idolatri del diavolo si chiama Serghei Neboga (Non-Dio).
È la prima e, per il momento, l’unica comunità dei satanisti in tutta l’area post-sovietica che legalmente, in conformità con la Costituzione dell’Ucraina, professano la venerazione del diavolo.
Sul sito ufficiale è stato comunicato che la notte di Valpurga, tra il 30 aprile e il 1 maggio scorso, è stata posta la prima pietra come fondamenta del Tempio di forze oscure a ridosso del Bosco Nero, luogo malfamato secondo la superstizione locale. Il Bosco Nero a volte viene chiamato Bosco del Diavolo.
Il libro di culto è stato scritto dallo stesso Neboga e s’intitola "Prassi segreta della magia nera dei popoli slavi”. Secondo l’affermazione del fondatore della chiesa del Satana la sua comunità "è un’associazione degli stregoni e delle streghe che praticano l'idolatria del diavolo”.
Neboga fa anche servizi a pagamento: diagnostica problemi e l’impatto delle forze oscure. Per risolvere "il problema” chiede la modica somma di 100 dollari. La garanzia della diagnostica corretta è del 99%.
Tra i riti offerti agli adepti ci sono messe nere, nozze nere e perfino la cancellazione del battesimo.
Secondo l’autorevole studioso e ricercatore ucraino Vladimir Rogatin, membro della Federation europeenne des centres de recherche et d’information sur le sectarisme (FECRIS), in Ucraina ultimamente "è stato rilevata la crescita dell’influenza e della presenza di diverse sette sataniche, oltre 100 comunità sataniche con oltre 2 mila adepti”. 

03/09/2014 fonte Rai New


Cattolici vietnamiti pregano con Papa Francesco per i cristiani in Iraq e la pace in Ucraina

di Paul N. Hung


Oltre 4mila persone alla messa celebrata per le minoranze oppresse e le vittime delle violenze perpetrate dallo Stato islamico. Sacerdote a Thái Hà: "Solo l’amore di Gesù è in grado di vincere l’odio”. L’iniziativa di preghiera è anche occasione per difendere la libertà religiosa in Vietnam e il Paese dalla minaccia "imperialista” cinese. 


Hanoi (AsiaNews) - Rispondendo all'appello lanciato da Papa Francesco, che chiede preghiere per i cristiani perseguitati in Iraq e per la pace in Ucraina, oltre 4mila fedeli della parrocchia di Thái Hà, ad Hanoi, hanno deciso di riunirsi secondo le intenzioni del Pontefice. Da domenica 31 agosto migliaia di cattolici della capitale partecipano ogni giorno a messe e veglie di preghiera, solidarizzando con le minoranze perseguitate, oppresse, vittime di abusi e massacrate dalle milizie dello Stato islamico in Medio oriente. Le immagini di violenza e terrore dei jihadisti in Iraq e Siria - persone crocifisse o decapitate per essersi rifiutate di convertirsi all'islam - hanno scosso la comunità cristiana vietnamita, la quale risponde con preghiere e celebrazioni eucaristiche che diventano occasione per rivendicare il diritto alla libertà religiosa anche in patria. 

Sui social network e in rete, anche sui siti web in lingua vietnamita, circolano senza sosta le immagini dei massacri che provengono dall'Iraq e dalla Siria. Cristiani e membri di altre minoranze uccisi a causa della loro appartenenza religiosa, per essersi rifiutati di cedere alla follia islamista, per aver scelto di "abbracciare la morte, piuttosto che rinnegare la fede".

Oltre alla pace in Ucraina (e nel mondo) e la fine delle persecuzioni in Iraq, la messa celebrata il 31 agosto dalla comunità di Thái Hà è stata occasione per rivolgere un pensiero alla nazione vietnamita, minacciata in questi ultimi tempi dalla politica imperialista di Pechino nei mari. Molti temono che la sudditanza - politica ed economica - di Hanoi verso il gigante cinese, possa trasformarsi nel tempo in una perdita sempre maggiore in tema di libertà, diritti, difesa della patria. Un pericolo reale, considerato che nei giorni scorsi il governo vietnamita ha condannato tre attivisti per compiacere il fratello maggiore comunista.  

Durante l'omelia della messa domenicale p. John Lưu Ngọc Quỳnh ha ricordato che "solo l'amore di Gesù è in grado di vincere l'odio". Egli ha inoltre aggiunto che "di fronte alle crudeltà, non siamo soli" perché possiamo beneficiare del "riparo" offerto "dalla croce di Gesù", che è morto per "sradicare l'odio" dalla terra. 

Al termine della celebrazione a Thái Hà, i sacerdoti Redentoristi di Hanoi e i 4mila fedeli presenti hanno pregato al santuario di Nostra Signora della giustizia per la pace in Iraq, in Ucraina e una vera libertà religiosa in Vietnam: "Nella storia dell'umanità, ogni tipo di dittatura e tutti i regimi atei hanno da sempre perseguito una politica di annientamento delle religioni; tuttavia, nessun potere può vincere la fede del popolo". 

03/09/2014 fonte Radio New

Il Papa: ci sono semplici vecchiette che parlano meglio dei teologi

     
di Andrea Tornielli

 
 
«Tante volte noi troviamo fra i nostri fedeli, vecchiette semplici che forse non hanno finito le elementari, ma che ti parlano delle cose meglio di un teologo, perché hanno lo Spirito di Cristo». Nell'omelia della messa a Santa Marta di questa mattina, come riferisce Radio Vaticana, Francesco è tornato a parlare dell'identità dei cristiani e della fede dei semplici. Il Papa ha spiegato che la gente era stupita dell’insegnamento di Gesù, perché la sua parola «aveva autorità» e si è soffermato sulla natura dell’autorità del Signore e di conseguenza su quella del cristiano. Gesù «non era un predicatore comune», la sua autorità gli viene dall’«unzione speciale dello Spirito Santo»: è «il Figlio di Dio unto e inviato» a «portare la salvezza, a portare la libertà». Uno stile, questo di Gesù,  che scandalizzava, ha fatto notare Bergoglio.
 
«Noi possiamo domandarci quale sia la nostra identità di cristiani? E Paolo oggi lo dice bene. "Di queste cose – dice San Paolo – noi parliamo non con parole suggerite dalla sapienza umana". La predicazione di Paolo non è perché ha fatto un corso alla Lateranense, alla Gregoriana… No, no, no! Sapienza umana, no! Bensì insegnate dallo Spirito: Paolo predicava con l’unzione dello Spirito, esprimendo cose spirituali dello Spirito in termini spirituali. Ma l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: l’uomo da solo non può capire questo!».
 
«Se noi cristiani non capiamo bene le cose dello Spirito - ha detto ancora il Papa - non diamo e non offriamo una testimonianza, non abbiamo identità». Chi è mosso dallo Spirito, invece, «giudica ogni cosa: è libero, senza poter essere giudicato da nessuno».
 
L'identità cristiana è avere «il pensiero del Cristo e cioè lo Spirito di Cristo», ha aggiunto Francesco. «Non avere lo spirito del mondo, quel modo di pensare, quel modo di giudicare… Tu puoi avere cinque lauree in teologia, ma non avere lo Spirito di Dio! Forse tu sarai un gran teologo, ma non sei un cristiano, perché non hai lo Spirito di Dio!. Quello che dà autorità, quello che ti dà identità è lo Spirito Santo, l’unzione dello Spirito Santo».
 
Il Papa ha quindi osservato che «il popolo non amava quei predicatori, quei dottori della legge, perché parlavano davvero di teologia, ma non arrivavano al cuore, non davano libertà». Essi «non erano capaci di far in modo che il popolo trovasse la propria identità, perché non erano unti dallo Spirito Santo».
 
«L’autorità di Gesù - e l’autorità del cristiano - viene proprio da questa capacità di capire le cose dello Spirito, di parlare la lingua dello Spirito. Viene da questa unzione dello Spirito Santo. E tante volte, tante volte noi troviamo fra i nostri fedeli, vecchiette semplici che forse non hanno finito le elementari, ma che ti parlano delle cose meglio di un teologo, perché hanno lo Spirito di Cristo. Quello che ha San Paolo. E tutti noi dobbiamo chiedere questo. Signore donaci l’identità cristiana, quella che Tu avevi. Donaci il Tuo Spirito. Donaci il Tuo modo di pensare, di sentire, di parlare: cioè Signore donaci l’unzione dello Spirito Santo».
 
Già altre volte Francesco ha ricordato lo stupore di trovarsi di fronte alla profondità della fede espressa da persone semplici. Lo aveva fatto fin dall'inizio del pontificato, nel primo Angelus di domenica 17 marzo 2013, quando parlando della misericordia di Dio aveva raccontato di un incontro avvenuto nel 1992, poco dopo la sua nomina a vescovo ausiliare, in occasione di una grande messa per gli ammalati. Bergoglio stava confessando.
 
«Quasi alla fine della Messa mi sono alzato, perché dovevo amministrare una cresima. È venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne. Io l’ho guardata e le ho detto: "Nonna – perché da noi si dice così agli anziani: nonna – lei vuole confessarsi?”. "Sì”, mi ha detto. "Ma se lei non ha peccato …”. E lei mi ha detto: "Tutti abbiamo peccati …”. "Ma forse il Signore non li perdona …”. "Il Signore perdona tutto”, mi ha detto: sicura. "Ma come lo sa, lei, signora?”. "Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. Io ho sentito una voglia di domandarle: "Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana?”, perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore verso la misericordia di Dio».

03709/2014 fonte Vatican Insider


l patriarca Raï: fermare jihadisti o si torna alla preistoria


Il cardinale libanese Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti

I patriarchi cattolici e ortodossi del Medio Oriente, riuniti in questi giorni a Bkerké, in Libano, hanno lanciato a tutto il mondo un appello a intervenire con urgenza contro la minaccia dei jhadisti del sedicente Stato Islamico. Ascoltiamo il cardinale libanese Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, al microfono di Manuella Affejee:
R. - Quello che sta succedendo per mano dello Stato islamico e di altri gruppi fondamentalisti, ci riporta alla preistoria, ci riporta al tempo in cui ancora non c’era alcuna legge. Faccio un esempio. Arriva un bel giorno lo Stato Islamico ed emette un decreto per i cristiani: o vi convertite all’Islam o pagate la tassa, perché non siete musulmani, o lasciate subito le vostre case. Avete due giorni, altrimenti … la spada. Le vostre case e le vostre proprietà sono ormai nostre! E vedere che il mondo intero osserva in silenzio assoluto, vuol dire che siamo tornati all’era della preistoria! Questo è un grande scandalo! Questa è una piaga nell’umanità. Quindi abbiamo fatto questo appello affinché la Comunità internazionale, il mondo arabo e l’Unione Europea si assumano la responsabilità di mettere fine a questi gruppi fondamentalisti per salvare la dignità stessa dell’umanità e salvare la pace nel mondo: questi gruppi minacciano il mondo intero, perché sono ricchi, sostenuti finanziariamente e con tutte le armi sofisticate date dai diversi Stati… Costituiscono una minaccia enorme! Noi abbiamo parlato fortemente alla coscienza mondiale: lo abbiamo detto; l’ho detto io stesso ai parlamentari cattolici internazionali durante l’incontro a Frascati di questi giorni; lo diremo, noi Patriarchi, a Washington, dove dal 9 all’11 settembre si terrà un convegno dal titolo "In difesa dei cristiani del Medio Oriente”.
D. – Come cristiani del Medio Oriente cosa volete dire al mondo?
R. - Vogliamo dire al mondo intero che noi cristiani del Medio Oriente non siamo una minoranza: lo statuto di minoranza non si applica ai cristiani, si applica ai gruppi etnici, ai gruppi politici, ai gruppi culturali. Noi siamo la Chiesa di Cristo presente in Medio Oriente. Quindi, non siamo una minoranza! Siamo cittadini di tutti questi Paesi del Medio Oriente da duemila anni, 600 anni prima dei musulmani. Abbiamo vissuto con i musulmani 1400 anni e abbiamo trasmesso loro i valori del Vangelo, i valori e la dignità della persona umana, la sacralità della vita umana; ma abbiamo anche ricevuto dalle tradizioni e dai valori dei musulmani: abbiamo costruito una cultura insieme, una civiltà insieme. Devo dire al mondo intero che la Siria, l’Egitto, la Giordania, la Palestina, l’Iraq sono culture cristiane, con un fondamento interamente cristiano. Non possono venire qui e demolire tutto quello che nell’arco di 2000 anni e di 1400 anni abbiamo costruito!
D. – Si parla di riforme politiche …
R. - Basta parlare di riforme politiche e di democrazia. Loro non cercano questo e lo dico chiaramente, perché ormai nessuno lo ignora: gli Stati fanno i propri interessi politici ed economici! Ormai sappiamo tutto nel dettaglio. Quindi bisogna dire la verità: questa è la Radio Vaticana che porta la voce del Papa, la voce della verità. Il mondo ha bisogno di verità! Le coscienze umane hanno bisogno di essere toccate dalla Parola del Vangelo. Bisogna che l’umanità riprenda la sua dignità e si assuma le sue responsabilità a livello internazionale e locale. Noi cristiani sopportiamo tutto con i nostri fratelli, che sono vittime in Medio Oriente, e portiamo con loro la Croce della Redenzione. E non rinunceremo!

03/09/2014 fonte Radio Vaticana


IL SANTO DEL GIORNO 25/08/2014 San Giuseppe Calasanzio sacerdote


A Peralta del Sal, in Aragona, si pensa che José de Calasanz sarà presto "canonigo”. O chissà, vescovo. E’ prete dal 1583, dopo ottimi studi, con l’aiuto dei facoltosi genitori, ed è assai stimato dai vescovi, che gli danno incarichi d’importanza: tra essi, nel 1592, quello di andare a Roma per certe pratiche con la Santa Sede. Ma è un viaggio di sola andata. Giuseppe Calasanzio (come lo chiamano a Roma) durante l’iter delle pratiche fa catechesi e assistenza nei rioni popolari, scoprendo un universo giovanile di miseria e di ignoranza, con la criminalità conseguente. Il Concilio di Trento ha fatto nascere molte scuole festive di catechismo, a cura di parrocchie e confraternite; si fa già molto, rispetto a prima. Ma in lui matura un progetto completamente nuovo: salvare i giovani realizzandoli, con l’insegnamento della fede e della morale insieme a quello delle scienze umane, in scuole quotidiane e gratuite, con programmi graduati, classi successive, esami. Non è un progetto da lui studiato: ne realizza il modello novità dopo novità, mentre insegna nella scuola fondata dal parroco di Santa Dorotea in Trastevere, e trasformata via via da lui nella prima vera scuola popolare d’Europa (1597). 
Si trova fondatore quasi senza averlo voluto, con scolari che si affollano e per i quali trova nuove sedi. Per risolvere il problema capitale degli insegnanti, con l’approvazione di papa Paolo V, fonda nel 1617 la "Congregazione Paolina dei Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie”, formata da sacerdoti ed educatori, votati alla formazione cristiana e civile dei giovani mediante la scuola. (Sono i Padri Scolopi, che nel XX secolo saranno diffusi in oltre 20 Paesi di 4 continenti). 
Nel 1622 Gregorio XV costituisce gli Scolopi in Ordine Regolare con voti solenni e riconosciuta autorità, che favorisce la loro espansione in Italia e in Europa. Una crescita forse troppo impetuosa, non esente da imperfezioni, come ogni iniziativa nuova. 
A questo punto, ecco un’esperienza terribile per il Fondatore: veder morire la sua opera. E non per mano di nemici della fede: sono uomini di Chiesa, sono anche uomini suoi, quelli che lanciano durissime accuse all’opera e a lui. Denunciato al Sant’Uffizio, spogliato della sua autorità, vede l’Ordine declassato a semplice Congregazione senza voti, abbandonata da molti dei suoi figli spirituali. Lui fa coraggio ai pochi rimasti: "L’Ordine risorgerà!". Lo ripete fino alla morte, che lo coglie a 90 anni. 
Sant’Uffizio o no, i romani lo tengono per santo e vogliono che cominci al più presto la causa canonica. E Giuseppe sarà canonizzato: nel 1767, da Clemente XIII. Un po’ tardi. Ma già da cento anni l’Ordine è risorto, come lui aveva previsto. Nel 1948, Pio XII lo proclamerà anche "Patrono davanti a Dio di tutte le scuole popolari cristiane del mondo”.


Francesco: la fede, rapporto di amore e di fiducia con Dio


Francesco all'Angelus


La Chiesa, popolo di Dio che ha con Dio un rapporto di amore e di fiducia. Ne parla Papa Francesco spiegando all’Angelus che Gesù ha voluto una Chiesa fondata "non più sulla discendenza, ma sulla fede”. E Francesco sottolinea l’immagine della comunità ecclesiale in costruzione come un edificio. Poi il saluto all’Ucraina nel giorno della festa nazionale con l’appello per la popolazione che vive "una situazione di tensione e di conflitto che non accenna a placarsi”.  Il servizio di Fausta Speranza
 
"Il nostro rapporto con Gesù, costruisce la Chiesa”. Così Papa Francesco sottolineando che "il Signore ha in mente l’immagine del costruire, l’immagine della comunità come un edificio”. Lo afferma Papa Francesco ricordando che Gesù, "quando sente la professione di fede schietta di Simone, lo chiama ‘roccia’, e manifesta l’intenzione di costruire la sua Chiesa sopra questa fede.” L’apostolo Simone  ha professato la sua fede in Gesù come ‘il Cristo, il Figlio del Dio vivente’. Per la sua fede – sottolinea Francesco - e non per suoi meriti Gesù gli dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Commentando il Vangelo domenicale, Francesco sottolinea:
"Fermiamoci un momento proprio su questo punto, sul fatto che Gesù attribuisce a Simone questo nuovo nome: "Pietro”, che nella lingua di Gesù suona "Kefa”, una parola che significa "roccia”. Nella Bibbia questo termine, "roccia”, è riferito a Dio. Gesù lo attribuisce a Simone non per le sue qualità o i suoi meriti umani, ma per la sua fede genuina e salda, che gli viene dall’alto.”
Francesco afferma che "Gesù sente nel suo cuore una grande gioia, perché riconosce in Simone la mano del Padre, l’azione dello Spirito Santo. Riconosce che Dio Padre ha dato a Simone una fede "affidabile”, sulla quale Lui, Gesù, potrà costruire la sua Chiesa, cioè la sua comunità.”  
"Gesù ha in animo di dare vita alla "sua” Chiesa, Un popolo fondato non più sulla discendenza, ma sulla fede, vale a dire sul rapporto con Lui stesso, un rapporto di amore e di fiducia. E dunque per iniziare la sua Chiesa Gesù ha bisogno di trovare nei discepoli una fede solida, "affidabile”. È questo che Lui deve verificare a questo punto del cammino.”
Il riferimento all’oggi:
"Fratelli e sorelle, ciò che è avvenuto in modo unico in san Pietro, avviene anche in ogni cristiano che matura una sincera fede in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Il Vangelo di oggi interpella anche ognuno di noi. Se il Signore trova nel nostro cuore una fede non dico perfetta, ma sincera, genuina, allora Lui vede anche in noi delle pietre vive con cui costruire la sua comunità, cioè tutti noi. Tutti noi.”
E Francesco aggiunge a braccio:
"Come va la tua fede? Ognuno faccia (dia) la risposta nel suo cuore, eh? Come va la tua fede? Come è? Cosa trova il Signore nei nostri cuori: un cuore saldo come la pietra o un cuore sabbioso, cioè dubbioso, diffidente, incredulo? Ci farà bene nella giornata di oggi pensare a questo.”
"Di questa comunità, - sottolinea Francesco - la pietra fondamentale è Cristo, pietra angolare e unica.” Poi c’è Pietro di cui Papa Francesco dice:
"Pietro è pietra, in quanto fondamento visibile dell’unità della Chiesa”.
Ma poi il Papa chiama in causa ogni battezzato:
"Ma ogni battezzato è chiamato ad offrire a Gesù la propria fede, povera ma sincera, perché Lui possa continuare a costruire la sua Chiesa, oggi, in ogni parte del mondo.”
"Anche ai nostri giorni – afferma Papa Francesco - «la gente» pensa che Gesù sia un grande profeta, un maestro di sapienza, un modello di giustizia… E anche oggi Gesù domanda ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». E dunque il Papa domanda:
"Che cosa risponderemo? Pensiamoci. Ma soprattutto preghiamo Dio Padre perché ci dia la risposta. Per intercessione della Vergine Maria preghiamolo che ci doni la grazia di rispondere, con cuore sincero: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente».”
Papa Francesco sottolinea l’importanza di quella che definisce la confessione di fede chiedendo a tutti di ripeterla con Lui tre volte.
Dopo la preghiera mariana, il pensiero "all’amata terra d’Ucraina”:
"A tutti i suoi figli e figlie, ai loro aneliti di pace e serenità, minacciati da una situazione di tensione e di conflitto che non accenna a placarsi, generando tanta sofferenza tra la popolazione civile. Affidiamo al Signore Gesù e alla Madonna l’intera Nazione e preghiamo uniti soprattutto per le vittime, le loro famiglie e quanti soffrono.”
Papa Francesco confida di aver ricevuto una lettera da un vescovo dell’Ucraina che racconta tanto dolore.
Infine i saluti a tutti i pellegrini romani e quelli provenienti da vari Paesi, in particolare i fedeli di Santiago de Compostela (Spagna), i bambini di Maipù (Cile), i giovani di Chiry-Ourscamp (Francia) e quanti partecipano all’incontro internazionale promosso dalla diocesi di Palestrina. Ai nuovi seminaristi del Pontificio Collegio Nord Americano, giunti a Roma per intraprendere gli studi teologici. Ai seicento giovani di Bergamo, che a piedi, insieme al loro Vescovo, sono giunti a Roma da Assisi. A loro dice: "Cari giovani, tornate a casa con il desiderio di testimoniare a tutti la bellezza della fede cristiana”. Il saluto ai ragazzi di Verona, Montegrotto Terme e della Valle Liona, come pure i fedeli di Giussano e Bassano del Grappa.

25/08/2014 fonte Radio Vaticana

James Foley recitava il rosario. E' stato ucciso per ciò che rappresenta, forse è un martire

di Benedetta Frigerio

Il giornalista americano James Foley, decapitato dai jihadisti, era stato prigioniero nel 2011 delle forze filo governative libiche. Detenuto a Tripoli fu liberato dopo 45 giorni di carcere, decidendo poi di scrivere una lettera per la rivista dell’università cattolica Marquette di Milwaukee, da lui frequentata. 

«COME MIA MADRE»

Nato in una famiglia cattolica di Boston, Foley raccontò: «Io e i miei colleghi fummo catturati e detenuti in un centro militare di Tripoli». Ogni giorno, spiegava il giornalista, «aumentava la preoccupazione per il fatto che le nostre mamme potessero essere in panico». E anche se «non avevo pienamente ammesso a me stesso che mia mamma fosse a conoscenza di quello che mi era successo», Foley ripeteva a una collega che «mia mamma ha una grande fede» e che «pregavo che sapesse che stavo bene. Pregavo di riuscire a comunicare con lei». Il giornalista raccontò di quando «cominciò a dire il rosario», perché «era come mia madre e mia nonna avrebbero pregato (…). Io e Clare (una collega, ndr) iniziammo a pregare ad alta voce. Mi sentivo rinfrancato nel confessare la mia debolezza e la mia speranza insieme e conversando con Dio, piuttosto che stare solo in silenzio». 

LA FORZA DEGLI AMICI

I giornalisti poi furono trasferiti in un’altra prigione dove si trovavano i prigionieri politici, «da cui fui accolto e trattato bene». Dopo 18 giorni accadde un fatto che Foley non si seppe spiegare, fu prelevato dalla cella dalle guardie e portato nell’ufficio del guardiano «dove un uomo distinto e ben vestito mi disse: "Abbiamo pensato che forse volevi chiamare la tua famiglia”. Dissi una preghiera e composi il numero». La linea funzionava e la madre del giornalista rispose: «Mamma, mamma sono io, Jim», disse il ragazzo. «Sono ancora in Libia, mamma. Mi dispiace di questo. Perdonami». La donna incredula rispose al figlio che non doveva dispiacersi e gli chiese come stava: «Le dissi che mi nutrivo, che avevo il letto migliore e che mi trattavano come un ospite». Foley aggiunse: «Ho pregato perché sapessi che stavo bene. Hai percepito le mie preghiere?». La donna rispose: «Jimmy tante persone stanno pregando per te. Tutti i tuoi amici Donnie, Michael Joyce, Dan Hanrahan, Suree, Tom Durkin, Sarah Fang che ha chiamato. Tuo fratello Michael ti vuole molto bene». Poi la guardia fece un cenno e il ragazzo dovette salutare la madre.

«LA MIA LIBERTÀ»

«Ho ripetuto la chiamata nella mia testa centinaia di volte, la voce di mia madre, i nomi dei miei amici, la sua coscienza della situazione, la sua assoluta certezza nel potere della preghiera. Mi disse che i miei amici si erano riuniti per fare tutto quello che potevano per aiutare. Sapevo di non essere solo». Infine, concluse Foley: «Nella mia ultima notte a Tripoli mi sono potuto connettere a internet dopo 44 giorni e sono riuscito ad ascoltare un discorso di Tom Durkin fatto per me (…). In una chiesa piena di amici, alunni, sacerdoti, studenti e docenti ho visto il miglior discorso che un fratello potrebbe fare per un altro (…). Era solo un assaggio degli sforzi e delle preghiere di tante persone. Se non altro, la preghiera è stato un collante che ha permesso la mia libertà, una libertà interiore prima e dopo il miracolo di essere rilasciato».

25/08/2014 fonte Il Timone

Il Papa dona 1 milione di dollari per i cristiani e le altre minoranze dell'Iraq

Il Prefetto di Propaganda Fide, card. Filoni, è rientrato dalla missione umanitaria a Erbil e ha portato con sé "un decimo della somma. Il 75% dei soldi è andato ai cattolici, il resto agli yazidi. Fino a che anche solo un cristiano vivrà in Iraq, la Chiesa sarà con lui".


Baghdad (AsiaNews) - Papa Francesco ha donato 1 milione di dollari per i cristiani e le altre minoranze religiose dell'Iraq, da settimane nel mirino dei terroristi dello Stato islamico e costretti a lasciare le proprie case per non doversi convertire all'islam. Lo ha detto il card. Fernardo Filoni, prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, inviato dal pontefice nel Paese mediorientale per esprimere la vicinanza di Francesco alle vittime di queste violenze. La somma è presa dal fondo personale del Papa, e il card. Filoni ne ha portato con sé soltanto un decimo: "Il 75% dei soldi - ha spiegato alla Catholic News Agency - è stato consegnato ai cattolici, il resto alla comunità yazida".

Il Prefetto ha visitato Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, dal 12 al 20 agosto. In quei giorni era prevista da tempo la visita pastorale di Francesco in Corea del Sud, e per il card. Filoni "l'aver inviato un rappresentante personale significa che, se avesse potuto, sarebbe andato lui di persone". La Chiesa, ha aggiunto, "non abbandonerà mai i cristiani che soffrono. Fino a che anche solo un cristiano vivrà in Iraq, noi saremo con lui. Questa è la linea di papa Francesco: come pastori, dobbiamo portare il gregge e guidarlo, ma anche camminare con lui. Dobbiamo camminare avanti per guidarlo, in mezzo per confortarlo, dietro per incoraggiarlo".

Papa Francesco ha più volte sottolineato il dramma umanitario in atto in Iraq, e ha chiesto a tutti di impegnarsi in maniera concreta per aiutare coloro che soffrono nel Paese. Seguendo questo appello, AsiaNews ha lanciato la campagna "Adotta un cristiano di Mosul", che propone ai lettori e agli amici di sostenere le necessità di coloro che sono stati costretti dalla violenza ad abbandonare case e proprietà per non convertirsi o essere ucciso. La campagna di AsiaNews propone di donare almeno 5 euro  per ogni cristiano: il fabbisogno del cibo per un giorno.

25/08/2014 fonte Asia New

Jesse, il mio figlio down ha una missione: amare le persone nel momento e nel modo in cui ne hanno bisogno»



di Benedetta Frigerio

Jim, papà di un bambino affetto da trisomia 21, ha narrato la sue esperienza: «All’inizio avevamo paura, ma ci siamo fidati e le benedizioni ricevute sono molte più delle difficoltà affrontate»
Baby boy with Down Syndrome boy being held up toward sky«Sicuramente all’inizio ci siamo spaventati per il fatto di avere un figlio diverso, non sapendo che cosa ci fosse che non andava». Jim padre di Jesse, affetto da trisomia 21, ha raccontato al sito americano LifeNews.com la sua esperienza.
La notizia «può spaventare» e «noi l’abbiamo affrontata con la preghiera e la decisione: "Ok, se Dio ci ha mandato questo figlio significa che è una benedizione”. Ed è così che lo abbiamo trattato». I momenti difficili sono stati molti ma sono imparagonabili «alla quantità di benedizioni ricevute».
UN’INTUIZIONE DIVERSA. Grazie al figlio, la famiglia di Jim è entrata in contatto con altri bambini con la medesima sindrome: «c’è una certa qualità che caratterizza i bambini Down: uno dei loro tratti è la capacità di amare, la loro tenerezza e la capacità di affezione». Ecco perché se anche «abbiamo pensato spesso: "Ok sono qui per Jesse”, non possiamo spiegare quanto invece sia lui ad essere qui per noi». Del figlio, Jim ammira sopratutto l’abilità di saper ascoltare la gente. «È dotato di una capacità intuitiva speciale, capisce di che cosa le persone hanno bisogno e come si sentono, si accorge se sono tristi o felici, con una percezione maggiore rispetto a noi».
Per il padre il piccolo Jesse ha «una missione: amare le persone nel momento e nel modo in cui ne hanno bisogno». Anche per questo «lavorare con questi bambini è un’esperienza arricchente», attraverso cui «imparare chi siamo e apprendere modi nuovi e diversi per comunicare con chi non riusciamo a capire. Questo sperimentiamo grazie a Jesse e ai bambini che tramite lui sono entrati nella nostra vita».


25/08/2014 fonte: Tempi.it

IL SANTO DEL GIORNO 18/08/2014 Sant'Elena madre di Costantino




Entrando nella basilica di San Pietro, alla base dei quattro enormi pilastri che sorreggono la cupola di Michelangelo e fanno da corona all’altare della Confessione, sotto il quale c’è la tomba dell’apostolo Pietro, si alzano maestose e magnifiche le statue di sant’Elena, raffigurata con la Croce, sant’Andrea, santa Veronica e san Longino. L’opera è stata realizzata dagli allievi di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680). Nell’iconografia orientale sant’Elena è raffigurata spesso insieme al figlio, l’Imperatore Costantino (274-337), ambedue posti ai lati della Croce e tale rappresentazione è dovuta ai due grandi meriti di cui si rivestirono madre e figlio: Elena ritrovò la vera Croce del martirio del Salvatore e Costantino diede libertà di culto ai cristiani, che per trecento anni erano stati perseguitati ed uccisi a causa della Fede.
Il nome di santa Elena (Flavia Iulia Helena) riconduce immaginariamente ad origini prestigiose, perché madre dell’Imperatore, ma la realtà è un’altra. Nacque nel 248 circa a Drepamim, in Bitinia (antica regione, che fu regno autonomo e provincia romana, situata nella parte nord-occidentale dell’Asia Minore, delimitata dalla Propontide, dal Bosforo Tracio e dal Ponto Eusino, oggi Mar Nero), città che prenderà il nome di Elenopoli per volontà di Costantino, in onore della madre. Ella discendeva da umile famiglia, secondo sant’Ambrogio (339-340-397) esercitava l’ufficio di stabularia, ovvero «ragazza addetta alle stalle» e il Vescovo di Milano la definisce anche una bona stabularia, «buona locandiera». Proprio qui conobbe il romano Costanzo Cloro (250 ca.-306), tribuno militare, che la volle sposare, nonostante lei fosse di grado sociale inferiore.
Il 27 febbraio 274 nella città di Naissus, in Serbia, nacque il figlio Costantino che Elena crebbe con amore e dedizione. Costanzo, essendosi distinto per la sua abilità militare, il 1° marzo 293, a Mediolanum, venne nominato da Massimiano (250 ca.-310) proprio Cesare, una sorta di vice-imperatore per la parte occidentale dell’Impero. Stessa decisione prese Diocleziano (244-311) con Galerio (250 ca.-311), facendo sorgere la tetrarchia, «il governo a quattro». Costanzo, per manovre di potere, ripudiò Elena e si unì in matrimonio a Teodora, figliastra di Massimiano; con queste nozze Costanzo si vide assegnate la Gallia e la Britannia. Con il ritiro di Diocleziano e Massimiano, divenne egli stesso Augusto il 1º maggio del 305, scegliendo come proprio Cesare e successore Flavio Valerio Severo (?-307). Tuttavia, alla sua morte, sopraggiunta l’anno seguente a Eboracum, durante una spedizione contro i Pitti e gli Scoti, le truppe proclamarono Augusto il figlio Costantino, che si pose l’obiettivo di riunificare l’Impero romano sotto il suo potere nel 324. Le spoglie paterne vennero cremate e portate a Treviri: i resti del mausoleo di Costanzo Cloro sono stati presumibilmente identificati nel 2003.
Elena, a causa del ripudio, tornò umilmente nell’ombra, mentre il figlio venne allevato alla corte di Diocleziano. Tuttavia il nascondimento si ruppe allorquando Costantino venne proclamato Imperatore dai suoi soldati nel 306. L’Imperatrice madre andò a risiedere prima a Treviri, poi a Roma e venne accolta con il massimo onore, ricevendo il titolo di Augusta. Costantino la ricoprì di alta dignità, dandole libero accesso al tesoro imperiale e facendo coniare delle monete con il suo nome e la sua effigie. Elena visse nella preghiera e diede prova di grande pietà e carità, moltiplicando le donazioni per l’edificazione e la vita delle chiese. Dei privilegi ricevuti mai ne abusò, anzi se ne servì per beneficiare generosamente persone di ogni ceto e addirittura intere città. Soccorreva i poveri con vesti e denaro, inoltre, grazie alla sua intercessione, salvò numerosi prigionieri condannati al carcere oppure ai lavori forzati o all’esilio.
Fu madre di splendida Fede e quanto abbia influito sul figlio per l’emanazione dell’editto di Milano del 313, che riconosceva libertà di culto al Cristianesimo, non è dato sapere; tuttavia esistono due ipotesi storiografiche: una deriva da sant’Eusebio (283 ca.-371), il quale affermava che Elena fosse stata convertita al Cristianesimo dal figlio, e l’altra da sant’Ambrogio, che sosteneva il contrario. Quest’ultima è la versione maggiormente avvalorata dai fatti, in quanto Costantino ricevette dal Vescovo Eusebio di Nicomedia (?-341) il battesimo nel 337, in punto di morte. 
Elena visse in modo esemplare la sua Fede, nell’attuare le virtù cristiane e nel praticare le buone opere; partecipava con raccoglimento e con devozione alle funzioni religiose e a volte, per confondersi con i fedeli, indossava semplici abiti. Sovente invitava i poveri a pranzo nel suo palazzo, servendoli con le proprie mani.
Mantenne un atteggiamento prudente allorquando si consumò l’oscura tragedia familiare di Costantino, il quale nel 326 fece giustiziare a Pola il figlio Crispo - nato nel 302 circa dalla prima moglie Minervina (?-307 ca.) - su istigazione della matrigna Fausta (289/290-326), sua seconda moglie, che poi fece uccidere. Crispo fu colpito da damnatio memoriae: alcuni storici antichi sostengono che Crispo e Fausta avessero una relazione, ma esiste anche l’ipotesi che Fausta avesse accusato ingiustamente Crispo di averla molestata e in seguito Costantino l’avesse punita per la falsa denuncia... Tutta questa lugubre vicenda ha lasciato una traccia archeologica: nel Duomo di Treviri sono stati rinvenuti i frammenti di un soffitto a cassettoni - i cui riquadri erano stati dipinti con la raffigurazione dei membri della famiglia imperiale - probabilmente eseguito in occasione delle nozze di Crispo nella parte del palazzo a lui destinato. Successivamente il volto del principe fu cancellato. Poco dopo il palazzo venne distrutto e al suo posto, probabilmente per volontà di Elena, fu edificata una chiesa. Forse, proprio per questi foschi episodi, che coinvolgevano il figlio, a 78 anni, nel 326, l’Imperatrice intraprese un pellegrinaggio penitenziale in Terra Santa. Qui si adoperò per la costruzione delle Basiliche della Natività a Betlemme e dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi, che Costantino poi ornò splendidamente. Secondo lo storico bizantino Zosimo (seconda metà V secolo), fu in seguito ai rimorsi per la morte del figlio che l’Imperatore si avvicinò ancor più al Cristianesimo. 
La tradizione racconta che Elena, salita sul Golgota per purificare il sacro luogo dagli edifici pagani qui fatti costruire dai romani, scoprì la vera Croce di Cristo. E venne eseguita la prova: su di essa fu posto il cadavere di un uomo, il quale resuscitò. Questo miracolo è stato rappresentato da molti artisti, celebri sono i dipinti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme di Roma e quelli presenti nel famoso ciclo di san Francesco ad Arezzo, firmato da Piero della Francesca (1416/1417 ca.-1492).
Alla santa madre di Costantino è anche attribuito il ritrovamento della Santa Croce e degli strumenti della Passione, i quali sono custoditi e venerati nella Basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, che lei fece innalzare dopo l’eccezionale scoperta. Le sante reliquie sono: parti della Croce di Cristo, il titulus crucis (il cartiglio originario infisso sopra la Croce), la croce di uno dei due ladroni, la spugna imbevuta d’aceto, un chiodo e parte della corona di spine. Gli altri tre chiodi si trovano uno nella Corona Ferrea a Monza, uno sospeso sopra l’altare maggiore del Duomo di Milano e uno, dalla tradizione più dubbia, nel Duomo di Colle di Val d’Elsa in provincia di Siena. Inoltre, nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme si trova la cappella di Sant’Elena, il cui pavimento era stato coperto con terra proveniente dalla Terra Santa. 
Elena morì a circa 80 anni (329 ca.), assistita dal figlio, in un luogo non identificato; il suo corpo fu trasportato a Roma e sepolto sulla via Labicana ai due lauri, oggi Torpignattara, in un sarcofago di porfido, collocato in uno splendido mausoleo a forma circolare con cupola, che si può ammirare - e vale davvero la pena andarvi – presso le Catacombe di Sant’Agnese. Ma esiste anche quest’altra versione della Tradizione: sull’isola di Sant’Elena, vicino a Venezia, venne edificata nel 1028 la prima cappella dedicata alla madre di Costantino e fu affidata agli Agostiniani, che accanto costruirono anche un convento. Nel 1211 giunse a Venezia da Costantinopoli il corpo dell’Imperatrice, grazie al monaco agostiniano Aicardo e venne posto proprio in quella cappella, che, in seguito, gli Agostiniani inglobarono in una chiesa più grande. Nel XV secolo il convento e la chiesa passarono ai monaci Benedettini Olivetani. Sotto la dominazione napoleonica, nel 1810, la chiesa venne sconsacrata e l’urna fu trasportata nella basilica di San Pietro. La chiesa dell’isola di Sant’Elena fu riaperta al culto nel 1928 ed affidata all’Ordine dei Servi di Maria; negli anni successivi l’urna venne riposta nuovamente all’interno dell’edificio sacro. Forse, là dove si attesta come «salma» della santa Imperatrice, si può pensare ad essa come a delle parti del corpo, visto che era uso, nei primi secoli, scomporre le membra dei martiri e dei santi per farne reliquie e soddisfare, in tal modo, la devozione di più fedeli in diversi luoghi.
Fu da subito considerata una santa e quando i pellegrini arrivavano a Roma non omettevano di visitare anche il suo sepolcro, situato tangente al portico d’ingresso della Basilica dei Santi Marcellino e Pietro. L’imponente sarcofago fu trasportato nell’XI secolo al Laterano e oggi è conservato nei Musei Vaticani. Il culto si diffuse largamente in Oriente e in Occidente. Il monaco benedettino Usuardo (?-877 ca.) fu il primo ad inserire il nome di sant’Elena nel suo Martirologio al 18 agosto, la sua opera, molto diffusa nel Medioevo, servì poi di base al Martirologium Romanum, redatto sotto il pontificato di Gregorio XIII (1502-1585).
Nell’841-842 le reliquie sarebbero state trasferite dal monaco Teugiso da Roma all’abbazia di Hatvilliers, presso Reims. Oggi tre chiese si fregiano dell’onore di custodire le reliquie della santa Imperatrice: la basilica dell’Ara Coeli a Roma; l’antica chiesa abbaziale di Hautvilliers e la chiesa di Saint-Leu-Saint-Gilles a Parigi, dove  i Cavalieri del Santo Sepolcro avevano stabilito la sede delle loro riunioni.
Sant’Elena è la santa patrona di Pesaro ed Ascoli Piceno e viene venerata con culto speciale anche in Germania, a Colonia, Treviri, Bonn e in Francia ad Elne, che in origine si chiamava Castrum Helenae. È considerata la protettrice dei fabbricanti di chiodi e di aghi ed è invocata da chi cerca gli oggetti smarriti. In Russia si semina il lino nel giorno della sua festa, affinché cresca lungo, si dice, come i suoi capelli.


Papa: ai giovani dell'Asia, non abbiate paura di portare la fede nella società, svegliatevi!

La grande messa conclusiva della VI Giornata asiatica della Gioventù è l'occasione per Francesco di "scuotere" i ragazzi del continente: "Non dormite, avete con voi la consolazione dei martiri che hanno vinto sulla morte ma anche la responsabilità di portare Cristo sulla grande frontiera dell'Asia. Non siete soltanto una parte del futuro della Chiesa: siete anche una parte necessaria e amata del presente della Chiesa!". La prossima Giornata asiatica della gioventù, nel 2017, sarà in Indonesia. 


Daejeon (AsiaNews) - "Svegliatevi! Non dormite, svegliatevi!". È il forte invito rivolto da papa Francesco ai circa 10mila giovani riuniti nel castello di Haemi, santuario dedicato ai martiri coreani, in occasione della messa conclusiva della VI Giornata asiatica della Gioventù. "Giovani dell'Asia - ha detto il Papa - voi siete eredi di una grande testimonianza, di una preziosa confessione di fede in Cristo. E' Lui la luce del mondo, Lui la luce della nostra vita! I martiri della Corea, e innumerevoli altri in tutta l'Asia, hanno consegnato i propri corpi ai persecutori; a noi invece hanno consegnato una testimonianza perenne del fatto che la luce della verità di Cristo scaccia ogni tenebra e l'amore di Cristo trionfa glorioso".

Sull'altare insieme al pontefice vi sono i presuli di tanti Paesi del continente, riuniti per questo grande e festoso momento per la Chiesa asiatica. Concelebrano insieme a Francesco il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, e il presidente della Federazione delle Conferenze asiatiche, l'arcivescovo di Mumbai card. Oswald Gracias.

La "consolazione" della testimonianza dei martiri, che assicurano la vittoria della vita sulla morte, non è però l'unico tema di questa occasione: "L'altra parte del tema della Giornata - «Gioventù dell'Asia, alzati!» - vi parla di un compito, di una responsabilità". Il continente asiatico, dice il Papa, è imbevuto di ricche tradizioni filosofiche e religiose e "rimane una grande frontiera per la vostra testimonianza a Cristo, 'via, verità e vita'. Quali giovani che non soltanto vivete in Asia, ma siete figli e figlie di questo grande continente, avete il diritto e il compito di prendere parte pienamente alla vita delle vostre società. Non abbiate paura di portare la sapienza della fede in ogni ambito della vita sociale!"

Ma il richiamo ai giovani non è solo una cambiale in bianco, una speranza: "Voi non siete soltanto una parte del futuro della Chiesa: siete anche una parte necessaria e amata del presente della Chiesa!". Ma è nel momento in cui il Papa riflette con i presenti sulla terza parte del tema della Giornata che abbandona il discorso: "Wake up - dice Francesco, che aggiunge a braccio e in inglese - Don't sleep, wake up! [Non dormite, svegliatevi ndr]. E' il dovere di essere vigilanti per non lasciare che le pressioni, le tentazioni e i nostri peccati o quelli di altri intorpidiscano la nostra sensibilità per la bellezza della santità, per la gioia del Vangelo. Nessuno, se è addormentato, può cantare, danzare, rallegrarsi".

"Cari giovani dell'Asia - conclude - vi auguro che, uniti a Cristo e alla Chiesa, possiate camminare su questa strada che certamente vi riempirà di gioia. Ed ora, mentre ci accostiamo alla mensa dell'Eucaristia, rivolgiamoci a Maria nostra Madre, che diede al mondo Gesù. Sì, Madre nostra Maria, noi desideriamo ricevere Gesù; nel tuo materno affetto, aiutaci a portarlo agli altri, a servirlo con fedeltà, e ad onorarlo in ogni tempo ed in ogni luogo, in questo Paese e in tutta l'Asia". 

Dopo la conclusione della messa si sono susseguiti i discorsi di ringraziamento al Papa da parte del presidente della Conferenza episcopale coreana, mons. Pietro Kang U-il e dell'arcivescovo di Mumbai card. Gracias, che ha annunciato la prossima Giornata asiatica della Gioventù per il 2017 in Indonesia.

 18/08/2014 fonte Asia New

Le persecuzioni contro i cristiani dell’Iraq sono arrivate all’improvviso, come la morte
 
Il racconto di don Georges Jahola
di Matteo Rigamonti


All’incontro a Milano con i rappresentanti delle tre maggiori religioni, ha parlato il sacerdote della chiesa siro-cattolica nella diocesi di Mosul
don-georges-jahola-bis«L’identità di un popolo si rafforza e si radica quando è legata a un pezzo di terra. Un diritto oggi negato alle comunità cristiane perseguitate in Iraq, sia da parte degli attori delle violenze sia da parte di chi, in tutto il mondo ma soprattutto nel mio Paese, sta in silenzio di fronte a quanto accade». Lo ha detto don Georges Jahola, sacerdote della chiesa siro-cattolica nella diocesi di Mosul, nato a Qaraqosh (Niniveh), ora in Italia, in occasione di un incontro giovedì 14 agosto presso la Sala delle Colonne del Duomo. L’appuntamento è stato organizzato dalla Scuola della Cattedrale di Milano e dal Tribunale  Rabbinico del Centro Nord Italia.
UNA PRESENZA MILLENARIA. «La situazione – ha esordito Jahola – è drammatica in tutti i sensi: i cristiani, che dieci anni fa erano un milione, ora sono 300 mila». E di questi già 100 mila sono stati costretti a lasciare il Paese a causa della persecuzione perpetrata dalle milizie jihadiste dell’Isil, acronomio di Stato islamico dell’Iraq e dell Levante. «Stiamo parlando di una presenza che risale al primo secolo, di un popolo che custodisce la lingua parlata da Gesù, l’aramaico, forse purtroppo destinato a sparire, di seminatori di pace e civilizzazione che hanno dato un importante contributo in campo medico, scientifico e filosofico, facendo affidamento su una sola arma: la testimonianza della loro fede». Le persecuzioni, però, ha proseguito Jahola, «sono arrivate in città all’improvviso, come la morte, così che siamo stati costretti dall’oggi al domani a voltare le spalle alla nostra terra, alle nostre case e alle nostre chiese. Ed è quello che è accaduto anche ad altre minoranze». Come quella degli Yazidi, costretti a ripararsi sui monti.
incontro-cristiani-iraq«CHI ACCOGLIERÀ IL MIO POPOLO?» Don Georges Jahola ha parlato di una vera e propria «deportazione», di un «piano occulto e concordato a tavolino per la spartizione delle ricchezze delle città assediate; una grande perdita per tutti gli uomini», cristiani e non. Nelle mani dei miliziani, infatti, sono finite «chiese, monasteri, importanti luoghi di culto come la moschea di Giona e manoscritti che corrono il rischio di essere bruciati». È «un triste sentimento» lo stato d’animo di Jahola, che ha raccontato di aver perso anche i paramenti della sua prima messa: «Non sappiamo che cosa accadrà; per ora dalle autorità sono state pronunciate molte parole, ma di fatti no». E ha aggiunto, prima di congedarsi cantando il padre nostro in aramaico, «quali governi accoglieranno il nostro popolo? Il mio è un appello per alzare la voce a favore di tutti gli innocenti cristiani e di altre minoranza perseguitati in Iraq. L’Unicef ha stabilito che molti siti e città sono patrimonio dell’umanità, perché non lo fa con i cristiani della piana di Niniveh?».
pisapia-incontro-cristiani-iraqIL MEDIO ORIENTE COLLASSA. L’incontro, a cui ha assistito anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia con consorte, ha visto, poi, gli interventi di rappresentanti della comunità ebraica e di quella musulmana in Italia. Dopo che Mahmoud Asfa, presidente del consiglio direttivo della Casa della cultura islamica di Milano, ha «condannato da musulmano qualsiasi tipo di violenza e persecuzione in particolare quelle in Iraq», David Meghnagi, docente di Psicologia clinica presso l’Università Roma Tre, ha fatto una precisazione. Ricordando che è importante «evitare quello che in psicologia si chiama diniego interpretativo. Che avviene quando si riconosce un fatto», in questo caso le persecuzioni contro i cristiani, «ma lo si svuota di significato o lo si inserisce in un buco nero dove tutto è indifferenziato». La crisi del Medio Oriente, infatti, è grave, secondo Meghnagi, perché coinvolge già tutto il «bacino del mediterraneo», con il rischio che «la presenza dell’Isis, dopo la Siria, arrivi fino in Libano» e che «le tensioni si estendano anche a tutto il continente europeo». «Dopo quanto accaduto in Iraq – ha concluso –, ma anche in Pakistan, Somalia e Nigeria, rischiamo di andare incontro a un collasso sistemico. Sono problemi seri e concreti».
PREGHIERA E RACCOLTA FONDI. La Chiesa di Milano, per decisione del suo arcivescovo Angelo Scola, intanto, ha promosso, oltre alla Giornata di preghiera per i cristiani vittime di persecuzione indetta, a livello nazionale dalla Cei, anche una raccolta fondi per aiutare i profughi della fede cristiana e della minoranza etnica degli Yazidi che verrà gestita dalla Caritas ambrosiana. I soldi così raccolti saranno inviati direttamente a Caritas Iraq che già sta assistendo nel Paese circa un milione e mezzo di profughi.


18/08/2014 fonte: Tempi.it

Parla Ulf Ekman, il leader pentecostale convertito: " l chiesa fondata da Gesù è quella cattolica"

Parla Ulf Ekman, il leader pentecostale convertito: «La Chiesa fondata da Gesù è quella cattolica»
«La convinzione della necessità di diventare cattolici è cresciuta lentamente, la decisione di compiere questo passo è arrivata piuttosto alla fine».  A parlare è Ulf Ekman, il pastore pentecostale svedese che lo scorso marzo ha annunciato la sua conversione al cattolicesimo insieme alla moglie Brigitte. Una notizia dirompente perché Ekman, 64 anni,  è stato – come ha detto di lui Stefan Gustavsson, segretario generale dell'Alleanza evangelica svedese – «il leader cristiano più dinamico e influente che abbiamo avuto in Svezia durante l'ultimo mezzo secolo». E una figura di grande prestigio in tutto il mondo pentecostale. La comunità che ha fondato, Livets Ord, o Word of Life in inglese, Parola di Vita, conta una scuola frequentata da un migliaio di alunni, diversi missionari attivi specialmente in Russia, Kazakistan e altre regioni ex sovietiche, nonché una Ong caritativa attiva in India. Ha dato vita alla più grande scuola di studi biblici dell’intera Penisola scandinava, i suoi libri sono tradotti in 60 lingue e i suoi sermoni televisivi hanno varcato i confini europei.

Passata la buriana mediatica, Ekman negli scorsi giorni ha scritto una testimonianza sulla sua vicenda per il settimanale britannico Catholic Herald, in cui si legge:

«…abbiamo incontrato anche persone con un approccio curioso, alquanto postmoderno alla questione [della conversione sua e della moglie ndr]. Erano pronti ad accettare che Dio potesse chiamarci alla Chiesa cattolica, di cui però non potevano accettare la dottrina. Un predicatore l’ha detto in questo modo: "Ok, siete diventati cattolici, ma non crederete certo a quello che credono loro, no?”. Parlavano come se veramente potessi scegliere tra quello che prendevo. Quando rispondevo che credevo in tutto ciò che la Chiesa cattolica crede e insegna, sembrava veramente strano a molti dei miei amici protestanti. Era difficile per loro capire che essere cattolici significa credere come cattolici.

Per noi la verità è stata l'elemento decisivo. Abbiamo sempre creduto nella Parola di Dio e che c’è una verità assoluta, rivelata da Dio. Via via abbiamo capito sempre meglio come c’è anche una Chiesa concreta, storica, fondata da Gesù Cristo e un tesoro, un deposito di fede oggettiva e viva. Questo ci ha attratto verso il cattolicesimo. Una volta arrivati a credere che la pienezza della verità  è conservata e custodita nella Chiesa cattolica, non avevamo altra scelta che unirci pienamente a questa Chiesa.

Quando finalmente è giunto il tempo di essere ricevuti nella Chiesa ci siamo sentiti più che pronti, ansiosi di lasciare una terra di nessuno. E’ stato come diventare finalmente ciò che eravamo. Alla fine il desiderio di ricevere la grazia sacramentale è stato soddisfatto.

Abbiamo provato a spiegare ai nostri amici che non rigettiamo quello che Dio ci ha dato nel mondo evangelico e carismatico, ma che "evangelico non è abbastanza” [titolo del libro di un altro famoso convertito, Thomas Howard ndr]. Non è sbagliato nel suo amore per la Scrittura e per le verità fondamentali del Vangelo, nella sua forza di evangelizzazione. Tutto questo è importante, ma non è sufficiente. La vita carismatica, con la sua enfasi sulla forza e la guida dello Spirito Santo, è necessaria ed è un dono meraviglioso. Ma non può essere vissuta nella sua pienezza in un contesto scismatico e oltremodo individualista. Il capire questo ci ha aperto alla comprensione della necessità della Chiesa in tutta la sua pienezza, con la sua ricca vita sacramentale. 

Non rinneghiamo il nostro trascorso e le ricche esperienze che abbiamo avuto lungo molti anni, come fondatori e guide della Parola di Vita. Siamo per sempre grati al Signore per quanto ha fatto. Ma siamo immensamente felici e grati per aver compreso che abbiamo veramente bisogno della Chiesa cattolica nella nostra vita e nel nostro servizio al Signore, che continuano. 

Ora iniziamo un cammino in cui c’è molto da esplorare. Ora che non ci sono più le responsabilità, i doveri e gli obblighi di prima, possiamo, almeno per il momento, vivere a un ritmo che ci permette una vita più riflessiva. Siamo stati abituati a reggere il nostro ministero e la nostra Chiesa. Ora è la Chiesa ci solleva. I sacramenti sono diventati una realtà tangibile nella nostra vita e ci sostengono in modo concreto. Qualcosa – la grazia, ne sono certo – è presente come non lo è mai stato prima. Una fresca brezza sta soffiando nelle nostre vite. Non vediamo l’ora di esplorare e di identificarci pienamente con tutto ciò di cui ora siamo parte. È veramente emozionante vivere pienamente per Gesù Cristo, nella Chiesa cattolica».  

18/08/2014 fonte Il Timone

La libertà di Maria contro la cultura della morte

di Massimo Introvigne

Il 15 agosto 2014 Papa Francesco ha continuato la sua visita in Corea del Sud, affrontando i problemi di una società opulenta ma disperata, da anni studiata dai sociologi per il suo tasso di suicidi che è di gran lunga il più elevato del mondo: 31,7 suicidi ogni centomila abitanti, oltre sei volte di più dell'Italia, dove il tasso è 6,3. La Corea del Sud conferma che non ci si suicida per povertà - i Paesi più poveri hanno di solito un tasso di suicidi molto basso - ma per disperazione. Quello della disperazione e del suicidio è un tema tabù, o riservato agli addetti ai lavori. Non se ne parla volentieri, perché si dovrebbe ammettere che una società ricca e secolarizzata è una società senza speranza. Papa Francesco ne ha parlato apertamente, collegando la disperazione a una «cultura della morte» che, in vari modi, oggi attacca la vita.

La giornata del Papa si è aperta con la celebrazione della Messa per l'Assunzione di Maria nello stadio della città di Daejon, che agli italiani evoca brutti ricordi: proprio qui l'arbitro Byron Moreno ci buttò fuori dal mondiale di calcio del 2002, favorendo scandalosamente la Corea padrona di casa.

Ai fedeli coreani e a tutta la Chiesa il Papa ha ricordato che la Madonna è stata veramente assunta «in corpo e anima nella gloria del Paradiso» - non si tratta di un semplice simbolo - e che questo evento ci riguarda. Mostra «il nostro destino», indica che anche noi «siamo chiamati a partecipare pienamente alla vittoria del Signore sul peccato e sulla morte e a regnare con Lui nel suo Regno eterno».

La festa dell'Assunta, che i cattolici coreani da anni celebrano «alla luce della loro esperienza storica, riconoscendo l’amorevole intercessione di Maria operante nella storia della nazione e nella vita del popolo», è una festa di libertà. La Madonna ci fa vedere che «la vera libertà si trova nell’accoglienza amorosa della volontà del Padre. Da Maria, piena di grazia, impariamo che la libertà cristiana è qualcosa di più della semplice liberazione dal peccato. È la libertà che apre ad un nuovo modo spirituale di considerare le realtà terrene, la libertà di amare Dio e i fratelli e le sorelle con un cuore puro e di vivere nella gioiosa speranza della venuta del Regno di Cristo».

La libertà cristiana è la capacità di vedere tutte le cose in modo nuovo, riferendole a Dio, e non rimane un puro stato d'animo: spinge a «trasformare il mondo secondo il piano di Dio». Oggi questa trasformazione richiede cristiani che «combattano il fascino di un materialismo che soffoca gli autentici valori spirituali e culturali» e sappiano rifiutare sia «modelli economici disumani che creano nuove forme di povertà» sia «la cultura della morte che svaluta l’immagine di Dio, il Dio della vita, e viola la dignità di ogni uomo, donna e bambino». Questo invito è rivolto ai cattolici della ricca Corea, che ha però uno dei più bassi tassi di natalità del mondo - riesce a fare peggio solo l'Italia -, la già citata percentuale record mondiale di suicidi e una discussione in corso promossa da lobby che vorrebbero allargare le maglie della legge sull'aborto, teoricamente restrittiva ma in pratica ben poco rispettata.

Maria però «ci mostra che la nostra speranza è reale»: «la speranza offerta dal Vangelo, è l’antidoto contro lo spirito di disperazione che sembra crescere come un cancro in mezzo alla società che è esteriormente ricca, ma tuttavia spesso sperimenta interiore amarezza e vuoto». «A quanti nostri giovani tale disperazione ha fatto pagare il suo tributo!», ha esclamato il Papa alludendo a un dramma nel dramma del suicidio, l'epidemia coreana di suicidi giovanili. Ma Maria, ha detto, libera dalla disperazione e offre «la grazia di essere gioiosi nella libertà dei figli di Dio», e «di usare tale libertà in modo saggio».

L'appello alla libertà è stato consegnato dal Papa in particolare ai giovani della Giornata della gioventù asiatica, che Francesco ha incontrato presso il Santuario di Solmoe, rispondendo alle loro domande. A una ragazza cambogiana che ricordava i martiri trucidati dal regime comunista di Pol Pot (1925-1998) il Pontefice ha promesso un personale interessamento per la loro beatificazione. A un'altra ragazza incerta fra vita di famiglia e vocazione religiosa, ha detto che non è lei che deve scegliere: il Signore «ha già scelto» e si tratta di ascoltare la sua voce.

Il Papa non ha eluso la domanda più attesa e delicata: che cosa possono fare i giovani coreani del Sud per i loro coetanei che vivono sotto il duro totalitarismo comunista della Corea del Nord. «Prima di tutto - ha detto Papa Francesco - il consiglio: pregare; pregare per i nostri fratelli del Nord». «Ci sono tante speranze - ha aggiunto il Pontefice -, ma ce n'è una bella: la Corea è una, è una famiglia. Ma, voi parlate la stessa lingua, la lingua di famiglia; voi siete fratelli che parlate la stessa lingua [...], Pensate ai vostri fratelli del Nord: loro parlano la stessa lingua e quando in famiglia si parla la stessa lingua, c’è anche una speranza umana».

Insieme all'invito alla preghiera, il Papa non ha fatto mancare quello alla confessione, così tipico del suo pontificato: «Nessuno di noi sa cosa ci aspetta nella vita. E voi giovani: ‘Ma, cosa mi aspetta?’. Noi possiamo fare cose brutte, bruttissime, ma per favore non disperare, sempre c’è il Padre che ci aspetta! Tornare! Tornare! Quella è la parola. Come back! Tornare a casa, perché mi aspetta il Padre. E se io sono molto peccatore, farà una grande festa». La confessione apre percorsi di libertà: quelli di cui è modello Maria, e che sono l'unico antidoto realistico alla cultura della morte, della disperazione e del suicidio.

18/08/2014 fonte: La nuova bussola quotidiana

 


IL SANTO DEL GIORNO 10/08/2014 San Lorenzo diacono e martire



Forse da ragazzo ha visto le grandiose feste per i mille anni della città di Roma, celebrate nel 237-38, regnando l’imperatore Filippo detto l’Arabo, perché figlio di un notabile della regione siriana. Poco dopo le feste, Filippo viene detronizzato e ucciso da Decio, duro persecutore dei cristiani, che muore in guerra nel 251. L’impero è in crisi, minacciato dalla pressione dei popoli germanici e dall’aggressività persiana. Contro i persiani combatte anche l’imperatore Valeriano, salito al trono nel 253: sconfitto dall’esercito di Shapur I, morirà in prigionia nel 260. Ma già nel 257 ha ordinato una persecuzione anticristiana.
Ed è qui che incontriamo Lorenzo, della cui vita si sa pochissimo. E’ noto soprattutto per la sua morte, e anche lì con problemi. Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.

Viene dunque la persecuzione, e dapprima non sembra accanita come ai tempi di Decio. Vieta le adunanze di cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani. Ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Nel 258, però, Valeriano ordina la messa a morte di vescovi e preti. Così il vescovo Cipriano di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato. La stessa sorte tocca ad altri vescovi e allo stesso papa Sisto II, ai primi di agosto del 258. Si racconta appunto che Lorenzo lo incontri e gli parli, mentre va al supplizio. Poi il prefetto imperiale ferma lui, chiedendogli di consegnare "i tesori della Chiesa”.
Nella persecuzione sembra non mancare un intento di confisca; e il prefetto deve essersi convinto che la Chiesa del tempo possieda chissà quali ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede solo un po’ di tempo. Si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di cui è amministratore. Infine compare davanti al prefetto e gli mostra la turba dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna, dicendo: "Ecco, i tesori della Chiesa sono questi".
Allora viene messo a morte. E un’antica "passione”, raccolta da sant’Ambrogio, precisa: "Bruciato sopra una graticola": un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi (v. Analecta Bollandiana 51, 1933) dichiarano leggendaria questa tradizione. Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.


Fuga dei cristiani in Iraq. Che ne sarà di questo Paese?
di Antonella Palermo

Sono circa 15mila, solo negli ultimi due giorni, i profughi che, in prevalenza da Qaraqosh, si sono riversati nella città di Erbil e nei villaggi limitrofi a nord del paese, a seguito della avanzata dell'Isis. "Una intera enclave cristiana sta facendo il possibile per accoglierli - riferisce ai nostri microfoni Marco Labruna, capo missione di Un ponte per.. a Erbil - ma non è facile trovare posto per tutti. Intanto vengono ospitati in alcune scuole, nelle chiese, o semplicemente si accampano nelle piazze e nei parchi pubblici".
"Noi provvediamo a distribuire cibo e acqua e beni di prima necessità - riprende Labruna - per sopravvivere a temperature altissime, ma la fuga di queste proporzioni mette a dura prova la capacità di risposta locale". 
Il giornalista iracheno Latif Al Saadi commenta gli attacchi americani mirati sull'Iraq, con l'intenzione - come ha dichiarato Obama - di scongiurare un potenziale genocidio, fermare i terroristi dell'Isis e proteggere i civili. "L'intervento Usa è in ritando - denuncia - e io mi auguro che non sarà militare. E' necessario che la soluzione a questo terrore, soluzione politica e democratica, giunga dalla popolazione irachena, dal di dentro. Purtroppo questo governo non è l'espressione della realtà fortemente composita del paese, mancando la quale, non esiste Iraq. Senza le minoranze religiose, noi non esistiamo".

10/08/2014 fonte Radio Vaticana




Il card. Filoni inviato dal Papa in Iraq: porterò la solidarietà di tutta la Chiesa
Alla luce della grave situazione in Iraq, il Santo Padre ha nominato il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, suo Inviato Personale per esprimere la sua vicinanza spirituale alle popolazioni che soffrono e portare loro la solidarietà della Chiesa. Ascoltiamo il cardinale Filoni al microfono di Sergio Centofanti:


R. – Certamente è un gesto di fiducia del Santo Padre nei miei confronti, ma più ancora direi è un gesto che manifesta la sollecitudine del Papa verso la situazione di questi cristiani, che in questo momento sono in sofferenza: quella di aver lasciato la casa e di vedere tutte le loro radici tagliate, di essere stati anche umiliati, lasciando le loro case così come erano e cercando rifugio altrove. Quindi questa sollecitudine del Papa mi pare la cosa più importante e spero, da questo punto di vista, di poter venire incontro alle esigenze di tanta gente e non solo manifestando questo aspetto proprio della sollecitudine del Papa, ma anche cercando di vedere con il Patriarcato cosa noi possiamo fare come Chiesa universale.
D. – Sarà sicuramente un viaggio difficile e delicato: c’è già qualche idea per l’organizzazione?
R. – Stiamo cercando in questo momento di organizzare, anche perché non è facile raggiungere il posto… Ma non bisogna spaventarsi più di tanto. Indubbiamente non mancheranno anche tutti gli elementi per poter fare un viaggio e vedere in che modo poter essere vicini a questa gente per qualche tempo.
D. – Il Patriarca caldeo Sako ha parlato di rischio di genocidio…
R. – Il Patriarca Sako è sul posto e quindi conosce molto bene tanti aspetti che purtroppo a noi possono sfuggire. Il popolo cristiano di questa area non è purtroppo la prima volta che si vede costretto a migrazioni e anche a sofferenze indicibile. Questo era già cominciato quasi un secolo fa e si è ripetuto poi più volte durante la storia di questi ultimi 90 anni della vita dell’Iraq, quando il territorio passò da Impero Ottomano a diventare uno Stato indipendente come tutti gli altri Paesi della regione. Quindi è una popolazione che porta ancora dentro di sé tante sofferenze e comprendo anche l’espressione del Patriarca.
D. – Lei si sente di lanciare un appello alle popolazioni che andrà a trovare?
R. – Io prima di tutto cercherò di portare la solidarietà e la vicinanza nella preghiera, anche fattivamente. Sono convinto che anche il Santo Padre mi dirà poi più esattamente quello che lui desidera far presente a questa popolazione, che è cara al cuore del Papa, ma anche a tutta la Chiesa.

10/08/2014 fonte Radio Vaticana

Arriva la volante (rossa) a cacciare gli obiettori
di Lorenzo Bertocchi

L'ultima novità viene dall'Argentina, ad esser precisi da Buenos Aires. Si tratta della squadra mobile anti obiettori di coscienza, una specie di volante per il pronto intervento dell'aborto legale. La pensata è del dott. Alexander Collie, ministro della salute della Provincia, che ha detto di voler contribuire a rimuovere gli ostacoli all'accesso dei servizi sanitari. «Se tutti i medici di un ospedale provinciale faranno obiezione di coscienza – dice il ministro – cioè se si rifiutano di effettuare un aborto legale, ci penserà la squadra mobile», che si preoccuperà di praticare aborti a donne fino a 12 settimane di gestazione.

L'Arcivescovo di La Plata non ha fatto passare molto tempo per dire la sua su questa trovata più degna di un fumetto che non della realtà. Mons. Hector Aguer ha sottolineato che il diritto "democratico e umano” all'obiezione di coscienza non può essere considerato un "ostacolo”, né si può considerare "attenzione alla salute” un'azione che è diretta ad eliminare una vita umana. Con ciò ha ribadito la dottrina della Chiesa che è quella per cui «l'aborto procurato è l'uccisione deliberata e diretta, comunque sia eseguita, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita». Per questo, ha sottolineato l'Arcivescovo, «tutti i diritti devono essere rispettati», ma non esiste nessun diritto all'aborto. Semmai c'è il diritto a dissentire – conclude - da «leggi inique, cioè ingiuste, contrarie all'uguaglianza».

Il Ministro, invece, ritiene di aver trovato la strada per metter fine a tutte le controversie (ostacoli) che i medici obiettori fanno insorgere con il loro comportamento. Così ha detto annunciando la creazione di questa specie di pronto intervento mobile, annuncio che è stato dato lo scorso 4 agosto durante un corso di formazione per ostetrici e ginecologi in un Università dal nome quantomeno sinistro: La Matanza.

Per il Ministro non esiste il dilemma se dare priorità all'obiezione di coscienza o al diritto all'aborto, ritiene di chiudere definitivamente la questione con la task force "aborto volante”. Cosa resta del diritto all'obiezione di coscienza non è dato sapere.

Questa "squadra speciale aborto” potrebbe essere paragonata agli squadroni della morte che vari regimi totalitari hanno predisposto per eliminare avversari e non allineati. Con una differenza. Mentre le squadracce che hanno spalleggiato vari regimi agiscono palesemente con autoritarismo e violenza, la squadra per l'aborto volante agisce per la "salute”, anzi per il "diritto alla salute”. Un'autorità dolce, anzi compassionevole.

A questo proposito l'Arcivescovo di La Plata fa una precisa citazione di S. Giovanni XXIII, tratta dalla celebre enciclica Pacem in Terris (1963): «L’autorità è postulata dall’ordine morale e deriva da Dio. Qualora pertanto le sue leggi o autorizzazioni siano in contrasto con quell’ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio, esse non hanno forza di obbligare la coscienza, poiché "bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”; (At 5,29) in tal caso, anzi, l’autorità cessa di essere tale e degenera in sopruso».

Nei fumetti di solito, quando ci sono ingiustizie, entra in scena l'eroe che fa il vendicatore mascherato. L'affermazione della legge naturale certamente non ha bisogno di punitori, semmai di persone che siano testimoni della bellezza della vita e della famiglia, custodi di un'autentica affettività e sessualità, capaci di piegarsi sulle sofferenze delle donne e degli uomini. Nell'emergenza, per arginare le volanti aborto, predisponiamo un reggimento di angeli accanto ai piccoli nella pancia della mamma.

10/08/2014 fonte: La nuova bussola quotidiana

La Messa non è finita Deo gratias

di Rino Cammilleri

Premetto che in quel che dirò non c’è alcuna vocazione polemica, perché le dispute intraecclesiali non mi appassionano. Anzi, mi infastidiscono. Sono cose di preti, nelle quali i laici, a mio avviso, meno mettono bocca e meglio è. Troppo spesso i preti si comportano come se la Chiesa fosse «cosa loro» e rispondono piccati quando li si critica. É da cinquant’anni, cioè dai tempi del Concilio, che il clero si riempie le gote del famoso «ruolo dei laici», ma poi, a conti fatti, il ruolo dei laici lo vorrebbe così: sempre in ginocchio, obbedienti e col portafogli aperto. 

Ho ormai una certa età e confesso che, quando sento parlare o leggo di dispute sul Concilio cambio canale o pagina o clicco qualcos’altro. Lo stesso dicasi per la Messa, nuovo rito, vecchio rito, rito straordinario, progressismi e tradizionalismi. Saranno gli anni, ma sono stufo da un pezzo. Quando mio nonno aveva l’età che ho io adesso e io ero un ragazzino, lui mi diceva sempre: sta’ lontano dai preti; onorali, riveriscili e salutali per strada, bacia loro la mano (allora usava) e va’ a Messa, ma non ti ci mischiare. Con sorpresa, diventato scrittore, mi accorsi che Padre Pio era dello stesso parere. Non sopportava i laici che ronzavano attorno alle tonache: allora si chiamavano «baciapile», oggi «impegnati nella pastorale». Il Santo diceva, col suo solito modo ruvido: «O dentro o fuori». Cioè: se ti piace l’ambiente entra nel clero, sennò esci di sacrestia e fai davvero il laico. 

L’esperienza è quella cosa che quando l’hai fatta è troppo tardi. Infatti, oggi so –per esperienza- che sia mio nonno (uomo religiosissimo) che Padre Pio (santo, asceta e mistico) avevano ragione. Entrambi passarono i guai loro per colpa del clero: le vicissitudini di Padre Pio sono note (rileggersi il mio libro Vita di Padre Pio, Piemme, più volte ristampato), mio nonno (che era imprenditore) uscì mezzo rovinato economicamente per essersi fidato di preti in un affare. Premesso tutto questo, vengo al dunque. 

Sono tanti anni ormai che nella mia mente la Messa domenicale è associata a un’ora di martirio di cui farei volentieri a meno. Tedio. Noia. Omelie banali e interminabili. Canzonette pop dal testo cretino. Estenuanti e retorici assilli al Padreterno terminanti con «…ascoltaci Signore». Segni di pace sudaticci. Ridicola miniprocessione per portare i «doni» all’altare. Chilometrici avvisi parrocchiali da ascoltare in piedi prima di avere la benedizione finale (dunque, abusivamente inglobati nella liturgia). Un «rendiamo grazie a Dio» che è un (mio) urlo di sollievo prima di uscire –finalmente!- a riveder le stelle. Ripeto: nessuna polemica. Trattasi solo di mie personali sensazioni. 

Ora, però, ho scoperto che nella cittadina sul Lago Maggiore in cui passo di solito l’estate c’è un prete che dice l’antica Messa. Una sola, il sabato pomeriggio. Ci sono andato, per curiosità. Già, perché quando vigeva il vecchio rito io a Messa non ci andavo proprio, perciò per me era una vera novità. Stupore: il celebrante faceva quasi tutto lui, gli astanti dovevano «rispondere» di rado. Silenzio. Il centro del tutto era il tabernacolo, non lo show del prete. Uno, in un angolo, intonava gli antichi inni in latino e –sorpresa- qualcosa mi si scioglieva dentro. Non mi accorgevo del tempo che passava, mi ritrovavo attento e concentrato come non mai, «partecipavo» davvero. Uscii ancora pervaso da un senso del sacro quale mai avevo provato prima. C’erano a disposizione dei libri per seguire la Messa, di quelli coi nastrini segnapagine rossi. Io non ci capivo granché, ma –altra sorpresa- una bengalese seduta accanto a me, colta la mia difficoltà, prese a indicarmi i passi giusti. 

Una bengalese! Il 5 agosto una lettrice romana mi ha scritto, raccontandomi della Messa a cui aveva assistito al mattino nella basilica di Santa Maria Maggiore. Ogni anno, per la ricorrenza della festa, vi si celebra solennemente in latino. Scrive la lettrice: «Mi sono trovata a cantare e a rispondere accanto a una coppia di giovani tedeschi e a due nere americane che conoscevano alla perfezione le parti della Messa in latino sia recitate che cantate; lo stesso mi capitò anni fa con dei giapponesi; è questo un modo davvero commovente di sentire e di vivere la cattolicità della Chiesa». Eggià: per «aggiornarsi» con gli anni Sessanta -del secolo scorso- la Chiesa rinunciò alla sua lingua sacra (mentre ebraismo e islamismo mantengono rigorosamente le loro). Il risultato di quello che Vittorio Messori definì in un’intervista «un golpe clericale» è che se percorro, che so, la Spagna devo assistere a Messe in catalano, castigliano, basco e via dicendo. 

Nel turista cattolico, con difficoltà avverto un fratello e la «cattolicità» di cui parlava la lettrice diventa teoria, non una sensazione palpabile. Scusate, ma siamo fatti anche di corpo. In quella chiesina sul Lago Maggiore ho visto un sacerdote che portava a Dio le preghiere del popolo che gli stava alle spalle in religioso (è il caso di dirlo) raccoglimento. Naturalmente –mi ha raccontato poi- si è inimicato il vescovo e tutti i colleghi della diocesi per via della sua ostinazione –qualificata di «lefebvriana»- a voler celebrare una (una!) Messa alla settimana secondo il motu proprio di Benedetto XVI. Tranquilli, quando finirà l’estate e tornerò in città non ho alcuna intenzione di macinare chilometri per andare a cercare una Messa di rito «straordinario» (sic!). Offrirò, come sempre, la mia pena domenicale al Signore nella solita parrocchia, a sconto dei miei peccati.

10/08/2014 fonte: La nuova bussola quotidiana

IL SANTO DEL GIORNO 25/7/2014 San Giacomo il maggiore



E’ detto "Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni sono figli di Zebedeo, pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade. Chiamati da Gesù (che ha già con sé i fratelli Simone e Andrea) anch’essi lo seguono (Matteo cap. 4). Nasce poi il collegio apostolico: "(Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui: (...) Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè figli del tuono" (Marco cap. 3). Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo e della notte al Getsemani. Conosciamo anche la loro madre Salome, tra le cui virtù non sovrabbonda il tatto. Chiede infatti a Gesù posti speciali nel suo regno per i figli, che si dicono pronti a bere il calice che egli berrà. Così, ecco l’incidente: "Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono". E Gesù spiega che il Figlio dell’uomo "è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Matteo cap. 20).
E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. "Il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni" (Atti cap. 12). Questo Erode è Agrippa I, a cui suo nonno Erode il Grande ha fatto uccidere il padre (e anche la nonna). A Roma è poi compagno di baldorie del giovane Caligola, che nel 37 sale al trono e lo manda in Palestina come re. Un re detestato, perché straniero e corrotto, che cerca popolarità colpendo i cristiani. L’ultima notizia del Nuovo Testamento su Giacomo il Maggiore è appunto questa: il suo martirio.
Secoli dopo, nascono su di lui tradizioni e leggende. Si dice che avrebbe predicato il Vangelo in Spagna. Quando poi quel Paese cade in mano araba (sec. IX), si afferma che il corpo di san Giacomo (Santiago, in spagnolo) è stato prodigiosamente portato nel nord-ovest spagnolo e seppellito nel luogo poi notissimo come Santiago de Compostela. Nell’angoscia dell’occupazione, gli si tributa un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile, ben lontano dal Giacomo evangelico (a volte lo si mescola all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme in quelle prove durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa cristiana, che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela. Ciò che attrae non sono le antiche, incontrollabili tradizioni sul santo in Spagna, ma l’appassionata realtà di quella fede, di quella speranza tra il pianto, di cui il luogo resta da allora affascinante simbolo. Nel 1989 hanno fatto il "Cammino di Compostela” Giovanni Paolo II e migliaia di giovani da tutto il mondo.

Il Papa abbraccia Meriam e la sua famiglia: grazie per la vostra fede!



Il Papa ha incontrato, a Santa Marta, Meriam, la cristiana sudanese condannata a morte per apostasìa da un tribunale di Karthoum, e l’ha ringraziata per la sua testimonianza di fede. Ascoltiamo il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, al microfono di Fausta Speranza:
R. – E’ stata ricevuta non solo lei, ma tutta la sua famiglia. Lei era con il marito che è disabile – era in carrozzina – ed era con i due piccolissimi bambini, deliziosi. Quindi, una famiglia di quattro persone, molto affettuosamente unita. Il Papa ha manifestato verso di loro tutta la sua vicinanza e tenerezza; ha ringraziato per la testimonianza di fede che è stata data dai due coniugi e per l’esempio di coraggio, di costanza che è stato dato, e loro hanno ringraziato perché hanno sentito la vicinanza e il sostegno del Papa e della preghiera di tutta la Chiesa e di tutte le persone di buona volontà. Il Papa, con questo incontro, naturalmente anche al di là della vicinanza a questa specifica famiglia, ha voluto dire la sua solidarietà, la sua vicinanza per tutti coloro che sono in sofferenza, che subiscono persecuzioni o difficoltà per la loro fede o per la limitazione della libertà religiosa.
D. – Meriam è stata un caso eclatante; altre forse vengono meno sotto i riflettori …
R. – Certamente. E questi gesti hanno un grande significato per le persone che li possono vivere in prima persona, però hanno anche un significato e una portata simbolica, in senso molto forte, anche per tantissime persone che si sentono con ciò incoraggiate dalla vicinanza, dall’attenzione e dalla preghiera del Santo Padre.
D. – Ci sono stati momenti di conversazione privata…
R. – Sì, l’incontro è stato molto discreto, molto affettuoso e molto intimo. Per circa un quarto d’ora la conversazione è stata tra il Papa e i due coniugi, con l’aiuto del suo segretario che è interprete; era presente anche il vice ministro degli Esteri, Pistelli, che accompagna questa famiglia in questa nuova situazione qui in Italia: la aiuta ad affrontare i problemi per la migrazione. Poi, però, il Papa ha voluto salutare anche i membri del gruppo del personale italiano che sta accompagnando e sta aiutando questa famiglia in questo periodo e quindi c’è stato anche un momento di incontro più allargato. Sempre, però, molto gioioso, molto sereno.


25/7/2014 fonte: Radio Vaticana

Dal vangelo secondo Augias: la fede è solo superstizione

di Luigi Santambrogio

La domanda è di quelle capaci di far tremare i polsi anche al più tosto dei teologi: riguarda la vita e la morte degli uomini, il loro destino, chi lo guida e verso dove. E soprattutto perché a qualcuno basta uno stupido dettaglio, un insulso accidente per scampare a tragedie crudeli, assurde e senza pietà neppure per gli innocenti. La questione interessa tutti: chi ha in riserva almeno un briciolo di fede, ma anche quelli rassegnati a stare con i piedi sulla terra senza sperare in un Cielo vuoto e indifferente. La domanda la ripropone su Repubblica una lettera a Corrado Augias, il laicissimo e miscredente giornalista-scrittore e conduttore televisivo che con queste cose ci va a nozze. Ha indagato su Gesù, sul cristianesimo e, ultima fatica letteraria, anche sulla Vergine Maria, trovando alla fine ben poco di interessante. Certamente, niente di vero. Eppure, i lettori di Repubblica continuano a adorare questo messia, capace di dare una spiegazione accettabile e rassicurante a tutto, perfino ai miracoli.

«Perché crediamo ai miracoli?» è il titolo intrigante scelto da Augias per aprire la sua rubrica dove un lettore, Gabriele Barabino di Tortona, lancia la micidiale domanda. «Anche la tragedia dell’aereo della Malaysia Airlines», scrive, «ha confermato una specie di regola che si verifica in tante disgrazie. Una signora olandese, intervistata, ha detto che all’ultimo momento non aveva potuto prendere quel volo con la famiglia, sostenendo che di lassù qualcuno non aveva voluto che partisse. Così è successo per i sopravvissuti dell’11 settembre, e per altri in varie tragedie». Ed ecco che il signor Barabino si chiede perché gli scampati debbano sempre tirare in ballo tale "regola”: «Colpisce la certezza di chi esce indenne da un disastro che il Padreterno si sia occupato personalmente di lui mentre decine o centinaia di altre persone morivano. Capisco che sono parole dette a caldo, sull’onda dell’emozione provata, del sollievo per una morte scampata», ma preferirebbe, aggiunge lo scrivente, «il silenzio come segno di rispetto per il dolore altrui». Vabbè, questo Giuseppe Barabino da Tortona un po’ se la canta e un po’ se la suona, fa come Marzullo che invitava gli ospiti a farsi una domanda e a darsi una risposta. Comunque, la questione resta: al Padreterno importa davvero di noi, è lui che sceglie chi salvare, magari con la scusa che il taxi verso l’aeroporto resta bloccato nel traffico, e chi invece far precipitare nel nulla senza scampo.

«Il signore solleva un tema vecchio quasi quanto il mondo che è quello d’una possibile protezione divina», attacca seriosamente Augias che a questi temi senza età ci ha fatto il callo e pure la fortuna con i diritti d’autore delle sue santissime inchieste. La questione è complessa e vasta, dice, ma lui pur sfiorandola solo alla grossa, la chiude con sufficiente soddisfazione. Del resto, anche al povero Giobbe Dio non risparmiò tormenti e sventure e non si è mai capito, ricorda Augias, se era a causa dei suoi peccati o solo per la crudeltà divina che giocava con lui e lo sfidava. Ma la Bibbia è piena di questi innocenti perseguitati ingiustamente da Jhavè. E allora, rieccoci daccapo al quesito iniziale: perché?

«La risposta cristiana di fronte a simili difformità è che la volontà e i disegni dell’Onnipotente sono imperscrutabili». Una soluzione «indubbiamente comoda», perché citando Spinoza, Augias dice che neppure Dio può sfuggire alla leggi che lui stesso ha assegnato alla natura: compiere miracoli implicherebbe una mutazione della sua volontà, oltre che una palese ingiustizia. Dunque, se Dio c’è si chiama natura ed è del tutto inutile all’uomo.

Detto questo, il dottore della legge Augias passa alla seconda parte della sua risposta: la demolizione della fede, come atto contrario al buon senso e alla ragione, insomma una favola buona per i bambini e gli idioti. «In realtà, credere di essere salvi "per miracolo” appartiene all’ampia casistica delle superstizioni ovvero al bisogno comune a molti di confidare in una qualche protezione celeste». Però, caro Barabino, che vuole farci: i cattolici e i credenti sono gente così, hanno bisogno di amuleti da portare in tasca, di fare strani segni della Croce prima di far qualcosa, ma in fondo non sono cattivi e neppure pericolosi. Perciò, chiude Augias, «è una comprensibile debolezza di fronte alla quale si dev’essere tolleranti». Vabbè, meno male: nell’epistola secondo Corrado non è prevista la lapidazione per chi crede in Dio.

Dovessimo prendere davvero sul serio l’affermazione dell’esimio scrittore di Repubblica, lo faremmo scherzando con un: "Augias santo subito”. Paradosso negativo, per dire quanto di assurdo c’è nella sua apodittica, dunque antiscientifica, certezza che la fede «appartiene all’ampia casistica delle superstizioni», perché ci si affida a qualche (inesistente) "protezione celeste”, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità. Beh, qui Augias scivola davvero nel pre-giudizio scientista, nell’ideologia e nell’anticlericalismo più fanatico. Con lo stesso criterio, sul fronte opposto, si potrebbe dire che i senza Dio sono dubbiosi perché l’ateismo impedisce di ragionare. Ma sarebbe una colossale sciocchezza, che nessun uomo di fede oserebbe dire ad alta voce. Perché irrazionale, ma ancora prima, contraria a ogni evidenza storica e reale.

Dunque, lo scrittore che quando si infila nei misteri della fede non è nuovo a questi tuffi nel vuoto (per lui santo Stefano, primo martire, è stato assassinato dagli stessi cristiani che complottavano tra loro) dovrebbe da principio tornare alla realtà. E prendere atto dell’immensa produzione intellettuale e scientifica che studiosi e credenti hanno offerto all’umanità. Da Galileo a Max Planck, uno dei padri della moderna fisica quantistica. E quei grandi dottori che trasformarono la saggezza dei greci e dei latini in una nuova visione del mondo ispirata proprio da Cristo, che trova in lui la luce per interpretare il mondo, con figure come San Francesco d’Assisi, che ha creato il nuovo umanesimo. E tanti altri protagonisti della nostra epoca: pensiamo a Madre Teresa o Massimiliano Kolbe.

Tuttavia, nel pronunciamento che rivela un atteggiamento chiuso e ottocentescamente abbarbicato a una concezione scientista e dogmatica, Augias solleva però un problema oggi fondamentale per tutti, per la coscienza individuale come per la cultura e la società. Lo stesso che, più di un secolo fa, il genio russo di Fëdor Dostoevskj esprimeva nell’inquietante domanda: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Certo, pure se Augias la mette in altra forma, la questione è la stessa. E cioè: la ragione, come capacità di indagare e comprendere il reale, basta a se stessa, è misura di ogni cosa oppure c’è un criterio di conoscenza che rinvia ad "Altro”? E riconoscere l’esistenza di questo "Altro”, significa per questo condannarsi a un livello di conoscenza inferiore, vietarsi, appunto, al ragionamento?

Il cristianesimo, come non si stanca di ripetere Benedetto XVI, è entrato nella storia come un Fatto reale, e solo come tale vi può permanere. La sua caratteristica è nel rendere contemporaneo e storico Gesù Cristo. Trattarlo come un mito o una credenza indimostrabile senza misurarsi con la pretesa che lo dichiara presente "qui e ora” attraverso la Chiesa e i suoi testimoni, vuol dire eludere il problema che da duemila anni si pone a ogni cultura, elle domande degli uomini.

E qual è la domanda più urgente e interessante per l’uomo, eppure così disattesa e appagata? Beh, quella sul senso dell’esistenza, sul desiderio di felicità. L’uomo, ci ricorda l’ateo Leopardi, ha il desiderio dell’infinito e della felicità che non si consuma. E il nostro tempo con le sue contraddizioni, le sue disperazioni, il suo massiccio rifugiarsi in scorciatoie nichiliste, pare proprio manifestare visibilmente questa sete. Ecco, Augias dovrebbe cercare di capire che qui sta la ragionevolezza della fede e la sua immensa capacità di comprendere il mondo e l’uomo in modo "scientifico”.

Don Luigi Giussani, maestro, educatore di migliaia di giovani e acuto interprete del dramma della modernità e della Chiesa italiana scriveva: «Amici miei, siamo in un'epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un'epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita». «L’Occidente», ci avvertiva don Giussani «sta non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell'umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere». Beh, caro Augias, che ne dice di lasciar da parte la sua su